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IJSP 2° Special Issue: 50° Anniversario

Stiamo per pubblicare il secondo special issue dell’International Journal of Sport Psychology per festeggiare il 50° Anniversario di questa rivista – 1970-2020. E’ dedicato al futuro della psicologia dello sport.

Ecco la bozza della copertina.

Dedicato a chi ha fretta di vincere

“Mi sono allenato 4 anni per correre 9 secondi. È divertente come le persone che non vedono risultati in 2 mesi si arrendono e se ne vanno. A volte il fallimento si cerca da soli”. (Usai Bolt)

Non servono commenti

La foto ironica di Usain Bolt sull'importanza del distanziamento sociale  per il Covid-19

Psicopandemia: quali possibili soluzioni?

Al di là delle evidenze diffuse esistono ormai numerose indagini che ci mostrano i dati della cosiddetta psicopandemia, con un aumento generalizzato dei problemi psichici nella popolazione di tutte le età. Di seguito i punti principali della questione tratti da David Lazzari, Presidente Ordine degli Psicologi.

  • OMS già prima della pandemia 17 milioni di italiani soffrivano per disturbi psicologici, oltre un italiano su quattro e nella metà dei casi queste problematiche insorgono verso i 14 anni (Kastel 2019).
  • L’incidenza più elevata è in gruppi a rischio come i reduci dalle terapie intensive, i colpiti dal Covid, i malati fisici che non si sono potuti curare per paura del contagio o per limitazioni negli accessi, le persone che hanno perso un congiunto in situazioni particolari, i “caregiver” che assistono patenti o persone con malattie o disabilità, le persone con maggiore o pregressa fragilità psicologica, gli operatori sanitari in burnout.
  • Indagini indipendenti effettuate in diversi Paesi sono convergenti nel dire che una persona su tre oggi avrebbe bisogno di ascolto e sostegno psicologico, anche per evitare lo strutturarsi di disturbi più gravi e costosi.
  • In una recente indagine del Centro Studi dell’Ordine degli Psicologi il 47% dei genitori con figli 3-14 anni evidenzia problemi emotivi, e sui bambini evidenzia stati psicologici negativi  nel 62% dei casi.
  • Tra gli adolescenti 6 su 10 dichiara di sentirsi stressato ed uno su tre vorrebbe un supporto psicologico (Unicef 20.11.20).
  • 7 persone su 10 in questi casi preferiscono un aiuto psicologico ai farmaci (McHugh 2013). E’ dimostrata una maggiore e più lunga efficacia della psicoterapia per la maggior parte di queste situazioni (Huhn et al. 2014, Cuijpers et al. 2014, Lazzari 2020).
  • Gli interventi psicologici hanno una azione ristrutturante perché promuovono le risorse delle persone e prevengono da eventuali ricadute. Parliamo di differenze importanti che si apprezzano soprattutto nel medio e lungo periodo (Harryotaki et al. 2014, Zhang et al. 2018).
  • Un dato confermato dalle analisi economiche costo-benefici, che ci dicono che a 5 anni dal trattamento la psicoterapia fa risparmiare 1481 euro a persona in campo sanitario e 2058 euro alla società rispetto ai farmaci, rivelandosi economicamente più vantaggiosa nel 75% dei casi (Rossi et al. 2019).
  • Tutto questo senza contare i possibili effetti collaterali del diffuso abuso di farmaci.
  • Purtroppo il problema è strutturale: è il sistema che alimenta questa situazione, perché mentre i farmaci sono rimborsati dal SSN o gratuiti (alcune categorie) e facilmente disponibili, i trattamenti psicologici non solo non sono rimborsabili ma sono merce rara nel pubblico. Con uno psicologo psicoterapeuta ogni 12 mila abitanti nel SSN l’accesso a queste terapie nel pubblico è per pochissimi e nel privato sono oggi molti di meno quelli che possono permettersi un trattamento.
  • La psicologia e la psicoterapia sono ancora pensate per chi può pagarsele.

