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Italian job: allenatore vincente di calcio

20 anni fa Marcello Lippi, Fabio Capello e Giovanni Trapattoni avevano vinto il campionato italiano (Juventus), spagnolo (Real Madrid) e tedesco (Bayern di Monaco). Quest’anno il triplete dei campionati si è ripetuto a favore di Massimiliano Allegri (Juventus), Antonio Conte (Chelsea) e Carlo Ancelotti (Bayern di Monaco).

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Le regole vincenti Max Allegri

Giocatore-allenatore “Era bravo a leggere la partita, sapeva valutare dove riuscire a colpire l’avversario, a individuarne i punti deboli. Ma anche a capire quando e dove soffriva la squadra: se vedeva il terzino in difficoltà con l’ala era capace di sistemarsi in modo da limitare il gioco avversario senza bisogno che arrivasse una segnalazione dall’esterno. Aveva delle capacità innate in questo senso”. (Galeone)

Gestione degli imprevisti – “La fantasia e la capacità di gestire l’imprevisto. Le partite si preparano, ma non si prevedono. Mi succede di decidere una formazione il venerdì pomeriggio e di stravolgerla la domenica sulla base di un’intuizione. Il momento migliore sono le sette e mezzo del mattino. L’ora alla quale solitamente contraddico me stesso”.

Fiducia in se stesso – “Sono molto sicuro di me. Dico le cose dritte per dritte, non mi aspetto gratitudine, misericordia, empatia. Sentimenti che nel calcio non esistono più. Sono bravo a fingere e a rifugiarmi nella bugia al momento giusto”.

La tecnica è fondamentale – “I terreni di allenamento sono stati accorciati per affinare il gioco nello stretto. I match si vincono in due modi, con l’occupazione militare dello spazio e con la qualità degli interpreti. Il tempo per pensare con il pallone tra i piedi si riduce, alla fine la palla va per forza a quello più bravo”.

Leadership autorevole – “Il dialogo è complicato. Entri nello stanzone e trovi quasi tutti con le cuffie alle orecchie, la musica ad alto volume. Nessuno parla con nessuno. Servono autorevolezza, rispetto e pazienza. Non è mio costume sottolineare ogni giorno che sono io quello che comanda, gli spiego che sono costretti ad ascoltarmi non perché sono più bravo, ma semplicemente perché sono più vecchio. Ci sono talenti che sono come le onde, penso a Morata e a Coman per esempio. La loro parabola si alza e si abbassa, bisogna dosarli, aspettare il tempo giusto. Alcuni vanno presi per mano ed educati come bambini, da altri trovo collaborazione, esperienza, personalità”.

Compito allenatore –  Non sminuisco l’importanza dell’allenatore, ma il suo compito principale è mettere a loro agio i giocatori”.

Andare oltre la tattica - “Il calcio si fa su un prato di 106 metri per 68, si corre con i piedi, si gioca con i piedi, la palla spesso prende giri strani e si pretende che in queste condizioni la soluzione la diano delle situazioni schematiche? Se gli schemi servissero a vincere, perché il Real Madrid ha speso cento milioni per Bale, che molto semplicemente dribbla, tira e spacca la porta? Bisogna saper andar oltre la tattica, gli schemi sono solo una traccia”.

L’importante è volere migliorarsi – “Ho un gruppo di ragazzi in gamba, che si sono rimessi in discussione, che vogliono ancora vincere. E ho detto loro che mi inc*** molto se non migliorano, perché hanno potenzialità tecniche e fisiche veramente notevoli. Lo dico anche pensando alla Champions”.

