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La maratona come metafora della vita.

“… se anche io come e, come me, migliaia di persone normali possono correre per oltre 42 chilometri, allora tutto è possibile. Anche fermare le guerre”.

(Alessandro Bertani, Emergency vice presidente)

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I tempi della Maratona di Londra divisi per età

L’app di rilevamento di attivitàStrava – ha rilasciato alcune informazioni visualizzando le abitudini e le attività dei corridori di maratona di Londra dall’anno scorso. Ed è una buona notizia per i corridori più esperti.

  • I podisti iscritti a Strava nel gruppo d’età 35-44 hanno pubblicato il tempo finale più veloce, seguiti dal gruppo di età 45-54, che ha terminato con una media di 3 ore 56 minuti; con il gruppo di età più giovane (under 25) in terza posizione, con una media finale di tempo di 3 ore 59 minuti.
  • Il gruppo d’età 25-34 (stesso gruppo di età della maggior parte degli atti di elite) è stato uno dei più lenti, solo 15 secondi in meno del gruppo di età 55-64 – potenzialmente  illustra le differenze di stile di vita, livello di esperienza e strategia di corsa.
  • Complessivamente le donne hanno mediamente impiegato 4 ore 23 minuti e gli uomini, 3 ore 48 minuti.
  • Il 4° miglio è stato il più veloce per uomini e donne.

Recensione libro: Ultramaratoneti e gare estreme

Ultramaratoneti e gare estreme

Matteo Simone

Roma Prospettiva editrice, 2016, p.298

Parlare di ultramaratona è difficile perché con facilità si può scadere nella retorica del sacrificio, del no pain-no gain. Questo libro, invece, parla di questo tema dando voce alla esperienze positive e negative di chi corre. Infatti si parla all’inizio della corsa, anzi del movimento, e di quanto sia importante muoversi quotidianamente scegliendo la misura che è più indicata e piacevole per la persona. Successivamente il lettore è condotto nel mondo della corsa di lunga distanza e quindi anche in quello dell’ultramaratona. Qui il racconto assume sempre più una dimensione narrativa in cui Simone Matteo fa parlare i diretti protagonisti attraverso le loro esperienze. La maggior parte di loro sono persone comuni, non atleti professionisti, che parlano delle ragioni che sottendono a questa scelta sportiva. Sono in generale motivazioni che nascono dal desiderio di migliorare la conoscenza di se stessi, attraverso la conoscenza di quali siano i propri limiti e come superarli. Il corpo parla continuamente a questi amanti dell’endurance, poiché la distanza determina sollecitazioni che le corse brevi e di media lunghezza non arrivano a determinare. Ascoltarsi vuol dire anche sapere quando fermarsi dando retta proprio ai segnali che provengono dal fisico. Non ascoltarli significa andare incontro a problemi fisici anche gravi, come viene raccontato da alcuni runner. Il libro scorre in modo interessante poiché Matteo Simone narra delle storie personali senza avere la pretesa d’insegnare cosa sia l’ultramaratona ma lasciandola scoprire al lettore attraverso le parole di chi la pratica. Ognuno di noi se ne farà quindi un’idea personale, basata su cosa riteniamo sia la corsa, la corsa di lunga distanza e il nostro rapporto con il movimento. E’, quindi, un libro aperto a diverse soluzioni interpretative dettate dalle esperienze di chi legge e credo che questo sia il suo pregio principale.

 

 

 

A 92 anni Harriette Thompson finisce la maratona

All’età di 92 anni, sopravvissuta al cancro, è diventata la donna più anziana a finire una maratona. L’americana Harriette Thompson ha corso la Rock ‘n’ Roll Marathon a San Diego in 7 ore e 24 minuti.. Thompson ha attraversato il traguardo accompagnata da suo figlio Brenny, 56 anni. All’età di 92 anni e 65 giorni, Thompson ha superato il record di 92 anni e 19 giorni fissato dal Gladys Burrill ottenuto nel 2010 alla Maratona di Honolulu. ”Credo che oggi sia una cosa insolita … Ma in 10 anni non sarà affatto strano. Le persone vivono più a lungo … Credo che il segreto è solo andare avanti e avere pensieri piacevoli”. Thompson, sopravvissuta al cancro due volte, corre per aumentare la consapevolezza sul cancro e per raccogliere fondi per la Leukemia & Lymphoma Society.

