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Chi non sa ascoltare

Una tipologia di allenatori che non sanno ascoltare è rappresentata da quei tecnici che tendono a diventare impazienti quando ascoltano i loro atleti. Manifestano questa loro reazione interrompendoli e iniziando a parlare, spiegando quello che dovrebbe essere fatto e accompagnando le parole con comportamenti aggressivi o svalutanti quanto era stato espresso dagli atleti in precedenza.

Di fronte a questo modo sbagliato di affrontare una situazione e allo scopo di cambiare atteggiamento, il tecnico dovrebbe chiedersi quali reazioni determini questo suo comportamento negli atleti. Ritiene che, dopo il suo intervento, siano più motivati ad assumersi iniziative e ad essere autonomi  nel lavoro, oppure è convinto che questo tipo di risposta generi l’effetto contrario: paura dell’allenatore, convinzione di non essere capiti e consapevolezza che l’unica cosa per andare d’accordo con lui sia di seguire alla lettera le istruzioni che gli fornisce senza mai obiettare.

Questa tipologia di allenatori di fronte alle parole degli atleti spesso pensa che:

  1. “Hanno sempre un motivo per lamentarsi , non li ascolto neanche più.”
  2. “I giovani oggi non vogliono più sacrificarsi,  parlare con loro è fiato sprecato.”
  3. “Sono qui per allenarsi, non per parlare.”
  4. “Ogni scusa è buona per mollare.”
  5. “Devono fare quello che dico io e non di testa loro.”

Va detto che ogni tecnico manifesta talvolta questi pensieri ed è altrettanto possibile che gli stessi giovani in determinate situazioni agiscano in questo modo. Quindi ciò che caratterizza l’allenatore che ascolta meno dei suoi colleghi non è la totale assenza o presenza di queste idee ma è bensì la loro frequenza. Gli allenatori che ascoltano hanno questi pensieri nelle situazioni in cui realmente i loro atleti agiscono in questo modo. I tecnici più impulsivi, al contrario, interpretano molto più frequentemente le richieste e le azioni dei loro atleti in questo modo.

Sai ascoltare i tuoi atleti?

L’abilità ad ascoltare consiste nel comprendere cosa gli altri stanno dicendo, dimostrando ai propri interlocutori interesse verso il loro messaggio. Per l’allenatore è importante sapere se e in che misura ha sviluppato questa competenza. A tale scopo potrebbe riflettere su alcune questioni in grado di aiutarlo nel raffinare la sua consapevolezza a riguardo di questa competenza psicologica, e chiedersi:

  • Spendo del tempo ad ascoltare i miei atleti?
  • Come manifesto questa mia disponibilità?
  • Con che frequenza penso che gli atleti non mi capiscono o sono poco motivati?
  • Come reagisco all’indifferenza, delusione, rabbia, e gioia degli atleti?

Gli allenatori che ascoltano comunicano in questo modo:

  • Si servono delle parole degli altri per far loro comprendere che li hanno ascoltati
  • Ripetono, parafrasando ciò che hanno ascoltato
  • Utilizzano espressioni del tipo “Se ho ben capito vuoi dire che…” oppure “Mi stai dicendo che per te le cose stanno in questo… e questo modo…”
  • Utilizzano il linguaggio non verbale in modo coerente con il contenuto del loro messaggio, per cui guardano l’atleta o il gruppo e assumono una posizione del corpo rivolta verso di loro
  • Riconoscono gli stati d’animo altrui, enfatizzandone il valore, impegnandosi nel ridurne l’intensità o ad aumentarla in funzione delle situazioni
  • Sanno riassumere le opinioni altrui, evidenziando il valore dei singoli contributi e/o di quello collettivo nel conseguimento degli obiettivi

La mentalità rigida della squadra causa sconfitte

Il problema più grave per una squadra e per un atleta è quello di pensare di essere bravo.

Questa convinzione mette immediatamente le persone in una condizione di maggior soddisfazione e alimenta l’aspettativa che  tutto andrà bene così come loro si aspettano, quindi vinceremo.

Sentirsi in forma e avere la consapevolezza delle proprie capacità personali e di squadra è certamente importante. Spesso le squadre pensano che questa condizione sia sufficiente per ottenere il successo. Non capiscono che è necessaria ma non sufficiente.

Per giocare ad alto livello, bisogna avere le capacità di una squadra di alto livello. Poi bisogna dimostrarlo sul campo.

