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50° Anniversario International Journal of Sport Psychology

In occasione del

50° anniversario dell’International Journal of Sport Psychology – 1970-2020

è uscito il primo numero speciale dedicato a come si è sviluppata la psicologia dello sport. 

Sidonio Serpa, Fabio Lucidi, Alberto Cei

For the second time in its history, the IJSP decided to mark its anniversary. Two special issues celebrate the 50 years of the journal, this being the first one, in a look at the History of sport psychology, while the second mostly looks into the future, identifying some new trends of research, as well as the reorientation of some classic topics according to the Society changes.

The purpose of the current issue is double. On one hand, to preserve the memory of the path taken by sport psychology so far, as well as paying tribute to those who contributed to its development. On the other hand, by reflecting on the History, to understand better the present situation and, thus, working more efficiently for the future applied and scientific developments.

Chi è interessato all’acquisto può scrivere attraverso l’indirizzo di questo blog.

Rapporto: adolescenti e scuola

Scelte compromesse. Gli adolescenti in Italia, tra diritto alla scelta e povertà educativa minorile”

E’ il nuovo report nazionale dell’Osservatorio #conibambini promosso da Openpolis e Con i Bambini nell’ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile.

  • I divari educativi dipendono anche dalla condizione di partenza. Chi ha alle spalle una famiglia con status socio-economico-culturale alto, nel 54% dei casi raggiunge risultati buoni o ottimi nelle prove di italiano. Per i loro coetanei più svantaggiati, nel 54% dei casi il risultato è insufficiente.
  • I 2/3 dei figli con entrambi i genitori senza diploma non si diplomano a loro volta.
  • Nelle grandi città vi è una relazione inversa tra indicatori di benessere economico e quota di neet: a Milano, Quarto Oggiaro ha il doppio di neet della zona di corso Buenos Aires, a Roma, Torre Angela ha il doppio di neet del quartiere Trieste, a Napoli, i quartieri con più neet compaiono anche nella classifica delle zone con più famiglie in disagio.
  • +25,2% il divario tra l’abbandono dei giovani con cittadinanza straniera e i loro coetanei.
  • L’emergenza Covid rischia di compromettere ancor di più il diritto alla scelta degli adolescenti. 

In Italia vivono 3 milioni di persone tra 14 e 19 anni. Se consideriamo la fascia di età che frequenta medie e superiori e limitandosi ai minori, sono 4 milioni i ragazzi di età compresa tra 11 e 17 anni. Si tratta di quasi la metà dei minori residenti in Italia (42%) e del 6,67% della popolazione italiana. Il report dell’Osservatorio indaga il fenomeno della povertà educativa legato a questa fascia di età.

L’abbandono scolastico prima del tempo, più frequente dove ci sono fragilità sociali, è l’emblema di un diritto alla scelta che è stato compromesso. E spesso non è che la punta dell’iceberg: dietro ogni ragazzo e ragazza che lascia la scuola anzitempo ci sono tanti fallimenti educativi che non possono essere considerati solo problemi individuali o delle istituzioni scolastiche. Sono fallimenti per l’intera società nel preparare la prossima generazione di adulti.

“Con la pandemia le disuguaglianze sociali ed educative crescono e aggravano una situazione caratterizzata da grandi divari strutturali – ha commentato Marco Rossi-Doria, vicepresidente di Con i Bambini. La povertà educativa, come evidenzia il report, ha spesso origine in queste disparità, non solo economiche, ma sociali e culturali. È un fenomeno che non può riguardare solo la scuola o le singole famiglie, ma chiama in causa l’intera ‘comunità educante’ perché riguarda il futuro del Paese. In questa fase di grandi difficoltà, i ragazzi dovrebbero rappresentare il fulcro di qualsiasi ripartenza. Non dovremmo criminalizzarli, come spesso accade, per alcuni comportamenti devianti o relegarli ad un ruolo passivo. Credo fortemente che siano una generazione migliore, hanno dimostrato grande senso di responsabilità, dovrebbero partecipare attivamente alle scelte che incidono sul futuro loro e, di conseguenza, del Paese. Dobbiamo loro – conclude Rossi-Doria – grandi opportunità”.

