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Podcast: football team psychology

Football team psychology by Dr.Alberto Cei, sport psychologist and Giani...  | Football team, Sports psychology, Football

Podcast by :Giani Boldeanu, mental performance coach and Dr. Alberto Cei, sport psychologist.

You can have the best players in the world. However, if there is …

Cosa succede in una partita di tennis

Spesso chi pratica il tennis mi parla della difficoltà di mantenere un atteggiamento costante durante i match. Infatti, per nessuno è un traguardo facile da raggiungere, neanche per i professionisti. Tanto è vero che in questo sport vi sono errori di due categorie, gli errori gratuiti e gli errori forzati. I primi sono quei tipi di errori per cui ci si chiede: “Come ho foto essere così stupido da commettere un errore di questo tipo”. Per fortuna che è uno sport in cui vince chi sbaglia di meno e non chi non sbaglia, chele un opzione praticamente impossibile.

Ho voluto quindi preparare una slide che rappresenta in modo sintetico: cosa succede in partita di negativo, quali sono le tipiche reazioni degli atleti, cosa perdono e cosa dovrebbero fare per ritornare a giocare come sanno.

Cos’è la felicità

Quando si parla di giovani si evidenziano spesso i loro problemi, i problemi causati dalla pandemia, la solitudine, la dipendenza dai social, la difficoltà a vivere all’interno della loro comunità e così via. Tutto questo aggravato da un ambiente esterno in cui i temi della distruzione dell’ambiente, delle guerre e della pandemia sono tra i più trattati. Poco si parla invece di felicità, che sembra rilevare un modo di vivere la propria quotidianità in modo superficiale, troppo individualista e al di fuori delle difficoltà in cui molti si sentono immersi senza sapere o avere la forza per trovare delle soluzioni. E’ altrettanto vero che a scuola, nel mondo del lavoro e spesso anche nelle famiglie non si parla di ferità e di quali potrebbero essere le esperienze pratiche da mettono in atto per cominciare a sentirsi felici.

Spesso neanche gli adulti hanno un’idea di cosa voglia dire essere felici, e allora come possono insegnare a essere felici ai giovani. E’ più facile pensare che non ci si possa fare nulla o che si può essere felici solo se … (e qui ognuno può completare la frase come meglio preferisce).

In psicologia vi sono invece degli esperti che hanno studiato sulla felicità, spiegandone il significato e come possa essere ottenuta. A questo riguardo riporto quanto espresso da chi ha studiato nella sua vita professionale cosa sia la felicità. La sua comprensione e l’identificazione di ciò che la favorisce possono rappresentare uno stimolo per coloro che volessero intraprendere la strada per essere felici, nonostante le ovvie prove che la vita presenta.

Martin E. P. Seligman, Randal M. Ernst, Jane Gillham, Karen Reivich & Mark Linkins (2009) Positive education: positive psychology and classroom interventions, Oxford Review of Education, 35:3, 293-311.

Il termine “felicità” è troppo logoro e logorante per essere di grande utilità scientifica, e la disciplina della psicologia positiva lo divide in tre ambiti molto diversi, ognuno dei quali è misurabile e, soprattutto, ognuno dei quali è basato su abilità e può essere insegnato (Seligman, 2002).

Il primo è quello edonico: emozioni positive (gioia, amore, soddisfazione, piacere, ecc.). Una vita che si basa sull’avere il più possibile di queste cose positive è la “Vita piacevole”.

Il secondo, molto più vicino a ciò che Thomas Jefferson e Aristotele cercavano, è lo stato di flusso, e una vita condotta attorno ad esso è la “Vita impegnata”. Il flusso, una parte importante della vita impegnata, consiste nella perdita di coscienza di sé, nel fatto che il tempo si ferma, nell’essere “un tutt’uno con la musica” (Csikszentmihalyi, 1990). È importante notare che l’impegno sembra essere l’opposto dell’emozione positiva: quando si è totalmente assorbiti, non ci sono pensieri o sentimenti, anche se poi si dice “è stato divertente” (Delle Fave & Massimini, 2005). E mentre ci sono scorciatoie per ottenere emozioni positive – si possono prendere droghe, masturbarsi, guardare la televisione o fare shopping – non ci sono scorciatoie per il flusso. Il flusso si verifica solo quando si mettono in campo le proprie forze e i propri talenti più elevati per affrontare le sfide che si presentano, ed è chiaro che il flusso facilita l’apprendimento.

