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Perché molti atleti scelgono di non doparsi

Allenatori, dirigenti sportivi e genitori devono sviluppare sempre più la loro capacità d’identificare, comprendere e rispondere alle esigenze dei giovani di cui godono la fiducia. Perché non devono più accadere esperienze come quella di Alex Schwazer.

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La voglia di farcela

Dal libro di Finn “Nati per correre” emerge che la caratteristica dominante per diventare un atleta in Kenia sia: la voglia di farcela. E’ questa che fa da locomotiva per tutte le altre. Questa idea ci deve fare riflettere perchè troppo spesso noi come genitori, insegnanti o allenatori pensiamo invece che non sia il risultato di una cultura in cui il giovane cresce ma quasi un regalo che è toccato a qualcuno. Mentre attribuire alla cultura in cui si vive la possibilità di stimolare questa dimensione personale vuole dire conoscere la risposta all’abbandono dei giovani dallo sport ma anche dalla scuola.

Non è solo una questione personale di ogni ragazzo e ragazza, dipende da  come è organizzato il nostro ambiente sociale. Se in Kenia vi è una cultura della corsa radicata e pervasiva, come facciamo a sviluppare in Italia una cultura dello sport ma anche dello studio così significativa? Quali sono i modelli da emulare che trasmettiamo ai giovani? Perchè se non agiamo per rispondere a questi quesiti non riusciremo mai a integrare insieme la necessità dell’impegno e della dedizione con l’abbondanza dell’offerta di percorsi scolastici e sportivi.

Potere scegliere fra più percorsi è senz’altro positivo ma diventa inutile se non è unito al desiderio di farcela. In caso di mancanza si saltella da una scuola a un’altra, chi può paga un diploma in una scuola privata oppure abbandona del tutto la scuola. Ma se i ragazzi non sanno scegliere o non s’impegnano la responsabilità è di chi organizza la scuola e dei genitori che non sono bravi educatori. 

L’importanza del proprio ambiente sociale e affettivo

Nell’intervista a La Stampa di oggi, la tuffatrice Tania Cagnotto spiega quanto sia importante per lei il suo ambiente sociale: “Distinguo molto la vita dalla piscina, un podio mi farebbe sentire in cielo però la mia esistenza è altro e non ne risentirebbe in ogni caso caso. Il mio moroso, i miei amici, i miei genitori per loro non cambia nulla e sono queste le persone che contano.” E a proposito delle amiche della scuola che la seguiranno anche a Londra dice: “Mi piace l’idea della sorellanza, del darsi una mano, capirsi, condividere. E’ una microcomunità da cui prendo energia. E a completare il supporto femminile ci sarà anche mia madre.” Si conferma ancora una volta l’importanza che ha il proprio ambiente sociale e affettivo per gli atleti di livello assoluto. Non è una novità, è così in tutto il mondo, e andrebbe ricordato a quegli allenatori che dicono che i ragazzi migliori da allenare sono gli orfani perché non hanno genitori che protestano.

Chi non vuole le ragazze calciatrici

Sabato vi è stata a Roma una manifestazione di calcio dedicata alle giovani calciatrici organizzata da Fifa e Figc (www.figc.it) per promuovere il calcio, sport che in Italia non riesce ad aumentare il numero delle iscritte a fronte della grande diffusione nei paesi del nord Europa e nord America. Le bambine si divertono moltissimo a giocare a calcio e fino a 12 anni lo possono fare in squadre miste. Piccoli inconvenienti pratici (obbligo di spogliatoi separati) rendono più difficile per le Scuole calcio l’accoglienza alle bambine, ma è proprio la voglia di giocare che fa stare spesso sola una bambina in mezzo a tanti bambini. Queste bambine devono superare anche altri ostacoli: la diffidenza culturale dei propri genitori che lo ritengono un sport non adatto a loro e, a detta degli allenatori, anche quella dei genitori dei loro compagni di squadra, che non accettano che il proprio figlio lasci il posto in squadra a una ragazzina.