I divari educativi molto spesso dipendono dalla condizione di partenza. Per troppe ragazze e ragazzi la scelta appare già vincolata: dove nasci, in che posto vivi, la condizione sociale della famiglia contribuiscono a determinare molti aspetti. Dall’origine sociale e familiare ai livelli negli apprendimenti; dalle prospettive nel territorio in cui si abita all’impatto dell’abbandono scolastico. Su questi fattori, purtroppo, l’emergenza Covid rischia di incidere in modo fortemente negativo. Nei mesi scorsi abbiamo potuto constatare le profonde disuguaglianze tra le famiglie con figli nella possibilità di adeguarsi ai ritmi e agli stili di vita imposti dalla pandemia.

Partiamo dall’istruzione. Tra gli alunni di terza media, all’ultimo anno prima della scelta dell’indirizzo da prendere, i divari sociali sono molto ampi. Chi ha alle spalle una famiglia con status socio-economico-culturale alto, nel 54% dei casi raggiunge risultati buoni o ottimi nelle prove di italiano. Per i loro coetanei più svantaggiati, nel 54% dei casi il risultato è insufficiente.

Questi dati ci dicono come la condizione sociale si trasmetta di generazione in generazione. Nascere in una famiglia con meno opportunità da offrire significa generalmente partire già svantaggiato anche sui banchi di scuola. Dai dati sull’abbandono scolastico emerge che i due terzi dei figli con entrambi i genitori senza diploma non si diplomano a loro volta.

Il livello di istruzione, di competenze e conoscenze è strettamente collegato anche alle possibilità di sviluppo di un territorio. Nei test alfabetici l’87% dei capoluoghi del nord Italia presenta un risultato superiore alla media italiana. Nell’Italia meridionale e centrale la quota di comuni che superano questa soglia scende rispettivamente al 25% e al 36%. Un dato che, oltre a confermare i profondi divari territoriali tra gli adolescenti italiani, sembra essere legato alla quota di famiglie in disagio nelle città.

La principale minaccia per le prospettive future di un adolescente è uscire dalla scuola superiore senza un’istruzione adeguata. Questo rischio è molto più concreto nelle aree interne, dove l’offerta educativa viene più spesso minata da fattori come l’alta mobilità dei docenti, pluriclassi composte da alunni di età diverse, scuole sottodimensionate. Confrontando i risultati Invalsi degli adolescenti che vivono nelle aree interne con il dato medio regionale emergono due aspetti. Il primo è che, con poche eccezioni, i punteggi degli adolescenti dei comuni interni sono più bassi di quelli dei loro coetanei. Il secondo è che la condizione educativa delle aree interne non è omogenea in tutto il paese. Tra quelle più popolose, la migliore nei test di italiano (Basso Ferrarese) supera non solo la media delle aree interne italiane (+7 punti), ma anche la media nazionale complessiva (di oltre 4 punti) e quella emiliana (+2,42). Al contrario, la peggiore nei test di italiano (Calatino) è a -14 punti dalla media siciliana, a -16 da quella nazionale delle aree interne e quasi 20 punti al di sotto della media nazionale complessiva.

Una evidenza interessante rispetto all’analisi della presenza di giovani che non studiano e non lavorano nelle grandi città italiane è la relazione inversa tra gli indicatori di benessere economico (ad esempio, il valore immobiliare) e la quota di neet. I giovani che non lavorano e non studiano spesso si concentrano nelle zone socialmente ed economicamente più deprivate.

Napoli, i 10 quartieri con più neet in ben 8 casi compaiono anche nella classifica delle 10 zone con più famiglie in disagio. A Milano, Quarto Oggiaro ha il doppio di neet rispetto a zona di corso Buenos Aires. A Roma, a Torre Angela la quota di neet è oltre il doppio del quartiere Trieste.

Altra differenza sostanziale si registra prendendo in riferimento la cittadinanza. È di 25,2% il divario in punti percentuali tra l’abbandono dei giovani con cittadinanza straniera e i loro coetanei.

In Italia un adolescente su 12 ha una cittadinanza diversa da quella italiana. Poco meno di 200 mila persone, contando i minori stranieri dai 14 anni in su. Oltre 300 mila ragazze e ragazzi, se si considerano i residenti tra 11 e 17 anni. Nel caso degli adolescenti senza la cittadinanza italiana, sono diversi i segnali che indicano come particolarmente forte la minaccia della povertà educativa. Dalle difficoltà di inserimento nel percorso scolastico, alle disuguaglianze nell’accesso agli indirizzi delle scuole superiori. Fino all’abbandono precoce degli studi, fenomeno particolarmente preoccupante tra i giovani.

