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Le ragioni per cui si gioca al calcio

Una tesi magistrale discussa oggi da Michele Aquila, Università Tor Vergata, illustra con chiarezza come la dominanza della motivazione orientata al compito o al risultato determina in ogni fascia di età differenze nelle ragioni per cui si pratica il calcio.

Motivarsi con Renato Villalta

Renato Villalta Con la nazionale di basket ha disputato 207 partite, al 7º posto nella classifica delle presenze e realizzato 2265 punti, 3º assoluto fra i marcatori; ha partecipato alle Olimpiadi di Mosca del 1980, vincendo la medaglia d’argento, dopo la sconfitta in finale 77-86 con la Jugoslavia. Nel 1983 in Francia, a Limoges, ancora con la Nazionale conquista la medaglia d’oro ai campionati Europei e la medaglia d’argento ai Giochi del Mediterraneo. Nel 1984 si classifica al 5º posto, insieme ai compagni di Nazionale, alle Olimpiadi di Los Angeles. Nel 1985 guadagna ancora una medaglia ai campionati Europei di Germania: vince infatti il bronzo dietro URSS e Cecoslovacchia. L’anno seguente, ai mondiali di Spagna, si piazza al sesto posto.

Ruolo decisivo allenatori nell’allenamento giovanile

Tsz Lun (Alan) Chu, Xiaoxia Zhang, Joonyoung Lee and Tao Zhang (2021). Perceived coach-created environment directly predicts high school athletes’ physical activity during sport. International Journal of Sports Science & Coaching, 16(1) 70–80.

La partecipazione allo sport è un mezzo importante per gli adolescenti per riuscire a svolgere un’attività fisica da moderata a vigorosa (MVPA), ma la maggior parte degli studenti delle scuole superiori, compresi gli atleti, non raggiunge i 60 minuti di MVPA giornalieri. Poiché i fattori psicosociali influenzano l’impegno degli atleti e l’attività fisica durante lo sport, l’ambiente creato dagli allenatori potrebbe giocare un ruolo in questa influenza. Guidato dalla teoria dell’autodeterminazione e degli obiettivi di riuscita, questo studio di quattro mesi ha esaminato gli effetti diretti e indiretti dell’ambiente percepito creato dall’allenatore sull’MVPA e sul comportamento sedentario (SB) degli atleti delle scuole superiori durante lo sport. Durante la terza-quarta settimana di una stagione sportiva, 225 atleti delle scuole superiori hanno completato un sondaggio per valutare le loro percezioni del clima di empowering e disempowering creati dall’allenatore, nonché la soddisfazione e la frustrazione dei bisogni psicologici. Quattro mesi dopo, il loro MVPA e i tempi percentuali di SB (%) durante lo sport sono stati misurati usando degli accelerometri. La path analysis ha parzialmente supportato la nostra ipotesi, indicando significativi effetti diretti di un clima di empowering percepito sulla soddisfazione del bisogno (b 1⁄4 .41) e sulla frustrazione del bisogno (b 1⁄4 -.29), ed effetti diretti di un clima di disempowering percepito sulla frustrazione dei bisogni (b 1⁄4 .38) e MVPA% (b 1⁄4 -.28). Non sono stati trovati effetti indiretti significativi su MVPA% o SB%. I risultati supportano e forniscono nuove intuizioni sul ruolo importante di disempowering oltre il clima di empowering nel predire la PA degli atleti delle scuole superiori. In particolare, quando gli allenatori mostrano comportamenti ego-orientati e di controllo, gli atleti delle scuole superiori possono disimpegnarsi durante lo sport e raggiungere un minore MVPA complessivo.

Nuova stagione sportiva, rinnovata motivazione

Lo sprinter americano Michael Johnson, vincitore di cinque medaglie d’oro alle olimpiadi e otto volte campione del mondo, ha così riassunto l’importanza della motivazione:

“La mia migliore motivazione è sempre venuta dalla gioia pura di correre e di gareggiare, è lo  stesso brivido che ho come fossi un bambino di 10 anni. Avete mai conosciuto un bambino di 10  anni nauseato da quello che fa? Bisogna trovare la propria motivazione iniziale, per questa ragione diventerai un architetto. Questo è il segreto della perseveranza”.

