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Usiamo l’estate per uscire dalla pigrizia motoria

Quando si fa sport dopo i 60 anni ci si trova a combattere con molte idee preconcette che a questo punto della vita appaiono quasi d’improvviso si presentano nella nostra mente, perchè siamo immersi in una cultura che se da un lato vuole promuovere il benessere ciò avviene in prevalenza attraverso azioni di marketing delle aziende che vengono i più disparati prodotti dall’abbigliamento sportivo ai prodotti per la cura della persona. Dall’altra però questa tipo di cultura non comprende il concetto di fatica, di continuità dell’allenamento, di prevenzione attraverso esercizi di corpo libero. In sostanza la nostra società promuove un’idea di benessere basata su aspetti esteriori (abbigliamento, attrezzatura sportiva e prodotti per cura di sé) e al massimo suggerisce, ovviamente, di consultare un nutrizionista (perchè il sovrappeso è un problema endemico) e la camminata come attività motoria principe.

Uno degli insegnamenti della pandemia consiste nell’aumento della sedentarietà e nell’insorgenza dei problemi che ad essa si collegano dall’aumento di peso al mal di schiena e a tutti quei problemi articolari che si generano stanno fermi per ore e ore, per citarne solo alcuni. Quando questa manifestazioni negative si affermano nella maggior parte delle persone scatta l’idea che non posso più fare sport a causa di questi problemi, senza per altro avere comprese che ne sono invece gli effetti.

Personalmente faccio cura 10 ore alla settimana di attività sportiva ma è chiaro che come mi alleno oggi è diverso da come lo facevo quando er più giovane. C’è molta attività di prevenzione ed esercizi a corpo libero, ho allungato il tempo di recupero e questo mi consente di correre e di andare in bicicletta. Faccio questo perchè mi piace e sono contento mentre sono attivo. Anche pensare a quest’attività e vedere altri farla mi fa piacere.

Non ho consigli per gli altri perchè ognuno dovrebbe perseguire ciò che lo rende felice. Capisco che intraprendere uno stile di vita notoriamente attivo richieda almeno inizialmente uno sforzo di volontà per superare l’abitudine a stare fermi. Si dovrebbe comunque essere consapevoli che l’obiettivo resta quello di sentirsi bene con se stessi e non certo quello di competere con gli altri.

10 il numero magico del calcio

Il 10 nel calcio è stata la maglia dei campioni più famosi. Ora sembra non ci sia più posto per questi calciatori nelle squadre, come la vicenda di Paulo Dybala in parte spiega. Capiamo perchè il 10 è stato il numero magico del calcio.

10 è il numero di chi distribuisce il gioco e di chi fa correre la palla sul campo. 10 è il numero che nel 1958 per estrazione di numeri ricevette Pelé per giocare e vincere a 17 anni  il suo primo mondiale di calcio. E’ anche il numero di Maradona, incredibile campione, che segnò anche con la mano di Dio. Valentino Mazzola era il 10 del Grande Torino e Mazzola era il soprannome di José Altafini a inizio carriera. 10 è stato Gianni Rivera, primo italiano a vincere il pallone d’oro, di cui ne ha vinti invece 6 Leo Messi anche lui vestendo lo stesso numero. La Juventus ha avuto molti numero 10, campioni assoluti come Omar Sivori Michel Platini, Roberto Baggio, Zinedine Zidane, Alessandro Del Piero e Andrea Pirlo. Le qualità del 10 sono quelle di chi illumina e guida la squadra, il 10 è audace quanto perentorio nelle sue azioni e mostra la caratteristiche che Gianni Brera ha descritto con maestria parlando di uno di loro e cioè di Giuseppe Meazza (vincitore del Campionato del Mondo di calcio con la nazionale italiana nel 1934 e 1938):

Grandi giocatori esistevano già al mondo, magari più tosti e continui di lui, però non pareva a noi che si potesse andar oltre le sue invenzioni improvvise, gli scatti geniali, i dribbling perentori e tuttavia mai irridenti, le fughe solitarie verso la sua smarrita vittima di sempre, il portiere avversario”.[1]

