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Quanto è facile subire le situazioni

Accade spesso che gli atleti siano disturbati da qualche evento a loro esterno e che non abbiano la prontezza di reagire immediatamente. Nel tennis può trattarsi del vento, negli sport velici può riguardare il meteo, negli sport di opposizione la determinazione degli avversari; nel calcio un goal preso più per sfortuna che per altro.

la domanda che mi faccio è la seguente: come mai atleti che dedicano così tanto tempo all’allenamento, non pensano di doverne dedicare una parte rilevante anche alla comprensione di queste eventualità e di come affrontarle qualora si presentassero? So che non mi piace il vento, il meteo di oggi, il gioco di quell’avversario ma perché non mi pongo nella condizione di trovare le soluzioni da adottare per affrontare quelle situazioni prima che inizi la competizione? Perché così spesso gli atleti permettono che accadano, senza assumersi da subito la responsabilità di affrontarle?

E’ bello assumersi la responsabilità dei propri errori ma lo sarebbe ancora di più capire e reagire subito!!!

Subire o controllare?

“Hai una scelta – puoi entrare e lasciare che le circostanze controllino i tuoi atteggiamenti – oppure puoi permettere ai tuoi atteggiamenti di controllare le circostanze”. L’atteggiamento è decisivo per superare le difficoltà.

@BradStevensTeam @Celtics

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Sbagliare per imparare a vincere

Commettere un errore non significa essere un fallimento come atleta. Commettere un errore è un comportamento o un evento specifico. Dire che sono un perdente è un’autovalutazione globale. Dirsi: ho perso questa competizione è una valutazione oggettiva e apre la porta per fare meglio la prossima.

Troppo spesso gli atleti si dicono da soli:

Ho commesso diversi errori → ho fallito la gara → sono un perdente.

Una giusta valutazione potrebbe essere:

Ho commesso diversi errori durante questa gara → L’ho persa → Devo parlare con l’allenatore (o allenatore mentale) e fare un piano per evitare questi errori.
Fai questo esercizio: Pensa a quando hai perso una gara. Per favore, riscrivi la storia in modo da non condannarti come atleta. Sii consapevole di come cambiare il tuo racconto per migliorare la fiducia in te stesso.

La sfida per psicologi e allenatori

Come psicologi e allenatori insegneremo a sviluppare un atteggiamento aperto verso gli errori solo se siamo disposti ad accettare che potremmo anche fallire in questo compito.

Siamo disposti a correre questo rischio coinvolgendoci al 100% in questa sfida?

Oppure ci limitiamo a insegnare le tecniche sportive o psicologiche convinti che sono sufficienti per diventare bravi atleti e salvarci dal fallimento professionale?

Il principale compito dell’allenatore

Insegnare ai giovani che vogliono diventare bravi in quello che fanno è un’esperienza molto impegnativa e diversa dal lavorare insieme ad atleti adulti o comunque che già hanno raggiunto un livello internazionale elevato. Sono giovani adolescenti, ragazzi e ragazze, che hanno scelto di dedicare la loro vita all’impresa di scoprire se hanno le qualità per emergere nello sport e per tramutare la loro passione in una carriera sportiva di alto livello.

Negli sport individuali, per alto livello dobbiamo intendere un atleta capace di gareggiare in modo competitivo a livello internazionale. Negli sport di squadra, ci si riferisce al giocare almeno a livello dei due campionati nazionali di massimo livello.

Sappiamo che una volta stabiliti, questi obiettivi, vanno comunque messi da parte perché ci si deve concentrare su quanto serve fare per migliorare e condurre questo tipo di vita quotidiana. Sappiamo anche che non è facile acquisire questa mentalità, a causa degli errori che si commettono continuamente. Mettono alla prova le convinzioni personali che devono sostenere l’atleta nel reagire immediatamente a un singolo errore così come a una prestazione di gara insoddisfacente.

Insegnare ai giovani ad acquisire questa mentalità aperta verso gli errori, interprentandoli come unica occasione, dovrebbe essere l’obiettivo di ogni allenatore.

