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Rapporto Censis 2023 sull’Italia: i sonnambuli

Alcuni processi economici e sociali largamente prevedibili nei loro effetti sembrano rimossi dall’agenda collettiva del Paese, o comunque sottovalutati. Benché il loro impatto sarà dirompente per la tenuta del sistema, l’insipienza di fronte ai cupi presagi si traduce in una colpevole irresolutezza. La società italiana sembra affetta da un sonnambulismo diffuso, precipitata in un sonno profondo del calcolo raziocinante che servirebbe per affrontare dinamiche strutturali, di lungo periodo, dagli effetti potenzialmente funesti.

Nel 2050, fra meno di trent’anni, l’Italia avrà perso complessivamente 4,5 milioni di residenti (come se le due più grandi città italiane, Roma e Milano insieme, scomparissero). Questo dato sarà il risultato composto di una diminuzione di 9,1 milioni di persone con meno di 65 anni (e -3,7 milioni con meno di 35 anni) e di un aumento di 4,6 milioni di persone con 65 anni e oltre (e +1,6 milioni con 85 anni e oltre) (tab. 1).

Attualmente le donne in età feconda (convenzionalmente, la popolazione femminile di 15-49 anni di età) sono 11,6 milioni, nel 2050 diminuiranno di più di 2 milioni di unità, generando un insormontabile vincolo oggettivo per ogni tentativo di invertire nel breve termine il declino della natalità.

Si stimano quasi 8 milioni di persone in età attiva in meno nel 2050: una scarsità di lavoratori che avrà inevitabili impatti sulla struttura dei costi del sistema produttivo e sulla capacità di generare valore del settore industriale e terziario.

Anche la tenuta del sistema di welfare desta preoccupazioni: nel 2050 la spesa sanitaria pubblica sarebbe pari a 177 miliardi di euro, a fronte dei 131 miliardi di oggi.

Dinanzi ai cupi presagi, il dibattito pubblico ristagna, e la bonaccia di qualche indicatore congiunturale non è in grado di gonfiare le vele per prendere il largo. Il sonnambulismo come cifra delle reazioni collettive dinanzi ai presagi non è solo attribuibile alle classi dirigenti, ma è un fenomeno diffuso nella “maggioranza silenziosa” degli italiani:

  • resi più fragili dal disarmo identitario e politico, al punto che il 56,0% (il 61,4% tra i giovani) è convinto di contare poco nella società;
  • feriti da un profondo senso di impotenza, se il 60,8% (il 65,3% tra i giovani) prova una grande insicurezza a causa dei tanti, diversi, inattesi rischi;
  • delusi dal ciclo storico della globalizzazione, che per il 69,3% avrebbe portato all’Italia più danni che benefici
  • assegnati a un destino nazionale in ridimensionamento, se l’80,1% è convinto che dalle passate emergenze ne è uscita una Italia in declino (e il dato sale all’84,1% tra i giovani).

I giovani

La distanza esistenziale dei giovani di oggi dalle generazioni che li hanno preceduti sembra abissale. Si è bloccato l’ascensore sociale che da sempre garantiva un maggiore benessere nel passaggio da una generazione all’altra; hanno visto infrangersi il mito del progresso inteso come crescita inarrestabile dell’economia e dei consumi, convinzione sostituita adesso dalla consapevolezza che occorre adottare stili di vita più rispettosi dell’ambiente; e il loro posizionamento sociale sembra piuttosto dettato dal rapporto, più o meno stretto e funzionale, con i dispositivi e le piattaforme digitali.

Oggi nel nostro Paese i 18-34enni sono poco più di 10 milioni, pari al 17,5% della popolazione; nel 2003 superavano i 13 milioni, pari al 23,0% del totale: in vent’anni abbiamo perso quasi 3 milioni di giovani. E le previsioni per il futuro sono fortemente negative: nel 2050 i 18-34enni saranno solo poco più di 8 milioni, appena il 15,2% della popolazione totale.

I giovani sono pochi, esprimono un leggero peso demografico, quindi inesorabilmente contano poco.