 

 

L’importanza del dialogo con se stessi nel calcio

Gli errori continui nel campionato di calcio, da quelli di Bentancur contro il Porto a quelli di Sassuolo- Napoli mettono in luce che molti calciatori probabilmente non hanno un dialogo con se stessi che gli fornisce istruzioni su come giocare in determinati momenti e che sostiene la loro tenacia nel continuare a impegnarsi al meglio delle loro capacità. Si tratta di errori gravi che incrinano qualsiasi idea tattica di una squadra e della cui importanza non credo che le squadre e gli allenatori siano pienamente consapevoli e agiscano per cambiare. Di seguito alcuni dati scientific che ne dimostrano l’importanza nel calcio.

Il self-talk può influenzare le prestazioni sportive. C’è una correlazione positiva tra il miglioramento delle prestazioni, il self-talk positivo (che aumenta la fiducia e la convinzione nelle proprie capacità) e il self-talk istruttivo (che devia l’attenzione su alcuni elementi di un movimento per aumentare il focus attentino, aiutando così l’esecuzione).

Daftari, Fauzee e Akbari (2010) hanno esaminato gli effetti positivi e negativi percepiti del self-talk sulle prestazioni calcistiche su giocatori di calcio iraniani di élite (membri della squadra nazionale). I partecipanti a questo studio erano 25 calciatori professionisti maschi iraniani (età media 27 anni). I risultati hanno dimostrato che gli effetti percepiti del self-talk neicalciatori professionisti in contesti di prestazioni reali possono essere classificati in due categorie principali: positivi e negativi.

Gli effetti positivi comprendono più dell’80% degli effetti percepiti del self-talk, mentre gli effetti negativi comprendono meno del 20% delle risposte. I tre effetti positivi più citati del self-talk sono stati:

  • “Migliora la coordinazione con i compagni di squadra (15,6%)
  • “Migliora la concentrazione e l’attenzione (12,5%)
  • “Promuove la capacità di prendere decisioni (11,4%)”.

I risultati indicano che gli effetti percepiti del self-talk tra questi partecipanti erano:

  • Aumentare la coordinazione dei giocatori attraverso la ripetizione mentale di situazioni critiche
  • Migliorare la concentrazione degli atleti e affinare la precisione dei loro movimenti
  • Aumentare la loro capacità di prendere decisioni corrette con precisione nel minor tempo possibile
(Fonte: Farina e Cei, 2019)

Adottare una mentalità orientata alla crescita

Ci sono molti esempi di atleti che hanno migliorato e raggiunto il successo adottando una mentalità di crescita.

Carol Dweck ci ricorda che un atleta può essere soffocato dalle insidie di una mentalità fissa, quella di chi pensa che il talento naturale non dovrebbe avere bisogno di sforzo. Lo sforzo è per gli altri, i meno dotati. Il talento naturale non chiede aiuto. È un’ammissione di debolezza. In breve, il talento naturale non analizza le sue carenze e non le allena o le elimina. L’idea stessa di carenze è terrificante

Dweck si riferisce anche al momento in cui Billy Jean King, campionessa di tennis, si rese conto che il duro lavoro era necessario per integrare il suo talento se voleva raggiungere il vertice. Nonostante abbia giocato a un livello molto alto contro la formidabile Margaret Smith, la King perse la partita, ma la sconfitta le insegnò il valore del duro lavoro. Tutto d’un tratto, capì cosa fosse un campione. Qualcuno che può alzare il proprio livello di gioco quando è necessario. Quando la partita è in gioco, improvvisamente il campione diventa tre volte più forte.

Concentrazione e tenacia mentale sono le due chiavi del successo e non un tratto di personalità innato. Quando undici giocatori vogliono buttarti a terra, quando sei stanco o infortunato, quando gli arbitri sono contro di te, non puoi lasciare che nulla di tutto ciò influenzi la tua concentrazione. Come si fa a farlo? Bisogna imparare a farlo con esercizi appositi.

Gli allenatori dovrebbe abbracciare questo approccio che evidenzia il valore di una mentalità orientata alla crescita, al fine di consentire loro di essere aperti al miglioramento, lavorare sodo e imparare dal fallimento.