Fare l’atleta o lo studente?

Sono stato invitato a parlare a un convegno che tratterà il tema di come conciliare durante la scuola media superiore le necessità dello studio con l’attività agonistica. La risposta è scontata, nel senso che un giovane deve riuscire in questo intento, poichè è indispensabile per il suo futuro che acquisisca quelle competenze culturali, metodologiche  e scientifiche/classiche/professionali che solo la scuola può offrire, indipendentemente dalla scelta dell’orientamento curriculare. Sto parlando non tanto di chi svolge un’attività a livello ricreativo, in cui può quindi scegliere la frequenza e l’intensità di partecipazione in funzione del tempo libero che è in grado di garantirsi ma di coloro che svolgono un’attività agonistica, che al contrario è regolata secondo ritmi e tempi che le sono propri e che sono contrattabili dal giovane in modo molto limitato. Fare sport agonistico e seguire un corso di studi impegnativo richiede un impegno totale che porta a escludere ogni altra attività in un contesto nel quale spesso gli insegnanti considerano l’altra attività come un ostacolo all’apprendimento. Una soluzione spesso tentata dai genitori e dalle società sportive e d’iscrivere questi giovani a scuole private o in istituti in cui vi è una più positiva considerazione dello sport. La fama e la popolarità del club sportivo (come nel caso di quelli di calcio) o il vivere in città di provincia possono essere fattori facilitatori. Nel nostro paese il sistema scolastico non si è mai interessato a come riuscire a coniugare questi due aspetti della vita, mentre per la musica vi sono i conservatori e il liceo artistico è un sistema per formare i ragazzi all’interno di un mondo che ha loro interessa. Un ragazzo o una ragazza devono quindi prevedere almeno tre ore di studio e altrettanto di allenamento; con l’aggiunta delle ore di scuola sono almeno 11 ore al giorno. A queste va aggiunto il tempo per gli spostamenti, minimo altre due ore al giorno (spesso sono di più per chi vive in una grande città). Sono pertanto 13 ore al giorno. A mio parere la questione sta in questi termini, chi non è disposto a seguire  questo tipo d’impegno, a mio avviso, dovrebbe lasciare lo sport. Perchè lo sport agonistico di alto livello è una carriera per pochissimi e in Italia non essendoci alcun supporto da parte delle istituzioni vige la regola della giungla, per cui pochi ce la fanno a dispetto dei tanti che periscono. Mi spiace essere così diretto ma non vedo altre soluzioni. I ragazzi e le ragazze devono acquisire un titolo di studio di scuola superiore ottenuto con il loro lavoro e non pagato dai genitori, perchè questo è indispensabile per il loro futuro professionale, se vi riescono coniugando insieme lo sport benissimo, altrimenti devono abbandonare lo sport inteso come possibile carriera e continuare questa loro passione a livello ricreativo. Le famiglie sono fondamentali nel sostenere i loro figli, soprattutto nell’insegnargli  a sviluppare una concezione realistica e non illusoria del loro futuro. I genitori non devono mai abdicare al ruolo di guida dei loro figli e figlie o pensare che il successo sportivo sarà la loro pensione.