Il 60,6% dei giovani tra 18 e 34 anni dichiara dichiara che se potesse andrebbe via dall’Italia. Dal 2012 al 2021 si sono trasferiti all’estero 336.592 giovani di 25-34 anni. 1,7 milioni di giovani tra 15 e 29 anni(il 19,8% del totale) non lavora e non studia, siamo secondi solo alla Romania.

L’interesse alle partite di calcio non supera i 30 minuti

Le partite non durano più 90 minuti e nemmeno 45. La generazione highlights ha preso in mano il telecomando e lo sta sostituendo con il cellulare. Il dato è che ci si collega per un tempo sempre più limitato, l’evento intero resta appannaggio di vecchi nostalgici.

L’attenzione del pubblico per il calcio dura 35 minuti. È questo il tempo che il tifoso italiano medio dedica alle partite di Serie A. La questione è globale.

Il senso di questi dati è che la partita non è un evento sportivo da seguire per capirne lo svolgimento, per conoscere il gioco delle squadre e le loro contromisure nei confronti degli avversari. La partita è percepita come un evento con dei momenti eccitanti che vanno guardati per alimentare questo stato d’animo ma che sono immersi in uno stato percepito come noioso e non così motivante da stimolare l’attenzione su 90 minuti.

Questa condizione spiega molto della attualità mentalità di una fascia importante di giovani e e giovani adulti per cui lo spettacolo sportivo va visto solo se è emozionante altrimenti ci si sposta su altri eventi. Questi dati ci dicono che le attività in cui vale la pena coinvolgersi sono quelle che vengono considerate emozionanti e che l’interesse non è più rivolto alla prestazione sportiva ma a quelle parte che determina l’attivazione di questo d’animo.

La partita diventa così un mezzo per soddisfare il bisogno di provare emozioni e perde il suo valore intrinseco di sfida tra due modi di giocare in cui arbitro, pubblico, valore della partita per le due squadre sono fattori che non vengono più considerati ma che diventano accessori che possono servire ad incrementare i momenti emozionali di un match.

Questi effetti provocati dall’uso di device portabili come gli smartwatch non cambieranno di certo le strategie delle aziende che vendono le partite, anzi queste stesse aziende probabilmente saranno orgogliose di essere riuscite a coinvolgere un numero maggiore di giovani e giovani adulti che non avrebbero mai visto un match per intero ma che grazie alle nuove piattaforme possono guardare le partite e quindi abbonarsi, aunentando il business delle aziende di questo settore di affari.

 

Tre alpinisti americani risolvono ‘l’ultimo grande problema in Himalaya’

I record sono fatti per essere battuti. In montagna non ci sono gare ma ci sono pareti da scalare che nessuno ha mai esplorato.

Una di queste riguarda l’impresa degli alpinisti statunitensi Matt Cornell, Jackson Marvell e Alan Rousseau hanno compiuto una scalata in stile alpino dell’immensa, splendida parete nord dello Jannu, Himalaya nepalese. L’ascesa, durata sette giorni, è stata definita senza mezzi termini “visionaria” e “forse la migliore salita in stile alpino degli ultimi decenni.”

La cordata ha iniziato a scalare la montagna di 7710 metri la mattina presto del 7 ottobre e ha raggiunto la vetta il 12. È stato necessario un ulteriore bivacco prima di scendere al campo base, in doppia vicino alla linea di salita, il giorno successivo. Gli ultimi 200 metri sono in comune con la via della Cresta SO, mentre altri tratti sono in comune con la Diretta Russa, aperta in stile capsula e con l’utilizzo di corde fisse nel 2004 da una determinata spedizione russa guidata da Alexander Odintsov.

La nuova via si chiama Round Trip Ticket e nei suoi 2700 metri supera difficoltà stimate attorno a M7 AI5+ A0. Scrivendo sul suo profilo Instagram, Rousseau ha spiegato: “Il tratto più ripido e difficile è stato da 7.000 a 7.500 metri. Questa parte incassata della parete nord non è mai stata scalata in precedenza. È qui che abbiamo vissuto alcuni dei tiri di misto più intensamente meravigliose che tutti noi abbiamo mai avuto il piacere di salire in precedenza.” Il successo ora arriva dopo 2 precedenti tentativi falliti, il primo di Marvell e Rousseau nel 2021, il secondo di Cornell e Rousseau nel 2022.

