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Fare come a Manchester per vincere la paura del terrorismo

I fatti di queste ultime settimane ci spingono ad avere paura di andare a una manifestazione pubblica o di fare un viaggio a Londra ma la risposta non deve essere quella di chiudersi dentro casa ma di fare come a Manchester, di nuovo 50.000 persone insieme a dire che abbiamo fiducia e crediamo nella libertà. Viviamo in un presente dilatato su base planetaria. Qualsiasi cosa accada  in qualche parte del mondo lo sappiamo subito, dalle bombe a Kabul, ai morti di Londra sino al panico della folla di Torino. Sono storie diverse ma collegate tramite le informazioni di cui siamo costantemente e in tempo reale soverchiati. Questo vortice continuo di notizie ha reso più piccolo il mondo nella nostra percezione, perché questa condivisione immediata riduce le distanze geografiche e ci stimola a sentirci in pericolo. Gli attentati vogliono raggiungere questo obiettivo colpendo il nostro stile di vita, dalla libertà di uscire, andare ai concerti, divertirsi, andare a una partita o vederla in un piazza. La velocità dell’informazione è un’arma ulteriore di cui si servono i terroristi, poichè  sappiamo tutto l’istante dopo che è accaduto, senza essere stati preparati a mitigarne il contraccolpo sulla nostra mente. Per non sentirci schiacciati dal peso di queste notizie e dall’insicurezza che possono generare, dobbiamo allora imparare a rassicurare noi stessi e chi ci vive accanto. Non c’è, infatti, un modo preconfezionato di rispondere a queste tragedie e alle paure che ci sollecitano, dobbiamo continuare a fare quello cha abbiamo sempre fatto. Lo sport e la musica possono aiutare, perché sono condivisione di una passione e soddisfano nel profondo la voglia di stare insieme, di sentirsi uniti. Rappresentano, quindi, un antidoto a quella tensione inespressa vissuta sotto pelle, che si accumula ogni giorno se non viene sciolta nella pratica d’interessi che uniscono, che fanno provare emozioni condivise e che arricchiscono la nostra esistenza. Dobbiamo continuare a diffondere la cultura in tutte le sue forme da quella sportiva a quella musicale a quella artistica. Come singole persone siamo i depositari della nostra cultura che si deve poter manifestare in libertà, non dimentichiamocelo quando penseremo se andare a una partita, se partecipare a una gara podistica o permettere ai nostri figli di andare a un concerto.

Le regole e gli obiettivi dello sport

Gli sportivi in Italia non crescono: sono il 33%

Da 10 anni il numero di persone che in Italia praticano sport non cresce e continua a essere tra i più bassi in Europa. Non è solo una questione economica, manca un’adeguata cultura dello sport e del valore del movimento.

Persone di 3 anni e più che praticano sport, qualche attività fisica e persone sedentarie per Regione Anno 2015 (valori percentuali)

 

REGIONI
RIPARTIZIONI GEOGRAFICHE
Praticano
sport
di cui in modo: Praticano
solo qualche
attività fisica
Non praticano
sport né
attività fisica
continuativo saltuario
Piemonte 35,8 24,7 11,2 33,8 30,0
Valle d’Aosta/Vallée d’Aoste 45,0 31,5 13,5 30,0 24,5
Liguria 32,7 24,1 8,6 30,8 36,2
Lombardia 40,7 28,5 12,2 27,2 31,4
Trentino-Alto Adige/Südtirol 50,9 34,0 16,9 35,4 13,5
Bolzano/Bozen 56,6 36,2 20,4 32,1 10,8
Trento 45,4 31,9 13,5 38,6 16,0
Veneto 40,3 27,9 12,4 32,6 27,0
Friuli-Venezia Giulia 38,5 28,1 10,4 31,6 29,8
Emilia-Romagna 36,0 25,7 10,3 31,7 31,9
Toscana 34,9 25,0 9,9 31,1 33,6
Umbria 31,6 23,0 8,6 28,0 40,0
Marche 35,6 26,5 9,1 27,6 36,4
Lazio 34,8 27,3 7,5 20,6 43,9
Abruzzo 31,7 21,8 9,9 25,7 42,5
Molise 25,4 19,2 6,2 19,0 55,1
Campania 19,5 13,0 6,5 23,1 57,2
Puglia 27,4 19,4 8,0 21,2 51,1
Basilicata 23,9 18,2 5,7 24,0 51,7
Calabria 24,5 17,9 6,6 18,4 56,7
Sicilia 24,4 18,0 6,4 17,5 57,3
Sardegna 34,0 24,6 9,4 29,3 36,3
Nord-ovest 38,6 27,0 11,6 29,4 31,5
Nord-est 39,4 27,7 11,8 32,4 28,0
Centro 34,7 26,2 8,5 25,3 39,5
Centro-Nord 37,7 27,0 10,7 29,0 32,9
Mezzogiorno 24,9 17,7 7,2 21,5 53,2
Italia 33,3 23,8 9,5 26,5 39,9
Fonte: Istat, Indagine multiscopo sulle famiglie “Aspetti della vita quotidiana”