Il terzo regno nel quadro della Psicologia Positiva è quello con la migliore base intellettuale, riguarda la Vita Significativa. Il flusso e le emozioni positive si possono trovare in attività solipsistiche, ma non il significato o lo scopo. Il significato aumenta attraverso le connessioni con gli altri, le generazioni future o le cause che trascendono il sé (Durkheim, 1951/1897; Erikson, 1963). Dal punto di vista della psicologia positiva, il significato consiste nel sapere quali sono i propri punti di forza più elevati e nell’utilizzarli per appartenere e servire qualcosa che si ritiene più grande del proprio io (Seligman, 2002).

Il quadro della Psicologia Positiva, vogliamo sottolinearlo, è uno sforzo di ricerca empirica e non un semplice senso comune da nonna. Tra le sue recenti scoperte più sorprendenti:

  • Le persone ottimiste hanno molte meno probabilità di morire di infarto rispetto ai pessimisti, tenendo conto di tutti i fattori di rischio fisici noti (Giltay et al., 2004).
  • Le donne che a diciotto anni mostrano al fotografo un sorriso autentico (Duchenne) hanno meno divorzi e più soddisfazione coniugale di quelle che mostrano un sorriso falso (Keltner et al., 1999).
  • Le emozioni positive riducono almeno alcuni pregiudizi razziali. Ad esempio, sebbene le persone siano generalmente più brave a riconoscere i volti della propria razza rispetto a quelli di altre razze, il fatto di mettere le persone di buon umore riduce questa discrepanza, migliorando la memoria per i volti di persone di altre razze (Johnson & Fredrickson, 2005).
  • Le esternalità (ad esempio, il tempo, il denaro, la salute, il matrimonio, la religione) sommate insieme rappresentano non più del 15% della varianza della soddisfazione di vita (Diener et al., 1999).
  • La ricerca del significato e dell’impegno sono molto più predittivi della soddisfazione di vita rispetto alla ricerca del piacere (Peterson et al., 2005).
  • I team aziendali economicamente floridi hanno un rapporto di almeno 2,9:1 tra affermazioni positive e affermazioni negative nelle riunioni di lavoro, mentre i team stagnanti hanno un rapporto molto più basso; i matrimoni floridi, invece, richiedono un rapporto di almeno 5:1 (Gottman & Levenson, 1999; Fredrickson & Losada, 2005).
  • L’autodisciplina è un fattore predittivo dei voti scolastici due volte superiore al QI (Duckworth & Seligman, 2005).
  • Gli adolescenti felici guadagnano 15 anni dopo molto di più rispetto agli adolescenti meno felici, a parità di reddito, voti e altri fattori evidenti (Diener et al., 2002).
  • Il modo in cui le persone festeggiano gli eventi positivi che accadono al loro coniuge è un miglior predittore dell’amore e dell’impegno futuri rispetto a come rispondono agli eventi negativi (Gable et al., 2004).

Esiste quindi una crescente base scientifica per comprendere le emozioni positive, l’impegno e il significato. Questi stati emotivi sono preziosi di per sé, combattono la depressione (Seligman et al., 2005), generano maggiore soddisfazione nella vita (Peterson, Park, & Seligman, 2005; Seligman et al., 2005) e promuovono l’apprendimento, in particolare quello creativo (Fredrickson, 1998).

Serie A: cosa sta succedendo?

Al momento nel campionato di Serie A non c’è nessun avversario in grado di creare problemi al Napoli. Al di là dei meriti di questa squadra, le altre principali pretendenti allo scudetto si sono affossate da sole per tanti motivi anche se almeno uno mi sembra che le unisca. E’ l’atteggiamento con cui scendono in campo e la mancanza di convinzione che mostrano nelle loro qualità.  Milan, Inter e Juventus, per citare le più importanti, non hanno mostrato in campo questo tipo di maturità psicologica. A ciò si aggiunge la dichiarazione di Paolo Maldini quando dice che questi giocatori vanno comunque formati e credo non valga solo per la squadra. Ciò detto non metterei la responsabilità di questa mentalità solo sui calciatori ma la dividererei con gli allenatori e le altre principali figure delle squadre. Perchè valori basati sulla cultura del lavoro dovrebbero essere ampiamente presenti e distribuiti nei club. Credo che la quasi assenza di questo approccio nei team mostri quale sia nella pratica quotidiana l’importanza che queste società attribuiscono alla componente mentale della prestazione, a parole molta ma in pratica quasi zero. Altrimenti non si spiegherebbero prestazioni che in termini di motivazione e volontà non sono neanche accettabili da giovani di 14 anni. A ciò si possono aggiungere le specificità di ognuno (infortuni, fatica post- mondiale e problemi psicologici) o i problemi del club (vedi Juventus o i problemi finanziari).  E’ possibile che, per citarne solo alcuni, Paredes della Juve, Leao del Milan e Lukaku dell’Inter siano così sconvolti psicologicamente da non riuscire a fare il loro lavoro con efficacia? Si parla sempre di moduli e mai di persone, qualcuno gli ha chiesto: “Cosa ti manca?”. Cosa manca ai coach per riuscire in questa impresa?

