Archivio per la categoria 'Calcio'

La mentalità rigida della squadra causa sconfitte

Il problema più grave per una squadra e per un atleta è quello di pensare di essere bravo.

Questa convinzione mette immediatamente le persone in una condizione di maggior soddisfazione e alimenta l’aspettativa che  tutto andrà bene così come loro si aspettano, quindi vinceremo.

Sentirsi in forma e avere la consapevolezza delle proprie capacità personali e di squadra è certamente importante. Spesso le squadre pensano che questa condizione sia sufficiente per ottenere il successo. Non capiscono che è necessaria ma non sufficiente.

Per giocare ad alto livello, bisogna avere le capacità di una squadra di alto livello. Poi bisogna dimostrarlo sul campo.

Arrigo Sacchi dice che la motivazione deve essere eccezionale, perchè su questa base il calciatore è continuamente impegnato a migliorarsi. Questo è ciò che Carol Dweck ha chiamato una mentalità orientata alla crescita. Chi non la dimostra è destinato ad avere come dicono gli allenatori dei blocchi mentali. In altri termini, questi giocatori hanno una mentalità rigida che li porta a pensare che il loro talento e la forma fisica di quel momento siano sufficienti per essere efficaci nel proprio lavoro.

Errore grave grave, equivale per uno studente a scrivere squola o quore con la q. Entreranno in campo privi della motivazione di giocare al meglio delle loro capacità. Entreranno, invece, con la convinzione che giocheranno bene così in modo spontaneo, e di fronte alle difficoltà del match non saranno pronti ad adattarsi, poiché non lo avevano previsto.

E’ facile perdere la testa, basta ragionare in questo modo.

Motivazione: ballare scalzi mentre piove

Uno dei video più condivisi negli ultimi giorni ha come protagonista un ragazzo della Leap of Dance Academy, una scuola di danza nigeriana. Nel video lo vediamo mentre continua ad esercitasi nelle sue pirouette nonostante la pioggia incessante.

Scalzo e completamente bagnato, la sua ostinazione è diventata il simbolo di quanto un ballerino possa sacrificarsi pur di seguire il proprio sogno. “Dietro quei fantasiosi ed eleganti costumi c’è un duro lavoro” - si legge nella didascalia del video - “Anche con pochissime risorse i nostri alunni continuano ad allenarsi per dare il meglio. Non vogliamo scoraggiare nessuno, ma è importante mostrare il livello del loro impegno e della loro dedizione. Chi non ne sarebbe orgoglioso? Sono pronti a ballare a qualsiasi condizione”.
Si allena scalzo sotto la pioggia: questo giovanissimo ballerino ha conquistato tutti

La Mercedes contro il razzismo

Gli atleti neri si muovono non solo negli sport di squadra ma anche nel tennis e in tanti altri come Lewis Hamilton in Formula con risultati inaspettati, che vedono coinvolte la NBA e in questo la Mercedes nel sostegno al movimento antirazzista.

Ottime azioni che speriamo che servano anche a cambiare la politica.

F1, Mercedes al Gp d' Austria con la macchina dipinta di nero contro la discriminazione razziale
«La Mercedes correrà il Gp d’Austria (5 luglio) e tutto il campionato di Formula 1 2020 con una livrea tutta nera, al posto di quella tradizionale argentata, per sostenere le battaglie contro la discriminazione e il razzismo. È un messaggio fortissimo quello che lancia il team campione del mondo, in prima linea affianco a Lewis Hamilton. Il sei volte iridato è sceso in campo a favore della comunità nera, impegnandosi in prima persona per i diritti civili».
«Nelle ultime settimane il movimento Black Lives Matter - spiega la scuderia — ha acceso una luce su quanto ancora bisogna fare per combattere il razzismo e tutte le forme di intolleranza. Anche noi ne abbiamo tratto insegnamento per costruire un futuro nuovo. Siamo aperti alle diversità ma anche consapevoli che all’interno della nostra organizzazione soltanto il 3% dei lavoratori appartiene a minoranza etniche e che soltanto il 12% sono donne. Dobbiamo trovare un nuovo approccio per raggiungere aree della società e nuovi talenti dove ancora non arriviamo». (Da Corriere della Sera, Daniele Sparisci)

Ricordi sulle Olimpiadi che non ci sono

Sarebbe stato un gran bel periodo, probabilmente sarei andato a Tokyo, alle Olimpiadi con la squadra cinese di tiro a volo, dopo un anno di lavoro con loro a partire dai mondiali del 2019. Avrei seguito anche qualche altro atleta italiano. Anch’io come gli atleti mi stavo preparando per questo evento unico, le Olimpiadi a cui ho sempre partecipato con federazioni o singoli atleti a partire da Atlanta 1996.

