Archivio per la categoria 'Olimpiadi'

Sport è divertimento e muoversi pensando

Quando mi viene chiesto di parlare dei giovani che fanno sport, soprattutto sino a 14 anni, aldilà di ogni spiegazione teorica quello che voglio evidenziare e l’importanza del divertimento e del muoversi pensando.

Divertirsi vuole trarre piacere da un’attività per come la si fa, per l’energica fisica e mentale che s’impiega, senza avere uno scopo specifico da raggiungere o un risultato da ottenere.

Muoversi pensando riguarda, invece, imparare a giocare a calcio, a tirare di scherma piuttosto che giocare a tennis avendo sempre un’idea in testa che guida le azioni del giovane. Tutto ciò può avvenire in modo grossolano se si è principianti o in modo tecnicamente sempre migliore mano a mano che si procede in questa esperienza. In altre parole, non c’è movimento senza pensiero, per cui imparare o allenarsi significa muoversi rappresentandosi mentalmente l’esecuzione tecnica.

Una pratica sportiva che garantisce questo tipo di sviluppo stimola positivamente la motivazione a continuare nell’impegno e favorisce quella convinzione così necessaria per diventare esperti in qualche attività e cioè che “miglioro grazie al mio impegno”.

Purtroppo la mete dei giovani nella maggior parte dei casi non è rivolta a soddisfare queste due esigenze. Molti si allenano per imparare uno sport così come molti gareggiano per vincere. La questione non fare bene uno sport ma trovarsi a proprio agio nel fare quello che piace. L’obiettivo non è fare una bella azione o un punto o un gol ma esprimere al meglio le proprie capacità. Nel tennis ad esempio molti ragazzi vogliono tirare forte per fare subito punto, senza avere la volontà di costruirsi con il gioco l’occasione di chiudere lo scambio. In questo tirano ma non pensano.

Questo modo di fare è l’antitesi dello sport.

La leadership per gli allenatori di élite

Gomes, A.R., Araújo, V., Resende, R., & Ramalho, V. (2018). Leadership of elite coaches: The relationship among philosophy, practice, and effectiveness criteria. International Journal of Sports Science & Coaching, 13(6) 1120–1133.

La filosofia del coaching è un argomento importante sia nella letteratura sul coaching che nell’ambito dell’educazione. Tuttavia, ci sono poche ricerche riguardanti il modo in cui le filosofie dei coach si traducono nella pratica. Inoltre, c’è molto poca informazione sui criteri specifici di efficacia che i coach utilizzano per valutare le proprie filosofie e pratiche.

Questo studio affronta il complesso insieme di relazioni tra le filosofie dei coach, le percezioni della loro pratica e i criteri di efficacia. Dieci coach d’élite sono stati selezionati per lo studio (9 maschi; 1 femmina), tutti con carriere di successo nei rispettivi sport.

I coach hanno risposto a una intervista che trattava i temi della filosofia, della pratica e dei criteri di efficacia.

I risultati hanno indicato quattro temi principali:

  • l’importanza della motivazione degli atleti
  • l’importanza di costruire una relazione con gli atleti basata sul rispetto personale
  • la presenza di elevati livelli di coesione all’interno della squadra
  • la necessità di regole formali e informali che regolano il funzionamento della squadra.

Ci sono state diverse aree in cui i coach non hanno stabilito una relazione tra filosofia, pratica e criteri di efficacia. I risultati suggeriscono la necessità di educare i coach riguardo ai metodi per stabilire una relazione tra le loro filosofie, le loro pratiche e i criteri di efficacia che utilizzano per valutare le proprie performance come coach.

 

La relazione profonda tra arte e cervello: una forma di auto-cura

Lo studio della relazione  tra le scienze del cervello e le arti è stato per la prima volta coniato “neuroestetica” alla fine degli anni ’90 da Semir Zeki,  neuroscienziato e docente all’University College di Londra. Gran parte della ricerca iniziale si è concentrata sull’estetica empirica, esaminando le basi neurali che sottendono il modo in cui percepiamo e giudichiamo opere d’arte ed esperienze estetiche.

Antonio Damasio, neurologo che studia i sistemi neurali sottostanti l’emozione, la presa di decisione, la memoria, il linguaggio e la coscienza presso l’Istituto per il Cervello e la Creatività dell’Università della California del Sud, afferma: “La gioia o il dolore possono emergere solo dopo che il cervello registra cambiamenti fisici nel corpo”. Continua, in un’intervista a Scientific American Mind: “Il cervello riceve costantemente segnali dal corpo, registrando ciò che sta accadendo dentro di noi. Successivamente elabora i segnali in mappe neurali, che poi compila nei cosiddetti centri somatosensoriali. I sentimenti si verificano quando le mappe vengono lette e diventa evidente che sono stati registrati cambiamenti emotivi”.

