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In campo con i ‘pulcini’ serve entusiasmo e curiosità

I pulcini sono la seconda categoria della scuola calcio per ordine di età e comprendono i bambini dagli 8 ai 10 anni. Molto spesso gli allenatori esprimono estrema soddisfazione nell’allenare i pulcini, sottolineando l’interesse e l’entusiasmo che a questa età i bambini mettono sul campo. La soddisfazione degli allenatori trova una base teorica importante nel momento evolutivo che vivono i bambini di questa età. I pulcini attraversano un momento di pausa nel loro processo evolutivo e non manifestano  grossi cambiamenti,  diventano padroni del loro corpo e delle facoltà intellettive, prendono coscienza di sé, favoriti dalla quasi completa definizione dello schema corporeo e dimostrano, inoltre, un buon grado di socialità. Tutte queste caratteristiche pongono il bambino lontano dalla continua scoperta di sé tipica della fase precedente ed ancora distante dalla confusa tempesta adolescenziale che seguirà a questo periodo. È tutto questo che rende possibile definire i pulcini la categoria “più allenabile” della scuola calcio. Tale definizione però non elimina le difficoltà che si possono incontrare in campo nella gestione del gruppo.  Accanto alla dimensione tecnica e tattica è importante, come sempre, conoscere le dinamiche psicologiche appartenenti a questa fascia di età e anche le modalità di comunicazione più efficaci da utilizzare con i piccoli atleti.  Ecco alcune indicazioni su cosa fare quando si è in campo con loro.

Cosa Fare:

  • Impegnarli costantemente riducendo al minimo indispensabile pause e attese
  • Guidarli all’autonomia psicologica (saper risolvere problemi)
  • Proporre esercitazioni in cui devono prendere decisioni
  • Rinforzare non solo la correttezza delle scelte, ma la capacità di operare delle scelte
  • Favorire la capacità di assumersi rischi calcolati
  • Inserire in allenamento esercizi che insegnino a mantenere un equilibrio fra rischio individuale e gioco collettivo
  • Facilitare l’interiorizzazione delle regole del gruppo
  • Insegnare a collaborare in un ambiente competitivo
  • Strutturare l’allenamento con l’obiettivo di incentivare la collaborazione
  • Limitare gli individualismi  (a questa età tendono ad autoalimentarsi: tu fai così, allora anch’io)
  • Aiutarli a valutare quale atteggiamento o situazione determina l’errore  anche attraverso esempi personali

Saper gestire un pulcino  vuol dire, non solo, sviluppare le sue competenze tecniche e tattiche , ma anche far scendere in campo l’entusiasmo e la curiosità che porta dentro di sé.

(di Daniela Sepio)

Pirlo e Totti e poi il vuoto

Instagram, le foto degli atleti italiani più amate del 2014

Andrea Pirlo e Francesco Totti le ultime leggende del calcio italiano,

Alex Del Piero: il più piccolo è diventato il più grande

Alessandro Del Piero è stato intervistato da Federico Buffa per i suoi 40 anni.

Gli è stato chiesto cosa pensa nei momenti decisivi ed è questa la risposta: Mi sono allenato molto … Li sì spesso e volentieri non ricordo. Quando sei più libero di testa ti puoi esprimere liberamente.

Come vuoi essere ricordato: Da piccolo volevo dimostrare che il più piccolo poteva diventare il più grande e questo vale ancora adesso.

 

L’organizzazione della scuola calcio: squadra A e squadra B

Ormai troppo spesso si parla di procuratori per minori di 10 anni, di provini nelle scuole calcio e della ricerca della squadra perfetta … ma non stiamo parlando di serie A. Parlo invece del calcio dei bambini dove frequentemente troviamo la suddivisone in squadra A e squadra B. Cosa vuol dire?

La risposta purtroppo universalmente riconosciuta è : i più bravi e i meno bravi.

L’aggettivo bravo è già di per sé generico e superficiale e se rivolto a bambini dai 6 ai 10 anni che muovono i loro primi passi nel mondo del calcio diventa privo di significato.

