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Serenità nell’affrontare le difficoltà della gara

Il lavoro con atleti di discipline sportive molto diverse fra di loro come sono il tiro al piattello, i tuffi, la marcia e la scherma nei giorni che precedono la gara, mi porta a pensare che la serenità personale sia per loro un fattore importante per gareggiare al meglio. La serenità non la considero sinonimo di essere calmi. Consiste, secondo me, nell’essere consapevoli di:

  • possedere le competenze necessarie per gareggiare questa volta al meglio
  • essere pronti ad affrontare le molte difficoltà che la gara propone
  • sapere entrare nella difficoltà e uscirne con successo grazie all’allenamento effettuato
  • avere acquisito l’abilità a vivere solo l’istante presente e non l’immediato futuro
In tal senso la gara deve essere intesa come un susseguirsi di istanti che scorrono in modo continuativo sino al termine della propria prestazione, ma la concentrazione è sempre sul singolo momento, non sul passato e non sul futuro.
Per tutti noi c’è molto da riflettere su questi temi di cui si parla troppo poco, talvolta troppo occupati nell’insegnare solo le tecniche psicologiche per affrontare le gare.

 

 

Si diffondono le Summer Schools di psicologia dello sport

Si diffondono sempre più le Summer School di psicologia dello sport e dell’esercizio come questa che si svolgerà in Irlanda. ciò dimostra che la nostra disciplina è in forte espansione. Cercatele sul web usando come parole chiave: summer school, sport psychology.

International Day of Sport for Development and Peace

#MaratonadiRoma2018

Manca un giorno alla maratona di Roma (www.maratonadiroma.it)  ed è il momento di liberare la mente da tutte le incertezze sulla propria prestazione, qualche idea:

  • ripensa agli allenamenti e alla fatica sopportata per arrivare a questa giornata
  • sii orgoglioso di questo percorso
  • goditi l’eccitazione che provi, compresi i timori che ti passano per la testa
  • pensa che domenica vai a fare proprio ciò che ti piace di più, correre
  • è ovvio che sarà molto faticoso
  • mantieni sempre il tuo ritmo
  • stai facendo qualcosa di importante per te altrimenti non ti saresti allenato così tanto

 

L’ attività giovanile e la formazione degli allenatori

Il Seminario offrirà una panoramica delle più recenti ricerche nel campo dell’allenamento dei giovani atleti. In modo particolare verranno illustrati due modelli utilizzati per favorire un maggiore coinvolgimento ed assicurare il massimo impegno dei giovani nelle attività sportive: il Personal Assets Framework (PAF) e il Developmental Model of Sport Participation (DMSP).
Proprio quest’ultimo Modello, che mira allo sviluppo dei tre obiettivi tipici dei programmi per le attività giovanili, ossia Prestazione, Partecipazione e Sviluppo Personale, sarà protagonista del prossimo numero della Rivista della Scuola dello Sport con un approfondito Articolo.
Durante la giornata, si analizzeranno le tre componenti fondamentali di questi Modelli: le caratteristiche delle attività da svolgere, le competenze gli allenatori ed il contesto operativo.

Riguardo la formazione degli allenatori, verrà indicata come utile una prospettiva che metta al centro le relazioni interpersonali come strumento necessario per sostenere una partecipazione a lungo termine da parte degli allievi.

Il Relatore principale del Seminario è il Prof. Jean Cotè della Queen’s University di Kingston (Canada), il quale, per mezzo dello “Sport Psychology PLAYS Research Group”, da lui fondato e finanziato tra gli altri anche dalla English Football Association, svolge costante attività di ricerca sui fattori psicosociali che influenzano la performance e la partecipazione nell’attività sportiva, con particolare attenzione al contesto giovanile.
Il Docente rappresenta sicuramente un punto di riferimento in campo Internazionale per tutti gli studiosi ed i tecnici che si occupano di allenamento giovanile e della formazione degli allenatori.

Per l’allenatore è importante valutare le proprie esperienze professionali

Un fattore importante per il miglioramento del lavoro dell’allenatore riguarda la sua abilità nel valutare la sua esperienza professionale e consiste nel riflettere sulla propria attività, ponendo l’accento in particolare sulle interazioni con l’atleta o la squadra in allenamento e in gara. L’allenatore deve valutare l’efficacia e l’efficienza del suo lavoro, le reazioni dei suoi atleti, deve analizzare le difficoltà che incontra, come le ha affrontate e quali soluzioni ha sperimentato.