Infine, gli altri divari. Già prima dell’emergenza (2019), il 9,2% delle famiglie con almeno un figlio si trovava in povertà assoluta (contro una media del 6,4%). Quota che tra i nuclei con 2 figli supera il 10% e con 3 o più figli raggiunge addirittura il 20,2%. Ma anche i divari territoriali e nella condizione abitativa, con il 41,9% dei minori vive in una abitazione sovraffollata. Un ulteriore aspetto critico è stato rappresentato dai divari tecnologici. Prima dell’emergenza, il 5,3% delle famiglie con un figlio dichiarava di non potersi permettere l’acquisto di un computer. E appena il 6,1% dei ragazzi tra 6-17 anni viveva in una casa con disponibilità di almeno un pc per ogni membro della famiglia. Per tutti questi motivi, l’esperienza della pandemia è stata ed è spesso tuttora vissuta in modo molto diverso sul territorio nazionale, con effetti che gravano soprattutto sui minori e le loro famiglie. Si pensi all’impatto del lockdown per i bambini e i ragazzi che vivono in case sovraffollate, oppure alla possibilità di svolgere la didattica a distanza dove mancano i dispositivi o l’accesso alla rete veloce.

La sedentarietà sta aumentando

Vedere persone che in questo periodo fanno sport può illudere che sia aumentata la percentuale di chi sceglie uno stile di vita fisicamente attivo. Purtroppo è un errore

Una ricerca condotta da Sport England ha scoperto che i livelli complessivi di attività sono scesi drasticamente sia per gli adulti che per i bambini.

Nel Regno Unito, in cui si fa molto più sport che in Italia, il 40% è così sedentario da rischiare la propria salute a lungo termine. Circa il 25% è quasi completamente inattivo, significa che si esercita per meno di 30 minuti a settimana. Per i bambini la situazione è ancora peggiore, quasi l’80% non non è attivo per almeno un’ora al giorno.

In tempi non-Covid, la sedentarietà  determina uno smorto ogni sei decessi, circa 100.000 all’anno e circa 5 milioni a livello globale. Se un ventenne vive tra una sedia da ufficio e un divano, potrebbero passare diversi decenni prima che si manifestino disturbi associati come malattie cardiache, diabete di tipo 2 o cancro.

 

 

Nuovo ebook: La pandemia nello sport


Il 2020 se ne sta andando e sarà ricordato come l’anno peggiore degli ultimi 75 anni, per avere coinvolto il mondo intero in una crisi inizialmente sanitaria, diventata una pandemia planetaria che ha sconvolto la vita di ogni persona, provocando milioni di vittime, distruggendo parte significativa dell’economia mondiale e cambiando radicalmente il nostro modo di lavorare e d’interagire con gli altri. Sono psicologo e mi occupo di sport e del benessere di coloro che lo praticano siano essi campioni e professionisti o individui che svolgono questa attività come stile di vita. La pandemia ci ha obbligati a restare a casa, al distanziamento fisico e a eliminare l’attività sportiva per come la conoscevamo. La gestione del movimento e dell’attività sportiva sono diventate una fonte di stress aggiuntivo che ha prodotto effetti psicologici negativi sulle persone che svolgono anche solo un’attività ricreativa, fra gli atleti che praticano sport a livello professionale e le persone con disabilità che traggono giovamenti così evidenti dall’impegno sportivo svolto in maniera continuativa.

Partendo da queste considerazioni, ho iniziato a parlare di questa situazione sul mio blog, per capire meglio gli effetti della pandemia sulle persone e per fornire indicazioni su come poter praticare sport, rispettando le regole per fronteggiare e ridurre le possibilità di contagio. Il libro rappresenta un tragitto partito all’inizio di marzo, che mi ha portato a parlare di questo tema sino ad oggi che ci avviciniamo all’inizio del nuovo anno. Si parla della mentalità di chi non rispetta le regole, di come si può affrontare l’angoscia determinata da questo cambiamento radicale della vita quotidiana, di come si può allenarsi stando a casa e delle ragioni per cui è bene essere attivi e non subire questa situazione. Inoltre, vengono fornite indicazioni agli allenatori per non rinunciare al loro ruolo di guida e agli atleti per allenarsi in assenza delle gare. Infine, presento suggerimenti pratici e modi di pensare e di vivere questo periodo unico e totalmente imprevisto.

 

E’ ora di pensare alla salute mentale di atleti e allenatori

Nel Regno Unito le Federazioni di atletica collaborano con  Believe Perform  per costruire un percorso online per atleti allenatori e allenatori pre promuovere la salute mentale e e la prestazione.