Il 10 porta su se stesso, più degli altri, la responsabilità della squadra, ne rappresenta l’anima, lo spirito. Quando il 10 si isola la squadra ne risente in modo drammatico, e perde colui che tutti ritengono sia in grado di risolvere la partita o un momento di difficoltà con una sua invenzione che sia  un tiro, una punizione,  un passaggio smarcante per l’attaccante o un dribbling. Il 10 non rincorre avversari e sa che è “meglio far correre la palla, lei non suda” (Roberto Baggio), per lui “il calcio è musica, danza  e armonia e non c’è niente di più allegro che la sfera che rimbalza” (Pelé). E poi, i 10 si riconoscono, rispettandosi come i membri di un club riservato a pochi e sanno quanto sia indispensabile la loro presenza per il calcio, come dice Francesco Totti di Diego Armando Maradona:

“E’ il calcio, è il pallone, come se ci fosse la sua faccia su quella sfera che gira. Quello che ha fatto lui con la palla non l’ha fatto mai nessuno e non lo farà mai nessuno. Ha fatto cose straordinarie, tutto quello che c’era da fare l’ha fatto. L’ho conosciuto e mi emoziona vedere la foto di noi due abbracciati”.

 


[1] Gianni Brera, Peppin Meazza era il fòlber. Giornale Nuovo, 24 agosto 1979.

Lo sport è centrale nello sviluppo dei giovani

Lo sport sempre più diventa il luogo dove i nostri giovani possono imparare a diventare consapevoli, responsabili verso se stessi e gli altri, abili a gestire gli errori e a correggersi, collaborativi in un ambiente competitivo, competenti nel gestire le emozioni.

Per raggiungere questi obiettivi lo sport si deve dotare di dirigenti sportivi e allenatori che siano consapevoli del valore di queste qualità e che l’apprendimento sportivo non può mai essere disgiunto dallo sviluppo di queste dimensioni psicologiche. Basta pensare che la memoria motoria, quindi la capacità di sapere riprendere nella nostra mente un’azione tecnica e riprodurla, è sempre connessa alle sensazioni fisiche di quei movimenti e allo stato d’animo con cui è stato imparato. In sostanza tutto ciò che è motorio è mentale e viceversa. La ripetizione mentale di un azione sportiva comporta immediatamente l’attivazione dei sistemi motori necessari alla sua esecuzione.

Solo l’ignoranza e la scarsa competenza possono impedire alle società sportive di svolgere questo ruolo di sviluppo globale del giovane ancora di più oggi che lo sport è un evento di massa e che i giovani hanno perso tutte le altre situazioni di attività spontanea e gestita da loro che erano rappresentate dal gioco per strada, nei cortili, negli oratori, nei giardini. Ora ci sono solo situazioni organizzate che dovrebbero svolgere anche questo ruolo di fare crescere l’autonomia dei giovani attraverso uno sport.

Chi è il personal trainer?

Il personal trainer è una professione che si è ben affermata. E’ quindi possibile identificare quali siano le principali caratteristiche che definiscono questo lavoro. Ritengo ovviamente che l’allenatore personale dovrebbe essere almeno laureato in scienze motorie, dopo di che dovrebbe essersi specializzato in quelle attività motorie e sportive che intende insegnare ai suoi allievi. Dovrebbe essere ormai concluso il tempo in cui un culturista o una persona con solo una lunga esperienza di anni in palestra o sui campi di atletica si dichiara personal trainer.
Di seguito le 10 principali caratteristiche che dovrebbe dimostrare chi svolge questo lavoro. Alcune riguardano il proprio stile di vita, altre le conoscenze e le competenze specifiche e altre ancora la dimensione psicologica e organizzativa.
  1. Aspetto fisico
  2. Abitudini salutari
  3. Conoscenza dei dati scientifici e delle loro implicazioni pratiche
  4. Competenze per lavorare con una popolazione specifica
  5. Competenze comunicative e di leadership
  6. Competenze motivazionali
  7. Competenze organizzative e amministrative
  8. Competenze nel fornire un programma di allenamento adeguato alle esigenze dei clienti
  9. Competenze nel guidare le sessioni
  10. Competenze mentali cognitive ed emotive