Cornell, Marvell e Rousseau, che in passato hanno salito insieme vie di grande spessore come Aim for the bushes sulla parete est del Monte Dickey nella Ruth Gorge in Alaska, hanno scavato a fondo nella loro esperienza per scalare la montagna. Cornell ha affermato che erano stati ”consumati dalla scalata, abbiamo perso il significato dell’individualità”.

(Fonte: https://www.planetmountain.com/it/notizie/alpinismo/jannu-parete-nord-salita-stile-alpino-matt-cornell-jackson-marvell-alan-rousseau.html)

Mazzarri e la coesione del Napoli

Partiamo da un’idea base e cioè che le prestazioni di una squadra sono più efficaci se vi è accordo sugli obiettivi e sui mezzi per raggiungerli. Questa constatazione  è parte fondamentale del concetto di coesione, che è il processo dinamico che riflette la tendenza di una squadra a stare insieme e a rimanere unita nel perseguire i suoi obiettivi. Carenza di coesione, a mio avviso, è  stato il problema che ha manifestato il Napoli durante la gestione di Rudi Garcia.

Questo perchè uno dei dei problemi più frequenti che si presentano nelle squadre quando gli obiettivi dell’allenatore non corrispondono a quelli della squadra. Garcia inoltre non  è riuscito a trovare modalità di comunicazione efficaci per fare accettare le sue proposte. Dovrebbe essere evidente quanto sia necessario che i membri di una squadra s’identifichino con gli obiettivi dell’allenatore  altrimenti succede quello che è successo: la squadra perde fiducia e l’allenatore viene esonerato

Mazzarri si è trovato ad affrontare una situazione in cui i calciatori non erano soddisfatti del ruolo svolto in squadra, avevano perso fiducia nella forza del gruppo e i risultati negativi confermavano, peggiorandoli, questi stati d’animo negativi.

L’approccio di Garcia non prevedeva un confronto su questi temi, che è necessario per gestire una squadra in modo vincente. Se mi venisse chiesto, suggerirei a Mazzarri d’introdurre momenti di discussione sugli stessi temi. Si può concludere che, sebbene possano essere utilizzati vari approcci per convincere gli individui della bontà degli obiettivi proposti, un sistema centrato sulla valorizzazione della squadra sarà certamente molto efficace. In tal modo, si viene a costruire una relazione positiva fra motivazione e impegno individuale, che porta a prestazioni efficaci e a una conseguente percezione positiva del valore del contributo individuale al lavoro collettivo.

L’uso dei media e social da parte dei giovani

Twenge, J. M., Martin, G. N., & Spitzberg, B. H. (2019). Trends in U.S. Adolescents’ Media Use, 1976–2016: The Rise of Digital Media, the Decline of TV, and the (Near) Demise of PrintPsychology of Popular Media Culture8(4), 329–345.
Gli studi hanno prodotto sinora risultati contrastanti riguardo se i media digitali (Internet, messaggistica, social media e giochi) sostituiscano o integrino l’uso dei vecchi media tradizionali (media stampati come libri, riviste e giornali; TV; e film). Questo studio esamina le tendenze generazionali/temporali nell’uso dei media in campioni rappresentativi a livello nazionale di studenti dell’8º, 10º e 12º grado negli Stati Uniti, dal 1976 al 2016 (N 1.021.209; 51% femminile). Queste classi sono equivalenti alla fascia di età tra 12 e 16 anni.
L’uso dei media digitali è aumentato considerevolmente, con il 12° medio che nel 2016 trascorre più del doppio del tempo online rispetto al 2006, con un totale di circa 6 ore al giorno spese online nel 2016, sui social media e mandando messaggi. Mentre solo la metà dei 12° visitava i siti dei social media quasi ogni giorno nel 2008, l’82% lo faceva nel 2016. Allo stesso tempo, gli adolescenti della generazione iGen negli anni 2010 hanno trascorso significativamente meno tempo sui media stampati, TV o film rispetto agli adolescenti dei decenni precedenti.
La percentuale di 12°che leggevano un libro o una rivista ogni giorno è scesa dal 60% alla fine degli anni ’70 al 16% nel 2016, e gli studenti dell’8° hanno trascorso quasi un’ora in meno guardando la TV nel 2016 rispetto ai primi anni ’90. Le tendenze sono state piuttosto uniformi tra sesso, razza/etnia e status socioeconomico.
L’adozione rapida dei media digitali dagli anni 2000 ha sostituito il consumo dei media tradizionali.