Arrigo Sacchi dice che la motivazione deve essere eccezionale, perchè su questa base il calciatore è continuamente impegnato a migliorarsi. Questo è ciò che Carol Dweck ha chiamato una mentalità orientata alla crescita. Chi non la dimostra è destinato ad avere come dicono gli allenatori dei blocchi mentali. In altri termini, questi giocatori hanno una mentalità rigida che li porta a pensare che il loro talento e la forma fisica di quel momento siano sufficienti per essere efficaci nel proprio lavoro.

Errore grave grave, equivale per uno studente a scrivere squola o quore con la q. Entreranno in campo privi della motivazione di giocare al meglio delle loro capacità. Entreranno, invece, con la convinzione che giocheranno bene così in modo spontaneo, e di fronte alle difficoltà del match non saranno pronti ad adattarsi, poiché non lo avevano previsto.

E’ facile perdere la testa, basta ragionare in questo modo.

Motivazione: ballare scalzi mentre piove

Uno dei video più condivisi negli ultimi giorni ha come protagonista un ragazzo della Leap of Dance Academy, una scuola di danza nigeriana. Nel video lo vediamo mentre continua ad esercitasi nelle sue pirouette nonostante la pioggia incessante.

Scalzo e completamente bagnato, la sua ostinazione è diventata il simbolo di quanto un ballerino possa sacrificarsi pur di seguire il proprio sogno. “Dietro quei fantasiosi ed eleganti costumi c’è un duro lavoro” - si legge nella didascalia del video - “Anche con pochissime risorse i nostri alunni continuano ad allenarsi per dare il meglio. Non vogliamo scoraggiare nessuno, ma è importante mostrare il livello del loro impegno e della loro dedizione. Chi non ne sarebbe orgoglioso? Sono pronti a ballare a qualsiasi condizione”.
Si allena scalzo sotto la pioggia: questo giovanissimo ballerino ha conquistato tutti

Obiettivi della consulenza psicologica nello sport

  • Sviluppo/miglioramento competenze psicologiche atleti per affrontare allenamenti e  gare
  • Valutazione psicologica atleti
  • Consulenza per allenatori su aspetti specifici di loro interesse
  • Soluzioni problemi di singoli atleti che i tecnici non sanno come fronteggiare
  • Miglioramento gestione degli errori e delle pause in gara
  • Gestione successi e sconfitte
  • Collaborazione nella gestione del gruppo al di fuori allenamento
  • Consulenza psicologica ad atleti e allenatori durante la competizione
  • Gestione dello stress agonistico di atleti, allenatori e staff
  • Miglioramento benessere atleta e della vita extra-sportiva
  • Gestione rapporti con pubblico e media
  • Gestione della fine carriera e passaggio a nuovi ruoli professionali

La Mercedes contro il razzismo

Gli atleti neri si muovono non solo negli sport di squadra ma anche nel tennis e in tanti altri come Lewis Hamilton in Formula con risultati inaspettati, che vedono coinvolte la NBA e in questo la Mercedes nel sostegno al movimento antirazzista.

Ottime azioni che speriamo che servano anche a cambiare la politica.

F1, Mercedes al Gp d' Austria con la macchina dipinta di nero contro la discriminazione razziale
«La Mercedes correrà il Gp d’Austria (5 luglio) e tutto il campionato di Formula 1 2020 con una livrea tutta nera, al posto di quella tradizionale argentata, per sostenere le battaglie contro la discriminazione e il razzismo. È un messaggio fortissimo quello che lancia il team campione del mondo, in prima linea affianco a Lewis Hamilton. Il sei volte iridato è sceso in campo a favore della comunità nera, impegnandosi in prima persona per i diritti civili».
«Nelle ultime settimane il movimento Black Lives Matter - spiega la scuderia — ha acceso una luce su quanto ancora bisogna fare per combattere il razzismo e tutte le forme di intolleranza. Anche noi ne abbiamo tratto insegnamento per costruire un futuro nuovo. Siamo aperti alle diversità ma anche consapevoli che all’interno della nostra organizzazione soltanto il 3% dei lavoratori appartiene a minoranza etniche e che soltanto il 12% sono donne. Dobbiamo trovare un nuovo approccio per raggiungere aree della società e nuovi talenti dove ancora non arriviamo». (Da Corriere della Sera, Daniele Sparisci)

Ricordi sulle Olimpiadi che non ci sono

Sarebbe stato un gran bel periodo, probabilmente sarei andato a Tokyo, alle Olimpiadi con la squadra cinese di tiro a volo, dopo un anno di lavoro con loro a partire dai mondiali del 2019. Avrei seguito anche qualche altro atleta italiano. Anch’io come gli atleti mi stavo preparando per questo evento unico, le Olimpiadi a cui ho sempre partecipato con federazioni o singoli atleti a partire da Atlanta 1996.