Siamo grati allo sport che ci regala emozioni incredibili

Lo sport è così, un’attività che regala continuamente emozioni, agli atleti e a noi che lavoriamo con loro. Per anni ho condiviso le esperienze e le vite di chi andava in cerca di una medaglia olimpica o di una vittoria al campionato del mondo. Questi ragazzi e ragazze vivevano sulla loro pelle stati d’animo incredibili, abissi di paura e di gioia, ma anche noi che gli stavamo accanto non eravamo di meno a tasso di emotività. Abbiamo condiviso con loro la felicità e le delusioni. Con l’età non mi restano indifferenti neanche le reazioni degli splendidi e splendide atleti/e del nuoto di cui leggo in questi giorni, la disperazione della Quadarella e l’entusiasmo di chi ha vinto il mondiale con record del mondo. Lo sport è un’attività altamente emotiva che tocca punta estreme proprio con gli atleti più preparati e più vincenti.

Questa è una delle ragioni che rende unico lo sport, abbiamo di vivere emozioni per sentirci vivi e gli atleti e le atlete ci regalano questa possibilità ogni volta che gareggiano. Dobbiamo essere grati a questi giovani che ce le regalano.

In questi ultimi anni, mi sono molto dedicato agli atleti più giovani, quelli che viaggiano tra 13 e 20 anni. Molti di loro vincono e perdono a livello giovanile e ho scoperto che le emozioni che provo sono le stesse. Le loro emozioni sono le stesse di quelle dei grandi e così anche le nostre. Non va mai dimenticato che questo è un lavoro che richiede oltre che la competenza quella degli atleti e delle atlete anche, e soprattutto la passione. E allora il cuore va controllato durante le gare ma subito dopo deve potersi esprimersi liberamente.

 

Il calcio del futuro tra algoritmo e imprevedibilità

Se il calcio è l’ultimo rito religioso dei laici, fondato sul fatto che il gol è quell’evento raro durante partita che può avvenire in qualsiasi istante e cambiare il volto di una partita, gli algoritmi proposti da Wall Street Football, start up che si occupa di calcio, possono distruggere le emozioni generate da questa semplice regola e rendere il gioco prevedibile, quindi noioso agli occhi di tutti gli appassionati.

Ogni società ha il diritto di perseguire i propri scopi che in questo caso sono stati ben espressi dal ceo Giovanni Bertoli quando afferma che è possibile prevedere la prestazione del calciatore: tiri, gol, falli fatti e subiti, qualsiasi azione. E’ un’ottima opportunità offerta ai bookmaker che devono stabilire le quote ma anche per i tifosi, per il fantacalcio. Le società di calcio potrebbero servirsene per conoscere i calciatori e in futuro un allenatore saprebbe quando e se sostituire un determinato calciatore, sfruttando la possibilità di avere i dati durante la partita in tempo reale.

Sono d’accordo con l’uso dei dati che si possono raccogliere ma sono stati studiati gli effetti di questo approccio sull’allenatore e sui calciatori? Il fare la cosa giusta nel momento giusto sarà determinato solo dai dati che gli giungono o continuerà a giocare un ruolo importante la soggettività del mister? Gli allenatori filtreranno queste informazioni in base alle proprie idee o saranno indotti a servirsene senza nessuna riflessione critica? I calciatori diventeranno prigionieri dell’algoritmo che gli suggerirà come giocare o useranno ancora la creatività per uscire da situazioni difficili?

E poi perchè non si è studiato come applicare l’algoritmo ai comportamenti dell’allenatore  durante la partita per identificare gli effetti della sua leadership, scoprendo in che percentuale produce risultati efficaci e in quali fasi della partita. Se ricopre come tutti affermano il ruolo di leader, il suo stile di guida dovrebbe avere una notevole influenza sui giocatori, perchè non si è studiato come migliorare le sue indicazioni con un scout del suo comportamento?

In sostanza non togliamo al gioco del calcio l’imprevedibilità del risultato, determinata dalla soggettività dei singoli giocatori, dalle loro interazioni come squadra e dai comportamenti del tecnico, perchè nessuno vuole vedere calciatori perfetti che si muovono come soldatini allenati dal mister-algoritmo.