 

 

Parole in movimento

Pubblico con piacere il contributo di un amico, Massimo Oliveri - scrittore, insegnante di educazione fisica e preparatore fisico della nazionale italiana di tennis tavolo – sull’educazione dei giovani.

Non si dovrebbe mai dimenticare che tra i più importanti elementi che veicolano la componente emozionale dell’animo umano, la parola rimane lo “strumento” dal peso specifico più complesso e delicato. È attraverso la parola (che distingue l’essere umano da tutte le altre creature) che quasi inconsapevolmente si alimenta la FISICITA’ nelle sue forme più rozze e brutali, essendo la parola espressione delle emozioni interiori.  Quando viene usata male sfocia in modalità relazionali che muovono di per sé stesse azioni violente e disumane.

L’uomo EMOTIVO parla ed autorizza sé stesso ad agire nel circuito della violenza: l’emotività diventa FISICITA’ e il linguaggio emotivo del disagio si pone come sorgente della crudeltà, della sopraffazione, dell’oppressione, offesa, abuso, prepotenza. Il corpo è l’elemento fondamentale e costitutivo dell’Io, non si può pensare ad un Io corporeo separabile da un Io psicologico poiché entrambi fanno parte dell’individuo ed interagiscono costantemente.

La persona è, infatti, costituita da un flusso continuo di informazioni che definiscono l’immagine e la consapevolezza corporea, che diviene struttura dell’Io e quindi dell’individuo.L’Io non può quindi esistere senza le informazioni sensoriali che provengono dal corpo, in quanto senza di esse e della loro conseguente elaborazione, mancherebbe l’insostituibile sensazione di essere al mondo, di essere presenti; perché, il fisico è lo strumento espressivo attraverso il quale l’Io realizza sé stesso.

Ogni parte del proprio vissuto motorio contribuisce alla formazione del senso del sé, e quindi, quando si ha una dissociazione o più semplicemente una scarsa consapevolezza della propria immagine, ciò si riflette sulla personalità dell’individuo e in questo caso, vi è sempre un disturbo emotivo più o meno grave che può sfociare anche in atteggiamenti violenti.

Esprimere un’emozione, un comportamento, un disagio, al contrario, allenta la tensione prodotta nella nostra sfera fisica, permettendo a quest’ultima di recuperare la sua dimensione pacata e di aumentare l’energia e il benessere psicofisico della persona.

La percezione di quello che siamo, il nostro benessere/malessere psicofisico, deriva da un costante scambio di informazioni tra la mente ed il corpo in quanto l’uno è conseguenza dell’altro in un continuo, reciproco, condizionamento.

Conoscere, saper ascoltare ed interpretare non solo i nostri pensieri, ma anche le sensazioni e i movimenti corporei, contribuisce in massima parte alla comprensione di quello che siamo e di quello che vorremmo essere.

Il corpo, quindi, non dovrebbe essere più considerato come una parte dell’individuo da mortificare affinché lo spirito sia esaltato, né collegato alla mente con un pregiudizio negativo: esso è, invece, la condizione dell’essere al mondo, un valore primario dell’esistenza, uno strumento raffinato che ha contribuito al progresso civile della società. Il fisico che vive è una struttura completa che pulsa e si muove, fare attività motoria finalizzata significa, perciò, utilizzare un linguaggio specifico, consentendo di esprimere l’interiorità individuale, di realizzare i propri intenti comunicativi e di interagire con gli altri.

