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Recensione libro: Handbook of Embodied Cognition and Sport Psychology

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Handbook of Embodied Cognition and Sport Psychology

Massimiliano Cappuccio (a cura di)

Cambridge, MIT Press

2019, 26 chapters, 740 pages

 

Although sport is played with the body, it is won in the mind.

(Aidan Moran, Sport and Exercise Psychology, 2004)

From the Introduction (Massimiliano Cappuccio)

Today, to clarify the mission and the scope of sport psychology requires understanding the deep intertwinement of “body” and “mind” within the framework of cognitive science and cognitive philosophy. That is one of the reasons a joint venture between sport psychologists and cognitive scientists—including, importantly, cognitive philosophers—is a must.

This volume is composed of seven sections. With the help of multidisciplinary teams of researchers, each section explores a particular area of thematic interest situated at the intersection of embodied cognitive science and sport psychology.

Section 1 presents the key notions and concepts necessary to lay the theoretical foundation of our interdisciplinary discourse. The very meaning of embodied cognition, and the reasons that make it relevant to the theory and practice of sport psychology, are introduced and discussed.

Section 2 tackles one of the issues that most seriously concerns athletic performance: the nature of embodied skill, its cognitive preconditions, and the factors that disrupt it. A correct understanding of the roles played by attention, self-awareness, and conscious- ness is key to developing a consistent theoretical account of both sport performance in optimal conditions and its failure in pressure-filled environments (the so-called choking effect).

Section 3 talks about the role of sport pedagogy inspired by the embodied theory, how cognitive enhancement is facilitated when accompanied by an appropriate regime of physical exercise and training.

Chapter 11 investigates an issue that is hotly debated by scientists and various categories of people working in the sport business: What is talent, and how can it be identified? Is it an inherited gift or the result of long and hard training? According to the authors philosopher Mirko Farina and sport psychologist Alberto Cei, the answer suggested by embodied cognition is articulated and complex: appropriate practice and intense experience during optimal periods of development, characterized by higher rates of neuroplasticity, can express and maximize the innate potential if accompanied by environments conducive to learning and well-designed training methods.

Section 4 is dedicated to the intersubjective and social dimension of sport skills, with a particular emphasis on team sports and other competitive athletic disciplines.

Section 5 discusses the best research methods in the social sciences for developing the sociological, anthropological, and cultural side of sport practices.

Section 6 deepens the theoretical background: according to the ecological approach to perception, objects are not just neutral sources of visual information, but “invite” the actions allowed by their shapes and their intrinsic possibilities of manipulation.

Section 7 inquires about the source of the mind’s predictive capabilities. This inquiry, central for both the tradition of philosophical psychology and the future of embodied cognition, is particularly debated now that predictive processing theory promises to unify the understanding of various mental functions (perception, imagination, memory, inference) under the same general Bayesian mechanics: the brain’s fundamental goal is to reduce the mismatch between sensory input and the corresponding predictions generated by feedforward systems.

Philip Roth

Andrea Pirlo: l’ultimo dei talenti italiani si è ritirato

Andrea Pirlo ha definitivamente concluso la sua carriera. Il suo ritiro sancisce la fine di un tipo di calciatore che è tecnico, guida il gioco della squadra, calcia le punizioni e segna le reti, è un leader, nei momenti decisivi della partita fa la differenza. In Italia, non ci sono più giocatori di questo genere, lui era l’ultimo, insieme a lui ci sono stati nello stesso periodo Totti, Baggio e Del Piero.

Evidentemente la formazione calcistica dei nostri giovani non permette più lo sviluppo di questo tipo di calciatori, adesso in nazionale abbiamo un centrocampo fatto di anonimi e un attacco di giovani che non hanno ancora vinto nulla e spesso deludono. Abbiamo una difesa forte, ex-fortissima, speriamo basti per vincere con la Svezia e andare ai mondiali in Russia.

I goal migliori di Pirlo

Andrea Pirlo

Cos’è l’eccellenza

 ECCELLENZA

10% Talento & 90% Sudore

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Giusto per ricordarlo a chi l’avesse dimenticato per un momento 

Rapporto Federcalcio dimostra che non c’è posto per i giovani

E’ stato presentato ieri il rapporto annuale della Federcalcio che tra i molti dati presentati ne ha evidenziato uno particolarmente negativo: siamo all’ultimo posto in Europa per giocatori provenienti dall’attività giovanile (8,4%). Che si accompagna alla presenza del 54% di calciatori stranieri in Serie A. Non è certo un dato nuovo poiché nel 2013 la FIFA aveva in uno studio apparso sulla sua rivista aveva evidenziato che:

  • l’esterofilia delle squadre del di Serie A testimoniata dal quinto posto per l’impiego dei calciatori stranieri: soltanto le leghe cipriota, inglese, portoghese, belga, italiana e turca – nell’ordine – superano la soglia del 50% (52,2%). L’Italia, insomma, primeggia nella classifica di chi trascura i suoi giovani di talento.
  • Percentuale dei calciatori provenienti dal’attività giovanile. Occupiamo solitari l’ultima posizione con una percentuale inferiore al 10% (7,8%), lontano da Germania (14,7%), Inghilterra (17,5%), Francia (21,1%) e Spagna (25,6%).
Inoltre questo dato negativo emerge anche quando si analizzano le grandi squadre europee. Provengono dal settore giovanile: Manchester United, 40%; Barcellona; 59%, Ajax, 55%  e Montpellier, 44%.