Spesso diciamo: “Impara dagli errori”. Commettere errori è parte integrante della crescita. Porre troppa enfasi sull’importanza del risultato e sulla vittoria non fa altro che aumentare lo stress agonistico e la probabilità di non accettare i propri errori.

Quanto tempo spendi per migliorare?

Aristotele diceva che “Noi siamo ciò che facciamo costantemente. L’eccellenza quindi non è un atto ma una abitudine”.

L’eccellenza nasce dall’abitudine a voler migliorarsi con una dedizione pressoché totale. Chi non capisce che questa è la strada da percorrere quotidianamente crede di sopperire con le conoscenze e competenze che già possiede.

Come professionista – allenatore, medico, psicologo, preparatore fisico – quanto tempo spendi per il tuo miglioramento continuativo?

Cosa è per il miglioramento? Imparare nuove competenze? Migliorare l’attuazione di quello che sai già fare? Valutare gli effetti del tuo lavoro  in modo più professionale? Con quale frequenza rifletti su questi aspetti del tuo lavoro?

Perché e come è cambiata la preparazione psicologica in questi 50 anni

Vorrei parlare di come è cambiato, a mio avviso, la preparazione psicologica in questo trent’anni. Certamente sono state introdotte nuove strategie e tecnologie ma non è su questo che voglio soffermarmi.

Inizialmente la preparazione psicologica si è diffusa specialmente fra gli atleti di alto livello e in particolare fra quelli che partecipavano alle Olimpiadi e alle manifestazioni sportive più importanti. Se si pensa ai programmi psicologici introdotti negli anni ’70  e diffusi in tutto il mondo negli anni ’80 e ’90 si evidenzia che tendevano a sviluppare alcune abilità psicologiche connesse essenzialmente alla gestione dello stress agonistico. Dai primi programmi proposti da Richard Suinn e da Lars Eric Unestahl alla maggior parte di quelli realizzati in quegli anni, questi progetti erano principalmente centrati sull’apprendimento del rilassamento, delle tecniche di ripetizione mentale, del goal setting e delle tecniche per l’allenamento dell’attenzione. Il mio libro del 1987 “Mental training per atleti” propone le stesse strategie all’interno di un programma di otto settimane.

In quegli anni collaborando con atleti che gareggiavano per ottenere il massimo successo, non si prendeva in considerazione l’atteggiamento nei confronti dell’allenamento o mindset. Mi ricordo Ennio Falco, oro ad Atlanta 1996 nello skeet, disciplina del tiro a volo, che quando faceva un errore su una pedana, prendeva 500 cartucce e si allenava su quei due piattelli fino a che non considerava corretto quell’errore. Dall’altra parte quando nel 1995 ho iniziato a lavorare con il tiro a volo la maggior parte di loro erano atleti che avevano vinto molte gare internazionali ma volevano imparare a essere ancora più concentrati e a gestire meglio lo stress in alcuni momenti della gara per alzare di un piattello la loro media. In sostanza per almeno 20 anno ho lavorato con atleti che volevano massimizzare competenze che già possedevano, che si allenavano ogni giorno in modo motivato e che volevano rispondere immediatamente alle difficoltà che incontravano. Lo stesso comunque è valido per la maggior parte degli psicologi di quel periodo. John Salmela, che ha costruito un questionario pr la valutazione delle abilità mentali, mi disse che consideravano sufficienti le abilità se su scala da 1 a 5, gli atleti mostravano una media di 4!

Mi sembra che oggi la condizione si sia abbastanza modificata, non solo perchè la preparazione mentale si è diffusa anche tra i giovani adolescenti e atleti di livello inferiore rispetto a quelli di vertice mondiale.

