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Meno sport, più disagio giovanile

In questo periodo si parla molto del ruolo positivo dello sport per i giovani e delle gravi problematiche che questa pandemia ha esercitato sul suo svolgimento, sostanzialmente impedendo la pratica sportiva nelle palestrenelle piscine, a scuola e in tutti gli sport di contatto.

Difatti è stata quasi del tutto impedita l’attività giovanile, che non sia d’interesse nazionale, ed è stata bloccata l’attività di migliaia di società sportive. Questo è un fatto grave di cui nessuno si è preoccupato e per il quale non ci si è interessati a trovare soluzioni. Di questo ho già scritto più volte e non ho letto dichiarazioni che sottolineano un senso di comunità con chi lavora all’interno delle scuole e nello sport ma solo affermazioni categoriche, in cui si dice che le palestre non saranno più disponibili per far praticare sport. Dal punto di vista sociale la mancanza di sport così come la didattica a distanza ha incrementato il disagio dei giovani e aumentato la frequenza di stati di ansia, di depressione e di conflitti all’interno delle famiglie.

Questa situazione drammatica e i suoi esiti negativi sulla salute dei giovani s’inserisce in un contesto italiano fortemente carente per quanto riguarda le opportunità di fare sport per i giovani. Infatti, nel nostro paese solo il 50% dei giovani di 15-17 anni pratica sport in modo continuativo e solo il 41% delle scuole è fornita di una palestra (con il picco max in Friuli Venezia Giulia dove le palestre sono nel  57% delle scuole: quindi un dato sempre basso).

Quindi, la pandemia ha allargato a dismisura un problema già grave. Sarebbero state necessarie soluzioni pragmatiche invece si è sono cercate soluzioni servendosi degli stessi spazi (le classi) che ovviamente erano in contraddizione con il distanziamento fisico. Lo stesso vale per lo sport, si sarebbe potuto pensare a forme di collaborazione tra società sportive e la scuola per portare gli alunni i spazi esterni a fare attività fisica. Un paese meno burocratico e attento ai giovani avrebbe trovato delle soluzioni.

 

Nuovo ebook: La pandemia nello sport


Il 2020 se ne sta andando e sarà ricordato come l’anno peggiore degli ultimi 75 anni, per avere coinvolto il mondo intero in una crisi inizialmente sanitaria, diventata una pandemia planetaria che ha sconvolto la vita di ogni persona, provocando milioni di vittime, distruggendo parte significativa dell’economia mondiale e cambiando radicalmente il nostro modo di lavorare e d’interagire con gli altri. Sono psicologo e mi occupo di sport e del benessere di coloro che lo praticano siano essi campioni e professionisti o individui che svolgono questa attività come stile di vita. La pandemia ci ha obbligati a restare a casa, al distanziamento fisico e a eliminare l’attività sportiva per come la conoscevamo. La gestione del movimento e dell’attività sportiva sono diventate una fonte di stress aggiuntivo che ha prodotto effetti psicologici negativi sulle persone che svolgono anche solo un’attività ricreativa, fra gli atleti che praticano sport a livello professionale e le persone con disabilità che traggono giovamenti così evidenti dall’impegno sportivo svolto in maniera continuativa.

Partendo da queste considerazioni, ho iniziato a parlare di questa situazione sul mio blog, per capire meglio gli effetti della pandemia sulle persone e per fornire indicazioni su come poter praticare sport, rispettando le regole per fronteggiare e ridurre le possibilità di contagio. Il libro rappresenta un tragitto partito all’inizio di marzo, che mi ha portato a parlare di questo tema sino ad oggi che ci avviciniamo all’inizio del nuovo anno. Si parla della mentalità di chi non rispetta le regole, di come si può affrontare l’angoscia determinata da questo cambiamento radicale della vita quotidiana, di come si può allenarsi stando a casa e delle ragioni per cui è bene essere attivi e non subire questa situazione. Inoltre, vengono fornite indicazioni agli allenatori per non rinunciare al loro ruolo di guida e agli atleti per allenarsi in assenza delle gare. Infine, presento suggerimenti pratici e modi di pensare e di vivere questo periodo unico e totalmente imprevisto.

 

Tiro a volo: aspetti psicologici pandemia

I vincoli di oggi possono aprirci la mente?

Leggiamo queste informazioni provando a pensare se i vincoli che viviamo oggi possono servire ad aprirci la mente e incanalare la nostra creatività.