Non basta sapere cosa fare, bisogna farlo

Talvolta gli atleti e le squadre commettono un errore grave, si fidano troppo di quello che pensano di sapere fare e così in gara non lo fanno perché si convincono che basta averlo pensato perché poi succeda. Così è la Roma di questo periodo che entra in campo convinta di vincere ma poi non gioca perché la partita l’aveva già vinta nello spogliatoio. Oppure chi dice “tutte le volte che faccio bene il riscaldamento poi gioco male”. Il riscaldamento predispone a giocare bene ma poi bisogna farlo in partita: sono due aspetti separati.

Essere bravi, bene allenati e mentalmente pronti è utile ma lo è altrettanto sapere che bisognerà sapere mostrare queste competenze sul campo. Altrimenti non serve a niente.

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Le regole della crescita secondo Piketty

Thomas Piketty è uno dei più rilevanti economisti e ha scritto un libro fondamentale per spiegare le dinamiche che guidano l’accumulo e la distribuzione del capitale e l’evoluzione storica della crescita mondiale e delle disuguaglianze.

Di seguito le ragioni che secondo Piketty sono alla base  dello sviluppo di un paese.

  • Lo sviluppo avviene quando i più poveri recuperano sui più ricchi attingendo allo stesso sapere tecnologico, di qualificazione, di cultura.
  • La diffusione delle conoscenze è determinata dall’apertura internazionale e commerciale.
  • La diffusione delle conoscenze si manifesta tramite investimenti e istituzioni che permettono  investimenti significativi nella formazione delle persone in un quadro di legalità.
  • E’ necessario un potere pubblico legittimo ed efficiente.
Alcuni anni fa, Richard Florida documentò che alla base dello sviluppo vi è il talento, la tolleranza e la tecnologia. Concetti analoghi a quelli espressi ora da Piketty.
Sulla base di queste argomentazioni ognuno può trarre le proprie considerazioni in relazione  a quanto le istituzioni del nostro paese agiscono in questa direzione promuovendone la crescita.

Cercasi talenti? No, ha sbagliato nazione

Mentre nel mondo le aziende più importanti conducono tra di loro da anni una guerra per assicurarsi i migliori talenti e su Google troviamo decine di pagine selezionando “talent war”, noi invece viviamo in una nazione in cui questi due termini suscitano poco interesse. E’ quanto emerge da uno studio condotto da Bruno Pellegrino, Università della California, e Luigi Zingales, Università Chicago, secondo cui gli imprenditori italiani, non tutti per fortuna, preferiscono avere come diretti collaboratori degli “yes manager”, pronti in ogni istante a compiacerli nelle loro scelte a discapito di uomini e donne indipendenti e competenti. Si conferma la scarsa propensione dell’imprenditoria italiana alla cultura della prestazione che coniuga insieme la capacità di assumersi dei rischi e d’innovarsi con la necessità di mantenere in attivo il bilancio mentre al suo posto si diffonde il familismo amorale, che seleziona le persone per cooptazione. In tal modo ci si pone sulla strada che abbandona la ricerca del successo come massima espressione delle qualità aziendali e ci si avvia su quella in cui favoritismi e clientele diventano i fattori dominanti del successo. Il mondo del calcio professionista ancora una volta si rivela essere specchio di questo paese e di questo tipo d’imprenditoria: tanti stranieri mediocri e pochi giovani italiani talentuosi. Infatti, nella maggior parte delle squadre sono presenti pochi calciatori italiani e solo quest’anno sono stati introdotti 84 nuovi giocatori, che limitano ulteriormente l’accesso in squadra ai nostri giovani talenti.  Il danno che si viene a creare è molto grave. S’impedisce di fatto ai giovani italiani di giocare, si rende inutile l’attività giovanile poiché i migliori non troveranno squadre disposte a inserirli nell’organico, li si obbliga ad andare all’estero come è il caso di Immobile, Cerci e Verratti, si spendono inutilmente soldi per giocatori stranieri che non sono di valore, le squadre perdono ulteriore valore perché non possono contare su giocatori tenaci e che vogliono vincere. Non vi sono spiegazioni che permettono di comprendere questo fenomeno così auto-lesionista per i club. Certamente la professionalità dei dirigenti di calcio esce sconfitta da questo approccio e dato che questa pratica è così diffusa evidentemente non preoccupa anzi ne esce rinforzata. Naturalmente esistono aziende e squadre che si fondano sulla cultura della prestazione, seguiamole perché sono un pezzo importante della soluzione dei nostri problemi.

(leggilo su http://www.huffingtonpost.it/../../alberto-cei/)

Coraggio e umiltà

L’allenatore degli All Blacks ha detto recentemente in una conferenza che la mentalità guerriera dei suoi giocatori si basa sull’equilibrio fra coraggio e umiltà: essere capaci di fare cose straordinarie ma sapere anche recuperare rapidamente dagli errori, sapersi risollevare rapidamente e vincere.

Questa capacità distingue i campioni dagli altri bravi atleti: Ne sono un esempio:

Roger Federer  che cambia gioco per continuare a restare al suo livello compensando le difficoltà fisiche con un aumento dell’efficacia del servizio e con più frequenti discese a rete. Cambiare per limitare i limiti e continuare a vincere.

Valentino Rossi è ritornato a vincere un MotoGP dopo molto tempo, stabilendo il record di più anziano vincitore, non ha rinunciato a questa opportunità e alla fine ci è riuscito.

Tiger Woods da 60° del ranking mondiale anzichè ritirarsi, in tre anni è ritornato a essere n.1

Giovanni Pellielo ha perso le olimpiadi di Londra ma l’anno successivo ha vinto il campionato del mondo ed è già qualificato per quelle di Rio

Imparate da loro, non basta il talento ci vuole coraggio e umiltà.