 

Concluso il 28° master di psicologia dello sport

Si è concluso il 28 master in Psicologia dello Sport di Psicosport, in cui come coordinatrice didattica insieme al Prof. Alberto Cei, Direttore scientifico, abbiamo potuto costruire un percorso che portasse i nostri allievi a sostenere con professionalità e competenza il ruolo di psicologo dello Sport. Hanno dimostrato di poterlo fare, portando a termine con successo e soddisfazione il loro tirocinio e vedendo confermata, per gran parte di loro, una collaborazione che si trasformerà nel loro primo lavoro nello sport. Sono orgogliosa di questo gruppo e soddisfatta di poter contare su una rete rafforzata che include nuovi colleghi. Auguro loro Buon Lavoro e spero di ritrovarli e coinvolgerli presto in nuove opportunità professionali.  

 

 

Come catturare la motivazione

Lo sprinter americano Michael Johnson, vincitore di cinque medaglie d’oro alle olimpiadi e otto volte campione del mondo, ha così riassunto l’importanza della motivazione:

“La mia migliore motivazione è sempre venuta dalla gioia pura di correre e di gareggiare, è lo  stesso brivido che ho come fossi un bambino di 10 anni. Avete mai conosciuto un bambino di 10 anni nauseato da quello che fa? Bisogna trovare la propria motivazione iniziale, per  questa ragione diventerai un architetto. Questo è il segreto della perseveranza”.

L’attività sportiva dovrebbe consentire l’affermarsi di un atteggiamento che può essere sintetizzato nella se­guente frase: “E’ grazie al mio impegno e al piacere che provo che divento sempre più bravo in quello che faccio”. Le attività motivate da una spinta interiore si basano sulla per­cezione soggettiva di soddisfazione che si trae dallo svolgere un determi­nato compito. Pertanto qualsiasi intervento esterno che tenda a ridurre nell’atleta questa percezione influenzerà negativamente la sua motivazione. È il caso di quando un atleta s’impegna solo per riceve­re un premio materiale (vincere un trofeo) o simbolico (“Lo faccio per i miei genitori o per l’allenatore che così saranno contenti o perché sarò più ammirato dai miei compagni di scuola”). La prestazione sportiva diventa così solo un mezzo per raggiungere un altro scopo che diventa, invece, il vero fine dell’azione: il giovane non agisce per il piacere che gli fornisce l’attività stessa ma per ricevere un determinato riconoscimento. Pertanto, i rinforzi esterni che incoraggiano l’atleta ad attribuire la sua partecipazione a motivi esteriori riducono la sua motivazione interna. Operativamente, l’allenatore non dovrebbe servirsi di rinforzi che dall’atleta siano percepibili come più importanti della stessa partecipazione spor­tiva, ma dovrebbe fornire suggerimenti utili ad aumentare il senso di soddisfazione che il gio­vane trae dall’esperienza agonistica.

E’ stato infatti documentato che i risultati sportivi che sono percepiti come il risultato di fattori inter­ni personali, quali l’abilità, la dedizione, l’impegno piuttosto che di fattori esterni (fortuna, limitata capacità degli avversari,  decisioni arbitrali a favo­re) sono associati a stati d’animo di soddisfazione e di orgoglio.

I rinforzi esterni che un atleta riceve svolgono comunque anche un’azione positiva. Ad esempio, con i bambini che non hanno ancora avuto un’esperienza spor­tiva o con gli adulti che hanno una ridotta esperienza sportiva. In tal caso rinforzi esterni riguardanti la fornitura di materiale sportivo o di gadget, o il sostegno sociale derivato dalla pratica sono elementi che favoriscono la partecipazione. Lo stesso vale per i riconoscimenti economici ottenuti dagli atleti di alto livello come riconoscimento del loro valore sportivo.