 

Conservo ancora le magliette di ogni edizione e i ricordi dei momenti più importanti li ho molto chiari e vividi nella memoria. Ad esempio quando il presidente del tiro a volo mi disse: “Dottore lei è sempre così calmo?” Gli risposi: “Presidente, se mi vedrà agitato cominci a preoccuparsi”. Ho avuto esperienze che mai avrei immaginato, atlete e atleti, che in finale hanno vinto una medaglia, che due ore prima erano in preda al panico, nausea, terrore allo stato puro di non sapere cosa fare per vincere. Dovevo parlare con loro, non certo dandogli una pacca sulle spalle o dicendogli di non preoccuparsi che erano forti.

Quasi sempre gli allenatori mi hanno lasciato intervenire dicendomi: “Alberto, pensaci tu”. Ho vissuto quei momenti ascoltando frasi del tipo: “Sono così terrorizzato che sembro calmo”, “Da qui non esco, vado a casa”, “Dimmi cosa devo fare”, “Se provo a immaginare cosa farò, penso tutto sbagliato”, “Ho vissuto la finale mille volte che ora sono solo agitata”.

La prima volta, ad Atlanta, non ero pronto ad affrontare una situazione di questo tipo. Avevo pensato a quali eventi inaspettati sarebbero potuti accadere ma non avevo previsto il panico nella mente di un finalista a meno di un’ora dall’inizio. Luciano Giovannetti, il commissario tecnico della squadra, vincitore in passato di due ori a Mosca e Los Angeles, mi disse: “Sei tu lo psicologo, parlaci tu”. Andai dove il tiratore stava mangiando qualcosa e mi disse che non voleva uscire dalla tenda per la finale, il panico totale. A quel punto mancava veramente poco all’inizio della gara e cominciai a parlargli ricordandogli tutti i sacrifici che aveva fatto in quegli anni per arrivare preparato a questo momento, quello decisivo. Gli parlai per qualche minuto durante i quali il suo umore cambiò, ritrovò la vitalità necessaria per una finale olimpica. Quando iniziò la finale sbagliò uno dei primi piattelli e si girò guardando dietro. Poi ci disse che si era detto queste parole: “Se molli adesso sei proprio uno stronzo, concentrati e basta!”. Funzionò, vinse la medaglia d’argento.

Da questa esperienza ho imparato che è proprio vero che i vincenti sono quelli che passano attraverso questo inferno emotivo, e lo controllano. Seconda lezione, lo staff è decisivo anche per i vincenti, altrimenti corrono il rischio di soccombere, proprio quando si devono affrontare i momenti decisivi di una gara.

Le Olimpiadi sono uno dei tre eventi sportivi più importanti, insieme ai mondiali di calcio e al Tour de France. In Italia i nostri top atleti, i Probabili Olimpici sono circa 800, di questi circa 300 partecipano alle Olimpiadi, meno della metà sono fra i primi 10 al mondo del loro sport e di solito, l’Italia vince 25 medaglie, inserendoci fra le 10 nazioni più vincenti. In sostanza sono una ventina gli atleti top medagliati ai Giochi Olimpici estivi su una base di partenza di circa 800.  Questo dato mette in evidenza l’estrema difficoltà di ottenere un successo di questo tipo. Ci permette di capire la gioia immensa di chi vince una medaglia ma anche l’immensa delusione di chi invece, pur avendone le capacità, non ci è riuscito. Non è retorico affermare che le Olimpiadi hanno un valore immenso per ognuno di loro e che si dovrebbe fare di più e meglio per sviluppare e salvaguardare il talento e la motivazione di queste persone che noi chiamiamo atleti.

Mai arrendersi alla evidenza

Il mondo è pieno di esempi che dovrebbero servire a convincerci che in qualsiasi situazione è possibile trovare una soluzione per risolvere un problema o uscire da una difficoltà. Come è allora che molti non cercano queste soluzioni, pensando invece che non esistono soluzioni e che gli esempi riportati non riguardano loro ma sono legato di più alla fortuna e al caso o alle doti particolari di una persona che per le sue caratteristiche individuali ha trovato una soluzione che solo lui lei era di grado mettere in atto. E’ l’interpretazione spesso usata per descrivere come un campione dello sport è uscito da una situazione giudicata impossibile dagli altri. Il carattere di eccezionalità della sua condizione, il talento, serve da giustificazione per tutti quelli che pensano che, non essendo campioni, non avrebbero mai potuto uscire da quel problema.

