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Mondiale e allenamento mentale

Ho ricevuto questo contributo sulle ragioni della sconfitta del Brasile che condivido con piacere.

I have been working in the field of sport psychology for 38 years in Canada, Australia, and now in Brazil, and I believe that I know why Brazil lost to Holandia in Copa 2010: Coaching experience and styles, empathy with the players, and the mood states of Dunga and the Brazilian players in the second half of today’s game.
Obvious comparisons can be made between the two new South American national coaches: Dunga and Maradona. Neither has any coaching experience, academic training in physical education, nor in the coaching sciences, which are most common in all of North America and Western Europe.

They obviously have no technical training in football and have to rely upon, their playing experiences, and assistant coaches who have such a background.

From my perspective from working with Canadian National teams, the best results occur with teams when the coach is academically trained and has learned positive perspectives, has concern and love and respect for his players, is permitted to introduce young players early on at the international levels of competition, and likes to be laughing, hugging, and congratulating them, all factors which have contributed to Maradona’s success. I have written this before the Argentina-Germany game, but after Brazil’s loss to Holandia.

What was most obvious to me occurred before the first half break, during which Brazil’s brilliant play lead to a a 1-0 lead. However, during the game and most of of the half-time video clips, there were scenes of Dunga ranting and raving, throwing his arms into the air and hitting the banco, even though they were still winning against a tough opponent!

In the sport psychology literature, there are individuals who demonstrate “Type A behaviors”, which are characterized by: “A strong sense of urgency, an excess of competitive drive, and an easily aroused sense of hostility”-and this was when they were winning!

My best guess is that coach Dunga brought this sense of urgency, competitive drive and hostility into the dressing room and communicated it to his players at half-time. This may have resulted in the upsetting of the positive team “mood”, possibly broke the teams’s positive spirit and skill levels, through his negative psychological state of mind during the positive first half. This was perhaps through criticism, sarcasm, and inappropriate feedback to these multi-millionaires representing their country.

There is an old expression in English: “If you can’t perform, then teach”. In Dunga’s case, it might be more appropriate to state: “If you can’t teach (or coach), step out of the way for someone who can”. As a Brazilian resident, my heart is with the antiquated organization in decision-making, governance and control for both coaches and players, but my money is on Maradona’s, equally antiquated, but positive style in humanized coaching and team development.

John H. Salmela, Ph.D.
University of Ottawa, Canada

I CT presuntuosi

Capello, Lippi, Dunga e Maradona non hanno guidato solo nazionali di grande prestigio ma sono loro stessi persone di livello assoluto nel calcio, però sono andati fuori alle prime difficoltà vere che il campionato del mondo gli ha presentato. Sono allenatori con personalità molto diverse ma nelle spiegazioni relative a questo insuccesso sono stati molto simili. Con modi diversi si sono assunti la responsabilità della disfatta, si sono dimostrati emotivamente coinvolti ma non hanno mai risposto a domande riguardanti il perché questo è successo (hanno detto non lo so) o cosa sarebbe potuto succedere se avessero giocato in modo diverso, con Tizio al posto di Caio. Queste domande li irritano, dicono che hanno già risposto, che sono fatte per polemizzare e così via. E’ un atteggiamento presuntuoso e narcisistico di chi pensa di avere fatto il meglio, salutare percezione soggettiva, peccato che il loro meglio abbia prodotto il peggio e chi domanda vorrebbe saperne le ragioni e non vedere capi solo dispiaciuti o lacrimevoli.

La rabbia di Dunga

La facilità di Dunga a irritarsi è stata sotto gli occhi di noi spettatori in ogni istante della partita, anche quando Il Brasile era in vantaggio contro l’Olanda. Come si fa a trasmettere fiducia ai propri giocatori quando si è così instabili? Sono convinto che la sua difficoltà a gestire la propria impulsività sia stata una causa decisiva della sconfitta con l’Olanda.

I presuntuosi: gli arbitri

Gli errori di Rosetti e quelli dell’arbitro del goal non visto a favore dell’ Inghilterra dicono di quanto sia facile agire in modo mentalmente rigido, non ascoltando e pensando che si ha ragione in ogni caso. E’ chiaro che l’errore va accettato, nessun arbitraggio è perfetto, ma quando gli sbagli sono clamorosi vuol dire che l’arbitro non è mentalmente in forma. Dovrebbero allenarsi mentalmente a pensare cosa fare in situazioni come quelle che sono accadute e che non sono frequenti ma decisive. D’altra parte è questa la differenza tra i best performer e gli altri, vedere e decidere quando gli altri sbaglierebbero. Altrimenti perché scegliere Rosetti e non Giuseppe Rossi?

La presunzione di sapere e lo scoprire di non sapere

La questione è come mai calciatori professionisti e affermati non sappiano entrare in campo con la determinazione e la concentrazione richieste dalla partita da affrontare. Questo è accaduto all’Inghilterra e prima di lei all’Italia. Ma ancor più grave è la constatazione che l’allenatore sembra non essersi accorto di questa condizione psicologica della sua squadra. Forse gli allenatori sono diventati così presuntuosi da convincersi che basta la loro presenza a infondere coraggio? Forse perché guadagnano troppo e, quindi, in base a ciò ritengono di non essere criticabili e per questo non mettono accanto a sé persone che potrebbero rappresentare la coscienza critica che gli manca.  Al contrario, le esperienze di leadership ad alto livello nel mondo del business insegnano proprio questo, che accanto ai grandi leader vi è sempre un’altra persona esperta con cui si confrontano apertamente e che verifica che le loro idee siano attuate. Forse questi nostri condottieri dovrebbero imparare a servirsi di aiutanti in grado di sapere se i loro calciatori sono disposti a giocare fino in fondo o sono pronti a mollare un centimetro alla volta fino alla fine. Perché è proprio questa la differenza tra vincere e lasciarsi dominare.