Ogni allenatore sa che stabilire obiettivi è essenziale per stimolare la moti­vazione e migliorare le prestazioni. A tale riguardo:

  1. Lavorare su obiettivi definiti e accettati contribuisce a mi­gliorare l’atmosfera generale e il clima emotivo dell’allenamento. Si ottiene una riduzione dei problemi relativi ai ritardi, alla pigri­zia di gruppo e alla mancanza dì disciplina.
  2. Gli atleti, anche i più giovani, potenziano sempre più la loro autonomia e imparano ad assumersi la responsabilità delle proprie scelte. Viene in­crementata in questo caso la determinazione a raggiungere gli obiettivi e a sviluppare al massimo le proprie potenzialità
  3. La leadership dell’allenatore viene accettata dagli atleti attraverso l’incremento della sua credibilità personale;

Infine, nonostante la rilevanza che la scelta degli obiettivi svolge nell’incre­mentare la prestazione, vi è anche un altro motivo che la rende neces­saria da parte dell’atleta. Infatti, se lo sport e la com­petizione hanno una valenza sociale, di conseguenza ogni individuo ha il diritto di avere successo. Certamente nello sport di livello assoluto, la lotta per il successo è  quella per il podio e chi può aspirare a questo tipo di risultato si prepara consapevole delle difficoltà che incontrerà strada facendo.

Vi è poi il successo di tutti, di coloro che hanno stabilito i loro obiettivi in modo adeguato e s’impegnano per raggiungerli. Ogni persona coinvolta nello sport ha la responsabilità di ottenere per se stessa il suo successo personale. E’ il caso di chi vuole correre la maratona in 4 ore, se ci riuscirà avrà vinto la sua gara.

L’osservazione dei bambini impegnati in attività sportive non organizzate dagli adulti dovrebbe insegnare agli adulti qualcosa di molto importante e cioè che quando non raggiungono l’obiettivo che si sono posti, i ragazzi lo abbassano di livello, imparando dagli errori e riprovandoci di nuovo. Dopo una serie di adattamenti e di prove di questo tipo il successo è garantito. L’opposto avvie­ne quando invece hanno successo, aumentano il livello di difficoltà dell’o­biettivo. In altri termini, ciò significa che in maniera quasi spontanea i gio­vani modificano i loro obiettivi spostandoli sempre al limite delle loro possi­bilità. In tal senso, gli errori sono utilizzati come parte integrante del pro­cesso di apprendimento e non vengono interpretati come un insuccesso.

Lo sviluppo a lungo termine dell’atleta

Questo breve articolo nasce dall’esigenza di fare conoscere anche ad allenatori, preparatori fisici, medici e psicologi dello sport  quali sono le linee guida per lo sviluppo a lungo termine dell’atleta e in che modo l’allenatore possa guidare questo processo attraverso la stimolazione della motivazione degli atleti.

Introduzione

Lo sport ha conosciuto in questi ultimi 30 anni uno sviluppo incredibile, che si è manifestato attraverso:

  1. Il coinvolgimento di milioni di giovani
  2. La creazione di migliaia di nuove società sportive e di operatori del settore
  3. L’incremento della produzione scientifica in questo ambito
  4. La ricerca di nuovi e più adeguati programmi di allenamento per l’infanzia e l’adolescenza
  5. La monetizzazione dell’attività sportiva giovanile
  6. La scomparsa del gioco-sport organizzato liberamente dai giovani
  7. La totale dominanza degli adulti nell’organizzazione dello sport
  8. La ricerca sempre più precoce del talento sportivo
  9. La presenza significativa dei genitori nella formazione sportiva dei loro figli
  10. La diffusione dello sport fra i giovani con disabilità fisica e intellettiva

Nonostante questo grande sviluppo nel mondo dello sport sono presenti molti problemi che limitano lo sviluppo sportivo dei giovani, nonché sono causa dell’abbandono che si manifesta a partire dai 14 anni e che è particolarmente grave nelle ragazze. Le difficoltà esistenti nello sport sono state così identificate:

  1. Imposizione di programmi per adulti ai bambini,
  2. Imposizione di programmi maschili alle  ragazze,
  3. Programmi di allenamento maggiormente basati sul risultato (vincere) piuttosto che sul processo (allenamento),
  4. Gli allenatori migliori si dedicano allo sport agonistico e di livello assoluto,
  5. I programmi non prendono in considerazione lo sviluppo biologico e i processi mentali dei giovani,
  6. Il ruolo dei genitori è male definito,
  7. Le competenze psicologiche non sono integrate nel processo di allenamento,
  8. Avviamento precoce alla pratica di un solo sport,
  9. Competizione fra le organizzazioni sportive per accaparrarsi i giovani,
  10. Disinteresse nei confronti dei giovani adolescenti che non sono interessati all’attività agonistica.

