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Fare come a Manchester per vincere la paura del terrorismo

I fatti di queste ultime settimane ci spingono ad avere paura di andare a una manifestazione pubblica o di fare un viaggio a Londra ma la risposta non deve essere quella di chiudersi dentro casa ma di fare come a Manchester, di nuovo 50.000 persone insieme a dire che abbiamo fiducia e crediamo nella libertà. Viviamo in un presente dilatato su base planetaria. Qualsiasi cosa accada  in qualche parte del mondo lo sappiamo subito, dalle bombe a Kabul, ai morti di Londra sino al panico della folla di Torino. Sono storie diverse ma collegate tramite le informazioni di cui siamo costantemente e in tempo reale soverchiati. Questo vortice continuo di notizie ha reso più piccolo il mondo nella nostra percezione, perché questa condivisione immediata riduce le distanze geografiche e ci stimola a sentirci in pericolo. Gli attentati vogliono raggiungere questo obiettivo colpendo il nostro stile di vita, dalla libertà di uscire, andare ai concerti, divertirsi, andare a una partita o vederla in un piazza. La velocità dell’informazione è un’arma ulteriore di cui si servono i terroristi, poichè  sappiamo tutto l’istante dopo che è accaduto, senza essere stati preparati a mitigarne il contraccolpo sulla nostra mente. Per non sentirci schiacciati dal peso di queste notizie e dall’insicurezza che possono generare, dobbiamo allora imparare a rassicurare noi stessi e chi ci vive accanto. Non c’è, infatti, un modo preconfezionato di rispondere a queste tragedie e alle paure che ci sollecitano, dobbiamo continuare a fare quello cha abbiamo sempre fatto. Lo sport e la musica possono aiutare, perché sono condivisione di una passione e soddisfano nel profondo la voglia di stare insieme, di sentirsi uniti. Rappresentano, quindi, un antidoto a quella tensione inespressa vissuta sotto pelle, che si accumula ogni giorno se non viene sciolta nella pratica d’interessi che uniscono, che fanno provare emozioni condivise e che arricchiscono la nostra esistenza. Dobbiamo continuare a diffondere la cultura in tutte le sue forme da quella sportiva a quella musicale a quella artistica. Come singole persone siamo i depositari della nostra cultura che si deve poter manifestare in libertà, non dimentichiamocelo quando penseremo se andare a una partita, se partecipare a una gara podistica o permettere ai nostri figli di andare a un concerto.

Il panico dell’Inter

In inglese dicono “from hero to zero”, da eroe a nulla. Questo è l’insegnamento che ci viene in queste settimane dall’Inter. Cosa è successo? Il lavoro dei giocatori non dovrebbe essere solo quello di perseguire l’eccellenza ma anche di non distruggersi quando le partite prendono una brutta piega. La squadra dovrebbe avere un piano A per quando si gioca bene ma anche un piano B a cui ricorrere quando si è in difficoltà. In mancanza del piano B è facile andare nel panico perchè l’immagine di squadra campione non corrisponde a come si sta giocando in quel momento e non si sa come reagire. Se fossero alpinisti sarebbero tutti morti, perchè non avrebbero considerato che non sono in forma come squadra e avrebbero affrontato le difficoltà della salita come se lo fossero. Lottare viene prima della tattica. L’allenatore della nazionale di basket, Pianigiani, ai suoi giocatori che avevano sul campo un atteggiamento simile, durante il time out disse “ci vuole un po’ di dignità, nessuno fa un salto, facciamo a cazzotti almeno, ma che cazzo c’avete dentro.” Bisognerebbe chiederlo anche all’Inter.

Attacchi panico in mare

Intervista in TV a un allenatore di nuoto della nazionale sull’attacco di panico della Consiglio. Il giornalista chiede cosa bisogna fare e il tecnico risponde: “ritornare in acqua il prima possibile.” Complimenti per la risposta che avrebbe saputo dare anche mia nonna ma che purtroppo è quella sbagliata. Poichè la questione non è l’acqua ma risolvere questo problema solo psicologico insegnando all’atleta a ritrovare quella fiducia che in quei momenti non ha avuto. Gli attacchi di panico sono tipici in atleti di alto livello e nascono da un intreccio tra perfezionismo,  aspettative di risultati assoluti e stress da competizione. Che fare? Accettazione di queste emozioni, rilassamento e visualizzazioni di eventi positivi sono alla base di questo processo di miglioramento. Il dialogo continuo con se stessi è la costante che deve accompagnare questo processo. Quindi ricapitolando, per il medico “è solo un fatto psicologico” e per il tecnico “basta entrare in acqua”. Bocciati.

Nuoto e mente

Le notizie di oggi sul nuoto offrono molte idee sul rapporto che la mente ha con questo sport, solo apparentemente fatto di tecnica, forza e resistenza fisica. Ai mondiali sono state vinte due medaglie da atlete italiane (Cagnotto e Grimaldi) e questo è facile da commentare, tutto ha funzionato bene e la mente è servita a esaltare la loro abilità tecnica e la competitività. Peggio è andata a un’altra nuotatrice (Consiglio) nella 10km in mare aperto fermata da una crisi respiratoria dovuta a un attacco di panico mentre nuotava in mezzo al gruppo. Esperienza terribile, l’atleta è stata subito presa e fatta uscire dall’acqua. Ciò rivela la nostra fragilità, non basta essere nell’elite mondiale per evitare queste crisi … gli psicologi dovrebbero rifletterci e gli atleti dovrebbero essere più preparati a prevenirle. Sono espisodi che in forme diverse possono capitare a tutti quando si è in situazioni di competitività o in ambienti instabili. Terza esperienza, fra pochi giorni una nuotarice di 61 anni (Nyad) farà a nuoto da Cuba alla Florida 165km in mare aperto, senza alcuna protezione dagli squali. E’ una nuotarice professionista e vuole dimostrare che anche a questa età è possibile realizzare imprese di questo tipo. Non c’è ovviamente nessuna ragione per compiere imprese di questo tipo, le si fa semplicemente perchè si è spinti da una motivazione interiore. Dimostrano quanta forza mentale ci sia in noi se solo l’alleniamo che non appartiene solo ai giovani ma è dentro ognuno, basta volerla trovare. Leggi: http://diananyad.com/

Attacchi di panico

Lo sport di livello assoluto è un generatore di ansia e di timori che come sappiamo gli atleti devono imparare a gestire. Gli attacchi di panico sono tipici in atleti di alto livello (forse anche perchè trovano il coraggio di parlarne) sono un intreccio tra perfezionismo degli atleti, loro aspettative di risultati assoluti e stress connesso alla competizione. Che fare? Accettazione di queste emozioni, rilassamento e visualizzazioni di eventi positivi sono alla base di questo processo di miglioramento. Il dialogo continuo con se stessi è la costante che accompagnare questo processo.