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Le squadre perdono perchè non si vuole cambiare

In Serie A perdere è un’opzione non prevista. Dopo tre giornate sono stati licenziati già tre allenatori. Altri, da Allegri, a Sarri allo stesso Mourinho che ha perso solo l’ultima partita dopo 6 vinte sono molto preoccupati.

Da un lato è ovviamente corretto, sono pagati per fare vincere le loro squadre e gli stessi calciatori costano una follia, anche i più scarsi, per cui non ci può essere alcun alibi dietro cui nascondersi.

Questo ragionamento va oltre la qualità dei singoli calciatori. La Juventus schiera solo nazionali ma non ha ancora vinto una partita. Gli allenatori si trovano a svolgere un ruolo psicologico fondamentale, sono il vero leader della squadra. Ogni nuovo allenatore vuole introdurre la propria mentalità alla squadra che si manifesta attraverso un determinato tipo di gioco.

Ci sono giocatori che non si adattano fino in fondo a questo approccio e Cristiano Ronaldo rappresenta un esempio estremo, perchè lui è il gioco della squadra. E’ andato via dalla Juventus e senza manifestare alcuna necessità di ambientamento a immediatamente continuato (più che ripreso) a segnare. Altri ovviamente non si adattano perchè non mostrano la necessaria disponibilità mentale e quindi non sono efficaci in campo.

Altri hanno difficoltà a seguire lo schema mentale proposto dal tecnico. Quando ho lavorato con Arrigo Sacchi, una sua domanda era di dirgli quali erano i calciatori che potevano trattare molte informazioni e metterle in atto e quelli a cui, invece, andavano fornite poche informazioni altrimenti si confondevano.  Non sempre allenatore-giocatore riescono a trovare questa sintesi.

In campo, ci deve essere sempre almeno un leader che guida la squadra nei momenti di difficoltà. Spesso a questo riguardo si è parlato del blocco italiano del Milan campione e non per la loro bravura ma per questa unione che veniva trasmessa alla squadra.

Sono tanti i motivi per cui una squadra non acquisisce la mentalità e il gioco che vuole l’allenatore ma è da questi particolari che nasce il successo.

 

Il chunking può spiegare la longevità nello sport

Quando rivediamo i risultati dell gare internazionali di molti sport osserviamo spesso l’eccezionale longevità e il continuo successo di atleti non più giovani per il loro sport che continuano a essere a essere dei vincitori seriali. Novak Djokovic nel tennis a Federica Pellegrini nel nuoto,  Tom Brady nel football americano o Gigi Buffon Buffon nel calcio sono solo alcuni fra i tanti campioni che sembrano non invecchiare. Il loro talento è fuori discussione così come il desiderio di continuare a essere vincenti.

Come possiamo spiegare questa loro capacità?

Una ragione per il successo costante di questi atleti potrebbe essere legata alla loro maggiore capacità di integrare mentalmente grandi quantità di informazioni relative alle loro prestazioni: il chunking. Chunking consiste nel prendere singole unità d’informazione,  raggruppandole in un numero minore di insiemi significativi per l’atleta.
In tal modo, le informazioni così raggruppate diventano più facili da conservare, rievocare e mettere in atto in gara. Il chunking è una caratteristica importante della performance. Un esempio di chunking nei giochi sportivi e in quelli individuali a prevalenza tattica è rappresentato dagli schemi di gioco, se ognuno di di questi non fosse memorizzato in un file specifico, questo tipo d’informazione non potrebbe essere rievocata dal giocatore durante una partita nell’arco di meno di un secondo.

E’ quindi realistico ipotizzare che questi atleti abbiamo elaborato un sistema di chunking così efficace da  fornirgli un vantaggio competitivo sugli atleti ugualmente bravi, più giovani ma con meno esperienza di gioco.

Per riflettere su vincere

L’unico modo di sviluppare una mentalità vincente è quello di vincere. Non dico che dobbiamo cominciare a vincere perché già vinciamo, ma dobbiamo vincere sempre di più (Julio Velasco).

La più grande difficoltà che ho avuto coi miei giocatori nella mia carriera è tradurgli nell’allenamento la difficoltà della competizione. Io gli chiedo di fare certe cose in una maniera non perché piace a me, ma perché altrimenti loro troveranno un avversario che non gliele farà fare. Nel basket le cose devono essere fatte con uno grande e grosso come te che ti spinge quando tocchi la palla. Le cose devono essere fatte con diecimila persone che ti insultano. Le cose devono essere fatte con un arbitro che magari non vede. E allora ti devi abituare a queste cose in allenamento, non puoi chiedermi 10-15 partite per capire com’è la vita (Ettore Messina).

