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L’allenatore di basket Phil Jackson sull’amore per la squadra

“Cosa intendi dire quando scrivi che l’amore è l’ingrediente critico per un campionato?”

“Conosco squadre che vanno d’accordo, che festeggiano insieme, ma che non sono pronte a condividere e non mostrano quella profonda attenzione che bisogna avere gli uni con gli altri. Bisogna proteggersi reciprocamente. Devi proteggere il culo dell’altro che si sta battendo all’attacco. Devi sapere come dare la palla così gli altri possono fare un buon tiro. Devi uscire da te stesso e pensare agli altri”.

(Di Belinda Luscombe,  Time, June 3 2013, 10 Questions). Phil Jackson ha vinto due titoli NBA da giocatore e11 da allenatore.

 

 

 

 

Il rapporto allenatore-atleta è sufficiente per vincere?

Nel nostro paese vi è ancora una concezione artigianale dello sport di alto livello in particolare modo negli sport individuali. Nella maggior parte dei casi lo sviluppo e l’affermazione di un atleta si basa su una profonda relazione di collaborazione con il suo allenatore. Non è raro che l’allenatore sia il marito dell’atleta o il genitore (padre/madre). E’ evidente che questo sistema è soggetto a tutte quelle interferenze che sono tipiche dei rapporti di coppia. Le componenti psicologiche di ognuno hanno in queste relazioni una rilevanza incredibile, perchè l’allenamento consiste nel costruire situazioni con livelli di stress predeterminati che l’atleta deve affrontare con successo così da permettere un miglioramento delle sue prestazioni di gara. In questo contesto, gli allenatori hanno un ridotto scambio di idee e di confronto professionale con gli altri colleghi e l’uso delle innovazioni prodotte dalle scienze dello sport dipende solo dalla loro curiosità e dal desiderio di aggiornarsi. Il limite di questo approccio non consiste solo nel limitato uso dei contributi della scienza da parte degli allenatori ma anche della difficoltà dei ricercatori di ascoltare e comprendere quali sono le esigenze e le richieste degli allenatori. In altre parole, vi è necessità di parlare insieme, di condividere idee, di criticarsi reciprocamente in modo costruttivo e di costruire piani di lavoro basati sulla collaborazione.

Le competenze dell’allenatore

Sempre nella stessa ricerca condotta alcuni anni fa dal Comitato Olimpico US condotta intervistando gli atleti della squadra olimpica amricana nel periodo 1984-1998 è stato loro chiesto quali erano secondo loro le competenze più importanti di un allenatore.

Questi atleti hanno posto in testa alle competenze l’abilità a insegnare e l’abilità a motivare e incoraggiare. A seguire quelle più tipicamente professionali e relative alla conoscenza dell’allenamento e quelle strategiche dello sport. Pertanto premesso che gli allenatori devono essere in grado di programmare e condurre tecnicamente il loro lavoro, sono però le loro competenze interpersonali e psicologiche a rendere efficace il loro lavoro. Questi dati dovrebbero fare riflettere coloro che organizzano i corsi di formazione per allenatori in cui buona parte delle ore sono dedicate esclusivamente alla componente tecnica di questo lavoro mentre poco tempo è dedicato allo sviluppo di quelle abilità che gli atleti di livello assoluto considerano invece come decisive per il loro successo.

Totti e Pirlo: gli ultimi campioni

Francesco Totti e Andrea Pirlo sono un po’ come l’ultimo dei Mohicani, al termine della loro carriera potranno dire di essere stati gli ultimi campioni che il calcio italiano ha prodotto. Abbiamo sempre avuto grandi campioni come Mazzola, Rivera, Bulgarelli, Baggio, Mancini, Del Piero, Vialli, Zola per ricordarne solo alcuni ma ora sono finiti. Chi dobbiamo ringraziare di questo stato delle cose, direi coloro che sono al centro del calcio e quindi gli allenatori e i preparatori fisici. La mia idea di come ciò sia avvenuto è semplice. Arrigo Sacchi ha rivoluzionato il calcio, introducendo il calcio totale però questo tipo di gioco era interpretato dai forti campioni che giocavano nel Milan, così come prima era stato introdotto dalla nazionale olandese ma in cui giocavano alcuni dei più forti calciatori del mondo. Quando il sistema si è diffuso si è imbarbarito per cui con i ragazzi si è speso molto più tempo a insegnare la tattica e a prepararli fisicamente anzichè insegnargli la tecnica. Così facendo è quasi impossibile che emerga un giovane, perchè Rivera e Maradona sarebbero stati scartati come troppo gracili o forse non avrebbero mai giocato a calcio in un club perchè si sarebbero annoiati.