 

Conservo ancora le magliette di ogni edizione e i ricordi dei momenti più importanti li ho molto chiari e vividi nella memoria. Ad esempio quando il presidente del tiro a volo mi disse: “Dottore lei è sempre così calmo?” Gli risposi: “Presidente, se mi vedrà agitato cominci a preoccuparsi”. Ho avuto esperienze che mai avrei immaginato, atlete e atleti, che in finale hanno vinto una medaglia, che due ore prima erano in preda al panico, nausea, terrore allo stato puro di non sapere cosa fare per vincere. Dovevo parlare con loro, non certo dandogli una pacca sulle spalle o dicendogli di non preoccuparsi che erano forti.

Quasi sempre gli allenatori mi hanno lasciato intervenire dicendomi: “Alberto, pensaci tu”. Ho vissuto quei momenti ascoltando frasi del tipo: “Sono così terrorizzato che sembro calmo”, “Da qui non esco, vado a casa”, “Dimmi cosa devo fare”, “Se provo a immaginare cosa farò, penso tutto sbagliato”, “Ho vissuto la finale mille volte che ora sono solo agitata”.

La prima volta, ad Atlanta, non ero pronto ad affrontare una situazione di questo tipo. Avevo pensato a quali eventi inaspettati sarebbero potuti accadere ma non avevo previsto il panico nella mente di un finalista a meno di un’ora dall’inizio. Luciano Giovannetti, il commissario tecnico della squadra, vincitore in passato di due ori a Mosca e Los Angeles, mi disse: “Sei tu lo psicologo, parlaci tu”. Andai dove il tiratore stava mangiando qualcosa e mi disse che non voleva uscire dalla tenda per la finale, il panico totale. A quel punto mancava veramente poco all’inizio della gara e cominciai a parlargli ricordandogli tutti i sacrifici che aveva fatto in quegli anni per arrivare preparato a questo momento, quello decisivo. Gli parlai per qualche minuto durante i quali il suo umore cambiò, ritrovò la vitalità necessaria per una finale olimpica. Quando iniziò la finale sbagliò uno dei primi piattelli e si girò guardando dietro. Poi ci disse che si era detto queste parole: “Se molli adesso sei proprio uno stronzo, concentrati e basta!”. Funzionò, vinse la medaglia d’argento.

Da questa esperienza ho imparato che è proprio vero che i vincenti sono quelli che passano attraverso questo inferno emotivo, e lo controllano. Seconda lezione, lo staff è decisivo anche per i vincenti, altrimenti corrono il rischio di soccombere, proprio quando si devono affrontare i momenti decisivi di una gara.

Le Olimpiadi sono uno dei tre eventi sportivi più importanti, insieme ai mondiali di calcio e al Tour de France. In Italia i nostri top atleti, i Probabili Olimpici sono circa 800, di questi circa 300 partecipano alle Olimpiadi, meno della metà sono fra i primi 10 al mondo del loro sport e di solito, l’Italia vince 25 medaglie, inserendoci fra le 10 nazioni più vincenti. In sostanza sono una ventina gli atleti top medagliati ai Giochi Olimpici estivi su una base di partenza di circa 800.  Questo dato mette in evidenza l’estrema difficoltà di ottenere un successo di questo tipo. Ci permette di capire la gioia immensa di chi vince una medaglia ma anche l’immensa delusione di chi invece, pur avendone le capacità, non ci è riuscito. Non è retorico affermare che le Olimpiadi hanno un valore immenso per ognuno di loro e che si dovrebbe fare di più e meglio per sviluppare e salvaguardare il talento e la motivazione di queste persone che noi chiamiamo atleti.