A mio avviso, il problema si riferisce al modo di pensare utilizzato da un individuo. Quando qualcosa va male, ad esempio un brutto voto a scuola, una gara persa malamente o un litigio sul lavoro qual è la mia reazione? Penso che è colpa di qualcuno? Penso che non sono stato capace a svolgere quel compito? Sono stato sfortunato?

E’ importante conoscere il proprio modo di valutare le prestazioni.  

Sappiamo che i pessimisti e quando siamo depressi si tende a pensare in questo modo, che ha l’effetto di svalutare le capacità personali e riduce la possibilità di impegnarsi nel trovare soluzioni. Anche l’ottimismo che si caratterizza con un approccio superficiale alle difficoltà è dannoso e di poco aiuto. Pensare di farcela non è di per se stesso un aiuto alla soluzione.

Va invece allenato e perseguito con costanza l’ottimismo che si accompagna al massimo dell’impegno e la consapevolezza della difficoltà di ciò che si sta per affrontare. Solo coniugando questi tre aspetti, l’impegno massimo, la consapevolezza della difficoltà e l’ottimismo, sarà possibile trovare la soluzione adeguata al nostro problema.

Non c’è spazio per l’attività fisica a scuola

Letto le regole per l’apertura delle scuole.

L’attività fisica è scomparsa e le palestre diventeranno aule.

Si evidenzia concezione disfunzionale dello sviluppo dei giovani.

Aumenterà obesità e sedentarietà: lo stato ponderale dei genitori, il loro livello di istruzione e il reddito familiare risultano associati all’Indice di Massa Corporea del bambino. Quindi chi è più svantaggiato lo sarà ancora di più!

 

1970 è l’anno di fondazione della prima rivista di psicologia dello sport

Quest’anno è il 51° anno dalla fondazione dell’International Journal of Sport Psychology (IJSP) nel 1970. Pubblicheremo due numeri speciali, il primo ha uno sguardo alla storia della psicologia dello sport e il secondo sulle future prospettive. Guest editors sono: Sidonio Serpa, Fabio Lucidi e Alberto Cei.

Il Journal è stata la prima rivista scientifica dedicata specificatamente alla  psicologia dello sport ed è stato creato quasi 10 anni prima della rivista americana, Journal of Sport Psychology, che è stata pubblicata per la prima volta solo nel 1979. Antonelli nel primo numero del 1970 scrisse:

“Il Consiglio Direttivo ha nominato un comitato di redazione (guidato da Olsen), e anch’io ho firmato un contratto con un editore norvegese … e ho ricevuto un buon numero di richieste di abbonamenti. A causa dei problemi che il dottor Olsen riferisce, mi sono trovato costretto ad assumere la carica di direttore e a trovare un altro editore, a tutti i costi e senza indugio, per avviare la rivista. Una rivista che informasse tutti i soci … era diventata una necessità, un dovere” (Antonelli, 1970, p.3-4).

Antonelli ha trovato la persona che avrebbe accettato questa sfida nel suo amico, l’editore Luigi Pozzi. Pozzi stesso mi ha detto che quando Antonelli ha proposto questa impresa, sono state necessarie poche parole per convincerlo ad accettare. Non si può che non essere d’accordo con Salmela (1999), quando afferma che questa è stata davvero una sfida eroica, ottenuta solo grazie alla determinazione solitaria di Antonelli, senza copertura finanziaria.

“Per 10 dollari l’anno sono in grado di offrire solo due piccoli numeri, senza pretese, e quindi c’è un’altra questione che devo rivelare. Quando l’iscrizione all’International Society of Sport Psychology (ISSP) era gratuita, ho ricevuto 1.500 richieste. Quando ho chiesto 10 dollari, non per l’ISSP, che non sostiene spese e quindi non richiede denaro, ma per l’abbonamento, solo il 10% ha pagato questo costo. Ho trovato un editore molto comprensivo, che ha accettato di rinunciare a tutto il suo profitto, e per questo  pubblicamente lo ringrazio dal profondo del mio cuore; ma le spese di stampa e spedizione sono enormi. Con quello che ho ricevuto fino ad oggi, sarò in grado di stampare e inviare il primo numero . E lo manderò a tutti i 1500 membri. Se necessario, poi vado avanti a mie spese … questa non è una dimostrazione di eroismo pazzo … Sono sicuro che quando riceveranno questo primo numero, molti soci pagheranno la quota di iscrizione per il secondo numero del 1970“ (Antonelli, 1970 p.4-5).