Trattando di queste tipologia di atleta mi sembra che sia emersa in modo più evidente la necessità di comprendere e di potenziare la motivazione e la mentalità orientata alla crescita, permettendo così di imparare ad accettare gli errori e di rispondere alle difficoltà in modo rapido ed efficace. Questi aspetti mi sembra non siano stati così importanti fra gli atleti di vertice mondiale e quindi non venivano presi in considerazione. Lo studio di dimensioni psicologiche come l’ottimismo, la tenacia e la resilienza mi sembra che possa essere spiegata anche perchè siamo diventati consapevoli della carenza di queste caratteristiche in molti atleti, come si può intendere abbiamo a che fare con l’atteggiamento e con la spiegazione dei risultati ottenuti.

Impossibile approfondire questo tema nelle poche righe di un blog ma credo che andrebbe studiato come la preparazione psicologica si è sviluppata dagli anni ’70 ad oggi soprattutto volendo capire quali sono stati i cambiamenti nella mentalità degli atleti e nel mondo dello sport che potrebbero avere orientato la scelta di nuovi indirizzi di studio e di applicazione.

 

IJSP Special Issue: 50° Anniversario

SPECIAL ISSUE 1970-2020

50 YEARS OF THE INTERNATIONAL JOURNAL OF SPORT PSYCHOLOGY

Guest Editors: Sidonio Serpa, Fabio Lucidi, Alberto Cei

The IJSP: from an idea to an established Journal 

ALBERTO CEI, FABIO LUCIDI, SIDÓNIO SERPA

The International Journal of Sport Psychology was the very first journal specifically committed to sport psychology, and it was created almost 10 years before the Journal of Sport Psychology that was published for the first time only in 1979, founded by Rainer Martens. Few people know about the many difficulties associated to its founding and development. It was created following a decision of the Managing Council of the recently founded Inter- national Society of Sport Psychology (ISSP), led by Ferruccio Antonelli, to be the Society’s means of communication, as well as to promote this, then, new professional and scientific field, and to enable the diffusion of research all over the World. However, it was hard to found a publisher for this world- wide diffusion scientific journal.

The Cold War, the international sport psychology and the ISSP 

SIDÓNIO SERPA

The aim of this article is to document the influence of the Cold War in the development of sport psychology. This period that lasted from 1946 to 1989 deter- mined the international social and political reality following the World War II. Information for the article was gathered from personal oral and written interaction with major protagonists, as well as others that had experienced this period. Letters between the two first ISSP presidents, minutes and documents mainly from ISSP and FEPSAC were consulted. Articles, books and book chapters related to this topic were other sources for the article that discusses the influence of the Cold War in sports, the impact of this period in the development of sport psychology, the role of ISSP, and the situation determined by the end of the Cold War. Especially after the 1956 Olympics, sport victories were used as a propaganda tool, which led to the development of sport sciences, including sport psychology, in both sides of the Iron Curtin that divided the Socialist from the Capitalist parts of the World. The incep- tion of the ISSP in 1965 had an important role in promoting scientific and applied SP and making important bridges between professionals from the two blocs. After what was believed to be the end of the Cold War, a decrease in the development of SP both in the socialist countries and USA was observed, followed by an improve- ment mainly in Europe and Asia. 

 

The early years of FEPSAC (1969-1989).
Challenges for sport psychology in a divided continent 

ROLAND SEILER

Despite a growing interest in the history of Sport Psychology, little is known about the specific challenges and the working procedures in the first 20 years of FEP- SAC, when the continent of Europe was divided by the Iron Curtain. At the occasion of the 50th anniversary of FEPSAC, and based on document analysis, this article aims at shedding some light on the aims of FEPSAC’s working committees, the difficulties encountered, and the achievements made. More specifically, the Scientific Committee made attempts towards a common terminology and understanding of sport psychology concepts across the different European languages and the standardisation of tests for sport psychology. The Information and Documentation Committee was active in col- lecting and disseminating new publications. Despite considerable efforts and remark- able progresses, the long-term impact of those initiatives remained limited. 

 

North American sport psychology pioneers 

GLORIA BALAGUE, DANIEL GOULD  and GLYN ROBERTS

The article describes the evolution of Sport Psychology in North America, from the very first pioneers, who planted the seeds but did not have immediate suc- cessors, to the boom of the 1980’s and 90’s. 