La psicoterapeuta artistica Sofie Dobbelaere, concorda sul fatto che recarsi in una galleria per ammirare l’arte può essere un’esperienza di guarigione potente. “Quando osserviamo l’arte, ci connettiamo con la nostra umanità e quindi entriamo in dialogo con qualcosa al di fuori di noi stessi e questo può aiutarci a sentirci connessi e come se facessimo parte di qualcosa di importante”.

La cultura frenetica del tutto e subito ci porta a consumare le opere d’arte nello stesso tempo che dedichiamo a leggere una email. Talvolta, però, l’arte riesce a imporci di osservare un quadro o un’installazione per un tempo più lungo. Gli esperti suggeriscono di “guardare lentamente”, di gustare quindi un’opera d’arte, di spendere del tempo anche per diversi minuti o andare in un museo anche solo per contemplare un’unica opera. Le gallerie sono piene di opere incredibili, ma osservare solo una su un livello più profondo può essere incredibilmente significativo.

Susan Magsamen, ha messo in luce che il 95% degli adulti nel Regno Unito sia d’accordo sul fatto che visitare musei e gallerie sia benefico ma che il 40% li visita meno di una volta all’anno.  I mesi invernali sono il momento perfetto per visitare le mostre e per prendersi cura di se stessi cone questa forma di auto-trattamento psicologico.

La complessità di lavorare con squadre di professionisti

About – International Society of Sport Psychology

DATE: Wednesday, April 3rd, 2024 Speakers: Dr. Gloria Balague Length of Session: 90 minutes (60-minute lecture, 30-minute Q&A) Language: English (Live captioning in English and other languages) Time: 12:00 UTC

(New York 8:00, Belo Horizonte, 9:00, London 13:00; Beijing 20:00, Taipei, 20:00, Seoul 21:00) Where: Zoom (Link sent upon registration)

Program Overview 

In this presentation, Dr. Balague will outline the essentials of providing sport psychology services to professional athletes, teams, and organizations. She will discuss how to gain entrance in these organizations and how to engage with the different stakeholders, such as management, coaches, medical staff, sport scientists, and athletes. Dr. Balague will highlight the importance of understanding coaches’ areas of interests/concerns and communication and coaching styles, and team strategies, as well as the value of building effective relationships with medical and sports science personnel, scouts, and equipment staff. Furthermore, Dr. Balague will delve into the core of her work with players and athletes, spanning from educational efforts to targeted interventions. Dr. Balague will share her expertise on the critical need to grasp the unique demands placed on athletes, their interactions with coaches, and their roles within the team. Dr. Balague will wrap up the presentation with a discussion around the organizational challenges and considerations associated with delivering sport psychology services in professional sport organizations, offering attendees a deep dive into the intricacies of successfully navigating this specialized area of work.

About our speaker 

Dr.Gloria Balague is a native of Barcelona, Spain. She is a Clinical Associate Professor Emerita in Psychology at the University of Illinois at Chicago. She has worked extensively with USA Track & Field, USA Gymnastics and USA Field Hockey. Dr. Balague was at the 92 and 96 Olympics as sport psychologist. She has been the sport psychologist for the Chicago Bears from 2015-2020, and for the USA Rhythmic Gymnastics program from 2016 to 2023. 10 years ago, she joined Don Hellison in starting the TPSR Alliance (tpsr-alliance.org) a group aiming at using sport and physical activity as a tool to promote personal and social responsibility in youth. Dr. Balague was the first President of the Catalan Association of Sport Psychology, Past-President of Division 47 (Sport and Exercise Psychology) of the APA, and also of Division 12 (Sport Psychology) of the International Association of Applied Psychology, and in 2016 received the Outstanding Professional Practice Award from the Association of Applied Sport Psychology. Dr. Balague has imparted doctoral level courses in Sport Psychology in Spain, Argentina and Chile and advised doctoral dissertations in several countries.

Program Format Attendees can participate in an ISSP Master Class session right from their office or home. Registrants will be provided the Zoom link upon registration to access the presentation right on the web in real time. If you are unable to watch the session live, a recording will be provided afterward to all registrants.

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La storia di Malgioglio con i bambini cerebrolesi

Se avete cinque minuti, leggete fino alla fine questo articolo. Per conoscere la grandezza. Quella vera. (da PierLuigi Pinna su X, @pierpi13)

Astutillo Malgioglio, per gli amici Tito, era il portiere di riserva dell’Inter di Trapattoni, quella dello scudetto dei record. Nel 1987 lo andai ad intervistare per Il Giorno, il quotidiano per cui allora lavoravo, a Piacenza. Avevo saputo che Malgioglio, allora 29enne, aveva aperto vicino a casa una palestra per la rieducazione motoria dei bambini cerebrolesi; aveva chiamato la struttura ERA 77 (acronimo di Elena, il nome della figlia nata appunto nel 1977, di Raffaella, la moglie, e di Astutillo) e coadiuvato dalla moglie prestava questo servizio gratuitamente mettendo a disposizione tutto il suo tempo libero.