Ho compreso nel tempo che l’aggettivo bravo per gli allenatori include: il bambino “al momento” più competente a livello motorio, più veloce, senza problemi comportamentali, facile da gestire e che possiede già alcuni atteggiamenti del calcio professionistico (cadere sui falli, esultare tirando su la maglietta e così via). Sono queste le caratteristiche che  determinano la suddivisione delle squadre? E cosa  rimane fuori da questo ragionamento?  Rimane fuori la considerazione dell’apprendimento tra pari, rimani fuori qualsiasi concetto legato all’inclusione, rimane fuori qualsiasi pensiero legato allo sviluppo e al cambiamento, manca qualsiasi prospettiva futura a vantaggio del “tutto e subito”. Quel “tutto e subito” è la vittoria.

Ricerche europee dimostrano  che quasi il 70% dei bambini che inizia uno sport all’inizio dell’età scolare (5-6 anni), lo abbandona entro i 12-13 anni di età. Indagini realizzate per capire l’origine dell’abbandono riferiscono che i bambini che lasciano hanno la convinzione “di non essere abbastanza bravi”.

Ancora una volta il mondo adulto infrange le barriere del mondo dei bambini appropriandosi del loro linguaggio e convincendo il piccolo calciatore che è lui a non essere bravo.  In questo caso l’errore dell’allenatore è di far ricadere le sue personali aspettative infrante e le sue difficoltà di gestione sui piccoli calciatori, privandoli della possibilità di vivere fino in fondo la loro occasione.

L’utilizzo dell’aggettivo “bravo”sottolinea  in maniera indiscussa la mancanza di competenza di chi usa questo linguaggio scegliendo la strada più semplice  come allenatore e il minor vantaggio per il bambino.

Purtroppo nel calcio giovanile manca una prospettiva a lungo termine e non si accetta la difficoltà di oggi per il beneficio di domani. Viene spesso ignorato il significato dell’apprendimento tra pari ed anche il vantaggio, per i bambini, dei gruppi eterogenei a favore invece della costruzione di gruppi omogenei per competenze. La scelta dell’omogeneità nasconde una scelta egoistica e priva i bambini dell’arricchimento derivante dalle reciproche differenze.

“Ciò che i bambini sanno fare insieme oggi, domani sapranno farlo da soli” (Vygotskij)

(di Daniela Sepio)

Il problema della Serie A è anche un problema di allenatori troppo garantiti

Le partite del nostro campionato dimostrano troppo spesso che concetti quali:

  • Andare oltre i propri limiti e mantenere elevati standard
  • Eccellere per se stessi
  • Rivaleggiare per superare gli altri

non fanno parte della cultura attuale delle squadre se non con rare eccezioni.

La questione è come mai a calciatori professionisti e affermati non venga insegnato a entrare in campo con la determinazione e la concentrazione richieste dalla partita da affrontare. Gli allenatori pensano che la loro squadra giocherà in un certo modo e poi questo non avviene. Forse rispetto ai grandi allenatori italiani del passato quelli attuali sono diventati così presuntuosi da convincersi che basta la loro presenza a infondere coraggio? Forse perché guadagnano troppo e sono troppo garantiti dal punto di vista economico, quindi, in base a ciò ritengono di non essere criticabili e per questa ragione non mettono accanto a sé persone che potrebbero rappresentare la coscienza critica che gli manca.

Al contrario, le esperienze di leadership ad alto livello nel mondo del business insegnano proprio questo, che accanto ai grandi leader vi è sempre un’altra persona esperta con cui si confrontano apertamente e che verifica che le loro idee siano attuate. Forse questi nostri condottieri dovrebbero imparare a servirsi di collaboratori in grado di sapere se i loro calciatori sono disposti a giocare fino in fondo o sono pronti a mollare un centimetro alla volta fino alla fine. Perché è proprio questa la differenza tra vincere e lasciarsi dominare.

