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Le caratteristiche del leader in questi momenti di stress per il paese

I veri leader diventano particolarmente importanti nei periodi di maggiore stress. Quello che stiamo vivendo, con la diffusione del coronavirus, è uno di questi momenti in cui chi ricopre ruoli di responsabilità acquisisce maggiore visibilità, deve essere percepito come autorevole e deve  prendere decisioni che siano utili al benessere comune, dimostrando comprensione della situazione del paese.

I leader sono individui che dovrebbero trovarsi abbastanza a loro agio nell’affrontare prove difficili quali sono quelle che mettono a rischio:

  • il benessere e la salute delle persone di cui hanno responsabilità diretta (nel caso delle aziende) o indiretta (nel caso dei rappresentanti delle istituzioni pubbliche, della salute pubblica e degli enti locali),
  • l’ambiente geografico e sociale nel quale svolgono la loro attività,
  • il senso di responsabilità sociale e i valori su cui si basa l’organizzazione che guidano e gli interessi di tutti quelli che la sostengono.
Deve quindi prendere decisioni in accordo con questi tre fattori, in accordo e condividendole con le istituzioni pubbliche e quelle per lui di riferimento. Ciò richiede al leader conoscenza specifica della realtà presente, capacità di collaborazione con i rappresentanti delle altre entità organizzative coinvolte, consapevolezza e senso di responsabilità del valore sociale del proprio lavoro in questi momenti, sapere spiegare il significato delle proprie decisioni e avere conoscenza dei risultati che s’intende raggiungere con le scelte intraprese.
Ogni leader deve fare scelte anche difficili sapendo che devono essere ispirate a mantenere unito il tessuto sociale di cui ha la responsabilità in relazione all’ambito in cui opera. In questi giorni non è sufficiente pensare di parlare, che già avrebbe evitato errori incredibili ad alcuni dei nostri leader politici e del calcio. Prima ancora viene: documentarsi e condividere le proprie idee con chi ha competenze e svolge un ruolo specifico sui temi della salute pubblica.
Questa non è teoria ma serve per per svolgere una leadership socialmente responsabile.

Come deve costruire la coesione l’allenatore

In questo periodo iniziale della stagione sportiva dei giochi di squadra, mi viene spesso chiesto come migliorare la coesione di una squadra soprattutto da parte di chi lavora nelle squadre juniores e in quelle dei campionati che non giocano nei campionati di massimo livello. Faccio questo distinguo perché fra i coach è diffusa l’idea che avendo poco tempo a disposizione, tutto ciò che esula dal lavoro tecnico svolto in campo sia un lavoro superfluo, a cui non si ha tempo da dedicare, proprio perché: “Non siamo mica una squadra professionistica, dove i giocatori sono sempre a disposizione”.

Questo atteggiamento è la motivazione che spinge molti allenatori a ritenere che i giocatori debbano adattarsi al loro metodo di lavoro e alla gerarchie proposte. Preparazione fisica e tecnica/tattica la fanno da padroni e se qualcuno non è d’accordo, peggio per lui/lei.

La leadership si manifesta in sostanza con la somministrazione di un programma di allenamento che deve essere seguito senza discussioni. Si parte da considerazioni corrette (tempo limitato, poche risorse economiche, orari non ottimali) per giungere a conclusioni sbagliate. Chi si adatta è ok; chi non accetta questo approccio viene di solito etichettato come pigro, poco disposto a fare sacrifici o presuntuoso.

Purtroppo, la cultura del lavoro e la coesione di squadra sono fattori imprescindibili in uno sport di squadra e non si costruiscono con questo approccio. La prestazione di squadra trae invece la sua forza dall’allenamento quotidiano del concetto di NOI: la prestazione vincente nasce dall’integrazione del comportamento di vari giocatori, per cui bisogna insegnare a più persone a fare bene cose diverse, insieme e contemporaneamente.

L’allenatore deve:

  1. Favorire la partecipazione, ascoltando le indicazioni dei giocatori
  2. Evitare i favoritismi
  3. Premiare i comportamenti altruistici
  4. Ridurre i comportamenti individualistici
  5. Attribuire a ognuno obiettivi sfidanti e raggiungibili
  6. Attribuire a ogni giocatore un ruolo specifico
  7. Favorire un clima di allenamento orientato all’apprendimento e collaborazione
  8. Stimolare l’impegno massimo e rinforzarlo costantemente
  9. Sostenere sempre la squadra quando è in difficoltà
  10. Spendere del tempo per valutare con atleti l’impegno profuso in allenamento
  11. Analizzare freddamente con la squadra i risultati delle partite

La domanda per gli allenatori è: quanto tempo dedichi allo sviluppo di questi fattori della prestazione?