Di seguito descrivo alcune dimensioni che riguardano le prestazioni di livello assoluto magari qualcuno le leggerà e ci comincia a pensare.

La prestazione di vertice è un evento di funzionamento superiore che si traduce in risultati ottimali che superano gli standard di prestazione precedenti.
Descrizione dell’esperienza di prestazione di vertice - l’essere fiduciosi, concentrati e in controllo, il mantenere il pensiero sul momento presente e l’avere la mente lucida sono stati identificati come elementi dell’esperienza di prestazione di vertice.
Fattori che contribuiscono al raggiungimento delle prestazioni di vertice -  allenamento, esperienza, capacità psicologiche, resilienza, pianificazione della competizione, rapporto tra allenatore, calciatore e squadra.
Strategie psicologiche utilizzate per raggiungere le prestazioni di vertice - routine di gara, concentrazione sul compito, gestione dell’ansia, massimizzazione della preparazione, gestione dello stress, concentrazione su se stessi, piano di gara, controllo della comunicazione in campo.

Forse Esther: la storia di una famiglia del Novecento in Europa

“Cherr Offizehr, cominciò babuska con la sua inconfondibile pronuncia aspirata e in una lingua ibrida, ma convinta di parlare tedesco, signor ufficiale, sia così gentile, mi dica che cosa devo fare? Ho visto gli avvisi con le instruktzies per gli ebrei , ma fatico a camminare, non riesco a camminare così svelta. Le risposero con una rivoltellata: la noncuranza d’un atto di routine – senza interrompere la conversazione, senza voltarsi del tutto, così incidentalmente. Oppure non, no. Magari lei aveva chiesto: Sia gentile, Cherr Offizehr, potrebbe dirmi per cortesia come si arriva a Babij Jar? Una richiesta davvero seccante. Chi mai ha voglia di rispondere a domande così stupide?”.

(Da Forse Esther, di Katia Petrowskaja, Adelphi)

Giornata della memoria

Un libro per la giornata memoria: La piuma del Ghetto di Antonello Capurso

La storia di Leone Èfrati, ebreo, campione pugilato e partigiano

 © ANSA

Paolo Maldini: dobbiamo creare calciatori

Ho sempre ammirato Paolo Maldini non solo perchè è stato un campione nel calcio ma anche per il modo di esprimere le sue idee in modo chiaro, diretto e in modo pacato. La sua leadership è competente e indiscussa. Sembra che possa farti sentire in errore anche solo con un sorriso. Anche ora parlando della crisi del Milan ha voluto ricordare gli obiettivi raggiunti dal Milan lo scorso anno, mete che non raggiungeva da molti anni. Non è un modo per nascondere il presente ma di mantenere viva la memoria del passato di pochi mesi fa, dichiarandolo a un mondo sportivo e dei media che ha esasperato se possibile il valore del presente che schiaccia ogni altra valutazione.

Maldini ha terminato la sua valutazione del Milan con una frase che dovrebbe fare riflettere: “non possiamo più prendere campioni già formati, ma li dobbiamo creare”. Se si volesse mettere in pratica questo concetto il calcio cambierebbe. Vuol dire che i tanto decantati Leao, De Keteleare, e i tanti che vi sono in ogni squadra, probabilmente non sono neanche ottimi calciatori ma devono devono essere formati. Quindi le società pagano stipendi milionari per giovani da formare. Da cui la domanda: siete sicuri che non vi sia un modo migliore d’investire le limitate risorse economiche? Avete studiato piani alternativi a quello di comprare giovani che richiedono investimenti costosi ma che sono ancora immaturi per giocare ad alto livello?