Il movimento nei bambini

Spesso i genitori sono preoccupati dello sviluppo motorio dei loro figli e non hanno informazioni su come interagire con loro negli anni che precedono la scuola elementare. Qui di seguito riporto un breve articolo che ho scritto su questo tema. Nei primi anni di vita un giovane deve imparare i movimenti di base e lo scopo dell’educazione motoria è di insegnare in modo divertente ai bambini e alle bambine a muoversi in modo efficace e efficiente, in un ambiente sicuro e con la consapevolezza di ciò che stanno facendo. Per la formazione del giovane il raggiungimento di questo risultato è tanto importante quanto l’acquisizione dell’alfabetizzazione linguistica e matematica.
Nello specifico dai tre ai sei anni i bambini devono acquisire le abilità motorie di base (ad esempio, piegarsi sulle gambe) che rappresentano il fondamento di tutta l’attività fisica e dalla cui combinazione nascono le principali competenze di ogni sport. Sono questi gli anni in cui vanno sviluppate le seguenti abilità: passo (andatura), piegamento sulle gambe, muoversi rapidamente in avanti, flessione, spingere, tirare, ruotare e fare una torsione. I movimenti complessi sono composti da questi differenti elementi di base e le azioni del bambino saranno adeguate se saprà integrare fra loro le diverse sequenze motorie. Ad esempio, saltare si basa sul movimento del piegarsi sulle gambe mentre nel lancio del frisbee a questo movimento si aggiungono lo spingere e la rotazione. In ogni gesto sportivo, anche nel più complesso, sono rintracciabili questi schemi motori di base. Pertanto, se un giovane non ha imparato a padroneggiarli con maestria, i suoi ulteriori apprendimenti motori potrebbero essere compromessi o ridotti.
Non è, però, solo questione d’insegnare in modo letterale i movimenti di base, poiché ogni forma di schematizzazione comporta una semplificazione eccessiva della realtà motoria e una riduzione delle esperienze di movimento. E’ quindi necessario fornire ai bambini l’opportunità di sperimentare il più ampio numero di comportamenti. Ad esempio, a partire dall’età di due anni si può già insegnare ad andare sui pattini in linea, in bicicletta o ad arrampicarsi se i genitori sono disposti a insegnare ai propri figli come fare. Questo dato evidenzia il ruolo decisivo che gli adulti, in questo caso i genitori, svolgono nel favorire o ostacolare lo sviluppo motorio, comprese le implicazioni psicologiche e sociali ad esso connesse. Bambini iperprotetti che ha tre anni non salgono da soli sull’altalena o camminano poco perché è più comodo portarli in passeggino o lasciarli a casa a guardare la televisione, sono esempi di come si può quotidianamente sviluppare una riduzione della motricità e sviluppare uno stile di vita sedentario.
Si può affermare che nel corso dello sviluppo il bambino è il principale artefice della costruzione dei propri processi conoscitivi siano essi tipicamente motori, cognitivo-affettivi o sociali. Alla base di questo percorso evolutivo vi sono alcuni fattori che, come ha identificato Piaget, costituiscono le cause dello sviluppo. Il primo si riferisce alla maturazione del sistema nervoso, necessario perché forme più avanzate di autonomia si affermino. Questo non è comunque l’unico fattore poiché l’esperienza acquisita e l’interazione sociale rappresentano due altri fattori di sviluppo altrettanto necessari. Nel primo caso ci si riferisce alle azioni e alle ripetizioni di azioni, agli esercizi che il bambino effettua autonomamente sulla realtà ambientale in cui vive e alla percezione di consapevolezza che ne deriva. In tal modo conosce le proprietà degli oggetti, ne fa esperienza, li pone in relazione con se stesso, arricchendo così la sua conoscenza del mondo e del modo di rapportarsi ad esso. Pensiamo ai diversi modi di salire e poi di scendere, ad esempio da un divano, che il bambino mette in atto attraverso un numero ampio di ripetizioni. Prova così gli schemi motori di base, ogni volta in modo diverso da quella precedente, li compone spontaneamente in sequenze differenti e attraverso la ripetizione giunge a sviluppare un’abilità motoria specifica. Questo processo di apprendimento può essere accelerato attraverso l’interazione sociale, che avviene essenzialmente per mezzo del linguaggio. A tale riguardo l’interazione con un adulto che osserva il bambino in questa sua azione sarà positiva se è volta a incoraggiarlo e a garantirgli lo svolgimento in un ambiente sicuro. Diventerà negativa e, pertanto, ostacolante l’esperienza se l’adulto interviene per inibire l’azione o per renderla troppo facilitata. Di conseguenza l’opportunità di fare esperienza e le interazioni sociali rappresentano il contesto al cui interno il bambino svolge le sue azioni. Il fattore causale decisivo per lo sviluppo è il fattore di equilibrio, che delinea un bambino attivo e non passivo, che si modifica attraverso il suo rapporto con l’ambiente. Questo fattore deve essere inteso come ottenimento di un equilibrio tra perturbazioni esterne e attività del bambino. Diventa così più evidente la ragione per cui l’ambiente fisico e sociale rappresentano degli scenari in cui esercitare le proprie azioni. L’equilibrio e il conseguente adattamento si raggiungono attraverso i processi di assimilazione e accomodamento. L’assimilazione consiste nel fare propri gli elementi di novità che vanno ad arricchire gli schemi motori e mentali, così facendo vengono incorporati i dati dell’esperienza in funzione delle strutture interne già esistenti. L’accomodamento, invece, è il processo per mezzo del quale le strutture interne vengono cambiate dalle esperienze esterne, consentendo ai processi di sviluppo del bambino non tanto di arricchirsi di nuovi elementi ma di svilupparsi a livelli evolutivi superiori. Pertanto, l’assimilazione è un processo di conservazione e arricchimento delle competenze mentre l’accomodamento rappresenta una novità nel processo di sviluppo.
In conclusione, l’evoluzione motoria del bambino avviene attraverso un migliore adattamento all’ambiente. Il bambino evolve a partire dai movimenti primari attraverso la maturazione del sistema nervoso, l’esperienza e l’interazione sociale che costituiscono il terreno su cui interviene il fattore di equilibrio. Questo fattore consente al bambino di agire sull’ambiente attraverso le competenze motorie e psicologiche che possiede ma nel contempo queste stesse vengono modificate in funzione delle situazioni.