La corsa per tutti e per gli ultramaratoneti

Venerdì 20 febbraio la Sala Stampa “P.Maccherini” del Palazzo Berlinghieri di Siena ospiterà alle 11,30 la conferenza stampa della seconda edizione del Terre di Siena Ultramarathon, manifestazione podistica competitiva e non che si svolgerà domenica 1 marzo con partenze differenziate da S. Gimignano per la 50 km, da Colle val d’Elsa per la 32 km e da Monteriggioni per la 18 km. Prevista anche una passeggiata di circa 6 km per le vie del centro storico di Siena. Un appuntamento che coniuga il tema dello sport per tutti, caro all’Uisp Siena, promotrice dell’evento, con la valorizzazione del territorio e delle sue ricchezze turistiche e culturali.

Sabato alle 17,30 si svolgerà inoltre un convegno sulla “Preparazione psicologica nella ultramaratona” curato dal prof. Alberto Cei, consulente psicologo alle Olimpiadi di Atlanta, Sydney, Atene, Pechino e Londra. Al termine dell’incontro saranno presentati i percorsi di gara.

Le iscrizioni sono aperte fino a mercoledì 25 febbraio sul sito www.terredisienaultramarathon.it

Parlare per sport o di sport

Il lunedì siamo tutti allenatori di calcio e, quindi, al bar o in ufficio parliamo o sparliamo di calciatori, squadre e risultati con il fervore di chi realmente potrebbe risolvere i problemi della squadre. D’altra parte abbiamo ben tre quotidiani di sport, che ogni giorno devono riempire un centinaio di pagine  e sono letti da milioni di persone. Quindi vige la regola secondo cui ogni sospiro di un giocatore o esternazione di un allenatore vengono messe bene in evidenza per dare argomenti ai nostri ragionamenti da bar. Tutto questo parlare andrebbe bene se il principale effetto fosse quello di sviluppare una cultura da bar dello sport che si esaurisce nello spazio di un caffè. Purtroppo la maggior parte di chi partecipa a queste discussioni è anche genitore o nonno di bambini, maschi, che giocano a calcio e che con la stessa facilità con cui esprimono giudizi sugli allenatori delle squadre professionistiche, con ancora più facilità si considerano competenti e in diritto di criticare gli allenatori dei loro figli nonché i figli stessi. E quando si avverte questo diritto, si comincia anche ad attaccare gli arbitri perché sono contro la loro squadra e si urlano consigli su come giocare.

Non c’è un finale felice a questa storia poiché i quotidiani sportivi continueranno a esaltare il calcio in ogni sua forma poiché le persone vogliono esattamente leggere questo tipo di notizie. Per fortuna esisteranno sempre isole in un cui si fa cultura dello sport e del calcio, ma alla maggior parte delle persone interessa sapere ogni sospiro di Icardi o di Eto perchè giocano in “grandi” squadre e di cui, infatti, si parla tutti i giorni e non di come il Sassuolo e l’Empoli riescono nell’impresa di giocare un bel calcio. Non lamentiamoci quindi della diffusione della violenza o delle truffe nel calcio, perché sono il risultato estremo di questa non-cultura sportiva.

Kei Nishikori e la cultura giapponese e US

Project 45 è il nome che è stato al programma di sviluppo di Kei Nishikori, la nuova stella del tennis maschile, 5° nel ranking mondiale. Project 45 perché è di un posto più avanti della 46° posizione, che era la migliore classifica raggiunta da un giapponese. Per ottenere questo risultato Nishikori a 14 anni si trasferì dal Giappone in Florida. Suo padre, ingegnere, pensava: “che i tennisti giapponesi non avevano avuto successo poichè il loro individualismo è debole se confrontato con quello dei giocatori d’oltreoceano”. E’ lo stesso esposto dal vicepresidente dell’IMG tennis, Olivier van Lindonk: “il Giappone è così rispettoso della cultura, ma non puoi andare avanti nel tennis inchinandosi”. Concetti duri ma condivisi anche da Masaki Morita, executive della Sony e fratello più giovane del suo fondatore che come presidente onorario della Federtennis giapponese inviò i migliori giovani negli US per liberarsi dalla struttura gerarchica del Giappone: “Avevo notato che i bambini giapponesi giocavano molto bene dal punto di vista tecnico in casa ma quando andavano oltreoceano non vincevano mai”.