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L’ottimista supera le difficoltà

I dati di ricerca a favore di leader ottimisti sono piuttosto consistenti. Queste persone dimostrano che sanno oltrepassare le difficoltà, vedendo nei problemi un’opportunità piuttosto che una minaccia. Questi leader vedono gli altri positivamente, aspettandosi il meglio da loro.

Nel dettaglio gli atteggiamenti degli ottimisti e dei pessimisti sono così identificabili:

  1. L’ottimista accetta gli eventi stressanti, imparando qualcosa da queste situazioni; mentre il pessimista non affronta le situazioni che possono essere fonte di stress e mostra una ridotta consapevolezza dei problemi.
  2. L’ottimista è concentrato sul compito che sta svolgendo, mentre il pessimista è focalizzato sugli aspetti negativi delle esperienze.
  3. L’ottimista è orientato a trovare la soluzione più adatta, mentre il pessimista si preoccupa e sviluppa pensieri ripetitivi negativi.
  4. L’ottimista regola in modo efficace le sue reazioni emotive, mentre il pessimista sfugge ai problemi esasperando alcuni comportamenti (ad esempio: alimentandosi in modo esagerato o sbagliato, manifestando uno stato di stanchezza eccessiva, isolandosi dagli altri o cercandone a ogni costo il sostegno psicologico).
  5. L’ottimista affronta le situazioni problematiche, mentre il pessimista non le affronta e vorrebbe evitarle.
  6. L’ottimista è poco centrato sui sintomi fisici (stanchezza, mal di testa, etc.), mentre il pessimista ne è molto preoccupato.
  7. L’ottimista pianifica il futuro e stabilisce obiettivi a breve termine, mentre il pessimista pensa che ci vorrà troppo tempo per migliorare;
  8. L’ottimista affronta direttamente chi mette in discussione il proprio operato, presentando i fatti che sono contrari a queste affermazioni, mentre il pessimista si fa convincere e si sente incapace.
  9. L’ottimista interpreta i propri insuccessi in termini d’impegno insufficiente o di scelta strategica sbagliata e non di mancanza di capacità, mentre il pessimista li attribuisce a incompetenze personali, quindi a fattori modificabili solo nel tempo. Ritiene che se nella prossima gara si presenterà una situazione analoga non sarà ancora in grado di affrontarla positivamente.
  10. L’ottimista accetta le situazioni che non si possono cambiare, mentre il pessimista cerca di scappare da queste.

Le ragioni della rinascita della Roma

Il cambiamento dell’atteggiamento in campo della Roma e delle conseguenze che ne derivano: migliore gioco, combattività dei singoli, forte coesione e maggiore senso di appartenenza rappresenta un dato positivo non solo per la Roma, prima in classifica, ma per il calcio italiano. Il primo passo verso questo cambiamento è rappresentato dalla diversa organizzazione della società, più chiara, senza sovrapposizione nei ruoli dirigenziali chiave, che ha determinato la scelta dei giocatori da cedere e quelli da immettere, facendo attenzione alle necessità di bilancio e a prendere non solo giocatori bravi ma anche dotati della personalità necessaria per giocare ad alto livello. Il secondo tassello è costituito dalla scelta di un allenatore non glamour o filosofo ma concreto. Dal punto di vista psicologico si è presentato come il classico padre severo ma giusto; in tal modo i giocatori si sono sentiti rispettati e così da questo nuovo ambiente e dall’intreccio di queste relazioni è nato il gioco attuale.  Il risultato della Roma dimostra che per vincere è innazitutto necessario avere un’organizzazione societaria efficace e un allenatore (il leader della squadra) che valorizzi i calciatori, non li escluda per un pregiudizio personale e che faccia rispettare regole semplici e ben definite. Solo a questo punto inizia l’allenamento del gioco.

La regola di Guardiola: sbagliare per imparare

Un leader si riconosce anche dalle frasi che dice ai suoi giocatori. Guardiola, nuovo allenatore del Bayern, ha detto “Speriamo di commettere subito parecchi errori così impariamo prima”. Non avere paura di sbagliare è l’atteggiamento di chi ha una mentalità vincente, perchè ciò che è veramente importante non è inseguire la prestazione perfetta ma quanto si reagisce velocemente agli errori.