Giocare a calcio senza una gamba

Foto: Francia-Italia 5-2. Comunque un buon esordio dei nostri ragazzi http://www.abilitychannel.tv/12841/blog-sports/calcio-amputati-diario-della-prima-trasferta-della-nazionale/

Ama il calcio, ha 15 anni e una gamba in meno, perché così è nato. Ma Francesco Messori non si è dato per vinto. E martedì a Guastalla, in provincia di Reggio Emilia, ha realizzato il suo sogno: ha giocato la sua prima partita in un torneo under 14, al pari dei suoi compagni di squadra, la Virtus Correggio, con i quali aveva sempre condiviso gli allenamenti, ma mai era riuscito ad entrare in campo nei match … Primo caso in Italia. Lui, con le stampelle, gli altri senza. La sua è una storia fatta di sogni: formare una squadra tutta di giocatori con le stampelle, realtà già esistenti all’estero. Così ha creato su Facebook il gruppo “Calcio Amputati Italia”. Nel 2012 il primo torneo, “Un calcio a modo mio”: sei squadre, sei ragazzi con stampelle o protesi giocano un calcio integrato, uno per squadra. Poi altri tornei, infine una squadra nazionale che gioca nella World Amputee Football Federation, ora pronta a partire per i Mondiali in Messico. Intanto il Csi abbraccia il progetto, perché dice il presidente Massimo Achini “Sono le regole che devono essere cambiate a favore della vita e non il contrario”. E Francesco entra in campo in un torneo alla pari. La partita? E’ finita 4-3, la squadra di Francesco ha perso. Ma lui ha vinto nella vita.

(da Repubblica.it di Ilaria Venturi)

Si tira da solo la maglia per simulare il fallo

Per simulare un fallo in campo, il calciatore brasiliano Leandro Damiao si tira da solo la maglia. E’ accaduto durante la partita del campionato brasiliano di Serie A tra il Criciuma e Santos finita 3-0. Leandro Damiao, 25enne attaccante del Santos, cerca di trarre in in inganno l’arbitro tirandosi da solo la maglia sugli sviluppi di un calcio di punizione.

Leandro Damião

Le madri dei calciatori: il difficile percorso nel mondo dei figli maschi

Si sa che in Italia il calcio è maschile, per cui è ovviamente più frequente che io mi trovi a relazionarmi con madri di figli maschi. Queste mamme sono spesso accusate di legami troppo intensi che sembrano essere la causa di ogni problema. “Signora lei dovrebbe lasciarlo più libero” ecco la frase che più spesso viene ripetuta alle mamme, questo per una madre è come sentirsi dire: “Signora lei lo ama troppo”.  Le madri amano davvero troppo? E come deve essere la madre di oggi per crescere il miglior figlio per il futuro?

Considerare le madri la causa di ogni problema è un punto di vista sbrigativo e superficiale che predilige il giudizio al sostegno. Le madri necessitano di un aiuto e non solo di uno sterile esame critico. Per questo decido di rivolgermi alle tante mamme di piccoli e grandi calciatori per dare indicazioni pratiche e non giudizi.

Allevare un figlio maschio vuol dire discutere sullo studio, dosare la playstation, gridare sulla camera da rimettere a posto o trovarsi a dire  questa casa non è un albergo, ma crescere un figlio maschio vuole anche dire sostenere ogni giorno il difficile compito di saper trovare la risposta giusta al momento giusto, senza apparire frettolose o peggio petulanti. A volte anche la madre più premurosa può risultare inopportuna perché solo l’esperienza nel tempo la aiuterà a capire come è fatto un figlio maschio. Le parole scelte per educarlo sono anche quelle che inconfondibilmente segneranno la strada che come madre si è deciso di prendere.

Ecco alcune cose che è importante sapere:

Non è possibile fornire il vocabolario preciso di cosa è meglio dire con un figlio maschio, ma sicuramente è importante sapere che  un maschio si dimostrerà più sensibile sulle frasi che insistono su ciò che fa, piuttosto che su ciò che è. Dirgli che è bravo, adorabile o meraviglioso gli farà piacere se però gli si parlerà di una cosa che ha fatto, di un evento in cui si è dimostrato all’altezza riuscirà ad assimilare ancora di più il vostro discorso. Inevitabilmente sono più portati a capire le affermazioni relative a ciò che fanno, piuttosto che quelle su ciò che sono.

È importante ricordare che ogni ragazzo ha sempre un’immagine reale di sé stesso e se una madre tenderà a non voler vedere i problemi del figlio potrà solo spingerlo ad enfatizzarli. Per questo è importante fare commenti che gli permettano una visione reale di sé stesso. Se giocherà bene e vincerà una partita sarà meglio dire “devi essere orgoglioso di te” piuttosto che “sono orgogliosa di te”.