Nel movimento finalizzato rientra l’attività motoria che, almeno nella fase primaria della nostra vita, non può essere considerata come fase specializzata della proposta educativa, ma rimanere in ogni singola manifestazione, una possibilità gioiosa di misurare l’efficienza della propria corporeità,  cioè un’occasione per essere con l’altro in una situazione organizzata, dove il singolo individuo si sente libero di esprimere se stesso, apprezzando il  contributo dell’integrazione per  manifestare attraverso il movimento la sua personalità.

Il mio intento, quindi, è quello di promuovere, in qualsiasi fascia di età scolare:

  • lo sviluppo e il consolidamento delle capacità relative alle funzioni senso-percettive, ovvero di quelle conoscenze che presiedono alla ricezione e all’elaborazione degli stimoli e delle informazioni dell’ambiente.
  • La cementazione e l’affinamento degli schemi motori di base, ovvero quegli schemi che regolano la posizione e il movimento del corpo nello spazio.
  • Lo sviluppo di coerenti comportamenti relazionali vissuti come esperienze di gioco, di esigenze di regole e del rispetto delle stesse.

In questo crescendo di intenzioni, il collegamento della motricità, con l’acquisizione di abilità relative alla comunicazione gestuale e mimica, la drammatizzazione attraverso il rapporto tra movimenti ed emozioni per migliorare la sensibilità espressiva, l’utilizzo della respirazione nella gestione dei comportamenti emozionali, diventano elementi fondamentali per cercare di avere il controllo sulle nostre relazioni emotive.

Il giovane praticante viene traghettato a riconoscere, nelle situazioni di stress emotivo, quelle componenti di organizzazione del movimento che lo porterebbero a meglio interagire con i conflitti, gli stati d’ansia e le esternazioni violente. L’allievo, infatti, riconosce come si esprime, nel controllo e nella trasformazione della componente esecutiva del movimento e attraverso questa competenza trae un ulteriore elemento di interpretazione di quello che gli succede nel vivere quotidiano.

Attenzione, però, quello di cui sto parlando non è la frequentazione di sport o ambienti che stimolano competizioni federali o di gruppo, bensì la ricerca di uno spazio dove sia possibile sperimentare le competenze fisiche individuali, nell’assoluto rispetto delle proprie capacità motorie di base, senza nessun orientamento agonistico del “non mi fanno giocare” o addirittura del “non sono stato convocato”.

Lo sport inteso come fonte di conflitto o intimazione della propria personalità per emergere ed imporsi sull’altro, non ha nessuna possibilità di essere conviviale, contrariamente ad un’interpretazione etica, comunque agonistica, ma con modalità di espressione preferibilmente indirizzate al miglioramento delle proprie abilità motorie, nell’assoluto rispetto di ogni singolo individuo e delle prestazioni sportive dell’avversario.

Non è sufficiente, quindi, frequentare palestre o società sportive, per attingere a quello che il movimento potrebbe fare per consolidare le caratteristiche della nostra personalità, riconoscendola e indirizzandola verso comportamenti dettati dalla buona convivenza e dal buon senso.

I contenuti del messaggio motorio, dovrebbero invece orientarsi, verso il consolidamento di quelle quattro aree coordinative che si riferiscono all’organizzazione prassico-motoria, verificando e sollecitando quelle piccole o importanti disarmonie di movimento governate dallo schema corporeo, dal consolidamento dell’equilibrio, al riconoscimento della coordinazione oculo manuale, alla trasformazione della gestione dello spazio -temporale e all’orientamento attraverso l’individuazione della propria lateralità.

Possiamo quindi dire, in conclusione, che muoversi e progettare un’azione sotto forma di una organizzazione sequenziale finalizzata faccia apparire plausibile il miglioramento della capacità di affrontare situazioni di conflitto emozionale o di interazione psico-sociale, che richieda, a sua volta, l’utilizzo di un asse motorio-concettuale e che preveda la padronanza del sé corporeo per il consolidamento della propria personalità attiva, chi può e vuole, adesso.