In Florida trovò Brad Gilbert come allenatore, impressionato dalla sua tecnica ma troppo timido sul campo. Lo fecero giocare contro giocatori che giocavano sporco e doveva cavarsela da solo, senza che nessuno lo aiutasse. Solo lui resistette a questo trattamento mentre gli altri giocatori giapponesi se ne andarono. Nishikori ricorda che si sentiva solo, non sapeva come esprimere le sue opinioni e aveva paura di dire quello che pensava”.  Continuò e venne fuori vincente da questa sfida.

I giovani devono imparare a imparare

Così ha scritto  Ignazio Visco, Governatore della Banca d’Italia:

“La sfida che abbiamo di fronte non è solo dotare di più giovani energie il corpo docente ma soprattutto  come attribuire ai moltissimi insegnanti che quotidianamente si misurano con limiti e difficoltà imposti dalla tradizione, dai programmi scolastici, dai vincoli di bilancio, nuovi obiettivi: quelli cioè d’insegnare ai loro studenti come imparare a imparare, di convincerli dell’importanza di continuare a formarsi lungo tutta la loro vita, lavorativa e non, di diventare ricercatori permanenti, indipendentemente dalla loro occupazione contingente” (da Investire in Conoscenza, 2014, p. 141).

Questa è una delle principali azioni da mettere in campo per fronteggiare con successo le sfide del nuovo secolo.

Le origini della ignoranza sportiva

Mettiamo insieme alcuni dati che abbiamo sullo sviluppo mentale dei bambini e cerchiamo di capire se potrebbero influenzare la loro eventuale carriera sportiva.

1.

  • In Italia nel 2012, oltre 26 milioni di persone di 6 anni e più dichiarano di aver letto almeno un libro nei 12 mesi precedenti l’intervista, per motivi non strettamente scolastici o professionali. Rispetto al 2011, la quota di lettori di libri rimane sostanzialmente stabile (46%).
  • Le donne leggono più degli uomini: nel corso dell’anno ha letto almeno un libro il 51,9% della popolazione femminile rispetto al 39,7% di quella maschile. La differenza di comportamento fra i generi comincia a manifestarsi già a partire dagli 11 anni e tende a ridursi solo dopo i 75.
  • Avere genitori lettori incoraggia la lettura: leggono libri il 77,4% dei ragazzi tra i 6 e i 14 anni con entrambi i genitori lettori, contro il 39,7% di quelli i cui genitori non leggono.
  • In Italia, anche chi legge, legge poco: tra i lettori il 46% ha letto al massimo tre libri in 12 mesi, mentre i “lettori forti”, con 12 o più libri letti nello stesso lasso di tempo, sono soltanto il 14,5% del totale.
  • Una famiglia su dieci (10,2%) non possiede alcun libro in casa, il 63,6% ne ha al massimo 100.
2.
  • Il premio Nobel per l’Economia James Heckman ha mostrato che i figli dei disoccupati alla scuola materna possedevano un vocabolario di 500 parole, quelli di di genitori poco qualificati 700 parole mentre i figli dei laureati arrivavano a 1100 parole. Purtroppo queste differenze permangono anche nelle età successive permettendo di prevedere con largo anticipo la carriera lavorativa, il reddito, la stabilità familiare e la condizione di salute. Pertanto servono investimenti educativi tali da sviluppare le abilità cognitive e sociali nei bambini da 0 a 5 anni e nelle età successive.
  • Novak Diokovic nel suo libro scrive: “Jelena mi faceva ascoltare musica classica e leggere poesie per calmarmi e imparare a concentrarmi (Puskin era il suo poeta preferito). I miei genitori, invece, mi spronavano a studiare le lingue, così ho imparato l’inglese, il tedesco e l’italiano. Le lezioni di tennis e le lezioni di vita erano una cosa sola, e ogni giorno non vedevo l’ora di scendere in campo con Jelena e imparare sempre di più sullo sport, su me stesso e sul mondo”. (p.5)
Non è difficile capire da questi dati e testimonianze cosa si dovrebbe fare per educare i giovani e che anche lo sport trarrebbe vantaggi da un’educazione centrata sullo sviluppo della lettura. Sono convinto che la poco diffusa cultura dello sport derivi proprio dall’ignoranza che domina in Italia e di cui molti giovani ne fanno le spese, rovinando la loro vita ben prima dell’età adulta.