È un problema di auto-esigenza. Io credo che posso essere allenatore se lotto per stimolare l’autoesigenza. Se io allenatore riesco a convincere 3 dei miei 10 giocatori a essere autoesigenti con sé stessi e con i compagni, io lì ho vinto. Non alleno più. Io mi metto a guardare, e la macchina va da sola. La nostra lotta non è cambio di direzione, schema 1 o schema 3. La nostra lotta è che i nostri giocatori arrivino al punto in cui, sotto grande pressione, si passino la palla uno con l’altro (Ettore Messina).

Dobbiamo smetterla di considerare la furbizia una virtù e l’arrangiarsi un’arte: il perfezionismo deve battere il nostro pressappochismo radicato … La motivazione è come la forza: non è mai uguale per nessuno. Ma come la forza, anche la motivazione può essere allenata, e il modo più efficace per farlo è non adagiarsi troppo sugli allori (Arrigo Sacchi).

Far vincere una squadra non è questione di quanto grande sia il giocatore o i giocatori. Devono tutti essere disposti a sacrificarsi e a dare qualcosa di se stessi, pur di diventare campioni (Phil Jackson).

Lo spirito, la voglia di vincere, e la voglia di eccellere sono le cose che durano. Queste queste sono molto più importanti degli eventi che accadono (John Wooden).

Un campione ha paura di perdere. Chiunque altro ha paura di vincere (Billie Jean King)

Dedicato a chi ha fretta di vincere

“Mi sono allenato 4 anni per correre 9 secondi. È divertente come le persone che non vedono risultati in 2 mesi si arrendono e se ne vanno. A volte il fallimento si cerca da soli”. (Usai Bolt)

Non servono commenti

La foto ironica di Usain Bolt sull'importanza del distanziamento sociale  per il Covid-19

Perché vincere non è l’unica cosa che conta

A partire dagli anni 2000, lo scopo del lavoro di Smith e Smoll che hanno introdotto venti anni prima un sistema per la valutazione del comportamento dell’allenatore si è orientato allo studio dei sistemi di formazione degli allenatori che si occupano dell’attività giovanile a essere più consapevoli del proprio modo di agire e a migliorare i loro comportamenti.

Il loro approccio si basa su quattro principi a cui dovrebbero ispirarsi tutti gli allenatori:

  • Vincere non è tutto e tantomeno è l’unica cosa che conta – I giovani atleti abbandoneranno lo sport se si convincono che vincere è l’unico obiettivo da soddisfare. Vi sono altri scopi ugualmente importanti che lo sport permette di raggiungere e che devono essere compresi dagli atleti.
  • Fallire non è sinonimo di perdere – E’ importante che gli atleti non associno che fallire e perdere hanno lo stesso significato.
  • Avere successo non è un sinonimo di vincere – Successo o fallimento non dipendono dal risultato di una gara. Vincere e perdere riguardano il risultato di una competizione ma non si riferiscono a successo e fallimento.
  • Gli atleti devono imparare che il successo è collegato all’impegno – Deve essere insegnato che non saranno mai dei perdenti se s’impegnano al massimo.

Partendo da questi principi dell’allenamento hanno individuato e attuato un sistema di formazione che ha prodotto risultati estremamente efficaci.

Imparare dagli errori più clamorosi

Temi psicologici di questa settimana:

Il caso Juventus - due reti subite appena iniziata la partita, e soprattutto a inizio di ogni tempo. Come mai non erano pronti? Come poteva essere distratto Bentancur? Qual è l’approccio mentale alle partite importanti? Si può sbagliare l’inizio del primo tempo, ma come si fa a sbagliare anche l’inizio del secondo in tempo?

Disastro azzurro femminile nello sci ai campionati del mondo - Troppo nervosismo delle atlete? Come lo staff tecnico si è preparato a gestire queste legittime aspettative di vittoria? Si è creata una sindrome da assenza di Sofia Goggia? Come si fa s sbagliare la terza porta: troppa impulsività alla partenza?

Sono casi da studiare in modo approfondito, non certo per trovare colpe ma per identificare attraverso la conoscenza delle ragioni che hanno creato questi problemi, come evitarli in futuro.

 

Nel calcio per vincere non basta il talento

Nel calcio, come in tutti gli sport di squadra, è bene ricordare che per vincere «La squadra campione batte una squadra di campioni», a indicare che anche la squadra ideale composta da soli campioni deve comunque integrare le competenze di ognuno nonostante possegga a priori un migliore potenziale qualitativo a livello individuale.