Questa attività deve essere portata avanti nel tempo in modo costante, focalizzandosi su quanto avviene durante le sedute e in gara. Non è quindi un impegno episodico o che si svolge perché si deve risolvere un problema, non si prefigura come un’attività di pronto soccorso, deve invece essere parte del modo di agire abituale. In tal senso l’allenatore è un facilitatore, poiché favorisce la creazione di un clima adatto a svolgere al meglio l’allenamento,  sviluppando negli atleti la voglia di gareggiare e una mentalità vincente. Il tecnico non può fare a meno di riflettere sulla sua esperienza professionale e deve essere consapevole:

  1. delle decisioni che prende,
  2. di quali sono i parametri che gli permetteranno di sapere che l’allenamento è stato efficace,
  3. di cosa si aspetta dagli atleti in relazione alle esercitazioni che svolgono,
  4. delle difficoltà che potrebbero incontrare e le soluzioni da adottare,
  5. di come affrontare le competizioni e come valutarne i risultati,
  6. di avere un piano per affrontare imprevisti e eventi inattesi,
  7. di cosa distingue una stagione di successo da una insoddisfacente,
  8. di come potrebbe gestire i momenti difficili che inevitabilmente si presenteranno,
  9. del modo in cui affronta gli stress connessi alla professione di allenatore,
  10. di come si rapporta con lo staff e con la dirigenza.

Recensione libro: Francesco Panetta – Io corro da solo

Io corro da solo

Francesco Panetta

Gemini Grafica Editrice, 2017

«Molti libri sono stati scritti intorno all’atletica e alla corsa e soprattutto al mondo della corsa lunga. Lo faccio anch’io, evitando però di dare consigli a chi ama la disciplina. Ho realizzato questa pubblicazione con un’impronta diversa. Racconto delle mie esperienze, iniziando da quando ragazzino correvo con i miei amici in Calabria: il primo paio di scarpe da “tennis”, la prima corsa, l’arrivo a Milano. In queste 150 pagine non ci sono né tempi, né allenamenti, ma storie: la Pro Patria, i sogni, le mie opinioni sull’atletica e, nel trentesimo anniversario del mio successo Mondiale nelle siepi a Roma, un lungo capitolo dedicato a quella che è stata la mia grande impresa, senza tralasciare l’Europeo vinto tre anni dopo a Spalato nella stessa distanza».

Riporto le caratteristiche psicologico di Panetta che emergono dall’intervista raccolta da Roberta Orsenigo.

Lottare “Era una mia caratteristica. Per me significava esprimere la mia forza fisica e mentale, non certo per spaventare gli altri. Io salivo sul ring e stabilivo la mia legge”.

Avventura “Correre contro un avversario è come praticare la pesca d’altura, tu non sai quanto è grosso il pesce che hai all’amo, ma nemmeno lui sa quanto grosso e cazzuto sei tu. Vince spesso il più astuto, non il più forte”.

Motivazione interiore “Ho sempre corso per me stesso, un viaggio durato quasi vent’anni. E’ uno sport individuale, la mente non la spegni mai. Devi avere la presunzione di essere sempre il migliore, la convinzione di essere il più forte”.

Allenatore eccellente “Giorgio Rondelli sapeva come correvano i miei avversari, era sempre in campo con me, mi motivava. Il tecnico non deve solo preparare le tabelle, ma deve essere una presenza costante nella vita di un atleta”.

Fisico e Testa “Si diventa campioni con il fisico, la testa e grazie alle persone che ti consigliano. Il talento non basta. E’ come studiare sempre”.

Sfidarsi “Ogni volta che stabilivo un personale, Rondelli mi faceva competere con i meno bravi. Mi diceva: solo quando riuscirai a tener a bada i più lenti, allora potrai confrontarti con i migliori. Allenarsi significa imparare a fare le cose che non sai fare”.

Passione “Perché correvo? Correvo perché mi piaceva andare forte, migliorarmi. Se potessi tornare indietro, però, non vorrei ritrovarmi sul rettilineo della pista di Roma, ma in quel paesino finlandese dove ho passato ore ad allenarmi. Oppure a Nova Milanese, quando correvo dietro la bicicletta del mio allenatore”.

Self-discovery is out on the roads

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Convinzione diffusa: Il riscaldamento serve a non farsi male

C’è molta confusione fra gli atleti in relazione alla funzione del riscaldamento.

