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I vincoli di oggi possono aprirci la mente?

Leggiamo queste informazioni provando a pensare se i vincoli che viviamo oggi possono servire ad aprirci la mente e incanalare la nostra creatività.

Ravi Mehta, Meng Zhu, Creating When You Have Less: The Impact of Resource Scarcity on Product Use Creativity, Journal of Consumer Research, 42(5), 2016, 767–782.

Man mano che diventiamo una società più abbondante, i nostri livelli medi di creatività diminuiscono?

I risultati di recenti ricerche sostengono questa ipotesi. In accordo con la nostra linea di ragionamento, l’analisi dei dati sui risultati dei Torrance Tests of Creative Thinking negli ultimi cinque decenni indica che, nonostante l’aumento dei punteggi del QI, i punteggi del pensiero creativo sono diminuiti in modo significativo dal 1990, soprattutto per gli studenti della scuola materna sino gli studenti della terza elementare (Kim 2011).

Diverse linee di ricerca suggeriscono una possibile correlazione negativa tra disponibilità di risorse e creatività e gli storici hanno suggerito una relazione negativa tra sovraconsumo e innovazione.
I risultati mettono in evidenza che:

  • Il materialismo mostra che alti livelli di valori materiali sono associati negativamente allo sviluppo intellettuale e spirituale degli individui.
  • Il consumo e la società sostengono che la creatività è incompatibile con la ripetitività della moderna produzione di massa, che sta spostando la cultura da intellettualmente impegnativa a una che è affannosa, familiare e divertente.
  • I paradossi della tecnologia suggeriscono che mentre l’innovazione e la tecnologia forniscono vari benefici come la libertà, il controllo e l’efficienza, potrebbero anche usurpare la motivazione e le competenze umane, portando alla dipendenza, all’inettitudine e al disimpegno.

E’ ora di pensare alla salute mentale di atleti e allenatori

Nel Regno Unito le Federazioni di atletica collaborano con  Believe Perform  per costruire un percorso online per atleti allenatori e allenatori pre promuovere la salute mentale e e la prestazione.

Da noi non si pensa neanche a questi temi!

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Allenare la generazione Z

Daniel Gould, Jennifer Nalepa & Michael Mignano (2019). Coaching Generation Z Athletes. Journal of Applied Sport Psychology, 32:1, 104-120.

Anche se è sempre stato essenziale per gli allenatori adattare il loro allenamento alle caratteristiche dell’atleta, questo può essere oggi più importante che mai, poiché gli allenatori si adattano a una nuova generazione di atleti cresciuti in un’era totalmente digitale, che ha avuto effetti importanti sulle loro caratteristiche e sui loro modi di comportarsi.

I giovani atleti di oggi rappresentano la Generazione Z (Gen Z):

  • Giovani nati dopo il 1996, che costituiscono il 26% della popolazione statunitense e il 27% della popolazione mondiale
  • I giovani della Gen Z sono stati influenzati dall’incertezza socioeconomica (ad esempio, la recessione globale del 2008), dal terrorismo internazionale (ad esempio, l’11 settembre) e dai disastri naturali (ad esempio, l’uragano Katrina).
  • Sono la generazione più istruita della storia e sono la prima generazione di giovani cresciuti in un ambiente totalmente digitale, il che ha fatto sì che i giovani della Gen Z abbiano eccellenti competenze tecnologiche
  • Allo stesso tempo, a causa della quantità di tempo che dedicano alla tecnologia, si pensa che abbiano tempi di attenzione più brevi, la necessità di un feedback frequente e la mancanza di indipendenza.

Lo psicologo sociale Jean Twenge (2017):

  • I giovani d’oggi crescono più lentamente (ad esempio, fanno sesso in età più avanzata, aspettano più a lungo prima di prendere la patente di guida, consumano alcolici più tardi rispetto ai millenial che li hanno preceduti) e sono la generazione più protetta e sicura di sempre, ma allo stesso tempo evitano le responsabilità degli adulti, come l’abbandono della casa e l’indipendenza economica.
  • Cresciuti nel mondo digitale passano meno tempo a contatto diretto con i loro amici e i loro cari. Questo è uno dei motivi per cui hanno i più alti problemi generazionali di depressione, ansia e solitudine. Infine, crescendo in un mondo digitale molto coinvolgente, i giovani della Gen Z hanno tempi di attenzione più brevi, e spesso svolgono più compiti anche quando questo può non essere efficace.
Encel, Mesagno e Brown (2017) hanno intervistato 298 atleti britannici per determinare sia il loro utilizzo di Facebook sia se l’utilizzo di Facebook è legato all’ansia. I risultati hanno rivelato che il 68% degli atleti ha utilizzato Facebook entro 2 ore dalla gara e il tempo trascorso sui social media è stato correlato alla scala di disturbo della concentrazione della scala dell’ansia sportiva.