The first part of the article is a historical recap, starting in 1895. The fast growth started in the 1980’s follows, emphasizing the impact of the Sport Psychol- ogy associations that emerged then, as well as the growth in publications. 

The section describing the work of the professionals who work as sport psy- chologists, opening fronts in a variety of performance arenas, both in the US and in Canada follows. 

Some of the main issues that impact the way sport psychology has evolved in North America are discussed, including the lack of coordination between the pro- fessional associations, the absence of a clear educational pathway to become a sport psychologist, and the recent changes to certification credentialing. 

 

Sport Psychology in selected post-socialist countries 

JAN BLECHARZ and JOANNA BASIAGA-PASTERNAK

The article aims to show the development of sport psychology in the selected European socialist countries. The Soviet Union was deliberately omitted, as it is the subject for a separate article. Sport psychology in particular countries has been pre- sented from the perspective of three distinct periods: the time before World War II, during the socialist period, and after the transformation. Main research areas, forms of practical support for athletes, and organizational activities have been depicted. Sport psychologists from post-socialist countries had and still have a significant influence on the shape of contemporary sport psychology. 

 

Publishing trends in the International Journal of Sport Psychology during the First 50 years (1970-2019), with a particular focus on Asia and Oceania 

PETER C. TERRY, RENÉE L. PARSONS-SMITH, ALESSANDRO QUARTIROLI and SUSAN M. BLACKMORE

To commemorate the 50th anniversary of its first issue, we explored publication trends in the International Journal of Sport Psychology (IJSP), with a particular focus on research contributions from Asia and Oceania. A descriptive analysis of all articles published in IJSP between 1970 and 2019 (N = 1,175) was conducted to identify trends related to first author gender, country, and continent. Also, an analysis of research topics by decade was conducted using Leximancer. Key findings were: (a) female first authors became more prominent over time but remained in the minority; (b) the percentage of articles from Europe and Asia increased and the percentage of articles from North America declined, although the USA and Canada have been the top contributors over the life of the journal; and (c) the focus on particular topics, espe- cially those pertaining to athletes, performance, motor learning, motivation, and teams was sustained throughout the 50-year period. Within Asia and Oceania, the 10 coun- tries publishing the most articles were, in descending order, Australia, Israel, Hong Kong, Taiwan, South Korea, New Zealand, India, Japan, Singapore, and Turkey. 

 

Sport & exercise psychology in Africa 

TSHEPANG TSHUBE

The purpose of this paper is to give an in-depth historical and current state of sport psychology in Africa. The first objective is to provide sport psychology context through a brief discussion of sport and physical activity in Africa. The second objective is to share the current state of sport psychology in each regional block (i.e., north, east, south and west). The third objective is to discuss research and consultancy, and lastly the conclusion. In order to achieve the stated objec- tives, the author reviewed academic literature and also used additional data sources such as university websites.

 

History and development of sport psychology in Latin America 

LENAMAR FIORESE, RENAN CODONHATO, JOSÉ ROBERTO ANDRADE DO NASCIMENTO JÚNIOR, ALEJANDRO GARCÍA-MÁS and JOÃO RICARDO NICKENIG VISSOCI

The present study aimed to investigate the historical course of the sport psy- chology (SP) field and its development in Latin America. The keywords “history,” “sport psychology,” and related terms were searched for in Web of Science, Sci- enceDirect, LILACS, and Scielo databases, as well as Google Scholar and other manual searches to find scientific articles, book chapters, dissertations and other documents describing the history of SP in Latin American countries. Information was found for 15 Latin American countries. Drawing from the important data pre- sent in these works, the history of SP in this continent is presented in four periods that encompass its initial period (1930-1960), advancements in the applied and sci- entific field (1960-1980), consolidation of SP (1980-2000), and the recognition of SP (after 2000). The roots of SP in Latin America, its characteristics, factors driving its expansion and the actual state of SP are presented and discussed. 