 

Imparare dagli errori è l’unico modo per vincere

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Arrigo Sacchi ha sottolineato un altro aspetto di questo concetto, affermando che per vincere non bisogna porsi il problema di vincere, altrimenti non si sarà mai un innovatore.

L’obiettivo diventa quindi “fare bene le cose”, avere la cultura del lavoro. Banalmente, sappiamo tutti, che “solo chi non fa, non sbaglia”.

Se siamo consapevoli di questa semplice verità: alleneremo i nostri atleti trasferendogli l’idea che sbagliare è parte della fisiologia della gara e non qualcosa che si può evitare. Alleniamoli con questa idea e diventeranno migliori e più soddisfatti.

Accettare la sfida

“Più di ogni altra cosa, è il nostro atteggiamento iniziale nei riguardi di un compito difficile a favorire un risultato vincente”.  William James

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Workshop: Performance Behavior in Elite Sports

Il prossimo 6 Dicembre presso l’Olympic Center Papendal (Olanda), una grande sessione dedicata a: “Performance Behavior in Elite Sports” sarà organizzata dal Team Netherlands in collaborazione con TOPSport Vrije Universiteit Brussel

Il programma è rivolto a psicologi e altri esperti che lavorano nello sport di elite, allenatori, atleti, direttori tecnici, dirigenti sportivi e studenti. Per ulteriori dettagli e registrazione vai a: https://lnkd.in/dcMUct4

With: Paul WyllemanMaurits G. HendriksChris HarwoodAlberto CeiSuzan BlijlevensJolan KegelaersEveline FolkertsHardy MenkehorstTakeshi KUKIDOMEThierry SOLER, Urban Johnson, Marc Hendriks, Maria Psychountaki, Petra Huybrechtse, Pieta Van DishoeckNynke KlopstraHafrún Kristjánsdóttir, PhDAnaëlle MalherbeTanja Kajtna, Sidonio Serpa, Sylvia HoppenbrouwersEefje Raedts

Contro il #razzismo nello sport

“Si è ciò che si comunica”. Diciamolo a tutti i presidenti di club, allenatori, tifosi, genitori e figli: le parole e i comportamenti dicono chi siamo e in cosa crediamo e ognuno si assuma la responsabilità delle sue azioni.

#razzismo #Balotelli @ParoleOstili

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Il mental coaching quando non si parla stessa lingua

La preparazione psicologica con gli atleti e gli allenatori è di solito un’attività che si svolge tra persone che parlano la stessa lingua madre, poiché condividere lo stesso clima culturale favorisce la relazione e il cambiamento. Svolgendo questa attività di consulenza anche all’estero e specialmente in paesi non di  lingua madre inglese, come Cipro, India, Malta, Emirati Arabi Uniti e Iran ho constatato che l’inglese, anche come seconda lingua, permette comunque di avere un dialogo costruttivo ed ugualmente efficace con gli atleti. Recentemente sono stato due settimane in Cina, a Pechino, a lavorare con la nazionale cinese di tiro a volo e in questo la situazione mi ha posto difficoltà diverse, dovendo lavorare con un’interprete che per quanto esperta, limitava il rapporto con gli atleti e gli allenatori e di conseguenza metteva a rischio l’efficacia della preparazione psicologica. Di conseguenza, il lavoro svolto è stato centrato essenzialmente su esercitazioni pratiche da svolgere collettivamente in palestra e individualmente sul campo di tiro. In tal modo, gli atleti hanno potuto sin da subito applicare in allenamento le strategie e le tecniche psicologiche per migliorare le loro capacità di prestare attenzione in condizioni di stress agonistico e come rifocalizzarsi dopo un errore o nei momenti di difficoltà.  Questa esperienza mi ha ulteriormente confermato che, anche con i nostri atleti italiani, troppo spesso spendiamo troppo tempo nel descrivere ciò che dovrebbero fare/pensare/sentire piuttosto che più pragmaticamente permettergli di fare esperienze di cambiamento e di ottimizzazione delle loro risorse psicologiche attraverso uno specifico allenamento formato da esercitazioni. Sistema che d’altra parte conoscono molto bene, dato che la preparazione fisica e l’allenamento tecnico si fondano proprio sulla pratica ripetuta nel tempo con l’intensità desiderata.