Mai arrendersi alla evidenza

Il mondo è pieno di esempi che dovrebbero servire a convincerci che in qualsiasi situazione è possibile trovare una soluzione per risolvere un problema o uscire da una difficoltà. Come è allora che molti non cercano queste soluzioni, pensando invece che non esistono soluzioni e che gli esempi riportati non riguardano loro ma sono legato di più alla fortuna e al caso o alle doti particolari di una persona che per le sue caratteristiche individuali ha trovato una soluzione che solo lui lei era di grado mettere in atto. E’ l’interpretazione spesso usata per descrivere come un campione dello sport è uscito da una situazione giudicata impossibile dagli altri. Il carattere di eccezionalità della sua condizione, il talento, serve da giustificazione per tutti quelli che pensano che, non essendo campioni, non avrebbero mai potuto uscire da quel problema.

A mio avviso, il problema si riferisce al modo di pensare utilizzato da un individuo. Quando qualcosa va male, ad esempio un brutto voto a scuola, una gara persa malamente o un litigio sul lavoro qual è la mia reazione? Penso che è colpa di qualcuno? Penso che non sono stato capace a svolgere quel compito? Sono stato sfortunato?

E’ importante conoscere il proprio modo di valutare le prestazioni.  

Sappiamo che i pessimisti e quando siamo depressi si tende a pensare in questo modo, che ha l’effetto di svalutare le capacità personali e riduce la possibilità di impegnarsi nel trovare soluzioni. Anche l’ottimismo che si caratterizza con un approccio superficiale alle difficoltà è dannoso e di poco aiuto. Pensare di farcela non è di per se stesso un aiuto alla soluzione.

Va invece allenato e perseguito con costanza l’ottimismo che si accompagna al massimo dell’impegno e la consapevolezza della difficoltà di ciò che si sta per affrontare. Solo coniugando questi tre aspetti, l’impegno massimo, la consapevolezza della difficoltà e l’ottimismo, sarà possibile trovare la soluzione adeguata al nostro problema.

Non c’è spazio per l’attività fisica a scuola

Letto le regole per l’apertura delle scuole.

L’attività fisica è scomparsa e le palestre diventeranno aule.

Si evidenzia concezione disfunzionale dello sviluppo dei giovani.

Aumenterà obesità e sedentarietà: lo stato ponderale dei genitori, il loro livello di istruzione e il reddito familiare risultano associati all’Indice di Massa Corporea del bambino. Quindi chi è più svantaggiato lo sarà ancora di più!

 

Corona virus e mentalità: una battaglia persa

Ora comincia la fase dell’autocontrollo. C’è stato un caso di covid in un torneo internazionale di golf, lo stesso è accaduto ad Adria nel torneo promosso da Djokovic, dove un finalista è risultato positivo. Nel calcio ci sarà un quarantena blanda nel caso in cui il virus colpisse un calciatore o altri membri della squadra. Segnali piccoli ma negativi, che ci spingono a vivere in apnea, come in attesa.

Segnali sempre di segno negativo e più rilevanti vengono dall’Italia. Vi sono dati statistici che dicono che il numero dei positivi non sta scendendo come previsto, probabilmente a cause di comportamenti inadeguati di parte della popolazione. E ciò aumenterebbe la probabilità di una seconda ondata in autunno. Secondo una ricerca condotta dall’Università Cattolica il 41% degli italiani non sembra disposto a vaccinarsi contro il Covid. Al momento solo pochi milioni di persone di persone hanno scaricato l’App Immuni. Sono soprattutto le persone tra 35 e 59 anni (con il 48%) a dichiarare di non volersi vaccinare, si tratta anche di un gruppo trasversale in relazione alle professioni che unisce operai e imprenditori, dipendenti e professionisti. Sono accomunati da un profilo psicologico in cui prevale un atteggiamento “fatalista”, “individualista ed egoista” e che non percepiscono il valore della responsabilità sociale. La ricerca ha messo in evidenza che rispetto a marzo, è diminuito l’autocontrollo della popolazione a rispettare le regole, sono aumentati i comportamenti disfunzionali ed è diminuita la disponibilità emotiva a continuare a rispettarle.