 

Il ruolo sport nella sclerosi multipla

Se sei interessato ad approfondire il tema del ruolo dello sport in pazienti con sclerosi multi0la può leggere questo articolo di sintesi su questo tema.

Donze, Cecile1; Massot, Caroline MD1; Hautecoeur, Patrick2; Cattoir-Vue, Helene1; Guyot, Marc-Alexandre1. The Practice of Sport in Multiple Sclerosis: Update. Current Sports Medicine Reports 16(4):p 274-279, 7/8 2017.

La pratica dello sport da parte dei pazienti affetti da sclerosi multipla è stata a lungo controversa. Studi recenti, tuttavia, dimostrano che sia lo sport che l’attività fisica sono essenziali per questi pazienti. Infatti, aiutano a far fronte agli effetti della sclerosi multipla, come l’affaticamento, la riduzione della resistenza, la perdita di massa muscolare e la riduzione della forza muscolare. Gli effetti benefici dell’attività fisica su questi pazienti sono stati sottolineati in diversi studi, mentre quelli della pratica sportiva sono stati oggetto di meno valutazioni e accertamenti. Lo scopo di questo aggiornamento è quello di riportare gli effetti dello sport sui pazienti affetti da sclerosi multipla. I benefici dello sport sono stati dimostrati in diversi studi. Aiuta i pazienti con sclerosi multipla ad aumentare l’equilibrio, la resistenza alla fatica, la mobilità e la qualità della vita. Diversi pregiudizi in questi studi non ci permettono di raccomandare la pratica di alcuni di questi sport su base routinaria.

Il tennis tavolo contro la sclerosi multipla

Innovativa esperienza di Antonio Barbera, medico italiano di Messina trasferitosi negli Stati Uniti più di 20 anni fa, con i malati di sclerosi multipla.

Barbera, ginecologo, fu colpito da due attacchi e avvertiva costantemente un senso di costrizione toracica, che definiva come un “elefante seduto sul suo torace”. Un giorno, nel novembre del 2019, si rese conto, che mentre giocava a ping pong, il suo elefante aveva lasciato il suo torace e si era andato a sedere in un angolo lasciandolo in pace, anche se temporaneamente. Cominciò, dunque, a ricercare se ci fossero altri casi come il suo.

Barbera ha anche fondato una organizzazione non-profit con l’intento di diffondere l’informazione sui molteplici benefici del nostro sport. Il nucleo della sua fondazione, il progetto NeuroPongTM. Ha sviluppato un programma di tennis tavolo a misura di persone con condizioni neurodegenerative e, avendo chiari in mente i suoi obiettivi, ha approfondito le sue conoscenze sulla capacità unica del nostro cervello di creare nuove cellule e nuove connessioni nervose, se adeguatamente stimolato.

Tale processo, chiamato neuroplasticità, permette la produzione di nuove cellule e nuove connessioni nervose che possono non solo ridurre il normale deterioramento delle funzioni cerebrali associato all’età ma anche aiutare la funzionalità cerebrale delle persone con condizioni neurodegenerative. NeuroPongTM è nato a Fort Collins, Colorado, dove Barbera risiede, ed è arrivato anche in Italia.

Quasi un anno fa Barbera ha contattato la Fondazione Mondino, Istituto Neurologico Nazionale a Carattere Scientifico/IRCCS, impegnato nella cura della Sclerosi Multipla, diretto da Roberto Bergamaschi e l’Associazione Sportiva Dilettantistica Tennis Tavolo 2009, guidata da Patrizia Piccinini e da Enrico Frizzo Tatulli.