Un ragazzo è una polveriera di emozioni pronta a scoppiare e spesso a farlo esplodere può essere anche una sola piccolissima scintilla. Bloccare l’esplosione è tutt’altro che facile e di certo è utile sapere che non sono i lunghi discorsi a spegnere la miccia, ma, ancora di più che con una figlia femmina, bisogna essere attenti a non criticare automaticamente i comportamenti.  I maschi sono sensibili alle critiche, ma anche al sostegno che gli si offre.

I ragazzi sono più aggressivi sia nei comportamenti che nelle emozioni per questo spesso le critiche materne sono avvertite più come aggressione che come consiglio.

Un ragazzo si aspetta che la madre decifri i suoi sentimenti e li esprimerà comunque e sempre di più attraverso atteggiamenti e comportamenti piuttosto che a parole

Un ragazzo risponde maggiormente alle richieste della madre quando lei eviterà discorsi astratti e generici e mostrerà concretamente cosa fare e come agire di fronte alle singole situazioni

Per concludere alle madri di piccoli e grandi calciatori mi preme ricordare che:

I maschi si esprimono più a livello fisico che a livello verbale e tendono a farlo in modo impetuoso. Per questo motivo molto spesso i problemi disciplinari e la mancanza di attenzione dipendono proprio dalla limitata attività fisica, che non permette uno sfogo adeguato alle loro necessità. Questo spiega perché la scelta di vietare l’attività sportiva per ovviare alle mancanze scolastiche non fa che peggiorare la situazione anziché migliorarla, creando un circolo vizioso in cui la punizione alimenta il comportamento punito.

(di Daniela Sepio)

Cercasi talenti? No, ha sbagliato nazione

Mentre nel mondo le aziende più importanti conducono tra di loro da anni una guerra per assicurarsi i migliori talenti e su Google troviamo decine di pagine selezionando “talent war”, noi invece viviamo in una nazione in cui questi due termini suscitano poco interesse. E’ quanto emerge da uno studio condotto da Bruno Pellegrino, Università della California, e Luigi Zingales, Università Chicago, secondo cui gli imprenditori italiani, non tutti per fortuna, preferiscono avere come diretti collaboratori degli “yes manager”, pronti in ogni istante a compiacerli nelle loro scelte a discapito di uomini e donne indipendenti e competenti. Si conferma la scarsa propensione dell’imprenditoria italiana alla cultura della prestazione che coniuga insieme la capacità di assumersi dei rischi e d’innovarsi con la necessità di mantenere in attivo il bilancio mentre al suo posto si diffonde il familismo amorale, che seleziona le persone per cooptazione. In tal modo ci si pone sulla strada che abbandona la ricerca del successo come massima espressione delle qualità aziendali e ci si avvia su quella in cui favoritismi e clientele diventano i fattori dominanti del successo. Il mondo del calcio professionista ancora una volta si rivela essere specchio di questo paese e di questo tipo d’imprenditoria: tanti stranieri mediocri e pochi giovani italiani talentuosi. Infatti, nella maggior parte delle squadre sono presenti pochi calciatori italiani e solo quest’anno sono stati introdotti 84 nuovi giocatori, che limitano ulteriormente l’accesso in squadra ai nostri giovani talenti.  Il danno che si viene a creare è molto grave. S’impedisce di fatto ai giovani italiani di giocare, si rende inutile l’attività giovanile poiché i migliori non troveranno squadre disposte a inserirli nell’organico, li si obbliga ad andare all’estero come è il caso di Immobile, Cerci e Verratti, si spendono inutilmente soldi per giocatori stranieri che non sono di valore, le squadre perdono ulteriore valore perché non possono contare su giocatori tenaci e che vogliono vincere. Non vi sono spiegazioni che permettono di comprendere questo fenomeno così auto-lesionista per i club. Certamente la professionalità dei dirigenti di calcio esce sconfitta da questo approccio e dato che questa pratica è così diffusa evidentemente non preoccupa anzi ne esce rinforzata. Naturalmente esistono aziende e squadre che si fondano sulla cultura della prestazione, seguiamole perché sono un pezzo importante della soluzione dei nostri problemi.

(leggilo su http://www.huffingtonpost.it/../../alberto-cei/)