La scarsa motivazione della Juventus

Nel calcio la competizione sportiva è una situazione in cui la prestazione di una squadra viene confrontata con lo standard previsto per quell’evento. Inoltre, ogni squadra dovrebbe dimostrare sul campo la voglia  di superare le difficoltà tramite la collaborazione fra i giocatori, mentre verso gli avversari dovrebbe essere dominante la competitività. Certamente in una squadra serve il talento di qualcuno ma sicuramente non si vince se manca l’integrazione fra i comportamenti  dei calciatori, se manca la coesione del gruppo. Questi concetti non devono essere pensati come buoni propositi, generali e non specifici, perché sono alla base delle squadre vincenti. Se si applicano questi principi alla condizione attuale della Juventus si evidenzia, in modo immediato, che i comportamenti dei calciatori in campo non corrispondono se non in minima parte a queste semplici regole. Manca il cosiddetto spirito di squadra e un gruppo unito, che sono obiettivi rilevanti per affrontare con efficacia uno stagione agonistica impegnativa e di massimo livello. Non va dimenticato che la motivazione dovrebbe essere una dimensione psicologica sempre presente e indipendente dalla qualità del gioco. Anzi proprio quando vi possono essere incertezze o difficoltà a svolgere il lavoro richiesto dall’allenatore, come è vero per la Juventus in questo inizio di campionato, diventa indispensabile per i singoli calciatori essere presenti sul terreno di gioco con la combattività e la tenacia che viene richiesto a chi è parte di una squadra. E’ mantenendo alta la motivazione al gioco che i singoli calciatori, la squadra e l’allenatore possono ragionare solo sugli aspetti tecnici del gioco e non sui comportamenti sbagliati della squadra che si mostra poco motivata in campo. Nei momenti di crisi serve che il leader, Allegri, trasmetta poche idee che siano chiare, specifiche e percepite dai calciatori come realizzabili sin dalla prossima partita. La squadra deve sapere che serve tempo per migliorare la qualità collettiva del gioco ma che combattività e tenacia sono qualità mentali che dovrebbero essere presenti sino dal prossimo incontro, altrimenti si continua a giocare con l’alibi che se la squadra non ha ancora un gioco o è poco tempo che si gioca insieme questo determina la scarsa convinzione nel seguire le istruzioni dell’allenatore. Inoltre, il nocciolo duro della squadra rappresentato dalla difesa nel suo complesso ha fatto poco per mostrare sul campo questo atteggiamento e per motivare i compagni degli altri reparti, dovrà impegnarsi molto di più. La Juventus ora è una squadra umiliata dalla superficialità con cui ha affrontato questo nuovo campionato. L’errore più grave da parte dei dirigenti è stato di affermare che sarebbe stato un anno di transizione, dando così ai calciatori la percezione che non sarebbe stato così importante mantenere lo standard del passato. Ora hanno scoperto che perdere le partite a causa della propria incapacità di essere squadra e di reagire immediatamente agli errori non piace a nessuno e porta la squadra in un baratro; vedremo se sapranno motivarsi tutti a giocare con l’intensità adeguata a mostrare le capacità della squadra. Il compito di Alllegri non è solo tecnico ma è di aiutare la squadra a cambiare registro emotivo, dovrà spiegare che non vi è nessun alibi per nessuno e che in campo servono combattività e tenacia.

Barcellona-Juventus: vince chi sarà più unita come squadra

Barcellona e Juventus sono giunte a questa finale di Champions grazie alla forza di squadra, alla loro abilità a ragionare in termini di NOI. La forza del gruppo è un tema chiave per ogni allenatore, che deve essere in grado di stimolare questa continua partecipazione attiva e creativa dei suoi giocatori. Lo sappiamo bene noi italiani sino dai tempi di Bearzot che si servì del silenzio stampa per unire la squadra in campo. Lo sanno bene gli americani che hanno coniato l’espressione: “La squadra campione batte una squadra di campioni”, a indicare che anche la squadra ideale composta da soli campioni deve comunque integrare le competenze di ognuno per potere esprimersi al massimo delle proprie potenzialità. A questo riguardo Pat Riley, ex allenatore dei Los Angeles Lakers, ha raccontato che da giovane Magic Johnson faceva molti canestri ma la sua squadra era sempre depressa e frustrata, perché i suoi compagni di squadra si sentivano inutili. Decise che quella situazione era per lui insopportabile e da quel momento il suo comportamento in campo cambiò, mettendo le sue capacità al servizio della squadra. L’umore della squadra mutò completamente, i compagni furono molto più motivati, incrementarono le loro abilità e continuarono ugualmente a vincere.

Domani la Juventus può perdere se gioca con l’atteggiamento della vittima mentre il Barcellona può cadere a causa di un atteggiamento presuntuoso e certo del risultato. Questo non deve accadere se vogliamo vedere una partita degna della finale di Champions. Come sempre alla fine una delle due due squadre vincerà e sarà comunque quella che avrà lottato senza sosta e con intelligenza tattica, mettendo i propri giocatori migliori nella condizione di esprimersi in modo vincente.

Oggi si ricorda la strage dell’Heisel

Oggi si ricorda la strage dell’Heisel avvenuta prima della finale della Coppa dei Campioni di 30 anni fa tra Juventus e Liverpool. Morirono 39 persone e 600 furono i feriti. La tragedia dell’Heysel è stata uno dei momenti peggiori dell calcio, dove la violenza ha cancellato i valori dello sport e una partita si è trasformata in un incubo.