E poi chi dovrebbe formare questi giovani-costosi, solo l’allenatore della prima squadra o dovrebbe avere collaboratori che organizzano ore oltre gli allenamenti con la squadra per svilupparli dove presentano limiti evidenti compresi quelli mentali. A mia conoscenza non c’è questo approccio, il loro sviluppo è lasciato nelle mani dell’allenatore che si trova ad allenare giocatori di talento mai che sono poco capaci di pensare in campo, hanno poco sviluppato il senso di squadra, e sono consapevoli che se anche falliscono in quella squadra ne troveranno un’altra in cui giocare e continuare a guadagnare molti soldi. Con questo approccio, pensare, fare sacrifici e impegnarsi a migliorare  diventano attività che non hanno senso, perchè avranno sempre un posto in qualche squadra.

Inter: problemi di leadership

Il cammino dell’Inter in questa stagione sportiva presenta caratteristiche che meritano una valutazione psicologica. Ha vinto 12 partite ma ne perse 6 e ne ha pareggiata solo 1. Questi dati sembrano evidenziare una mentalità di squadra sbilanciata tra vincere o perdere. Aspetto che invece non era presente l’anno passato in cui i pareggi sono stati numerosi tanto quanto quelli delle altre prime sei squadre. Un altro aspetto evidenziato dopo la ripresa del campionato è che dopo prestazioni vincenti importanti contro il Napoli e la finale contro il Milan sono avvenute due sconfitte contro squadre di livello inferiore. Infine, la questione Skriniar. Come è stato possibile che il capitano della squadra si sia fatto espellere per due falli gravi? Per non parlare delle difficoltà che Lukaku continua a evidenziare in campo.

Mi sembra che questi dati mettano in evidenza la mancanza di continuità nella qualità dell’impegno, che a mio avviso per ogni squadra dovrebbe costituire il vero 12° giocatore in campo e che molti sintetizzano con le parole “forza del collettivo”. Le fonti di questa caratteristica si trovano nel ruolo svolto dall’allenatore, che deve essere abile nel suo lavoro quotidiano a guidare le relazioni interpersonali fra i calciatori e a fargli riconoscere quanto il sostegno reciproco sia fondamentale per avere successo.

La forza del collettivo risiede però anche nell’avere giocatori-leader. Joachim Low che ha guidato la Germania per molti anni vincendo la Coppa del mondo nel 2014 parlava proprio di questo quando ha detto che: ”Atleti leader sono sempre stati necessari. Senza atleti leader non puoi avere successo”. Questo è il tipo di leadership che deve essere condiviso fra alcuni giocatori della squadra. Si tratta di calciatori che grazie al loro ruolo di capitano o per altre ragioni influenzano l’insieme dei giocatori a impegnarsi al loro meglio per raggiungere l’obiettivo comune.

Questo stile di leadership sembra attualmente mancare all’Inter motivata a giocare al meglio solo con grandi squadre e non con le altre, contro cui, invece, emergono le debolezze di un collettivo poco unito a perseguire l’obiettivo a lungo termine rappresentato dal lottare per vincere il campionato.

La Piramide della Mobilità

La #Piramide della Mobilità, non la condivideremo mai abbastanza.  Diffondiamo la Piramide della Mobilità.

Camminiamo, andiamo in bici e passeggiamo con amici.

Com’è invece la realtà.

 

Capire i leader di oggi e la loro carenza etica per comprendere il ruolo di Umberto Agnelli

Per provare a comprendere gli obiettivi e le azioni condotte di un leader globale come Umberto Agnelli, presidente della Juventus e metro di una famiglia che ha fatto la storia d’Italia, mi sembra importante comprendere quali siano le caratteristiche del leader globale.

La figura del manager globale che si è affermata in questi anni, identifica un individuo che si è formato e ha lavorato in Paesi diversi, si esprime in più lingue, è dotato di responsabilità senso dell’urgenza, trasparenza nei rapporti ed è mentalmente aperto. È indipendente ma deve anche ascoltare e sapere collaborare.

Da notare come nessuna delle descrizioni riportate accenna minimamente alla questione etica e non bisogna lasciarsi fuorviare dal termine responsabilità, con questo termine ci si riferisce esclusivamente a quella dovuta nei riguardi degli interessi dell’azienda. Ora se i giovani leader potenziali hanno queste caratteristiche, come sono descrivibili i leader affermati?