Messaggio da John Salmela

Uno dei principali psicologi dello sport di livello mondiale, John Salmela, mi ha mandato questo messaggio:

Cari amici i nostri pensieri sono sempre con voi, ma forse avete bisogno di allenatori e giocatori più giovani, e di nuove idee, come un intenso mental training e migliori relazioni con gli allenatori.

Grazie John.

Cannavaro senza ritegno

L’autocritica non è prevista per Cannavaro. Bastava un semplice “ho giocato male, mi spiace”. Invece no!!! La colpa è del sistema che è da cambiare. Meno male che va in Dubai.

Sei domande a Lippi

La disfatta è una prova irrimediabilmente negativa e non è certamente prodotta dal caso. La disfatta non è determinata da un minuto di follia ma è la messa in atto di una sequenza di errori ripetuti per un periodo di tempo abbastanza lungo.

La disfatta dell’Italia ai mondiali va quindi ricercata in una serie di scelte che si sono rivelate sbagliate e nel non avere voluto vedere o affrontare i problemi che hanno provocato.

Ho formulato sei domande che da leader di una squadra mi sarei posto per evitare di giungere a una conferenza stampa in cui l’unica cosa che avrei detto è “mi assumo tutte le responsabilità.” Troppo scontato.

1° domanda

Se prendo i giocatori di una squadra che è arrivata settima nel campionato, che per tutto l’anno sono stati abituati a perdere e a subire gli avversari e che ora sono stanchi e demoralizzati potrò fargli cambiare mentalità in poco tempo?

2° domanda

Se prendo quelli che hanno vinto il mondiale, anche se molti di loro non hanno fatto un campionato brillante, riuscirò a dargli fisico, voglia e idee? Come so che hanno ancora la volontà di vincere?

3° domanda

Se prendo giocatori con nessuna o poca esperienza internazionale e li inserisco in una squadra di anziani cosa può succedere?

4° domanda

Se a questo gruppo gli faccio fare due partite amichevoli, se non vincono ci saranno delle ripercussioni sulla fiducia in loro stessi?

5° domanda

Se questo è un gruppo di qualità media e senza campioni (anche per gli infortuni di Pirlo e Buffon) li ho scelti almeno aggressivi come dei leoni e li sto allenando a dimostrarlo sul campo?

6° domanda

Giacché sono il leader indiscusso, un condottiero, mi sono mai chiesto se nel mio staff c’era qualcuno in grado di rappresentare la coscienza critica, di fornirmi pareri diversi o invece  erano tutti yes man?

I CT e le emozioni

Un tema ampiamente discusso ieri riguarda l’insubordinazione dei calciatori francesi e inglesi nei confronti dei loro CT, nonché le risposte che questi ultimi hanno fornito  ai media. Mi sembra che l’impostazione dominante sia stata di ricercare a chi attribuire la colpa. Molti si sono espressi trovandola nei calciatori, basandosi sul fatto che questa squadre hanno giocato molto male e quindi chi è stato in campo non può certo avere ragione. Questo gioco a scaricabarile mi pare avvilente poiché è una spiegazione a posteriori di un prestazione negativa in cui si cerca un capro espiatorio per poterlo castigare. Non basta affermare che la propria porta è sempre aperta a tutti, come ha detto Capello, perché se nessuno viene a parlare può essere che tutto vada bene ma anche che lo si ritenga inutile. Lo stesso Domenech è stato  spesso criticato anche prima dei mondiali, cosa ha fatto per mantenere alto l’umore dei suoi atleti e la coesione della squadra? Nel business management viene insegnato un modo concreto per conoscere i propri collaboratori che si chiama management by walking around (MBWA), vuol dire che il capo va in mezzo ai suoi a parlare per conoscere le loro idee e la loro condizione emotiva. Non è una novità, lo faceva già Napoleone quando stava in mezzo al suo esercito durante le campagne di guerra per dimostrare che era lì a condividere le stesse fatiche. Immagino che in queste squadre sia mancato questo aspetto di vicinanza emotiva, senza la quale diventa facile accusarsi vicendevolmente per salvare se stessi. Finisco con una citazione ancora di Napoleone che diceva: “Vinco le mie battaglie anche con i sogni dei miei soldati.”

Lippi l’ottimista

Nonostante il dispiacere per il pareggio, Lippi parla in modo ottimista. Lo rivelano l’uso delle parole durante la conferenza stampa. Infatti, gli ottimisti attribuiscono le prestazioni negative o non soddisfacenti a fattori instabili, specifici e interni o esterni. Allora, avere preso un goal al primo tiro in porta è sfortuna, quindi, un fattore esterno, specifico e casuale. Così come la mancanza di lucidità mentale, elemento interno e instabile,  è una difficoltà che si è manifestata in questa partita ma che già dalla prossima può essere corretta. Diversamente la mancanza di capacità è invece un fattore stabile e globale, che investe quindi l’abilità a giocare in un determinato modo, se questa fosse stata la spiegazione naturalmente non potrebbe essere corretta in pochi giorni, poiché l’acquisizione di una abilità richiede più tempo.