 

 

 

Il caso Juventus: vincere aiuta a vincere

Vincere aiuta a vincere. Probabilmente se la Lazio non avesse segnato il gol nei primi minuti la Juventus sarebbe stata molto più in difficoltà per la pressione che ogni giocatore della Lazio stava esercitando su di loro. La Juventus ad inizio partita non è sembrata così combattiva come invece si è dimostrata essere la Lazio, forse perché in campionato aveva vinto ambedue le volte con facilità o perché pensava che non sarebbe stata impegnata in modo così intenso. Il gol subito l’ha risvegliata da questo errore di presunzione e non a caso ha rapidamente rimesso il risultato in parità. Ha dovuto avere paura di perdere per vincere. E questa sensazione la provi solo quando ti trovi sull’orlo del baratro. Non poteva commettere un altro errore e se sei una grande squadra sono questi i momenti in cui devi dimostrarlo. Gli altri devono capire che non basta metterti paura per vincere, bisogna fare qualcosa di più, bisogna attendersi la tua reazione e fare muro. La Lazio non è stata capace di sostenere il vantaggio acquisito e alla prima occasione l’ha sprecato.  Aveva messo paura ma ora le due squadre erano tornate alla pari e la partita poteva ricominciare. Solo che la Juventus, a questo punto, sapeva il rischio che aveva  corso e avrebbe fatto di tutto per non ricaderci.

Ambedue gli allenatori hanno detto che le partite sono fatte di episodi, è vero ma proprio per questa ragione bisogna saperli costruire, altrimenti cosa serve allenarsi o perché non affidarsi a un mago anziché a un allenatore.  A mio avviso la Lazio ha preparato meglio la partita poiché veniva da due sconfitte consecutive ed era sfavorita. Ha affrontato un grande sforzo mentale per giocare in modo da mettere immediatamente in difficoltà gli avversari e per tutto il primo tempo è riuscita abbastanza bene in questo intento. La Juventus ha subito all’inizio ma poi si è rapidamente adattata al gioco della Lazio, che a quel punto è stata pericolosa quasi solo nell’azione del doppio palo. Per tutta la partita la Juventus ha aspettato l’occasione del colpo decisivo, ha lottato per mantenere il risultato in parità e quando ha avuto l’occasione ha provato a mettere a segno la rete decisiva. Nel calcio non si sa quando viene questo momento ma sei ha fiducia prima o poi succede, come infatti è accaduto. Ci vuole pazienza e fiducia e quando hai queste due qualità giochi sapendo che è solo questione di tempo. Per questo vincere aiuta a vincere.

La nuova mentalità vincente della Juventus

Prima il furore, poi la tecnica. Mi sembra questa l’evoluzione che in questi anni ha avuto la mentalità della Juventus. Campioni indiscussi come Buffon, Del Piero e Pirlo, fra gli altri, avevano già vinto molto e dimostrato di avere questo approccio al calcio, ma una squadra vincente è molto di più delle sue singole individualità e bisognava  che tutti dimostrassero di avere e portare sul campo questa mentalità. Il lavoro di Conte ha avuto il merito di portare il furore nel gioco, quell’intensità fisica e mentale prima che tecnica, che la squadra doveva dimostrare per novanta minuti in ogni partita. Allegri ha completato questa squadra, che aveva vinto tre campionati consecutivi, cambiando modulo di gioco e portando l’attenzione sul  lavoro tecnico e su quanto sia necessario migliorare continuamente sotto questo aspetto. Oggi si parla di quanto sia stato inatteso il raggiungimento della finale di Champions League, ma nello sport i miracoli non esistono. La squadra ha, invece, dimostrato di avere oltrepassato i limiti psicologici che le impedivano di giocare in modo da raggiungere questo obiettivo. Merito dell’allenamento ma anche dal partire da una condizione vincente, almeno in Italia, e su questa fiducia è stato possibile costruire, ostacolo dopo ostacolo, questa volontà di andare oltre i limiti passati. Ora tutto è possibile perché la storia c’insegna che Davide ha battuto Golia. La Juventus va a Berlino con un atteggiamento gioioso perché sono mesi che coltiva un sogno che giorno dopo giorno, con fatica e dedizione, è diventato realtà e questo è un vantaggio psicologico significativo per affrontare al meglio quest’ultima partita. Il Barcellona, super-favorito può incorrere in una partenza falsa come fece Bolt alla finale dei 100m ai mondiali del 2011 con la conseguente  squalifica. Un esempio di superficialità mentale dettata dal sentirsi predestinato a vincere.  Alla Juventus servirà l’entusiasmo accumulato in queste settimane unito alla calma, che le permetteranno di esaltare il proprio gioco, quello insegnato da Allegri. Certamente la Juventus nel suo percorso in Champions League è stata anche fortunata e questo ha messo in evidenza un’altra sua caratteristica, tipica delle squadre vincenti: sapere trarre vantaggio dalle condizioni favorevoli.  Infatti, ha vinto quando doveva vincere e non è facile ottenere questo risultato, perché spesso le squadre non-fiduciose perdono proprio queste partite non ragionando, perdendo la calma quando il gol non viene subito o se la squadra avversaria si mostra più difficile da superare. In questi casi, chi dovrebbe vincere diventa insicuro mentre l’avversario acquista sicurezza  e può ribaltare a proprio favore il risultato, tra l’incredulità dei favoriti. Impegno, dedizione totale e tecnica sono le parole chiave di questo successo.