Sulla base di queste considerazioni è necessario che le organizzazioni sportive s’impegnino nel coinvolgere i giovani in un programma sportivo che fornisca loro l’opportunità di:

  1. sviluppare e mantenere permanente nel tempo uno stile di vita fisicamente attivo,
  2. sviluppare il loro potenziale sportivo.

A completamento della pratica sportiva, uno degli elementi più importanti per lo sviluppo dei giovani consiste nel fornire occasioni e ragioni per sviluppare il loro senso di appartenenza, non solo nei riguardi della società sportiva ma anche della comunità più ampia in cui agiscono quotidianamente e che comprende la scuola, i genitori e gli amici.

Pertanto deve essere posto in primo piano non solo lo sviluppo sportivo, anche la realizzazione di quella rete sociale di cui i giovani fanno parte; composta in prevalenza da adulti (genitori, insegnanti e allenatori) che abitualmente non dialogano tra loro se non nelle modalità più istituzionali.

L’allenamento sportivo

Nel corso di questi ultimi 40 anni sono stati proposti diversi modelli per tentare d’identificare il talento sportivo ma anche strategie per incrementare la partecipazione allo sport nei giovani e per ridurne l’abbandono precoce.

Ciò nonostante a partire dalla metà degli anni ’80 vi sono stati alcuni significativi cambiamenti nell’affrontare la questione del talento e più in generale la questione dello sviluppo dell’atleta. Tali modificazioni sono state attribuite principalmente a tre aspetti:

  1. La difficoltà nel condurre progetti di ricerca necessariamente ampi e molto articolati per identificare il talento ma che nel contempo non avevano soddisfatto le aspettative che si erano create nel decennio precedente. Dal “Simposio sui problemi del talento nello sport” (Bartmus et al., 1987), venne suggerita l’idea che la ricerca avrebbe dovuto spostarsi dal concetto di scoperta del talento a quello di guida del talento e sviluppo di ciò che si poteva chiamare sorveglianza del talento.
  2. La valorizzazione di approcci olistici e non tradizionali al fine di arricchire quanto era stato sinora riscontrato tramite i metodi scientifici più ortodossi. Nella psicologia dello sport Martens (1987) sostenne che dall’ambito della conoscenza esperienziale  degli atleti potevano emergere molte informazioni utili per gli allenatori e che questa poteva essere indagata con sistemi idiografici e studi sul campo.
  3. I risultati derivati dall’analisi  dell’evoluzione della carriera di un gruppo di 120 talenti praticanti differenti attività dimostrò come era possibile servirsi di altri modelli, molto diversi da quelli sino ad ora prospettati (Bloom, 1985) e ciò in sintonia con quanto sostenuto da Martens per comprendere come si costruisce la maestria nelle scienze, nelle arti, nello sport e nella musica.

Allo scopo di raggiungere questi obiettivi alcuni fra i Comitati Olimpici più importanti (e.g., USA, Canada, Regno Unito) hanno condotto indagini e adottato programmi che si sono basati e continuano tuttora a fondarsi su un approccio denominato “Modello dello Sviluppo a Lungo Termine dell’Atleta” sviluppato da Istvan Balyi e altri colleghi. Il modello è rivolto a tutti coloro che vogliono fare sport e propone un approccio a lungo termine che se non viene sviluppato rappresenta una forte limitazione allo sviluppo  sportivo e incrementa la probabilità di un abbandono precoce, che può rappresentare il primo gradino di una carriera da sedentario.