Nelle fasi iniziali del lavoro con gli atleti della Gen Z, gli allenatori sentivano che agli atleti mancava la capacità di affrontare le avversità.

Nel corso del tempo, con pratiche strutturate di costruzione della resilienza, gli allenatori hanno osservato un miglioramento delle capacità degli atleti di Gen Z di gestire le avversità. Creando situazioni di allenamento stressanti e allenando gli atleti attraverso di esse, gli atleti di Gen Z hanno migliorato la loro resilienza.

Gli atleti non rispondono bene ai feedback negativi. Gli atleti vivono spesso troppo personalmente i feedback negativi e si arrabbiano di fronte alle critiche.

Gli atleti della categoria Gen Z mostrano brevi intervalli di attenzione. Gli allenatori hanno anche scoperto che gli atleti di Gen Z sono facilmente distratti e hanno difficoltà a bloccare le distrazioni.

Gli atleti di Gen Z sono percepiti come bisognosi di struttura e confini per guidare il loro sviluppo del tennis.

Gli atleti di Gen Z sono per lo più motivati in modo estrinseco dai risultati, dalle cose materiali e dal confronto sociale. Gli allenatori hanno discusso di come la pressione dei genitori e degli allenatori stessi sia una fonte estrinseca che guida la motivazione dei giocatori. In termini di etica del lavoro, la maggior parte degli allenatori ha discusso di come gli atleti di Gen Z lavoravano duramente e avevano una forte etica del lavoro una volta sul campo da tennis.

Gli atleti di Gen Z mostrano scarse capacità di comunicazione. Gli allenatori credevano che i giocatori avessero difficoltà ad esprimere le loro emozioni, fossero timidi ed esitanti a parlare, e che mancassero di abilità di base nella conversazione (cioè il contatto visivo).

Gli allenatori ritengono inoltre che i giocatori di Gen Z controllano ciò che gli viene detto dall’allenatore e non sono pronti a credere a qualcosa solo perché l’allenatore l’aveva detto.

Gli allenatori sono consapevoli che gli atleti di oggi sono più istruiti che nelle generazioni passate, in quanto avevano accesso a un’abbondanza di informazioni online e hanno eccellenti competenze tecnologiche che rendevano facile trovare informazioni per loro.

Gli atleti della Gen Z sono stati percepiti come studenti visivi, il che è stato discusso come un punto di forza, in quanto gli allenatori sono in grado di incorporare la tecnologia come aiuto all’apprendimento durante la pratica e l’allenamento. Infine, gli allenatori hanno ritenuto che gli atleti sono curiosi e aperti all’apprendimento da parte degli allenatori attraverso il loro bisogno di capire il “perché” e la connessione con la performance.

Divertirsi in gara non è per scherzo

Divertirsi non è per scherzo.

Spesso lo dicono gli allenatori agli atleti: “Vai e divertiti”. E loro li guardano con due occhi fuori dalle orbite che dicono ma “cosa sta dicendo, qui devo dare il massimo mica vado in pizzeria con gli amici”.

Hanno ragione e torto tutte e due. Come fai divertirti quando sei impegnato a dare il massimo? Allora hanno ragione gli atleti. Forse c’è un modo per divertirsi nei momenti agonistici più intensi? Quindi hanno ragione i coach.

La questione è bene espressa da Sun Yingsha: Devi avere il piacere di affrontare le situazioni difficili! In tal modo il divertimento è dato dal piacere di affrontare le sfide con tutti i rischi che comportano.

Essere come vuoi con la respirazione

Lo sapevate che la respirazione è utile per allenare quelle componenti dell’auto-controllo che permettono di essere rilassati, concentrati e attivati in funzione degli obiettivi di un atleta in uno specifico momento.

Per saperne di più su come fare scrivetemi.

Pensare alle piccole cose per vincere

La mentalità è anche frutto delle tecniche di Daria Abramowicz, giovane psicologa dello sport che Iga Swiatek, vincitrice dell’ultimo Roland Garros, ha reso celebre e che, a quanto pare, gliel’ha messa giù semplice: «Io non credevo che si potessero vincere gli Slam concentrandosi sul gioco di gambe. O sulle piccole cose. Non mi sembrava possibile.

E glielo dicevo anche: mi sembrava troppo facile, troppo banale. Daria mi ha convinto del contrario. Lavoro con lei perché credo che la psicologia non serva solo a risolvere problemi, ma anche a migliorarsi. Ha insistito per farmi capire di nutrire basse aspettative, perché era l’ansia di raggiungere il risultato che mi aveva fatto giocare male prima di Parigi. Basse aspettative non vuol dire pensare di perdere, ma non avere il chiodo fisso del successo. È tenere lo sguardo basso».