Allora sarebbe il momento che gli allenatori mettano da parte i loro narcisismi tattici e i preparatori fisici le loro idee da allenatori di giocatori di football americano  e dedichino molto più tempo nell’insegnare la tecnica del calcio, che è prendere, passare e tirare la palla.

 

Roberto Mancini: “Mi piace fare l’allenatore, Mi piace essere affamato ogni giorno”

Leggi la lunga e interessante intervista a Roberto Mancini su: http://www.guardian.co.uk/football/2013/feb/22/roberto-mancini-interview-angry-every-day

Osare e divertirsi è il credo di Brunel

Jacques Brunel, il nuovo allenatore della nazionale di rugby, sta insegnando ai giocatori italiani a osare e divertirsi anche in uno sport così duro e fisicamente combattivo come il rugby. Deve essere proprio entrato nella mente profonda dei suoi ragazzi se un giocatore esperto come Andrea Lo Cicero afferma “Uno che crede in noi. Che non vuole distruggere ma costruire. Divertirsi. Divertire.Uno che ci sta insegnando cos’è davvero lo sport”.  Sarebbe interessante sapere come mai gli allenatori precedenti non erano riusciti a entrare nella loro mente  e in che modo le esperienze sul campo contro squadre forti hanno permesso ai giocatori di raggiungere un livello di consapevolezza che prima gli mancava e che li ha resi pronti a seguire l’approccio di questo allenatore. Probabilmente la soluzione sta nell’interazione fra atteggiamenti dell’allenatore e quelli della squadra. Resta comunque interessante notare che il rugby italano ha ottenuto i migliori risultati con allenatori francesi, l’attuale e George Coste, rispetto a quelli d’oltre oceano, forse è anche nella stessa mentalità europea il segreto di sapere parlare ai giocatori.

Come mantenere elevata la motivazione di squadra

Qualcuno mi ha chiesto cosa deve fare un allenatore per mantenere elevata la motivazione della squadra dopo una serie di prestazioni vincenti. E’ ad esempio il caso dell’Inter che dopo nove vittorie consecutive, ha ottenuto due sconfitte e un pareggio. Bisogna dire che successi ripetuti possono portare  a un calo di motivazione e che compito dell’allenatore è di evitare il diffondersi di questo atteggiamento. Cosa dovrebbe fare il tecnico. Per prima cosa, mantenere elevata l’intensità fisica e mentale degli allenamenti. Secondo, deve parlare con la squadra. Le squadre sono forti se entrano sempre in campo con la voglia di vincere e per fare questo non devono sprecare neanche un minuto dell’allenamento. L’allenamento permette di esercitare continuamente questo atteggiamento e ogni esercitazione deve avere questo scopo, altrimenti tanto varrebbe starsene a giocare una partita a carte. Pertanto, l’allenatore ha il tempo durante le sedute di verificare quali sono i giocatori che hanno cali di motivazione e deve, pure lui, non entusiasmarsi per 9 risultati vincenti, perché se ciò avviene lui stesso inizierà a pensare che la squadra può vincere con facilità e comincerà a comportarsi in modo meno attento a come  allena i suoi giocatori.