Ravi Mehta, Meng Zhu, Creating When You Have Less: The Impact of Resource Scarcity on Product Use Creativity, Journal of Consumer Research, 42(5), 2016, 767–782.

Man mano che diventiamo una società più abbondante, i nostri livelli medi di creatività diminuiscono?

I risultati di recenti ricerche sostengono questa ipotesi. In accordo con la nostra linea di ragionamento, l’analisi dei dati sui risultati dei Torrance Tests of Creative Thinking negli ultimi cinque decenni indica che, nonostante l’aumento dei punteggi del QI, i punteggi del pensiero creativo sono diminuiti in modo significativo dal 1990, soprattutto per gli studenti della scuola materna sino gli studenti della terza elementare (Kim 2011).

Diverse linee di ricerca suggeriscono una possibile correlazione negativa tra disponibilità di risorse e creatività e gli storici hanno suggerito una relazione negativa tra sovraconsumo e innovazione.
I risultati mettono in evidenza che:

  • Il materialismo mostra che alti livelli di valori materiali sono associati negativamente allo sviluppo intellettuale e spirituale degli individui.
  • Il consumo e la società sostengono che la creatività è incompatibile con la ripetitività della moderna produzione di massa, che sta spostando la cultura da intellettualmente impegnativa a una che è affannosa, familiare e divertente.
  • I paradossi della tecnologia suggeriscono che mentre l’innovazione e la tecnologia forniscono vari benefici come la libertà, il controllo e l’efficienza, potrebbero anche usurpare la motivazione e le competenze umane, portando alla dipendenza, all’inettitudine e al disimpegno.

Consapevoli dei nostri pregiudizi, eliminiamoli

Ogni giorno cerchiamo di dare una spiegazione alle nostre prestazioni e a ciò che sta accadendo intorno a noi. Questa tendenza è particolarmente presente quando dobbiamo spiegarci gli eventi inaspettati.

La pandemia che stiamo vivendo in questo anno è un evento che ricade proprio in quest’ultima situazione. Ci si chiede come è stato possibile che si diffondesse questo virus. Chi avrebbe mai potuto immaginare che ci trovassimo a vivere una situazione simile alle epidemie di colera e di peste dei secoli passati, e che la scienza e i nostri sistemi sanitari si sono fatti trovare completamente impreparati.

In questi momenti, troppo spesso cadiamo nel fornire spiegazioni basate sui nostri pregiudizi. Ci siamo detti che era colpa dei cinesi e che il virus era stato costruito in laboratorio o che è colpa dei migranti che l’hanno diffuso perchè sono sporchi. Altri hanno scelto spiegazioni diverse, i negazionisti hanno scelto il meccanismo di difesa che appunto si chiama negazione. Altri ancora hanno pensato che virus era una giustificazione perchè i governi potessero controllare la vita delle persone, per cui anche loro si sono ribellati all regole dei loro governi, per cui, ad esempio non hanno messo la mascherina e non si lavano le mani.

Come cambiare? Come accettare la realtà? Servirebbe un periodo di allenamento attributivo per imparare a spostare l’origine delle nostre spiegazioni da una interpretazione superficiale, egoistica e basata sui pregiudizi a una basata sull’analisi della realtà, su dati e non su impressione soggettive.

Servirebbe questo approccio per riguadagnare il controllo delle proprie emozioni, portando la nostra attenzione su quelle che favoriscono l’acquisizione di un auto-controllo basato non sulla paura ma sulla responsabilità che ognuno ha nei confronti di tutti.

 

Servono allenatori-leader.

“Sii sempre la versione migliore di te stesso e non la seconda versione di qualcun altro” diceva Judy Garland.

In questo periodo di crisi questa affermazione è più che mai attuale. Lo è per tutti ma ancora di più è una domanda a cui devono rispondere i leader, coloro che guidano e orientano gli altri.

La crisi sanitaria ha ripreso vigore e se in qualche misura il mondo delle multinazionali sta percorrendo delle strade per sostenere i loro leader e manager anche con la collaborazione delle più importanti società di consulenza, nel mondo dello sport italiano non si vede traccia di questa mentalità a partire dal calcio professionistico per giungere sino alle società sportive dilettantistiche. Se in NBA si propongono progetti specifici per potere permettere al pubblico di ritornare a vedere le partite, da noi si chiede più superficialmente di fare entrare allo stadio più persone sovrapponendo così l’obiettivo al mezzo. Senza spiegare come sia possibile salvaguardare la salute di tutti. Inoltre la litigiosità fra le diverse strutture dello stesso sport e la propensione a formulare proposte da “furbetti” sono l’altro elemento che non permette di formulare progetti documentati.