Pertanto, queste persone mostrano una difficoltà a integrare il ritorno alla normalità nell’ambito di regole che non siano quelle abituali ma che implicano la consapevolezza del ruolo sociale di ognuno nei riguardi della gestione della propria salute e la responsabilità verso la comunità in cui si vive. Questi atteggiamenti disfunzionali sono quelli usuali che le persone utilizzano per giustificare a se stessi comportamenti che in modo evidente sono negativi per la loro salute, basta pensare ai problemi legati al fumo, all’alimentazione e alla sedentarietà, solo per ricordare quelli più comuni nella nostra società. L’approccio fatalista (“Non morirò certo io di tumore perché fumo” o “Tanto si deve morire di qualcosa”) e quello individualista (“Dicano quello che vogliono a me piace fumare” o “La vita è la mia e faccio quello che mi pare”) sono nemici della vita sociale e dell’autocontrollo personale. Ci troviamo di fronte, quindi, alle reazioni che le persone manifestano di fronte a quei problemi che richiedono soluzioni che si sviluppano nel lungo periodo e non si concludono in modo rapido. Non sono reazioni diverse da quelle che hanno utilizzato in passato ma sinora coinvolgevano prevalentemente solo se stessi. A questo approccio si deve aggiungere che accalcarsi in una piazza per divertirsi con gli amici produce immediatamente emozioni positive mentre rispettare le regole del distanziamento fisico per mantenersi in salute produrrà solo nel tempo un effetto positivo. In sostanza, questi comportamenti sono rinforzati dai benefici immediati che determinano e che superano i costi e le conseguenze nel tempo.

Serve un cambio di mentalità poiché ora è completamente diverso e le ricadute delle nostre azioni hanno effetto sulla salute degli altri con cui entriamo in contatto. La differenza risiede nella pandemia che coinvolge l’intera società, che ha messo a dura prova la vita quotidiana di tutti e continua ancora a cambiare le regole della convivenza sociale e del lavoro. Tutto ciò richiede una soluzione collettiva, che riduca drasticamente i comportamenti disfunzionali ed è tutto il paese che dovrà muoversi attivamente in questa direzione.

Il ruolo delle famiglie nello sviluppo dei loro figli attraverso il movimento

Rhodes, R.E., Guerrero, M.D., Vanderloo, L.M. et al. Development of a consensus statement on the role of the family in the physical activity, sedentary, and sleep behaviours of children and youth. Int J Behav Nutr Phys Act 17, 74 (2020). 

Le linee guida canadesi per il movimento delle 24 ore sono state recentemente sviluppate per fornire linee guida di salute pubblica che integrano raccomandazioni per l’attività fisica, i comportamenti sedentari e il sonno per la popolazione pediatrica che vanno da 0 a 4 anni e da 5 a 17 anni.

I bambini e i giovani che aderiscono a queste linee guida hanno maggiori probabilità di mostrare una crescita sana, fitness cardiorespiratorio e muscoloscheletrico, salute cardiovascolare e metabolica, sviluppo motorio, sviluppo cognitivo, risultati accademici, regolazione emotiva, comportamenti pro-sociali e una migliore qualità della vita in generale.

Purtroppo, tra i canadesi, solo il 13% dei bambini di 3-4 anni, il 17% dei bambini di 5-17 anni e il 3% dei bambini di 11-15 anni aderisce alle linee guida canadesi per il movimento delle 24 ore. Un’analoga scarsa aderenza alle raccomandazioni sul comportamento sano nei movimenti tra i bambini e i giovani è stato segnalato in Australia, Belgio, Mozambico, Nuova Zelanda, Svezia, Regno Unito, Stati Uniti, e ancora più bassa aderenza in Cina, Singapore e Corea del Sud.

Le pratiche genitoriali che influenzano i comportamenti di salute dei bambini e dei giovani includono componenti di reattività (che forniscono incoraggiamento e autonomia), struttura (che forniscono ambienti sociali e fisici) e richiesta (pratiche restrittive e punitive).

Con l’ambiente in costante evoluzione (tra cui pratiche, politiche, norme sociali, caratteristiche costruttive, tecnologia) a casa, nei centri di assistenza all’infanzia, nelle scuole e nelle comunità, e i nuovi paradigma dei comportamenti di movimento integrati, per le famiglie e per coloro che le sostengono (ad esempio, i professionisti della sanità pubblica, gli operatori sanitari, gli insegnanti, i responsabili politici) le sfide per il raggiungimento di comportamenti di movimento sani possono essere schiaccianti.

Active Healthy Kids Canada e ParticipACTION (organizzazioni canadesi senza scopo di lucro) producono dal 2005 i “Canadian Report Cards on Physical Activity for Children and Youth”.

Questo Consensus Statement on the Role of the Family in the Physical Activity, Sedentary, and Sleep Behaviours of Children and Youth è l’ultimo di una serie di documenti ed è contenuto nel 2020 ParticipACTION Report Card on Physical Activity for Children and Youth.

Come deve gestire le sue emozioni un allenatore?