Le caratteristiche del leader

Parlando di stili di leadership degli allenatori ogni persona all’interno del mondo dello sport ha sviluppato una propria idea di quale dovrebbe essere, ad esempio, lo stile dell’allenatore vincente piuttosto che di quello meno vincente o di quello perdente. Ognuno ha una propria lista personale delle caratteristiche del capo, che consiste in un elenco molto lungo di abilità psicologiche. Per cui secondo alcuni un leader deve sapere ascoltare e essere innovativo, per altri deve sapere prendere delle decisioni rischiose e impopolari, per altri ancora dovrebbe stimolare l’autonomia dei suoi atleti e costituire un modello di comportamenti etici da usare come modello. Decine di migliaia di indagini sono state condotte nelle università per stabilire il profilo del leader nonché i comportamenti che più di frequente dovrebbe mostrare. Avere queste informazioni è certamente utile come lo è avere una propria lista personale di comportamenti che si vorrebbe mostrasse con maggiore regolarità e frequenza. La domanda che più conta e a cui si deve rispondere è però un’altra e cioè: “Sarà capace di adottare i comportamenti necessari ad affrontare quella specifica situazione?” Di conseguenza il leader, l’allenatore migliore è colui che di volta in volta è in grado di agire così come è richiesto dalla situazione anche se i comportamenti richiesti non sono fra quelli che lui preferisce.

Quando l’allenatore non è un leader

Le storie di Schwazer e quelle del nuoto ambedue ancora oggi sui quotidiani dimostrano quanto sia difficile oggi fare l’allenatore anche negli sport individuali. Il ruolo del capo branco non è una prerogativa solo dei nostri simili a quattro zampe, deve esserlo anche per noi. Quando l’allenatore non svolge questo ruolo e gli atleti gli sfuggono di mano può succedere di tutto ed è ciò che è realmente accaduto Bisognerebbe imparare da Cerioni l’allenatore delle ragazze d’oro del fioretto che è riuscito a mantenere il gruppo unito sull’obiettivo da raggiungere indipendentemente dai rapporti personali fra le atlete oppure ascoltare gli sprinter giamaicani che se pur avversari hanno sempre dimostrato tra di loro cordialità e rispetto. Ripeto che un consulente psicologo avrebbe potuto aiutare in modo significativo questi allenatori e molti altri di cui non si parla sui giornali ma che commettono gli stessi errori.

Quanto dura un allenatore sulla stessa panchina?

Le squadre parlano di progetto e gli allenatori vengono mandati via anche dopo pochi mesi. Questa è l’esperienza attuale del nostro calcio e questi due dati di realtà ovviamente si contraddicono a vicenda. Un progetto richiede stabilità nell’impiego delle risorse (finanziarie, organizzative e umane) e ha senso solo se queste si coniugano insieme con un’altra variabile rappresentata dal tempo. Spesso gli allenatori vengono mandati via per le bizze dei presidenti e a questo non c’è rimedio. Altra volte perché s’incolpano della mancanza di risultati, come nel caso di Luis Enrique, che a mio avviso non ha compreso del tutto l’ambiente nel quale lavorava. Sbaglierò ma mi sembra si sia intristito strada facendo e questo non ha fatto bene a lui e alla squadra. Il Napoli ha chiuso un ciclo basato “sulla novità e entusiasmo” ora deve decidere (il suo presidente) se diventare una grande squadra o restare una buona squadra. L’allenatore sarà sempre lo stesso? In altre parole: è l’allenatore adatto per un livello superiore? Un’altra questione che influenza la durata riguarda lo stress percepito dall’allenatore: Guardiola se ne è andato per riposarsi. E poi ancora, mi sembra sia stato Trapattoni a dire che un allenatore non può restare più di cinque anni sulla stessa panchina, perché s’insinua una sorta di abitudine che deteriora la voglia di migliorarsi. Ovviamente vi è l’eccezione di Ferguson. In sostanza vi sono molti fattori che determinano la durata sulla stessa panchina e qualcuno dovrebbe studiare questi aspetti. Direi che gli allenatori hanno bisogno sempre di nuovi stimoli e così le squadre, quindi alcuni anni (5?) sono già un gran successo poi bisogna cambiare. Questo vale anche negli altri sport di squadra: Messina, Rudic e Velasco per ricordare solo tre nomi non allenano più in Italia da tempo.