Cos’è la maratona

Molti mi chiedono cos’è la maratona e che piacere vi sia nel percorrere tutti quei chilometri. Questo pensiero di Mauro Covacich, scrittore e runner, è una delle possibili spiegazioni.

“La maratona è una sorta di credo permanente: basta averla corso una volta soltanto per sentirsi maratoneti a vita. Un po’ come per la psicanalisi. Sì, la considero una forma di arte marziale, una disciplina interiore. Lo è intrinsecamente. Per gli allenamenti che richiede, per il modo in cui ti porta a percepire l’ambiente, per lo sforzo che esige dal tuo corpo. Il maratoneta è un samurai con le scarpette al posto della spada: è estremamente severo verso se stesso, non si perdona mai, è costantemente in lotta contro i propri limiti… Sbaglia chi pensa alla maratona come a una scelta sportiva, è una disciplina massimamente estetica. È proprio una visione del mondo: non sono solo quei quarantadue chilometri da correre nel minor tempo possibile, è l’idea di resistere, di andare oltre…”
(Mauro Covacich)

La corsa per Lornath Kiplagat

Le parole dei campioni hanno un valore inestimabile. Lornath Kiplagat, atleta olimpica e record mondiale su strada, parla della corsa fatta di natura, persone e ambiente. Divertimento e prestazione. Incredibile: impariamo da lei.

“Where’s your favourite place to run? Definitely Iten in Kenya. Because of the natural trails, the people living around there, the atmosphere and the runners. Everyone is a runner. If you aren’t running, it’s like: “What are you doing?” You don’t struggle to run – it’s just a part of life there. The morning, the middle of the day, the night … no one minds. That’s the best place. Competition-wise, it’s the London Marathon. It’s a pity I’ve never really had a chance to win it, but I’ve always had fun there. London has always been good to me over the years, even if I didn’t perform. Many athletes think you need to win, to be top-three. I never won but I still think it’s really special. I really appreciate the way they treat the athletes here. It’s amazing.” (by The Guardian)

Mindfulness e maratona

Ieri si è svolto il webinar intitolato “Il mental coaching per la maratona” e una domanda ha riguardato l’uso della mindfulness nella maratona. Se con mindfulness intendiamo “il permettere al presente di essere com’è e di permettere a noi di essere, semplicemente, in questo presente” (John Teasdale) questa condizione mentale può certamente essere utile al maratoneta. Durante la corsa di lunga durata il presente è rappresentato dal ritmo del proprio passo o dal respiro. Saperli ascoltare è particolarmente utile nelle fasi iniziali e in quelle finali della maratona in cui per l’atleta è importante essere consapevole delle reazioni del suo corpo. Trattandosi di una gara la mindfulness può differenziarsi dalla accettazione non giudicante del presente, poiché l’atleta può essere consapevole che si trova in difficoltà. Ad esempio, si rende conto che la respirazione è diventata affannosa o che la frequenza cardiaca è troppo elevata o ancora che le sua corsa sta diventando sempre più pesante. In questi momenti, il runner deve passare a uno stato mentale più attivo e teso a ridurre o contrastare queste sensazioni che stanno minando la sua corsa. Lo farà magari accorciando il passo o rallentando di qualche secondo la sua velocità oppure sposterà l’attenzione su altri aspetti che lo distraggono da queste sensazioni debilitanti. Molti runner si servono di una strategia dissociativa che comporta il focalizzarsi su qualsiasi altra cosa cosa che non sia il proprio corpo. Paula Radcliffe racconta che in questi momenti conta sino a 100, sapendo che dopo che ha contato per tre volte ha corso un altro miglio. Ogni maratoneta deve trovare le soluzioni durante gli allenamenti. Prepararsi per una maratona è molto impegnativo e i momenti di difficoltà che s’incontrano servono a trovare queste risposte e a iniziare a metterle in pratica, così da arrivare al giorno della gara mentalmente preparati.