Da noi non si pensa neanche a questi temi!

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Recensione libro: Lo sport domani

Flavio Tranquillo

Lo sport domani

Costruire una nuova cultura

Add Editore  p.137,  2020

Questo libro parla di quale sia la cultura dello sport dominante nel nostro paese e soprattutto ne mette in luce le criticità che derivano non tanto da limiti organizzativi ma piuttosto dal modo di pensare lo sport. Forse la sintesi più recente di questo tipo di mindset si è evidenziata nel Rapporto per il rilancio “Italia 2020-2022- del gruppo coordinato da Vittorio Colao, nel quale Tranquillo evidenzia che non è mai nominata la parola sport. Ci vorrebbe una discontinuità politico-istituzionale, una rigenerazione complessiva continua l’Autore, che metta in luce come il binomio Sport-Cultura non sia nel nostro paese così accettato e tantomeno promosso.

Il filo conduttore del libro è centrato intorno a questa idea e viene svolta una critica costruttiva e precisa sullo sport concepito solo secondo parametri economici e del conseguimento della vittoria. Se questa è l’impostazione, Tranquillo ci ricorda che nel calcio l’1% dei tesserati (1.000.000) è un giocatore professionista (12.000). Quindi, se ciò che conta è solo il parametro economico, un atleta può rappresentare un esempio positivo per i giovani? In altre parole si ritorna sempre alla stessa domanda in che modo il calcio, come ogni altro sport, può produrre valore sociale e qual è il ruolo delle star dello sport?

Il libro pone altre questioni irrisolte come quello del finto dilettanstimo, degli atleti che a fine a carriera si trovano senza educazione e risparmi e nessuno aiuto predisposto dalle loro organizzazioni sportive. Per non parlare delle nostre scuole superiori che non sono come quelle americane in cui si può praticare sport all’interno delle stesse strutture  scolastiche. E’ un libro di denuncia dell’appiattimento dello sport italiano su strategie solo pensate per la realizzazione di obiettivi a breve termine ma priva di una visione strategica orientata nel tempo.

In conclusione, Tranquillo citando Piero Calamandrei e David Hollander propone che una via di uscita consista nel considerare lo sport come una metafora della vita e che solo con questo approccio sarà possibile sviluppare una cultura dello sport propositiva nei confronti dei valori base espressi dalla nostra società.

L’allenamento della respirazione

Questi sono i temi che trattano nel mio workshop intitolato:
Development of psychological skills in high potential athletes: 
breathing as a key tool to build mental skills programs
Online European Conference Psychology of Elite Sports Performance - November 21-22, 2020, Universidade Lusófona, Lisbon, Portugal
  • Self-control
  • La respirazione: una lunga storia
  • Respirazione e motivazioni di base
  • respirazione e competizione
  • respirazione e processi cognitivi
  • Come migliorare l’auto-controllo con la respirazione
  • Respirazione e programmi di training
  • L’allenamento della respirazione

Allenamento tennis : concentrarsi sotto stress

 

 

 

Se tutto è soggettivo, i valori si perdono

Intervista a Giuseppe De Rita su Repubblica.it

E allora? Da dove nascono questi comportamenti così violenti e così diffusi?« Sono frutto di una cultura collettiva, a cui non è di certo estranea la borghesia, che esalta la parte competitiva di ciascuno di noi. Sono figli di una grande ondata di soggettivismo che, se non è retta dall’etica, arriva a produrre questa realtà. Abbiamo insegnato ai nostri figli che bisogna emergere, primeggiare, c’è chi può farlo andando a formarsi alla Bocconi, facendo tirocini in aziende di nome. E chi, invece, prova a emergere nella sua comunità con quello che ha: le arti marziali, i muscoli, la voce grossa, quello che serve a superare gli altri. Niente di nuovo: chi ha meno cultura si esprime così, si affida alla fisicità per apparire, per emergere».

Insomma un desolante deserto antropologico. «È la soggettività il vero male di questi ultimi 50 anni. Se tutto diventa soggettivo, soggettiva è anche l’etica e la ricerca della libertà da tutto e a tutti i costi. È così tra i giovani che fanno a pugni o stuprano per emergere come nel mondo dell’economia: se riconosciamo che la soggettività personale vince su tutto, allora si capisce facilmente come si arriva a Colleferro».

I miei libri