Il modello si basa sulle ricerche condotte nell’identificazione di come si sviluppa l’expertise nei contesti sportivi. Questi studi hanno evidenziato che sono necessari dai 10 ai 12 anni di allenamento per raggiungere livelli di eccellenza. Questo dato è stato denominato la legge dei 10 anni o delle 10.000 ore. Per atleti, allenatori e genitori questo consiste in un periodo di allenamento giornaliero di circa quattro ore per un lungo periodo di anni. Questa impostazione contrasta l’idea, purtroppo diffusa, degli adulti coinvolti nello sport che vogliono fare raggiungere livelli di competenza elevati in tempi molto più brevi, mentre è noto che è richiesto un impegno a lungo termine per ottenere risultati di valore. In altri termini non esistono scorciatoie per avere successo nello sport.

Il modello costituisce un approccio di sviluppo dello sport centrato sull’atleta e sui suoi processi di sviluppo, proponendo un approccio il più possibile individualizzato dei giovani sportivi e centrato sulla loro età biologica e non su quella cronologica. Un esempio di questa impostazione viene fornita da una pubblicazione della Federazione Badminton inglese laddove dice:

“Il modello LTAD offre molto di più di programma di sviluppo del talento… stabilisce un insieme di abilità motorie che permetteranno a tutti i bambini di sviluppare un senso di riuscita, dando a quegli atleti che non raggiungeranno l’alto livello una direzione per il loro sviluppo nello sport. L’acquisizione di abilità trasferibili permetterà ai bambini di diventare competenti in un certo numero di sport e pertanto aumenta la probabilità che continuino a svolgere attività fisica durante l’arco della loro vita, incrementando la longevità e la qualità della vita.” (Badminton, England,  2005).

Analogamente il Canadian Sport Centres (2006) scrive:

“ LTAD è un veicolo di cambiamento. Differisce dagli altri modelli di sviluppo dell’atleta poiché riconosce che l’educazione fisica, lo sport a scuola, lo sport competitivo e le attività ricreative sono reciprocamente interdipendenti. LTAD è in aperto contrasto con il sistema sportivo canadese vigente. Tradizionalmente l’educazione fisica nella scuola, lo sport ricreativo e lo sport di elite si sviluppano in maniera separata. Questo approccio è costoso e non efficace. Fallisce nell’assicurare che a tutti i bambini, includendo anche coloro che potrebbero scegliere di diventare atleti di elite, sia dato un solido fondamento e una conoscenza di base – fisica, tecnica, tattica e mentale – su cui costruire le loro abilità sportive. 

Questo approccio si basa sul lavoro condotto da Istvan  Balyi si articola in sei fasi all’interno delle quali i giovani svolgono attività volte a  svilupparne appieno il potenziale. Il modello di sviluppo a lungo termine dell’atleta (LTAD) è un approccio centrato sull’atleta ed è costruito sulla base delle conoscenze sulla crescita umana e sullo sviluppo. Tutti i giovani seguono le stesse fasi di crescita dall’infanzia all’adolescenza e da questa all’età adulta, sebbene vi siano differenze significative nel tempo e nell’ampiezza dei cambiamenti che avvengono. L’LTAD sottolinea la necessità di un approccio individualizzato nello sviluppo dei giovani e centrato sulla maturazione biologica e non sull’età cronologica. Il modello permette inoltre agli allenatori di ottimizzare i “periodi critici” di adattamento dell’atleta. L’LTAD ha definito un certo numero di fasi durante le quali i giovani vengono esposti a determinati stimoli allo scopo di produrre il massimo del risultato. Sono state, pertanto, identificate sei fasi, ognuna delle quali ha l’obiettivo di permettere all’atleta di sviluppare abilità semplici e via-via sempre più complesse.

Sport training

Over the past 40 years various models have been proposed to attempt to identify sporting talent but also strategies to increase participation in sport in young people and to reduce early dropout.