Calcio giovanile: genitori antirissa

Il segnale è  positivo e si spera contagioso. Siccome le cronache e i provvedimenti del giudice sportivo non mentono, le intemperanze del pubblico (genitoriale e parentale) del calcio-baby sono una realtà diseducativa frequente e da correggere. Ecco quindi l’idea dei genitori-steward che spengono gli ardori di altri genitori durante le partite del calcio giovanile rappresenta uno slancio di speranza.   I ragazzini si possono educare, più difficile rieducare i loro genitori, che su quei ragazzi in campo caricano frustrazioni e progetti di rivincita sociale molto più grandi di loro. La delegazione trevigiana della Federcalci  ha da poco presentato il progetto che per ora riguarderà sette scuole calcio trevigiane, ma che, essendo riconosciuto e approvato anche a livello nazionale, dovrebbe allargarsi oltre i confini regionali. Un compito difficile, quello del genitore steward, con tanto di casacca catarifrangente addosso: quello di mediare tra il pubblico, tentando di rasserenare gli animi e far sbollire le ire degli altri genitori. A sperimentare per primi la figura dello steward-genitore saranno alcune scuole calcio trevigiane.  Stilati anche il codice del genitore-steward e la dichiarazione d’intenti che verrà letta prima di ogni match. (da “La Tribuna di Treviso”)

Genitori nel pallone

Ciò che temono di più i dirigenti delle scuole calcio sono i genitori, che intervengono continuamente e inveiscono in maniera volgare durante le partite. Di seguito alcuni consigli per mamme, papà e nonni.

Non insultate l’arbitro e non fate il tifo contro gli avversari quando gioca la squadra di vostro figlio.
Siate, invece, corretti nel dimostrare in maniera positiva il vostro sostegno a tutti i giocatori, agli allenatori e all’arbitro.

Non urlate a vostro figlio cosa deve fare in campo, non sostituitevi all’allenatore.
Lasciatelo, invece, giocare e scegliere liberamente.