Quindi con quale frequenza la squadra favorita vince?

Uno statistico Chris Anderson insieme a un economista comportamentale David Sally hanno studiato questo fenomeno [2016] e hanno scoperto che nei campionati europei di calcio ciò avviene in poco più del 50% della partite, la percentuale sale a circa i due terzi delle volte nella pallamano tedesca, nel basket e nel football americano mentre nel baseball si attesta sul 60% dei casi.Per comprendere le prestazioni di squadra si deve ridurre l’attenzione relativa al valore intrinseco delle squadre evidenziato principalmente dal livello dei singoli talenti e porre maggiore interesse allo studio delle competenze necessarie per lavorare insieme.

Cosa fare per aumentare la probabilità di vincere?

Un parametro importante per distinguere le squadre vincenti dalle altre riguarda la connotazione positiva/negativa e la frequenza del dialogo fra i giocatori in campo. E’ stato evidenziato che i tre effetti positivi più citati dai giocatori sono:

  • L’aumento della coordinazione dei giocatori che stimola la ripetizione mentale di situazioni critiche.
  • Il miglioramento della concentrazione e l’affinamento della precisione dei loro movimenti.
  • L’aumento della loro capacità di prendere decisioni corrette con precisione  e nel più breve tempo possibile [Farina e Cei, 2019].

 

 

Se tutto è soggettivo, i valori si perdono

Intervista a Giuseppe De Rita su Repubblica.it

E allora? Da dove nascono questi comportamenti così violenti e così diffusi?« Sono frutto di una cultura collettiva, a cui non è di certo estranea la borghesia, che esalta la parte competitiva di ciascuno di noi. Sono figli di una grande ondata di soggettivismo che, se non è retta dall’etica, arriva a produrre questa realtà. Abbiamo insegnato ai nostri figli che bisogna emergere, primeggiare, c’è chi può farlo andando a formarsi alla Bocconi, facendo tirocini in aziende di nome. E chi, invece, prova a emergere nella sua comunità con quello che ha: le arti marziali, i muscoli, la voce grossa, quello che serve a superare gli altri. Niente di nuovo: chi ha meno cultura si esprime così, si affida alla fisicità per apparire, per emergere».

Insomma un desolante deserto antropologico. «È la soggettività il vero male di questi ultimi 50 anni. Se tutto diventa soggettivo, soggettiva è anche l’etica e la ricerca della libertà da tutto e a tutti i costi. È così tra i giovani che fanno a pugni o stuprano per emergere come nel mondo dell’economia: se riconosciamo che la soggettività personale vince su tutto, allora si capisce facilmente come si arriva a Colleferro».

I pensieri di Sarri sullo scudetto

”Questo gruppo vince da anni, con allenatori diversi, quindi il merito è suo, coadiuvato dalla società. Io come tutti i bambini da grande sognavo di vincere lo scudetto. Non l’ho vinto da grande, l’ho vinto da vecchio, però l’ho vinto.” Sarri in conferenza stampa.

In queste poche parole c’è tutto: la realizzazione del sogno del bambino e il riconoscimento del valore dell’organizzazione.

Quanti allenatori, e non, hanno questa consapevolezza? E la vogliono mostrarla e condividerla in pubblico?

 

Juventus vittima di se stessa

La Juventus con il Milan aveva l’opportunità di chiudere il campionato. Non c’è riuscita, anche se in vantaggio 2-0. Ha perso 4-2.

La Juventus si danneggia da sola, anche se le avversarie  s’impegnano al massimo per ottenere un successo.  Sono così forti e cinici da non attribuire importanza a questi risultati dati vantaggio in classifica. Non credo.

La questione a mio avviso è semplice: 8 campionato vinti consecutivi determinano convinzioni, aspettative e motivazioni. La cultura di questa squadra, la porta a essere convinta che alla fine il campionato sarà e, quindi, a correre questi rischi per una tendenza dei giocatori e dell’allenatore a non dargli peso per il futuro. Ovviamente i calciatori vivono le loro emozioni e oggi non possono essere soddisfatti.

A mio avviso devono cambiare questo modo di vivere il campionato. Sarri dice che hanno giocato molto bene per 60 minuti, ma se poi ti spegni, gli altri ne approfittano e ti mettono sotto. Tra ottimo e scarso devono trovare una soluzione, altrimenti scenderanno in campo sempre con questo approccio che in ogni singola partita può essere causa di continui problemi.

Le aspettative di vincere comunque la partita, anche con questi blocchi mentali, sono un killer della prestazione, perchè si pensa che si vincerà senza fare quello che serve per vincere.