Nevertheless, since the mid-1980s there have been some significant changes in addressing the issue of talent and more generally the issue of athlete development. These changes have been attributed mainly to three aspects:

The difficulty in conducting necessarily large and highly articulated research projects to identify talent but at the same time had not met the expectations that had been created in the previous decade. From the “Symposium on the Problems of Talent in Sport” (Bartmus et al., 1987), the idea was suggested that research should have shifted from the concept of talent discovery to that of talent guidance and development of what could be called talent surveillance.
The enhancement of holistic and nontraditional approaches in order to enrich what had hitherto been found through the more orthodox scientific methods. In sport psychology Martens (1987) argued that much useful information for coaches could emerge from the domain of athletes’ experiential knowledge and that this could be investigated with idiographic systems and field studies.
The results derived from the analysis of the career development of a group of 120 talents practicing different activities showed how it was possible to make use of other models, very different from those hitherto envisaged (Bloom, 1985) and this in keeping with what Martens advocated for understanding how mastery is constructed in the sciences, arts, sports and music.

In order to achieve these goals, some of the most prominent Olympic Committees (e.g., USA, Canada, UK) have conducted surveys and adopted programs that have been based and still continue to be based on an approach called the “Athlete’s Long-Term Development Model” developed by Istvan Balyi[1] and other colleagues. The model is aimed at all those who want to play sports and proposes a long-term approach that if not developed is a major limitation to athletic development and increases the likelihood of early dropout, which can be the first step in a sedentary career.

The model is based on research conducted in identifying how expertise is developed in sport settings. These studies have shown that it takes 10 to 12 years of training to reach levels of excellence. This figure has been called the 10-year or 10,000-hour law. For athletes, coaches and parents, this consists of a daily training period of about four hours over a long period of years. This approach counteracts the unfortunately widespread idea of adults involved in sports that they want to have high levels of competence achieved in a much shorter time, whereas it is well known that a long-term commitment is required to achieve valuable results. In other words, there are no shortcuts to success in sports.

The model constitutes a sports development approach centered on the athlete and his or her developmental processes, proposing as individualized an approach as possible of young sportsmen and women and centered on their biological rather than chronological age. An example of this approach is provided by a publication of the British Badminton Federation where it states:

“The LTAD model offers much more than talent development program…it establishes a set of motor skills that will enable all children to develop a sense of achievement, giving those athletes who will not reach the high level a direction for their development in sport. The acquisition of transferable skills will enable children to become proficient in a number of sports and therefore increases the likelihood that they will continue to engage in physical activity throughout their lives, increasing longevity and quality of life.” (Badminton, England, 2005).

Similarly, Canadian Sport Centres (2006) writes:

” LTAD is a vehicle for change. It differs from other models of athlete development because it recognizes that physical education, school sport, competitive sport, and recreation are mutually interdependent. LTAD is in open contrast to the current Canadian sports system. Traditionally, school physical education, recreational sport, and elite sport have developed separately. This approach is expensive and ineffective. It fails to ensure that all children, including those who might choose to become elite athletes, are given a solid foundation and knowledge base-physical, technical, tactical, and mental-on which to build their sports skills.

This approach is based on the work led by Istvan Balyi consists of six phases within which young people engage in activities designed to develop their full potential. The long-term athlete development model (LTAD) is an athlete-centered approach and is built on knowledge about human growth and development. All young people follow the same stages of growth from childhood to adolescence and from adolescence to adulthood, although there are significant differences in the time and magnitude of changes that occur. The LTAD emphasizes the need for an individualized approach in youth development and centered on biological maturation, not chronological age. The model also allows coaches to optimize “critical periods” of athlete adaptation. The LTAD defined a number of phases during which youth are exposed to certain stimuli in order to produce maximum results. Six phases have, therefore, been identified, each of which aims to enable the athlete to develop simple and gradually more complex skills.

 

Il prima determina il dopo

Dare valore alle nostre azioni significa avere la consapevolezza che ciò che precede determina le azioni seguenti. Nello sport questa regola è piuttosto evidente se pensiamo che:
  • Come ti alleni determina come gareggi.
  • Come esegui il warm-up determina come inizi la gara.
  • Quanto sei pronto ad affrontare le difficoltà (avere un piano) determina come le affronterai in gara.
  • Come reagisci all’errore determina quanto sei pronto a riprendere a fare bene.
  • Negli sport in cui vi sono pause: Come ti prepari tra un punto e l’altro determina come performi quello successivo.
Quindi, sai come ti prepari a fare del tuo meglio?