Per questa intervista vinsi un premio a Como, che mi venne consegnato da Pierluigi Marzorati, il campione della Pallacanestro Cantù, somma che girai immediatamente all’Unicef. Malgioglio mi raccontò cose bellissime e bruttissime. Cose vere.

Mi raccontò che stava facendo tutto questo da 7-8 anni ma a fari spenti, quasi in incognito: perché non era buona cosa, per come andavano le cose nel mondo del pallone, che un calciatore professionista si distraesse con pensieri (o attività) inutili o bizzarre come, appunto, aiutare il prossimo. A meno di non incontrare sulla propria strada due persone come Nils Liedholm e Sven Goran Eriksson, come capitò a Tito nei due anni alla Roma dall’83 all’85, che convinsero Dino Viola a mettere a disposizione di Malgioglio, nel tempo libero, la palestra di Trigoria, per permettergli di fare anche a Roma quel che aveva cominciato a fare a Piacenza.

Mi raccontò che l’Associazione Calciatori, sul suo giornale, aveva aperto una sottoscrizione tra tutti gli iscritti (gli oltre mille calciatori di serie A, serie B, serie C1 e serie C2) per raccogliere fondi a favore dell’attività di Tito; e che alla fine il ricavato era stato di 700 mila lire, che con un certo imbarazzo l’AIC aveva provveduto a fargli avere.

Mi raccontò, soprattutto, che un giorno alla Pinetina Jurgen Klinsmann lo aveva avvicinato e gli aveva chiesto come mai finiti gli allenamenti lo vedesse andarsene, sempre, così di fretta a Piacenza. Tito gli aveva spiegato il perché e Klinsmann gli aveva detto: domani vengo con te, voglio vedere con i miei occhi quello che fai. Klinsmann mantenne la promessa. Salì sul maggiolino scassato di Malgioglio, andò con lui a Piacenza, passo l’intero pomeriggio a guardare Tito assistere i bambini cerebrolesi.

Poi, prima di risalire sul maggiolino per farsi riportare a Milano, sfilò di tasca il libretto degli assegni e senza dire una parola scrisse 70 milioni (settanta milioni), staccò l’assegno e lo consegnò al compagno. Aveva gli occhi lucidi. Come quelli di Malgioglio”. [Paolo Ziliani da Il Fatto Quotidiano]

Come prepararsi alle partite più importanti

Prepararsi a giocare partite importanti non è facile neanche se si è in forma. Preparazione fisica e tecnico-tattica sono fattori indispensabili ma non sufficienti.

In questi momenti l’auto-controllo è il fattore da attivare maggiormente. Queste sono le ore in cui bisogna mostrare a se stessi e a tutta la squadra, che quali che saranno le sfide in partita si troverà la soluzione adatta. L’attenzione deve essere rivolta solo a quello che si è deciso di fare. Non c’è nulla da inventarsi, le risposte sono già lì, a portata di mano e da attuare con decisione e velocità. Gli avversari vivono la stessa condizione di paura e di stress, nessuno ne è immune.

Per queste ragioni, vince chi si butta dietro le spalle i pensieri opprimenti e decide di vivere intensamente ogni secondo della partita. Quindi, prepariamoci a entrare in questo contesto agonistico. Tante volte si attinto alla volontà e alla voglia di fornire la migliore prestazione individuale e di squadra. Facciamolo anche ora! Calma, ritmo e velocità.

Charles Coste è il campione olimpico vivente più anziano

Charles Coste, 100 anni, è il più vecchio campione olimpico vivente e farà il tedoforo alle Olimpiadi di Parigi di questa estate. È nato l’8 febbraio 1924 a Ollioules, Francia, e a 24 anni, nel 1948,  fu selezionato per i primi Giochi del dopoguerra. E’ stato campione francese di inseguimento e rimandò di un anno l’ingresso nel professionismo per poter partecipare alle Olimpiadi. “Il mio club mi consigliò di aspettare. Mi dissero: ‘Se sei campione olimpico, lo sarai per tutta la vita’”.

Da professionista vinse già al primo anno una delle più grandi competizioni ciclistiche dell’epoca: il Grand Prix des Nations, battendo Fausto Coppi. Si è descritto dicendo: “Ero un corridore ma soprattutto un inseguitore. Ho corso tutte le domeniche al Vel d’Hiv, c’erano 15 mila persone sugli spalti. Per le gare su strada era lo stesso, ovunque andassi c’era una folla incredibile”. Coste ha corso due volte il Tour de France e quattro il Giro d’Italia.

Charles Coste

 

Sei appassionato dello sport che pratichi?