Non sgridatelo quando commette un errore o quando gioca male.
Sostenete, invece, il suo impegno e dimostrategli che siete orgogliosi di lui.

Non arrabbiatevi quando la squadra di vostro figlio perde, non sentitevi delusi e non sgridatelo
Ricordatevi, invece, che il gioco è dei bambini, non siete voi ad avere perso

Non ditegli che vi ha profondamente deluso e che non diventerà mai un campione.
Fate, invece, attenzione a che lo sport sia per lui un’esperienza divertente ed eccitante.

Non fate finta di nulla quando vostro figlio è deluso o è arrabbiato per qualcosa che è successo mentre giocava ma neanche ditegli che è stupido a prendersela.
Per primo, invece, ascoltatelo, lasciatelo parlare mostrandogli che capite il suo stato d’animo e successivamente trovate insieme una soluzione.

Non insegnate con il vostro comportamento a non avere rispetto per gli altri, siano essi compagni, giocatori di squadre avversarie, allenatori o arbitri.
Dimostrategli, invece, che avete rispetto di tutti loro e che pretendete che anche lui lo dimostri.

Non alleatevi con quegli allenatori che fanno giocare solo i migliori e che mostrano maggiore attenzione verso i più bravi.
Esigete, invece, che gli allenatori diano a tutti le stesse opportunità per imparare e che dimostrino entusiasmo nel lavorare con i bambini.

Non parlate solo di sport con vostro figlio, non guardatelo solo in TV. Non portatelo solo ai giardini.
Praticatelo insieme, stando all’aria aperta a giocare, impegnandovi in qualsiasi attività fisica che piaccia a tutta la famiglia.

Pratica sportiva e abbandono

Negli Stati Uniti si calcola che il 70% dei giovani abbandoni lo sport fra 13-15 anni. Le ragioni sono molte e così suddivise: infortunio, noia, allenamento eccessivo, limitato sviluppo delle abilità, stress e ansia, specializzazione precoce, allenatori troppo critici, genitori che vogliono realizzarsi attraverso i figli, mancanza d’interazione sociale fra gli atleti. Sono dati negativi, ma almeno negli USA si hanno dati certi mentre da noi queste stesse considerazioni possono solo essere supposte, poichè nessuno si occupa della questione dell’abbandono o di come incrementare la partecipazione allo sport. Noi ci limitiamo a dire che lo Stato non fa nulla e che i giovani di oggi sono pigri. In ogni caso è necessario che gli allenamenti siano basati sul divertimento, l’impegno, la collaborazione, la diversificazione delle esercitazioni e l’atteggiamento entusiasta e dinamico dell’allenatore.

Specializzazione e sport giovanile

Questa è la fase dell’anno in cui i genitori si chiedono quale sport scegliere per i propri figli. Voglio dire in modo diretto che questa è un domanda sbagliata poichè dovrebbero svolgere un’attività multisportiva. Infatti, la specializzazione è errata per almeno due valide ragioni. Sport diversi permettono di sviluppare quelle abilità che una singola disciplina esclude, ma che sono necessarie per lo sviluppo globale e equilibrato dei giovani. Inoltre restringendo la scelta solo a uno sport, il bambino che ha invece bisogno di varietà e di affrontare situazioni nuove rischia di annoiarsi e di abbandonare lo sport scelto magari per un altro che gli sembra più divertente.
Certamente è molto difficile nel nostro paese trovare organizzazioni sportive che praticano la multisportività ma bisogna almeno essere consapevoli che ciò che si sta facendo non corrisponde a quello che realmente servirebbe e cioè divertirsi e imparare facendo sport diversi e questo almeno sino a 12 anni. Per un approfondimento su questo tema l’articolo di oggi sulla Repubblica Salute in cui riporto queste stesse idee, sostenute anche dal parere del medico sportivo: http://www.repubblica.it/salute/interattivi/2011/10/11/news/bimbi_e_sport_guida_alla_scelta_giusta-23038702/