 

Women in sport and exercise psychology: a North American perspective 

EMILY A. ROPER* and KATHERINE M. POLASEK**

 

Women’s contributions have had little place in the written histories of the field of sport and exercise psychology (Gill, 1995). Much of our written history of the field focuses on founders that were male, Caucasian, from the United States, and had a behavioral or experimental psychology background, with little attention to the role women, people of color, and those outside the United States played in the field’s his- tory and development (Krane & Whaley, 2010). Within this paper, we provide an overview of the literature devoted to North American women’s career experiences in the field of sport and exercise psychology, followed by a discussion of the history of feminist sport psychology and its influence on studying and acknowledging women in the field, as well as women’s experiences in sport and exercise. We then address the relative absence of documentation devoted to women’s contributions to the field out- side of North America. Lastly, we discuss the importance of female role models and mentoring women in sport and exercise psychology. 

50° Anniversario International Journal of Sport Psychology

In occasione del

50° anniversario dell’International Journal of Sport Psychology – 1970-2020

è uscito il primo numero speciale dedicato a come si è sviluppata la psicologia dello sport. 

Sidonio Serpa, Fabio Lucidi, Alberto Cei

For the second time in its history, the IJSP decided to mark its anniversary. Two special issues celebrate the 50 years of the journal, this being the first one, in a look at the History of sport psychology, while the second mostly looks into the future, identifying some new trends of research, as well as the reorientation of some classic topics according to the Society changes.

The purpose of the current issue is double. On one hand, to preserve the memory of the path taken by sport psychology so far, as well as paying tribute to those who contributed to its development. On the other hand, by reflecting on the History, to understand better the present situation and, thus, working more efficiently for the future applied and scientific developments.

Chi è interessato all’acquisto può scrivere attraverso l’indirizzo di questo blog.

Relazione fra attività fisica, genere, etnia e livello economico

Le ragazze adolescenti e le giovani donne hanno meno probabilità di impegnarsi in attività fisica che aumenti la frequenza cardiaca rispetto ai loro coetanei maschi e  lo fanno per periodi di tempo più brevi.

Sappiamo i giovani dovrebbero fare almeno un’ora di attività fisica al giorno. 150 minuti a settimana gli adulti.

Uno studio condotto negli Stati Uniti ha scoperto che più del 20% delle ragazze adolescenti e il 12% dei ragazzi non fanno alcuna attività fisica sportiva o ricreativa in una settimana, con poco meno del 30% degli uomini e quasi il 40% delle donne, di età compresa tra 18 e 29 anni.

Scrivendo sulla rivista Jama Pediatrics, Wong e colleghi descrivono come hanno riunito e analizzato i dati di un sondaggio annuale sulla salute a livello nazionale negli Stati Uniti, che comprende gli anni dal 2007 al 2016, concentrandosi sulle risposte di 9.472 individui di età compresa tra 12 e 29.

Mentre quasi l’88% dei ragazzi tra i 12 e i 17 anni riferisce di aver esercitarsi durante la settimana, la cifra scende a poco meno del 73% per i maschi dai 18 ai 24 anni, e a poco meno del 71% per quelli dai 25 ai 29 anni. Per le donne la percentuale cala da poco più del 78% degli adolescenti a poco più del 61% per entrambi i gruppi di età superiore.

Per i praticanti, la quantità di tempo dedicato all’esercizio fisico diminuisce con l’età, da poco più di 71 minuti al giorno per i ragazzi adolescenti a poco più di 50 minuti per quelli di età compresa tra 25 e 29 anni. Per le ragazze scende rispettivamente da 56 minuti a poco più di 39 minuti al giorno.

I ragazzi neri di età compresa tra 18-24 svolgono più tempo di  attività fisica al giorno (78 minuti al giorno).

Una volta che i fattori tra cui il peso, l’istruzione e il reddito sono stati presi in considerazione, il team ha trovato che l’etnia è legata al fatto che le femmine hanno segnalato qualsiasi attività fisica: in generale, una percentuale maggiore di femmine bianche ha detto di essersi esercitata rispetto ai partecipanti neri o ispanici. La tendenza è meno chiara per i maschi.