Spesso usiamo parole senza fermarsi a comprenderne il valore. E’ il caso di quando parliamo della passione. Cosa intendiamo quando diciamo che siamo appassionati di qualcosa, che gli amatori (oggi più frequentemente chiamati master), ad esempio, sono degli appassionati del nuoto, della corsa o della bicicletta. Ovvero che svolgo illavoro che ho sempre desiderato.

La passione consiste in una motivazione particolarmente forte verso una ben definita attività, è molto utile per comprendere ciò che spinge all’allenamento, allo studio o al lavoro. Un’indagine condotta nel 2019 aveva messo in evidenza che il 55% degli italiani è soddisfatto del proprio lavoro. la soddisfazione si situa a un livello più basso della passione pur se positiva e determinata da esperienza valutate come gratificanti.

La passione emerge in quei lavori che prevedono un certo grado di creatività e che sono percepiti da chi lo svolge come più appassionanti, poiché richiedono autonomia, capacità decisionale e ragionare in modo divergente. Chi valuta necessaria l’introduzione di fattori innovativi nelle proprie esperienze professionali rispetto a chi effettua scelte più conservative, certamente rientra fra coloro che svolgono un lavoro con passione.  Gli atleti che sono riusciti a trasformare la passione per il loro sport in un lavoro rientrano in questa tipologia. Al di fuori del contesto lavorativo, chi è impegnato in attività guidate dal piacere che gli forniscono, da cui non traggono guadagno o riconoscimenti materiali sono individui rivolti a coltivare una passione.

Come ogni dimensione psicologica, anche la passione può essere interpretata in un modo costruttivo e piacevole e in un altro più negativo, in questo caso si può parlare di:

  • Passione armoniosa, si basa su motivi autonomi. il piacere e il sentimento di padronanza.
  • Passione ossessiva, consiste nel sentirsi obbligati o compensare altri aspetti della personalità. Riduce la concentrazione. Ostacola l’autoregolazione.

I bambini che vivono vicino aree verdi hanno ossa più forti

Sleurs H, Silva AI, Bijnens EM, et al. Exposure to Residential Green Space and Bone Mineral Density in Young ChildrenJAMA Netw Open. 2024; 7(1): e2350214.

La massa ossea, una combinazione di dimensioni ossee e densità minerale, è un fattore chiave della forza ossea per tutta la vita. La massa ossea massima viene raggiunta nella prima età adulta e dipende dall’accumulo di massa ossea durante la crescita e lo sviluppo scheletrico. Per questo motivo, un accumulo subottimale in giovane età è altrettanto cruciale per l’insorgenza dell’osteoporosi quanto la perdita ossea legata all’invecchiamento.

Pertanto, interventi mirati all’accumulo di massa ossea nelle prime fasi della vita possono ridurre il rischio di fratture e osteoporosi in età avanzata. Oltre all’influenza esercitata dai fattori genetici, anche i fattori fisiologici, dello stile di vita (ad esempio, alimentazione e attività fisica) e ambientali precoci possono svolgere un ruolo importante nell’accumulo di massa ossea.

Diversi studi hanno riportato i benefici dell’esposizione precoce a spazi verdi sulla neurocognizione e lo sviluppo sociale-comportamentale, nonché sul benessere mentale ed emotivo dei bambini. Inoltre, una maggiore esposizione a spazi verdi durante l’infanzia è stata associata anche a un indice di massa corporea più basso, a un ridotto rischio di sovrappeso o obesità, a una pressione sanguigna più bassa e a un’attività fisica più elevata.

Nonostante le crescenti evidenze sui benefici per la salute dell’esposizione a spazi verdi, gli studi disponibili sull’associazione con la densità minerale ossea sono scarsi. Un ampio studio epidemiologico ha riportato che vivere in un’area più verde era associato a una maggiore resistenza ossea negli adulti, suggerendo che l’esposizione nel luogo di residenzia alla natura possa influenzare positivamente la salute ossea.

Al contrario, uno studio longitudinale condotto su cittadini anziani non ha osservato un effetto protettivo della presenza di spazi verdi sulla salute ossea. In questo contesto, lo scopo di questo studio era investigare la relazione tra l’esposizione precoce alla natura circostante l’abitazione e la densità minerale ossea in bambini di età compresa tra 4 e 6 anni che vivono in un contesto sociale benestante.

Conclusioni e Rilevanza: In questo studio su 1492 bambini di 4-6 anni, una maggiore densità minerale ossea e un minor rischio di avere una bassa densità ossea erano associati a una maggiore esposizione a spazi verdi residenziali durante l’infanzia. Questi risultati evidenziano l’importanza dell’esposizione precoce a spazi verdi nel luogo di residenza sulla salute ossea durante periodi critici di crescita e sviluppo, con implicazioni a lungo termine.

Nulla è impossibile