L’attività sportiva dovrebbe consentire l’affermarsi di un atteggiamento che può essere sintetizzato nella frase: “E’ grazie al mio impegno e al piacere che provo che divento sempre più bravo in quello che faccio”. Le attività motivate da una spinta interiore si basano sulla per­cezione soggettiva di soddisfazione che si trae dallo svolgere un determi­nato compito. Pertanto qualsiasi intervento esterno che tenda a ridurre nell’atleta questa percezione influenzerà negativamente la sua motivazione. È il caso di quando un atleta s’impegna solo per riceve­re un premio materiale (vincere un trofeo) o simbolico (“Lo faccio per i miei genitori o per l’allenatore che così saranno contenti o perché sarò più ammirato dai miei compagni di scuola”). La prestazione sportiva diventa così solo un mezzo per raggiungere un altro scopo che sarà, invece, il vero fine dell’azione: il giovane non agisce per il piacere che gli fornisce l’attività stessa ma per ricevere un determinato riconoscimento. Pertanto, i rinforzi esterni che incoraggiano l’atleta ad attribuire la sua partecipazione a motivi esteriori riducono la sua motivazione interna. L’allenatore non dovrebbe servirsi di rinforzi che dall’atleta siano percepibili come più importanti della stessa partecipazione spor­tiva, ma dovrebbe fornire suggerimenti utili ad aumentare il senso di soddisfazione che il gio­vane trae dall’esperienza agonistica.

E’ stato infatti documentato che i risultati sportivi che sono percepiti come il risultato di fattori inter­ni personali, quali l’abilità, la dedizione, l’impegno piuttosto che di fattori esterni (fortuna, limitata capacità degli avversari,  decisioni arbitrali a favo­re) sono associati a stati d’animo di soddisfazione e di orgoglio.

I rinforzi esterni che un atleta riceve svolgono comunque anche un’azione positiva. Ad esempio, con i bambini che non hanno ancora avuto un’esperienza spor­tiva o con gli adulti che hanno una ridotta esperienza sportiva. In tal caso rinforzi esterni riguardanti la fornitura di materiale sportivo o di gadget, o il sostegno sociale derivato dalla pratica sono elementi che favoriscono la partecipazione. Lo stesso vale per i riconoscimenti economici ottenuti dagli atleti di alto livello come riconoscimento del loro valore sportivo.

Ogni allenatore sa che stabilire obiettivi è essenziale per stimolare la moti­vazione e migliorare le prestazioni. A tale riguardo:

  • Lavorare su obiettivi definiti e accettati contribuisce a mi­gliorare l’atmosfera generale e il clima emotivo dell’allenamento. Si ottiene una riduzione dei problemi relativi ai ritardi, alla pigri­zia di gruppo e alla mancanza dì disciplina.
  • Gli atleti, anche i più giovani, potenziano sempre più la loro autonomia e imparano ad assumersi la responsabilità delle proprie scelte. Viene in­crementata in questo caso la determinazione a raggiungere gli obiettivi e a sviluppare al massimo le proprie potenzialità.
  • La leadership dell’allenatore viene accettata dagli atleti attraverso l’incremento della sua credibilità personale.

Infine, nonostante la rilevanza che la scelta degli obiettivi svolge nell’incre­mentare la prestazione, vi è anche un altro motivo che la rende neces­saria da parte dell’atleta. Infatti, se lo sport e la com­petizione hanno una valenza sociale, di conseguenza ogni individuo ha il diritto di avere successo. Certamente nello sport di livello assoluto, la lotta per il successo è quella per il podio e chi può aspirare a questo tipo di risultato si prepara consapevole delle difficoltà che incontrerà strada facendo. Vi è poi il successo di tutti, di coloro che hanno stabilito i loro obiettivi in modo adeguato e s’impegnano per raggiungerli. Ogni persona coinvolta nello sport ha la responsabilità di ottenere per se stessa il suo successo personale. E’ il caso di chi vuole correre la maratona in 4 ore, se ci riuscirà avrà vinto la sua gara. L’osservazione dei bambini impegnati in attività sportive non organizzate dagli adulti dovrebbe insegnare agli adulti qualcosa di molto importante e cioè che quando non raggiungono l’obiettivo che si sono posti, i ragazzi lo abbassano di livello, imparando dagli errori e riprovandoci di nuovo. Dopo una serie di adattamenti e di prove di questo tipo il successo è garantito. L’opposto avvie­ne quando invece hanno successo, aumentano il livello di difficoltà dell’o­biettivo. In altri termini, ciò significa che in maniera quasi spontanea i gio­vani modificano i loro obiettivi spostandoli sempre al limite delle loro possi­bilità. In tal senso, gli errori sono utilizzati come parte integrante del pro­cesso di apprendimento e non vengono interpretati come un insuccesso.

La motivazione a iniziare la nuova stagione sportiva

In molti sport questo momento dell’anno è di solito un periodo di ripresa dell’attività, mi riferisco agli sport di squadra come il calcio, basket e volley e a molti sport individuali. Ciò accade anche quest’anno con una variante, che in diverse discipline è da febbraio che non si gareggia oppure si è gareggiato ma solo in competizioni svolte in Italia, spesso prive dell’appeal del confronto con gli atleti migliori. Non è facile quindi riprendere ad allenarsi, quando non si è fatto altro da mesi o si sta gareggiando in competizioni che sino a pochi mesi fa gli atleti di livello assoluto consideravano del tutto secondarie.