Andando a livello degli utilizzatori finali dello sport, anche in questo ambito, a mia conoscenza, non vi sono proposte. Allenatori e atleti sono lasciati da soli a vivere e gestire questo periodo di grande paura e difficoltà. Chi ha dovuto fermarsi e chi invece lavora sono costretti a vivere questo periodo facendo leva solo su se stessi e per quanto posso vedere dalla mia esperienza di questi mesi, le difficoltà si sono moltiplicate, molti hanno assunto un approccio solo pessimista o fatalista, mentre i più ottimisti hanno fatto leva sulla propria creatività ricercando e attuando soluzioni alternative pur di mantenere una presenza attiva.

“Viviamo nella paura” si sente dire sempre più spesso, non si ha più l’incoscienza dei primi mesi di lockdown, in cui si pensava che passato quel periodo si sarebbe tornati alla normalità, ora si vive l’angoscia di vivere una situazione che non si sa quando finirà e nel frattempo si vive alla giornata e ogni giorno aumentano le persone da noi conosciute che si ammalano.

E’ proprio ora che sentiamo di più questa solitudine sociale, che si somma non solo alla paura di ammalarsi di Covid-19 ma anche che ci possa succedere qualsiasi altro problema sanitario, per cui sappiamo che non saremo curati perché gli ospedali sono in crisi.

E’ in questo contesto che non possiamo lasciare soli le società sportive, gli allenatori e gli atleti, da quelli che si preparano per le prossime Olimpiadi ai giovani delle scuole calcio e di tutti gli sport, non dobbiamo lasciare soli neanche i giovani con disabilità per i quali lo sport è un’attività essenziale per il loro benessere e sviluppo.

In tal senso, nel rispetto delle regole formulate dal governo, sarebbe necessario che a partire dagli allenatori che hanno il rapporto diretto con gli atleti sia fornito un sostegno concreto (non solo economico) alla loro leadership per continuare a svolgere il loro lavoro sui campi per quelli a cui è permesso e a distanza per quegli sport che sono stati fermati.

In questo periodo, serve sviluppare e agire servendosi di queste competenze:

Calma e ottimismo intenzionale, essere fiduciosi ma consapevoli della gravità della situazione.

Ascoltare e condividere, i problemi e le paure delle persone con cui lavoriamo.

Agire, formulare programmi di allenamento adeguati alle situazioni in cui vivono le persone.

 

Federica Pellegrini e l’importanza di avere un obiettivo

Federica Pellegrini: sottolinea la necessità in questo periodo di avere un obiettivo e perseguirlo anche nell’incertezza del momento. Questo è quanto dichiara in sintesi nell’intervista pubblicata oggi su Repubblica e di cui riporto qui sotto la risposta alla domanda su cosa farebbe se ci fosse un altro lockdown

Se ci fosse un altro lockdown generale cosa farebbe?

“Onestamente non lo so, non so come reagirei. Io mi sono prefissata come obiettivo di arrivare ad agosto. Qualsiasi cosa capiti nel mezzo dell’anno, a meno che proprio domani non ci dicano che le Olimpiadi vengono annullate e allora lì cambierebbe tutto, vado avanti verso la mia meta”.

 

 

 

 

Empatia e compassione per comunicare con gli altri

Tania Singer e Olga Klimecki (2014) Empathy and compassion. Current Biology, 24, R875-R878.

Questo articolo mette in evidenza l’importanza di due dimensioni umane fondamentali per sostenere le altre persone, soprattutto in momenti di difficoltà e d’incertezza verso il futuro come quelli che stiamo vivendo. Compassione ed empatia dovrebbero essere alla base dei nostri sentimenti verso le altre persone e non egoismo e panico. Se siamo empatici aiutando gli altri aiuteremo anche noi stessi.