Dopo aver stilato un protocollo di ricerca sui benefici del tennistavolo in persone con la Sclerosi Multipla con i colleghi statunitensi, Barbera ha coinvolto i colleghi del Mondino e gli amici del TT 2009. Il suo progetto NeuroPongTM prevede un curriculum formativo sulle condizioni neurodegenerative e l’applicazione delle tecniche del tennistavolo adattate ai bisogni del singolo individuo e della sua specifica condizione, a qualunque stadio essa sia. Il medico lavora anche con la International Table Tennis Federation Foundation e la settimana scorsa ha presentato i suoi dati al primo congresso mondiale TT4Health Congress a Creta.

L’ASD TT 2009 non è comunque nuova ad attività del genere. Promuove e divulga la pratica del tennistavolo non solo come attività fisica sportiva competitiva, ma anche di integrazione e supporto sociale, avendo come obiettivo la sensibilizzazione ai molteplici benefici che questo sport può offrire alla intera comunità.

Potenziare l’invecchiamento in buona salute

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha pubblicato un toolkit completo mirato a catalizzare azioni volte a promuovere l’attività fisica tra gli adulti anziani. Questa iniziativa fa parte di una serie più ampia progettata per assistere i paesi nella formulazione ed esecuzione di politiche per aumentare la partecipazione della popolazione all’attività fisica. In linea con il Piano d’Azione Globale sull’Attività Fisica (GAPPA) 2018-2030 e il pacchetto tecnico ACTIVE, questo toolkit si concentra su interventi che possono essere realizzati attraverso servizi di cura primaria e comunitaria. Il suo design strategico supporta anche gli obiettivi del Decennio dell’Invecchiamento in Salute dell’ONU (2021-2030).

Lo sviluppo di questo toolkit è stato un impegno collaborativo, attingendo alla saggezza e all’esperienza collettiva dei leader globali nel campo della salute, dell’invecchiamento e dell’attività fisica. Raccoglie strategie basate sull’evidenza mirate a migliorare l’attività fisica tra gli adulti anziani, fornendo una serie di esempi di casi studio su come ciò potrebbe essere attuato nella pratica.

Fondamentalmente, questo toolkit mira a dare potere alle nazioni per affrontare attivamente le sfide poste da un demografico in via di invecchiamento. Promuovendo l’attività fisica tra gli adulti anziani, i paesi possono avere un impatto positivo sugli esiti di salute, migliorare la qualità della vita e la funzione fisica e mitigare il peso delle malattie croniche. Il toolkit fornisce una roadmap per i decisori politici, gli operatori sanitari e i leader comunitari per progettare, implementare e valutare interventi adattati alle esigenze uniche delle loro popolazioni anziane.

Il toolkit descrive tre attività chiave necessarie per sostenere e promuovere l’attività fisica tra gli anziani:

  • educare e incoraggiare – comunicare perché l’attività fisica è importante,
  • coinvolgere e sostenere – garantire che i programmi e i servizi di attività fisica soddisfino le esigenze degli anziani,
  • abilitare quotidianamente – garantire che gli ambienti in cui vivono, lavorano e socializzano gli anziani supportino l’attività fisica.

Il toolkit descrive cinque fattori abilitanti che sono alla base della fornitura efficace e sostenibile di opportunità di attività fisica per gli anziani. Questi includono: 1. governance, leadership e finanza; 2. advocacy; 3. partenariati e collegamenti comunitari; 4. formazione; 5. monitoraggio e valutazione.

Ai membri della Società Internazionale per l’Attività Fisica e la Salute (ISPAH), diciamo di considerare questo toolkit come un catalizzatore per rafforzare il vostro impegno nella promozione globale dell’attività fisica. Speriamo che abbraccerete le intuizioni fornite per informare i vostri sforzi di advocacy, guidare le vostre ricerche e rafforzare iniziative collaborative. Integrando queste strategie basate sull’evidenza nel vostro lavoro, siete fondamentali nel contribuire al conseguimento degli obiettivi di GAPPA e alla visione più ampia di promuovere un invecchiamento attivo e sano in tutto il mondo.