Cercasi talenti? No, ha sbagliato nazione

Mentre nel mondo le aziende più importanti conducono tra di loro da anni una guerra per assicurarsi i migliori talenti e su Google troviamo decine di pagine selezionando “talent war”, noi invece viviamo in una nazione in cui questi due termini suscitano poco interesse. E’ quanto emerge da uno studio condotto da Bruno Pellegrino, Università della California, e Luigi Zingales, Università Chicago, secondo cui gli imprenditori italiani, non tutti per fortuna, preferiscono avere come diretti collaboratori degli “yes manager”, pronti in ogni istante a compiacerli nelle loro scelte a discapito di uomini e donne indipendenti e competenti. Si conferma la scarsa propensione dell’imprenditoria italiana alla cultura della prestazione che coniuga insieme la capacità di assumersi dei rischi e d’innovarsi con la necessità di mantenere in attivo il bilancio mentre al suo posto si diffonde il familismo amorale, che seleziona le persone per cooptazione. In tal modo ci si pone sulla strada che abbandona la ricerca del successo come massima espressione delle qualità aziendali e ci si avvia su quella in cui favoritismi e clientele diventano i fattori dominanti del successo. Il mondo del calcio professionista ancora una volta si rivela essere specchio di questo paese e di questo tipo d’imprenditoria: tanti stranieri mediocri e pochi giovani italiani talentuosi. Infatti, nella maggior parte delle squadre sono presenti pochi calciatori italiani e solo quest’anno sono stati introdotti 84 nuovi giocatori, che limitano ulteriormente l’accesso in squadra ai nostri giovani talenti.  Il danno che si viene a creare è molto grave. S’impedisce di fatto ai giovani italiani di giocare, si rende inutile l’attività giovanile poiché i migliori non troveranno squadre disposte a inserirli nell’organico, li si obbliga ad andare all’estero come è il caso di Immobile, Cerci e Verratti, si spendono inutilmente soldi per giocatori stranieri che non sono di valore, le squadre perdono ulteriore valore perché non possono contare su giocatori tenaci e che vogliono vincere. Non vi sono spiegazioni che permettono di comprendere questo fenomeno così auto-lesionista per i club. Certamente la professionalità dei dirigenti di calcio esce sconfitta da questo approccio e dato che questa pratica è così diffusa evidentemente non preoccupa anzi ne esce rinforzata. Naturalmente esistono aziende e squadre che si fondano sulla cultura della prestazione, seguiamole perché sono un pezzo importante della soluzione dei nostri problemi.

(leggilo su http://www.huffingtonpost.it/../../alberto-cei/)

Doping o impegno?

Spesso mi chiedo che senso abbia il continuare a parlare di eccellenza nello sport quando continuamente scopriamo quanto il doping sia penetrato in questo mondo e quanto l’etica in molti atleti si confonda con l’omertà. L’etica in questi casi consiste nel proteggere un compagno che si dopa in accordo a una patologica definizione di morale, secondo cui si deve proteggere il proprio ambiente indipendentemente dalle azioni illegali e immorali che vengono praticate. La motivazione principale addotta per giustificare questo approccio al doping consiste nel pensare che non si possa eccellere senza questo aiuto. Assunto questo punto di vista, chi si oppone, condannando questo tipo di cultura sportiva, viene considerato un moralista che vuole imporre delle regole anacronistiche, poiché tutti si dopano. Domina la filosofia dell’Embé: “Hai visto hanno preso Tizio che si dopava”, “Embè che sarà mai, tanto lo fanno tutti, se vuoi vincere non c’è alternativa”. Questa filosofia si caratterizza per due idee principali: “Tanto peggio, tanto meglio” e “Sono tutti dei ladri”. Quando questa concezione si è diffusa fra gli adulti, molti hanno cominciato a doparsi per partecipare alle gare Master; vi sono casi in cui i genitori hanno chiesto al medico un “aiutino” per il loro figlio, sempre più spesso le palestre sono diventate luoghi di vendite di prodotti illegali e vi sono medici e fisioterapisti che hanno intrapreso questo tipo di consulenza per aumentare i loro guadagni. E’ invece proprio a partire dall’ampia diffusione di questa desolante concezione della cultura sportiva che dobbiamo reagire e continuare a parlare di eccellenza. Riguarda quelle prestazioni sportive di livello assoluto che dipendono solo dall’impegno e dedizione dell’atleta e dall’avere seguito insegnanti e programmi di altrettanto valore. Non dobbiamo cedere alla filosofia dell’Embè perché questa devasta i nostri giovani e i loro insegnanti. Il doping e ogni azione illegale nello sport vanno combattute diffondendo la cultura dell’impegno e del diritto di sognare che è possibile raggiungere qualsiasi risultato. Bisogna colpire penalmente chi si dopa ma allo stesso tempo bisogna cambiare questa cultura dello sport mortifera. I bambini e gli adolescenti rappresentano il nostro futuro e devono imparare che si può avere successo grazie al proprio impegno. Dobbiamo fare di più e meglio perché gli allenatori siano non solo professionalmente competenti ma sposino totalmente una visione etica del lavoro.