In questi giorni ho parlato con atleti che vivono in prima persona questa situazione e il loro allenamento e la loro stessa vita quotidiana soffrono di questa situazione. E’ in questi momenti che tutti ci accorgiamo dell’importanza delle competizioni. Non solo perchè rappresentano la prova in cui dimostrare il proprio valore di atleta, ma soprattutto la loro assenza determina una disaffezione dall’allenamento, dal desiderio di correggersi. Parliamo di atleti che si allenano circa 1.400 ore l’anno. Questo impegno è finalizzato a fornire prestazioni al proprio meglio ma se mancano le occasioni, non è così semplice trovare la motivazione tutti i giorni dentro se stessi.

Il lavoro con lo psicologo dello sport può essere molto utile per sostenere l’atleta in questo suo impegno e nello stabilire obiettivi e sistemi di valutazione all’interno dei cicli di ‘allenamento che gli consentono di mantenere elevata la qualità e l’intensità dell’allenamento.

La motivazione e allenamento dei maratoneti

In uscita sulla rivista del Centro Studi dell’Alletica leggera.

I segreti nascosti nella motivazione

La comprensione dei processi motivazionali è senza dubbio uno dei temi che da sempre ha suscitato l’interesse degli studiosi di psicologia dello sport.

Una volta chiesero al grande alpinista George Mallory (1886-1924) perché volesse scalare l’Everest e lui rispose “Perché è lì”.

Sono bastate solo tre parole per spiegare l’interiorità e l’intensità della propria motivazione ma serviranno decine di anni per iniziare a capire di cosa si tratta; cosa sia “questo ipotetico costrutto usato per descrivere le forze interne e/o esterne che producono l’inizio, la direzione, l’intensità e la persistenza del comportamento” (Vallerand e Thill, 1993).

Per riflettere, qual è il vostro concetto di:

Impegno

Difficoltà del compito

Impossibile è niente! E’ vero o non è vero, e perché?

Come s’impara a stabilire obiettivi a breve e a lungo termine?

Sino a che punto è utile la ripetitività?

 

La mentalità rigida della squadra causa sconfitte

Il problema più grave per una squadra e per un atleta è quello di pensare di essere bravo.

Questa convinzione mette immediatamente le persone in una condizione di maggior soddisfazione e alimenta l’aspettativa che  tutto andrà bene così come loro si aspettano, quindi vinceremo.

Sentirsi in forma e avere la consapevolezza delle proprie capacità personali e di squadra è certamente importante. Spesso le squadre pensano che questa condizione sia sufficiente per ottenere il successo. Non capiscono che è necessaria ma non sufficiente.

Per giocare ad alto livello, bisogna avere le capacità di una squadra di alto livello. Poi bisogna dimostrarlo sul campo.

Arrigo Sacchi dice che la motivazione deve essere eccezionale, perchè su questa base il calciatore è continuamente impegnato a migliorarsi. Questo è ciò che Carol Dweck ha chiamato una mentalità orientata alla crescita. Chi non la dimostra è destinato ad avere come dicono gli allenatori dei blocchi mentali. In altri termini, questi giocatori hanno una mentalità rigida che li porta a pensare che il loro talento e la forma fisica di quel momento siano sufficienti per essere efficaci nel proprio lavoro.

Errore grave grave, equivale per uno studente a scrivere squola o quore con la q. Entreranno in campo privi della motivazione di giocare al meglio delle loro capacità. Entreranno, invece, con la convinzione che giocheranno bene così in modo spontaneo, e di fronte alle difficoltà del match non saranno pronti ad adattarsi, poiché non lo avevano previsto.

E’ facile perdere la testa, basta ragionare in questo modo.

Motivazione: ballare scalzi mentre piove

Uno dei video più condivisi negli ultimi giorni ha come protagonista un ragazzo della Leap of Dance Academy, una scuola di danza nigeriana. Nel video lo vediamo mentre continua ad esercitasi nelle sue pirouette nonostante la pioggia incessante.

Scalzo e completamente bagnato, la sua ostinazione è diventata il simbolo di quanto un ballerino possa sacrificarsi pur di seguire il proprio sogno. “Dietro quei fantasiosi ed eleganti costumi c’è un duro lavoro” - si legge nella didascalia del video - “Anche con pochissime risorse i nostri alunni continuano ad allenarsi per dare il meglio. Non vogliamo scoraggiare nessuno, ma è importante mostrare il livello del loro impegno e della loro dedizione. Chi non ne sarebbe orgoglioso? Sono pronti a ballare a qualsiasi condizione”.
Si allena scalzo sotto la pioggia: questo giovanissimo ballerino ha conquistato tutti

Motivazione e allenamento durante il coronavirus

Oggi seminario online all’Università su temi di attualità.