Una delle interpretazioni più suggestive è stata formulata da Michael Maccoby, secondo il quale ci sarebbe qualcosa di nuovo e di temerario negli imprenditori e nei top manager che guidano oggi le principali multinazionali. Posseggono profili di competenza di valore assoluto derivati dal significato maggiore che il mondo del lavoro svolge nella vita quotidiana di ogni individuo e dai cambiamenti che avvengono nel business, che richiedono individui in grado di fornire visioni strategiche e sappiano trasmettere una leadership carismatica. Questi leader mostrano caratteristiche diverse da quelle dei manager della generazione precedente.

Maccoby ritiene che oggi i leader mostrino caratteristiche psicologiche ascrivibile alle personalità narcisiste. I leader narcisisti produttivi sono individui indipendenti e non facilmente influenzabili, innovatori, dotati di una spiccata visione del futuro, strateghi efficaci, hanno successo negli affari per ottenere potere e gloria. Sono degli accentratori e vogliono imparare ogni cosa che possa influenzare lo sviluppo dell’azienda e dei suoi prodotti/servizi. Vogliono essere ammirati ma non amati. Sono in grado di perseguire i loro obiettivi in maniera aggressiva. Nel momento del successo corrono il rischio di perdere il contatto con l’ambiente. La loro competitività e il loro desiderio di riuscita li spingono continuamente verso nuove mete, nell’identificare i nemici da sconfiggere, in casi estremi e sotto stress possono manifestare comportamenti paranoici.

Hanno bisogno di avere accanto a loro persone fiduciose, coscienziose, orientate all concretezza e alla gestione operativa. Un’altra componente essenziale dei narcisisti produttivi consiste nella loro abilità ad attrarre le persone, attraverso il loro linguaggio convincono gli altri che ce la faranno a raggiungere quegli obiettivi che ora sembrano solo abbozzati. Molti li ritengono individui carismatici, abili oratori che sanno trasmettere entusiasmo e forti emozioni a quanti li ascoltano; in breve sanno far partecipare al loro sogno e sanno farlo sembrare realizzabile solo se vi sarà l’impegno di tutti. Questo perché, nonostante la loro indipendenza, hanno comunque bisogno di avvertire la vicinanza degli altri.

A questo riguardo, sono ormai parte della storia del XX secolo le parole di John F. Kennedy durante il suo discorso d’insediamento quando disse agli americani: “Ora l’appello risuona di nuovo: non ci chiama alle armi, per quanto le armi siano necessarie, non alla battaglia, per quanto già si combatta, ma a sopportare il peso di una lunga e oscura lotta che può durare anni […] una lotta contro i comuni nemici dell’uomo: la tirannide, la miseria, la malattia e la stessa guerra […]. Pertanto, cittadini, non chiedete che cosa potrà fare per voi il vostro Paese, ma che cosa potrete fare per il vostro Paese”.

Rappresentò un mattone significativo per la creazione del mito dei Kennedy, in quanto riuscì a trasmettere un solido messaggio di speranza e d’impegno, dopo il discorso inaugurale quasi tre quarti degli americani approvavano il loro giovane presidente. Questo tipo di personalità presenta naturalmente anche dei limiti che se diventassero dominanti ne bloccherebbero la positività. I principali punti critici derivano proprio dall’avere sviluppato in modo molto marcato quelle caratteristiche psicologiche e di leadership che sono fondamentali per la loro autorealizzazione.

È vero, infatti, che accanto ai benefici che traggono dall’essere individui con una visione del futuro molto specifica, con la capacità di analizzare molte informazioni in maniera efficace, con un’elevata autostima e con spiccate capacità decisionale, vi sono dei costi che derivano proprio dal possedere questo tipo di caratteristiche e che si presentano nelle situazioni di forte stress. Il primo punto critico riguarda la ridotta capacità di ascoltare gli altri quando si sentono attaccati. Molti sostengono spesso la necessità di questo atteggiamento, poiché se fossero stati ad ascoltare non avrebbero mai preso nessuna decisione e l’azienda sarebbe fallita. Un secondo punto, collegato a questo, riguarda la loro scarsa tolleranza alle critiche, non amano che le loro decisioni vengano messe in discussione. I leader narcisisti ricercano spesso quella collaborazione totale e acritica fornita agli yes-men.