Una domanda da un allenatore. Gestire le proprie emozioni… come fare?
Primo riconoscerle poi lavorarci su. Può essere utile un confronto con altri istruttori colleghi di palestra che ci possono aiutare con una visione esterna, obiettiva, delle nostre reazioni emotive?
Un piano d’azione in 6 punti:
  1. Il confronto con colleghi su come loro gestiscono delusioni piuttosto che entusiasmi è utile.
  2. Decisivo è accettare ciò che sentiamo in quel momento, anche se non ci piace
  3. Valutare solo in nostro comportamento in quella situazione e mai allargarla alla persona in termini globali
  4. Riflettere su modi alternativi di reazione all’evento per cui ci siamo, ad esempio, arrabbiati
  5. Decidere come comportarsi la prossima volta che ripresenterà una situazione analoga
  6. L’uso della respirazione addominale, prestando attenzione soprattutto ad allungare la fase di espirazione (contando sino 7), può essere utile per ritrovare l’autocontrollo

51° anniversario dell’International Journal of Sport Psychology

Quest’anno ricorre il 51° anno dalla fondazione dell’International Journal of Sport Psychology (IJSP) avvenuta nel 1970. Pubblicheremo due numeri speciali, il primo ha uno sguardo rivolto al passato alla storia della psicologia dello sport. Questo orientamento è stato scelto per mantenere viva la memoria di come siamo giunti allo sviluppo attuale e quali sono stati i protagonisti più significativi di questo percorso. Oggi abbiamo più di 10 riviste dedicate a questa disciplina, a cui si associano anche le molte altre di scienze dello sport che ospitano regolarmente contributi di carattere psicologico. Per tutti gli anni ’70 l’unica rivista disponibile era IJSP, almeno sino all’uscita nel 1979 del Journal of Sport Psychology fondato da Rainer Martens. Il secondo numero è dedicato maggiormente al futuro, individuando non solo alcune tendenze di sviluppo ma anche come la ricerca su alcuni temi classici si sta ri-orientando in funzione dei cambiamenti della nostra società.

IJSP si è festeggiato una sola altra volta in tutti questi anni. Così ha esordito a questo riguardo Ferruccio Antonelli:

“This special issue celebrates the tenth anniversary of the Journal and the fifteenth anniversary of the Society. It will readers its readers while European Section of ISSP – the FEPSAC – is holding its fifth Congress (September 1979) in Varna, Bulgaria, and celebrating its tenth anniversary” (p.149).

The authors of this special issue have been invited to provide a contribute on one of the seven topics proposed:

  • Psychological management of top-athletes (J. Salmela)
  • Coaches and sport psychology (B.S. Rushall)
  • Female sport today: psychological consideration (D. Harris)
  • Psychology of children in sport (F.L. Smoll and L.M. Levebvre)
  • Critical issues in the application of clinical psychology in the sport setting (B.C. Ogilvie)
  • Sport psychology foe handicapped (H. Rieder)
  • Research in sport psychology (R.N. Singer and J.E. Kane)
La pubblicazione di questo numero special fu un successo, documentato dalle lettere di congratulazioni degli autori ad Antonelli, di cui sono in possesso.
“My congratulation to the special issue. It is really very good one” (Miroslav Vanek, ISSP President).
“Congratulations on the Tenth Anniversary Special Issue of the International Journal of Sport Psychology. I hope that you have had good reactions and reviews for your efforts” (Dorothy Harris).
“Thank you for sending a copy of the anniversary issue of IJSP. You are to be commended for initiating such an ambitious project and congratulated for the quality of the final product” (Frank L. Smoll).
“Each issue of the International Journal of Sport Psychology seems to get better and better” (Robert N. Singer).
Certamente anche IJSP dovrà rinnovarsi così come sta avvenendo nel mondo della ricerca per affrontare le nuove sfide del prossimo decennio. In ogni caso, ora siamo orgogliosi che un editore italiano, le edizioni Luigi Pozzi, abbia mantenuto l’impegno di condurre la rivista sino al punto di essere diffusa in tutti i continenti e di avere un Editorial Board che rispecchia questa diffusione nel mondo. Ringrazio Sidonio Serpa e Fabio Lucidi per avere condotto insieme a me la realizzazione di questi numeri speciali, mi auguro che possa ricevere la stessa positiva accoglienza che ebbe Ferruccio Antonelli nell’ormai lontano 1970.