Questo toolkit supporta un futuro in cui gli adulti anziani possono non solo vivere più a lungo, ma vivere in migliore salute. Fornisce gli strumenti, l’orientamento e l’ispirazione per aprire la strada a un cambiamento positivo, ridefinendo cosa significhi invecchiare con grazia, salute e vitalità. Mentre condividiamo questa risorsa con la comunità globale, impegniamoci tutti a sostenere la causa dell’invecchiamento in salute, fiduciosi nella nostra capacità collettiva di creare un mondo in cui la vecchiaia porti vitalità, resilienza e la gioia dell’attività fisica.

Per esplorare il toolkit e accedere a risorse aggiuntive, visitate il sito web dell’WHO o ISPAH.

L’importante è vivere per essere e non per avere

Vivere per essere o vivere per avere, sono due modalità esistenziali basate su idee opposte. Vivere per essere è quello che hanno dimostrato Sinner, Bagnaia e i loro compagni che s’impegnano per essere la migliore versione di loro stessi per raggiungere i loro obiettivi assoluti. Vivere per avere è la cifra di chi vuole possedere, cose e persone non importa, e che quando non soddisfa questo bisogno profondo trasforma la frustrazione in rabbia distruttiva verso le persone amate, così ha fatto l’assassino di Giulia Cecchettin, che come ha scritto sua sorella Elena “non è stato educato al consenso, al rispetto e alla libertà di scelta”.

Avere o essere è il titolo di un libro di Erich Fromm pubblicato nel 1976 che ha descritto con queste due parole due modi opposti di vivere. L’approccio alla vita quotidiana secondo la modalità che si basa sull’avere, caratterizza coloro che hanno un rapporto di possesso con il loro mondo, con l’obiettivo di impadronirsi di cose e persone. Il loro motto si sintetizza nella frase: “Sono ciò che possiedo”. La modalità esistenziale di chi vive secondo l’approccio basato sull’essere si pone su un piano opposto, in cui l’individuo si rappresenta in funzione delle sue azioni, definito dalla frase: “Sono quello che faccio”. Seguendo questa modalità l’esperienza quotidiana non è mai uguale a se stessa , e il presente contiene il passato ed è anticipazione del futuro.

In questi giorni, l’entusiasmo che questi giovani campioni hanno suscitato intorno alle loro imprese e la conseguente massiccia esposizione pubblica che li ha coinvolti sono un esempio di quanto sia forte il bisogno d’identificazione di tutti, adulti e giovani, verso figure giovani, positive che trasmettano spontaneità attraverso le azioni delle loro prestazioni, nonostante siano di livello eccezionale. C’è bisogno nel paese di esempi a cui fare riferimento, anche perché questi giovani campioni non sono soli, accanto loro ve ne sono molti altri, uomini e donne, che lavorano o studiano, che sono altrettanto bravi e brave, che vivono seguendo una modalità esistenziale centrata sull’essere ma che non hanno la visibilità dei nostri giovani campioni. Questi ragazzi vincenti permettono di portare alla luce questi stili di vita centrati sull’autorealizzazione e sul senso di appartenenza. Il messaggio è chiaro: anche se sei un talento non puoi vincere da solo. Come diceva Michael Jordan, da solo si può vincere una partita ma non un campionato.

Non si sentono soli Sinner e Bagnaia, sono consapevoli di essere cresciuti grazie alla squadra, è così che fioriscono i campioni. Dice bene Emanuela Audisio quando scrive che mentre si parla “di ragazzi italiani immaturi, violenti, non attrezzati alle sconfitte, alle frustrazioni, incapaci di rispetto, forse bisognerebbe guardare anche da questa parte dello sport”. Parliamo di come questi ragazzi sono cresciuti, di chi sono stati i loro maestri, di come hanno imparato dagli errori e di come hanno sviluppato una mentalità di squadra anche in sport individuali. Parliamo e andiamo a conoscere anche tutti quegli altri giovani e sono tanti, ragazzi e ragazze, le cui storie non vanno sui media, che non sono famosi ma che perseguono obiettivi personali di autorealizzazione per loro importanti, diamo voce anche a loro. Altrimenti si continuerà a diffondere una narrazione solo negativa di questa gioventù come insicura, viziata e schiava dei social.