Per alcuni serve a non farsi male.

Per altri è da fare sul serio solo prima delle gare, ma in allenamento non lo eseguono mai in quel modo.

Per quasi tutti è una fase piuttosto noiosa in cui si prepara per cominciare subito al massimo.

E’, spesso, considerata come un’attività scolastica che si esegue senza convinzione e con poco impegno mentale.

Ad esempio, quasi nessun ragazzo arriva espirando durante la fase di allungamento dei muscoli.

Ricordiamoci che il prima determina il dopo. Quindi cattivo allungamento corrisponde a un limitato allungamento e ridotta distensione dei muscoli, con tutto ciò che di negativo deriva se questa impostazione si ripete nel tempo.

 

Rassegna su: coordinazione motoria, autismo

Lo sport si sta sempre più avvicinando al mondo dei giovani con autismo (ASD) e può essere di notevole aiuto nel migliorare le loro abilità motorie e il loro grado di autonomia, nonché nel ridurre il rischio che acquisiscano uno stile di vita sedentario. Questa rassegna, anche se di qualche anno fa, fornisce informazioni importanti a coloro che vogliono proporre dei programmi di educazione motoria e sportivi ai giovani con ASD. Non si trovano informazioni pratiche ma quelle teoriche, basate su dati scientifici, che chi si avvicina a questi giovani dovrebbe conoscere (ovviamente insieme a molte altre).

Motor Coordination in Autism Spectrum Disorders: A Synthesis and Meta-Analysis

Kimberly A. Fournier, Chris J. Hass, Sagar K. Naik, Neha Lodha, and James H. Cauraugh

J Autism Dev Disord (2010) 40:1227–1240

The literature focusing on gross motor behavior and development in ASD is plagued by inconsistent findings.

ASD is associated with greater clumsiness, motor coordination abnormalities, postural instability, and poor performance on standardized tests of motor functioning

Several studies failed to detect differences between children with ASD and those with learning disabilities or mental retardation, general developmental delay and language disorders across reflexive, intentional, fine and gross motor tasks.

These studies provide critical information regarding the types of motor impairments seen in ASD, but the specific patterns and sources of motor deficits in this population remain unclear.

Other approaches to elucidating motor components of ASD include neural signaling. Abnormal transmission in the serotonergic, dopaminergic, and GABAergic systems, frequently observed in ASD, may potentially affect motor performance

Individuals with ASD have larger total brain, cerebellar and caudate nucleus volumes; however, the area of the corpus callosum is reduced.

Several related studies in which motor behavior was evaluated using home videos of children later diagnosed with ASD compared to typically developing children demonstrated motor differences within the first 2 years of age.

This review study showed:

Differences in motor performance observed are not dependent upon a specific diagnosis within ASD. Indeed, individuals diagnosed with autism, globally as ASD, or Asperger’s syndrome all possessed significant motor deficits compared to the individuals with normal neurologic development.

An immature postural system may severely limit the emergence and performance of other motor skills.

Movement disturbances such as akinesia, dyskinesia and bradykinesia may affect a person’s ability to initiate, switch, continue or effectively communicate, interact socially, or perform activities of daily living.

That motor coordination deficits were more prevalent in individuals diagnosed with ASD than in controls with neurologically typical development.

Consistent evidence for an increase in total brain volume as well as specific brain regions including the cerebral hemispheres, caudate nucleus, and cerebellum in autism. Conversely, the corpus callosum was consistently reduced in size. Moreover, post mortem studies have detailed increased numbers of altered cortical mini-columns that may lead to a less well-organized cerebral cortex and less integration among brain regions reported children with high functioning autism demonstrated diffusely decreased connectivity across the motor execution network relative to children with normal neurodevelopment.

Children with high functioning autism had significantly smaller grey matter volumes in subcortical, posterior cingulate, and precuneus regions than those diagnosed with Asperger’s. Compared to controls, smaller grey matter volumes in predominantly frontopallidal regions were observed in high functioning autism where as in Asperger’s less grey matter was observed in bilateral caudate and left thalamus. It has been found higher white matter volumes around the basal ganglia in high functioning autism than in Asperger’s or controls. Both ASD groups, however, possessed greater white matter volume than controls. Conversely, both ASD groups had less frontal and corpus collasol white matter.

Taken together these mechanistic findings suggest a broad, large area with disarranged neuronal organization and cortical connectivity across ASD.