“Sebbene i concetti di empatia e compassione esistano da molti secoli, il loro studio scientifico è relativamente giovane. Il termine empatia ha le sue origini nella parola greca “empatheia” (passione), che è composta da “en” (in) e “pathos” (sentimento). Il termine empatia è stato introdotto nella lingua inglese seguendo il concetto tedesco di “Einfühlung” (sentire in), che originariamente descriveva la risonanza con le opere d’arte e solo in seguito è stato usato per descrivere la risonanza tra gli esseri umani. Il termine compassione deriva dalle origini latine ‘com’ (con/insieme) e ‘pati’ (soffrire); è stato introdotto nella lingua inglese attraverso la parola francese compassione. Nonostante l’interesse filosofico per l’empatia e il ruolo fondamentale che la compassione svolge nella maggior parte delle religioni e dell’etica laica, è stato solo alla fine del XX secolo che i ricercatori della psicologia sociale e dello sviluppo hanno iniziato a studiare scientificamente questi fenomeni.

Secondo questa linea di ricerca psicologica, una risposta empatica alla sofferenza può portare a due tipi di reazioni: il disagio empatico, che viene anche chiamato disagio personale, e la compassione, che viene anche chiamata preoccupazione o simpatia empatica. Per semplicità, quando parliamo di queste due diverse famiglie di emozioni, ci riferiamo al disagio empatico e alla compassione. Mentre l’empatia si riferisce alla nostra capacità generale di risuonare con gli stati emotivi degli altri indipendentemente dalla loro valenza – positiva o negativa – il disagio empatico si riferisce a una forte risposta avversa e orientata a se stessi alla sofferenza degli altri, accompagnata dal desiderio di ritirarsi da una situazione per proteggersi da eccessivi sentimenti negativi. La compassione, invece, è concepita come un sentimento di preoccupazione per la sofferenza di un’altra persona, accompagnato dalla motivazione ad aiutare. Di conseguenza, è associata all’approccio e alla motivazione prosociale.

Le ricerche di Daniel Batson e Nancy Eisenberg nel campo della psicologia sociale e dello sviluppo hanno confermato che le persone che provano compassione in una determinata situazione aiutano più spesso di quelle che soffrono di disagio empatico. Inoltre, il lavoro di Daniel Batsons ha mostrato che la misura in cui le persone provano compassione può essere aumentata, per esempio, istruendo esplicitamente i partecipanti a sentirsi con la persona target. È interessante notare che la capacità di provare sentimenti per un’altra persona non è solo una proprietà di una persona o di una situazione, ma può anche essere influenzata dalla formazione.

Per allenare le emozioni sociali come la compassione, la recente ricerca psicologica ha fatto sempre più spesso ricorso a tecniche di meditazione che favoriscono sentimenti di benevolenza e gentilezza. La tecnica più utilizzata è chiamata “addestramento alla gentilezza amorevole”. Questa forma di pratica mentale si svolge in silenzio e si basa sulla coltivazione della cordialità verso una serie di persone immaginarie. Di solito si inizia la pratica visualizzando una persona a cui ci si sente molto vicini e poi si estende gradualmente il sentimento di gentilezza verso gli altri, compresi gli estranei e, in un secondo momento, anche le persone con cui si ha difficoltà. In definitiva, questa pratica mira a coltivare sentimenti di benevolenza verso tutti gli esseri umani”.

Allenatori non mollate gli atleti

Mai come in questi giorni il ruolo dell’allenatore è determinante per sostenere i propri atleti.

Non si deve rinunciare a svolgere il ruolo di guida, altrimenti è facile che gli atleti si sentano solo scoraggiati, abbandonati e pensino che se non si può fare come prima, allora non c’è niente da fare.

La situazione è difficile per tutti, ma lo è ancora di più per chi pratica gli sport di contatto e in palestra, le gare non ci sono è difficile allenarsi e la frustrazione può diventare lo stato d’animo dominante.

Il compito delle società sportive e degli allenatori è ora insostituibile per fornire indicazioni su come allenarsi ma soprattutto per condividere con gli atleti questa esperienza.

Non mollate!

10 cose da fare per gli atleti

  1. stabilire con loro obiettivi di miglioramento
  2. fornire un programma da svolgere fisico, tecnico-tattico e mentale
  3. dare un sistema di valutazione dei loro progressi
  4. ricercare video da commentare insieme
  5. organizzare sfide online o all’aria aperta
  6. ascoltare quello che gli atleti hanno da dire
  7. parlare con loro delle difficoltà di allenarsi in questo nuovo modo
  8. valorizzare questo tipo di allenamento e i benefici che determina
  9. rinforzare il loro impegno e correggere gli errori
  10. essere determinati nel guidare gli atleti