Come si motivano i maratoneti

Alcuni sembrano servirsi maggiormente della consapevolezza del lavoro svolto. Ripensano agli allenamenti che hanno effettuato e da questo traggono fiducia e motivazione.

  • Cerco di ripensare al lavoro che ho effettuato in precedenza, al fatto che ho lavorato bene e che quindi non devo temere di fallire.
  • Innanzi tutto essendo consapevole che i momenti difficili si presentano ad ogni stagione e che sono sempre in agguato. Dopo di che, so come procedere, cioè identifico gli errori commessi, li valuto e cerco di lavorare sodo per correggerli.

Per altri le strategie di scelta degli obiettivi sono alla base della loro esperienza e della loro abilità a motivarsi.

  •  Sicuramente spicca in me la pazienza, la precisione e la forte determinazione. Se mi pongo un obiettivo non c’è nulla che possa distogliermi dal lavorare per raggiungerlo. Forse ho sempre avuto tale capacità, ma poi l’ho anche affinata con l’allenamento e in generale con l’esperienza. Tra le persone che mi hanno aiutata a sviluppare tali caratteristiche ci sono prima di tutto mia madre ma poi anche il mio allenatore e mio marito, che nel mio caso coincidono.

Per altri ancora sembra dominare maggiormente la componente emotiva nel trainare la motivazione.

  • Trovo le maggiori spinte emotive pensando a quanto sia importante e piacevole raggiungere l’obiettivo. Il raggiungimento dello scopo rappresenta il mio maggiore stimolo motivazionale.
  • I momenti positivi  sono la testimonianza che ho le risorse e le capacità per farcela, dunque sono dei momenti per ricaricarsi e per puntare ad un prossimo obiettivo. 

Calcaterra, dallo sport di elite allo sport per tutti

Stamattina mentre applaudivo Giorgio Calcaterra che passava a Piazza del Popolo, molti vicino a me si sono stupiti del tifo per lui e hanno chiesto: “ma chi è Giorgio?”. Giorgio è quell’atleta, più volte campione del mondo della 100 km, che giunto al traguardo ripartirà per la seconda volta  la Maratona di Roma, concludendola con gli ultimi. Giorgio è un top runner (2,34h oggi) che vuole testimoniare attraverso la sua passione per la corsa che se è possibile correrla due volte consecutive, tutti possono correrla almeno una volta. Dallo sport di elite allo sport per tutti la  maratona diventa un’impresa personale a cui un individuo in buona salute può partecipare. Spesso sento prendere in giro i podisti che impiegano 5 – 6 ore o anche più a percorrere questa distanza. E’ invece esattamente il contrario il modo in cui devono essere percepiti. La maratona la vogliono concludere perché per tutti è un’impresa che ci riporta al mito di Filippide. E’ riuscire in un’impresa fisica a cui non avresti mai pensato di partecipare e di portare a termine. Proprio per questa ragione la gioia è immensa quando si conclude una maratona, ci si sente orgogliosi di avere raggiunto l’impossibile. Questo sentimento lo si porterà per sempre dentro di noi. Calcaterra sta correndo per tutti noi, per tutti quelli che non l’hanno ancora corsa e per quelli che stanno ancora correndola e faticando. Perché correre la maratona significa trovare piacere nel sentirsi stanchi, nel condividere questa fatica con gli altri intorno a noi, perché l’impresa è finirla e poterci portare dentro questo sentimento per tutta la vita. Questo sta facendo Giorgio, condividere la sua gioia con tutti.

Primi paraplegici correranno la Maratona di Roma con esoscheletro

Carmine Consalvi e Nicoletta Tinti affrontano una nuova sfida sportiva: sono i primi paraplegici completi a partecipare alla Maratona di Roma, utilizzando un esoscheletro indossabile. Domenica 22 marzo, Carmine e Nicoletta percorreranno viale delle Terme di Caracalla, per un chilometro circa, mostrando come l’esoscheletro ha rivoluzionato la loro vita. L’iniziativa, patrocinata dalla Fondazione Santa Lucia di Roma, mira a far conoscere da vicino questa tecnologia, che promette di cambiare la vita quotidiana di tante persone oggi costrette in sedia a rotelle.