#RealMadridJuventus serve tranquillità e pazienza

Tranquillità e pazienza due parole che riflettono un modo di essere che torna a essere importante prima della semifinale di Champions League Real Madrid – Juventus. Ancelotti dice: “Dobbiamo rimanere tranquilli e concentrati su ogni dettaglio. E’ solo la tranquillità che ti porta a dare il massimo”. Quindi prima la mente e poi la tecnica.

Il nemico è l’impulsività, l’azione senza la mente, la fretta di fare subito goal. Sentire troppo la partita è l’errore da evitare e i primi 20 minuti riveleranno chi fra le due squadre avrà appreso meglio la lezione sulla calma.

Questo atteggiamento tranquillo e paziente costituisce un esempio di maturità in cui l’orgoglio per quanto fatto sinora, la fiducia nelle proprie capacità e la voglia di vincere si fondono così bene insieme che sembrano scomparire nella calma che prepara il momento in cui si dovrà invece affondare per cercare il goal. Chi avrà più calma, saprà aspettare il momento in cui mettere veramente in difficoltà l’avversario.

Il momento è l’altro concetto chiave di questa partita bisognerà costruirlo e giocarlo con efficacia.

 

Le parole del calcio: umiltà, convinzione e motivazione

“Non ci siamo calati nei panni della partita. Pari utile almeno a riportarci coi piedi per terra” (Allegri, allenatore Juventus).

“Prima facevamo paura, eravamo più convinti” (Florenzi, calciatore Roma)

“La fiducia di Mancini è fondamentale per i miei compagni e per me. Lui mi dà motivazione ed entusiasmo ogni giorno” (Guarin, calciatore Inter).

Umiltà, convinzione e motivazione sono i concetti chiave espressi in queste frasi. Al di là della tecnica e del talento se in una squadra mancano queste qualità mentali tutto il resto vale meno che niente.

Juve-Toro: la rilevanza di un errore banale che cambia il risultato

Toro-Juve, alla fine la differenza la fanno due dettagli avvenuti nell’ultimo minuto di gara: Benassi del Toro perde un contrasto con Bonucci e Pirlo fa goal. Oggi Gianni Mura su Repubblica ha scritto: “Bastava buttarla fuori, la palla. Invece è Pirlo che la butta dentro”. La storia si fa in modo semplice e crudele. Un errore banale, determina una situazione irripetibile, siamo a pochi secondi dalla fine, che il campione sfrutta al meglio. Questo è ilcalcio, lo stesso episodio era accaduto pochi giorni prima alla Roma nella partita persa contro il CSKA. Il problema non è avere perso una palla, ma averla persa a pochi secondi dal termine quando invece bisogna tenerla a ogni costo o mandarla fuori, proprio per impedire  la ripartenza degli avversari, in particolare della Juventus che è una squadra che lotta su ogni pallone sino all’ultimo istante e che ha giocatori in grado di cambiare in un istante il risultato. Non ricordarsi di questo da parte del giovane Benassi, e complessivamente di tutta la squadra è un errore mentale abbastanza grave proprio per l’effetto che può determinare. Ogni partita è fatta di momenti come questi, i calciatori devono imparare a riconoscerli e a comportarsi in modo da non danneggiare la propria squadra oppure a servirsene per cambiare il risultato.