L’umore condiziona le prestazioni delle squadre di calcio

L’umore è certamente uno degli aspetti psicologici che può bloccare o fare fiorire una prestazione. Nel calcio la questione è più complessa, non è uno sport singolo dove si deve badare solo a se stessi. L’umore negativo può diventare una specie di virus che si diffonde creando insicurezza nel gioco anche in calciatori professionisti. La Juve orfana di Ronaldo sembra smarrire la strada della vittoria e della convinzione, il Napoli forse spinto dalla memoria di Maradona riesce a giocare e vincere un’ottima partita contro la Roma, l’Inter si riprende subito dalla sconfitta in Champions e batte una squadra che sta giocando un ottimo campionato (il Sassuolo), la Lazio dopo una partita convincente in Europa perde anche lei in campionato.

Questi alti e bassi sono attribuibili a varie cause, una sono convinto che sia psicologica e riguarda la gestione dell’umore della squadra e dei singoli giocatori. Essere di buon umore è un’emozione contagiosa che può allontanare fatica e insicurezza e migliorare la collaborazione e la competitività.

Quanto sono di buono umore queste squadre con i loro alti e bassi così repentini? Quanto l’allenatore si interessa di questa dimensione psicologica? Ovviamente non lo sappiamo perchè in Italia i mister non considerano lo psicologo come parte del loro staff.

Dove invece ad esempio nel Regno Unito questa dimensione è considerata queste sono le considerazioni su questo tema.

  • Comprendere qual è l’umore positivo della squadra
  • Sviluppare un insieme di strategie per incoraggiare questo tipo di umore
  • Apprezzare che l’allenatore e il suo staff siano modelli per manifestare questo tipo di emozioni
  • Equilibrare le richieste di prestazioni ottimali con il bisogni di relazioni efficaci
  • Reclutare giocatori con un carattere positivo e stabilità del loro umore così come sono selezionate per il loro talento
  • Essere consapevoli dei fattori che riducono l’umore
  • Agire rapidamente per sconfiggere le potenzialità negative.

 

Maradona: il calcio in paradiso

Biografia di Diego Armando Maradona

Diego Maradona 1960-2020

Pelè: “Un giorno spero giocheremo insieme a pallone in cielo”.

 

Recensione libro: Lo sport domani

Flavio Tranquillo

Lo sport domani

Costruire una nuova cultura

Add Editore  p.137,  2020

Questo libro parla di quale sia la cultura dello sport dominante nel nostro paese e soprattutto ne mette in luce le criticità che derivano non tanto da limiti organizzativi ma piuttosto dal modo di pensare lo sport. Forse la sintesi più recente di questo tipo di mindset si è evidenziata nel Rapporto per il rilancio “Italia 2020-2022- del gruppo coordinato da Vittorio Colao, nel quale Tranquillo evidenzia che non è mai nominata la parola sport. Ci vorrebbe una discontinuità politico-istituzionale, una rigenerazione complessiva continua l’Autore, che metta in luce come il binomio Sport-Cultura non sia nel nostro paese così accettato e tantomeno promosso.

Il filo conduttore del libro è centrato intorno a questa idea e viene svolta una critica costruttiva e precisa sullo sport concepito solo secondo parametri economici e del conseguimento della vittoria. Se questa è l’impostazione, Tranquillo ci ricorda che nel calcio l’1% dei tesserati (1.000.000) è un giocatore professionista (12.000). Quindi, se ciò che conta è solo il parametro economico, un atleta può rappresentare un esempio positivo per i giovani? In altre parole si ritorna sempre alla stessa domanda in che modo il calcio, come ogni altro sport, può produrre valore sociale e qual è il ruolo delle star dello sport?

Il libro pone altre questioni irrisolte come quello del finto dilettanstimo, degli atleti che a fine a carriera si trovano senza educazione e risparmi e nessuno aiuto predisposto dalle loro organizzazioni sportive. Per non parlare delle nostre scuole superiori che non sono come quelle americane in cui si può praticare sport all’interno delle stesse strutture  scolastiche. E’ un libro di denuncia dell’appiattimento dello sport italiano su strategie solo pensate per la realizzazione di obiettivi a breve termine ma priva di una visione strategica orientata nel tempo.

In conclusione, Tranquillo citando Piero Calamandrei e David Hollander propone che una via di uscita consista nel considerare lo sport come una metafora della vita e che solo con questo approccio sarà possibile sviluppare una cultura dello sport propositiva nei confronti dei valori base espressi dalla nostra società.