I top atleti hanno bisogno di un allenatore-leader

Un’abilità decisiva per un allenatore di atleti di alto livello consiste non solo nel possedere un bagaglio tecnico aggiornato, ma soprattutto nell’abilità di gestire i suoi migliori atleti. E’ un allenatore – leader perchè svolge la funzione di condurli a realizzare le migliori prestazioni. Non è un allenatore – insegnante così come lo deve essere con quelli meno esperti. E’ un allenatore che dialoga e che si pone nei panni dell’altro per stabilire una vicinanza emotiva. Questo perchè gli atleti di livello assoluto hanno uno specifico profilo così sintetizzabile:

  1. hanno già raggiunto alcuni degli obiettivi che si erano posti e perciò sono considerati persone di successo
  2. si caratterizzano per l’energia e l’impegno che pongono nella loro attività
  3. le loro competenze emergono in maniera decisiva proprio nelle situazioni di maggiore pressione competitiva
  4. sono convinti di essere in grado di affrontare la maggior parte delle situazioni o dei problemi in maniera efficace
  5. si assumono la responsabilità dei risultati delle loro prestazioni
  6. sono percepiti dagli altri come affidabili e competenti
  7. sono spesso considerati dai più giovani come un modello da emulare
  8. traggono il massimo della soddisfazione dal continuo rinnovarsi delle sfide che affrontano
  9. sono orientati a trovare soluzioni
  10. ricercano il contributo delle persone che li possono aiutare nel raggiungimento dei loro obiettivi

Naturalmente non bisogna cadere nell’errore di credere che un buon livello di efficacia in questi ambiti sia raggiunto con facilità o che questi individui non vivano dei momenti di difficoltà. Al contrario, queste capacità e questi standard sono raggiunti e mantenuti attraverso un lavoro continuo, uno sforzo teso al miglioramento anche quando questo sembra lontano, perseguito anche in quei giorni che sono frustranti e che sembrano non finire.

Quando l’allenatore non è un leader

Le storie di Schwazer e quelle del nuoto ambedue ancora oggi sui quotidiani dimostrano quanto sia difficile oggi fare l’allenatore anche negli sport individuali. Il ruolo del capo branco non è una prerogativa solo dei nostri simili a quattro zampe, deve esserlo anche per noi. Quando l’allenatore non svolge questo ruolo e gli atleti gli sfuggono di mano può succedere di tutto ed è ciò che è realmente accaduto Bisognerebbe imparare da Cerioni l’allenatore delle ragazze d’oro del fioretto che è riuscito a mantenere il gruppo unito sull’obiettivo da raggiungere indipendentemente dai rapporti personali fra le atlete oppure ascoltare gli sprinter giamaicani che se pur avversari hanno sempre dimostrato tra di loro cordialità e rispetto. Ripeto che un consulente psicologo avrebbe potuto aiutare in modo significativo questi allenatori e molti altri di cui non si parla sui giornali ma che commettono gli stessi errori.

Conte: martello-flessibile e direttivo-affettivo

La Juventus ha vinto e Conte è il suo leader. Conte è stato un insieme di molte abilità. Dirò qualcosa che può apparire scontato ma è alla base degli allenatori vincenti: sapere adattare le proprie convinzioni alle caratteristiche dei giocatori, che a loro volta devono avere fede nelle sue idee. Per me Conte è stato un martello-flessibile. Significa sapere battere ogni giorno con determinazione sul sistema che si vuole insegnare ma nel contempo sapere modificare le idee in funzione di come vengono giocate le partite e dei risultati. Secondo, non si può essere solo impositivi, bisogna entrare nel cuore dei giocatori. Anche in questo caso direttività e affettività si devono integrare, se prevale una dimensione a discapito dell’altra succedono disastri, la squadra percepirà l’allenatore come troppo distante o come un dodicesimo compagno. Non a caso Conte ha detto che per lui sono necessari in ordine d’importanza mente, cuore e gambe. I calciatori devono svolgere la loro parte ed è per questo che devono avere fede. All’inizio non hanno prove concrete che il loro gioco condurrà ai risultati sperati. Per questo chiamo questa fase “avere fede”, si basa sulla convinzione a priori che le scelte proposte dall’allenatore se applicate con determinazione permetteranno di sviluppare un gioco efficace.

Lavorare sulla squadra e la personalità

Luis Enrique si trova a affrontare una situazione molto difficile e mi chiedo se per insegnare la sua idea del calcio non abbia poco responsabilizzato sin dall’inizio i singoli pensando invece che ciò che conta è solo il collettivo. Ma quando si sta affogando si ritorna a parlare dei singoli, forse è tardi, anche perchè nel caso della Roma si parte da una condizione di depressione agonistica e non certo di rabbia. La Roma è una squadra astenica che ad oggi non sa reagire alle difficoltà che le pongono gli avversari e un leader, che non c’è mai stato in questo periodo, non s’inventa in un weekend. La mia idea è che quale che sia il tipo di calcio che si vuole insegnare, bisogna sempre avere dei giocatori che, anche fuori dal campo, trascinino i compagni con i loro comportamenti, senza questi giocatori non ci sarà mai una squadra forte. Inoltre, imparare un modulo nuovo di gioco implica un periodo d’instabilità e di paure, senza leader che incitano a credere nel gioco qualsiasi squadra sbanda e non sa cosa fare.