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Parlare per sport o di sport

Il lunedì siamo tutti allenatori di calcio e, quindi, al bar o in ufficio parliamo o sparliamo di calciatori, squadre e risultati con il fervore di chi realmente potrebbe risolvere i problemi della squadre. D’altra parte abbiamo ben tre quotidiani di sport, che ogni giorno devono riempire un centinaio di pagine  e sono letti da milioni di persone. Quindi vige la regola secondo cui ogni sospiro di un giocatore o esternazione di un allenatore vengono messe bene in evidenza per dare argomenti ai nostri ragionamenti da bar. Tutto questo parlare andrebbe bene se il principale effetto fosse quello di sviluppare una cultura da bar dello sport che si esaurisce nello spazio di un caffè. Purtroppo la maggior parte di chi partecipa a queste discussioni è anche genitore o nonno di bambini, maschi, che giocano a calcio e che con la stessa facilità con cui esprimono giudizi sugli allenatori delle squadre professionistiche, con ancora più facilità si considerano competenti e in diritto di criticare gli allenatori dei loro figli nonché i figli stessi. E quando si avverte questo diritto, si comincia anche ad attaccare gli arbitri perché sono contro la loro squadra e si urlano consigli su come giocare.

Non c’è un finale felice a questa storia poiché i quotidiani sportivi continueranno a esaltare il calcio in ogni sua forma poiché le persone vogliono esattamente leggere questo tipo di notizie. Per fortuna esisteranno sempre isole in un cui si fa cultura dello sport e del calcio, ma alla maggior parte delle persone interessa sapere ogni sospiro di Icardi o di Eto perchè giocano in “grandi” squadre e di cui, infatti, si parla tutti i giorni e non di come il Sassuolo e l’Empoli riescono nell’impresa di giocare un bel calcio. Non lamentiamoci quindi della diffusione della violenza o delle truffe nel calcio, perché sono il risultato estremo di questa non-cultura sportiva.

Effetto Pigmalione:i danni del pregiudizio e i vantaggi della fiducia

A tanti tecnici sarà capitato di avere in squadra quel bambino un po’ più lento degli altri, magari meno agile e meno coordinato. Come viene trattato dall’allenatore e dai compagni? Gli vengono date le stesse possibilità e viene messo nelle stesse condizioni di tutti gli altri?

In psicologia sono stati effettuati degli studi su ciò che viene definito “Effetto Pigmalione” derivante dagli studi sulla profezia auto-avverante. L’assunto di base di questi studi è facilmente applicabile all’ambito dell’apprendimento sportivo: “ se il  tecnico crede  che un bambino sia meno dotato lo tratterà, anche inconsapevolmente, in modo diverso dagli altri; il bambino interiorizzerà il giudizio e si comporterà di conseguenza; si instaura così un circolo vizioso per cui il bambino tenderà a divenire nel tempo proprio come il suo allenatore lo aveva immaginato”. In termini pratici possiamo dire che spesso la mancanza di fiducia nelle possibilità di apprendimento del bambino blocca l’apprendimento stesso e spinge il bambino ad accontentare il suo allenatore diventando  proprio ciò che lui si aspetta, avverando la profezia.

Possiamo ben immaginare il tipo di conseguenza che questo processo mentale può avere sul bambino e sulle sue abilità.

Lo sviluppo motorio , ma anche psicologico del bambino è in continua evoluzione e ad un momento di stasi possono seguirne altri di rapido cambiamento. L’Effetto Pigmalione quando è legato ad un giudizio negativo incatena i progressi del bambino al giudizio del suo insegnante. Questo comportamento va attribuito al fatto che il bambino mette in atto il comportamento suscitato dalle aspettative: l’aspettativa di scarso profitto da parte del tecnico agisce come una predizione che si auto-realizza.

Se si accetta il concetto che un tecnico si faccia  un’idea ben precisa dei suoi atleti, plasmandoli in base a questo pre-giudizio, è facile comprendere l’importanza di profezie ed aspettative di segno positivo sulla riuscita dei bambini all’interno del loro processo di apprendimento sportivo. Gli allenatori che hanno aspettative positive nei confronti dei loro studenti riescono, di contro, a creare un clima socio-emotivo più caldo intorno a loro, forniscono maggiori feedback circa la qualità delle loro prestazioni, sembrano fornire più informazioni e aspettarsi maggiori risultati, oltre al concedere più opportunità di domande e risposte. Secondo le osservazioni di Rosenthal, gli insegnanti che sono convinti di avere di fronte un buon allievo gli sorridono con maggiore frequenza, compiono movimenti di approvazione con la testa, si chinano su di lui e lo guardano più a lungo negli occhi, esprimendosi anche con un linguaggio del corpo positivo. Sono più portati a lodare e a correggere gli errori senza assumere un atteggiamento critico.  “In sostanza, un docente che crede di avere a che fare con studenti dotati insegna di più e meglio”. (Rosenthal, 1976).

Capire  l’Effetto Pigmalione  nei suoi aspetti negativi e positivi  permette di comprendere  quanto importante sia l’effetto dinamico della fiducia nello sviluppo completo delle potenzialità del bambino.

La fiducia è una parte importantissima nella nostra vita, è un mezzo con cui possiamo arricchire la nostra vita e quella altrui. La mancanza di fiducia, al contrario, produce frustrazione e paralisi.

La fiducia è in grado di aprire ad un mondo di infinite possibilità.

(di Daniela Sepio)

I pregiudizi dei giornalisti

Nei giorni passati ho letto un articolo su  http://www.repubblica.it/sport/calcio/esteri/2012/04/05/news/top_players_intelligenti-32811905/index.html?ref=search    in cui si ironizzava sui risultati di una ricerca condotta da Torbjörn Vestberg e colleghi (Università di Stoccolma, Executive Functions Predict the Success of Top-Soccer Players http://www.plosone.org/article/info%3Adoi%2F10.1371%2Fjournal.pone.0034731) sulle abilità cognitive e decisionali dei calciatori che da questo studio sono risultate essere superiori rispetto a quelle di persone non-atleti. Ci si chiedeva come fossero credibili dati di questo tipo se li associamo a calciatori quali Balotelli o altri che con i loro comportamenti spesso dimostrano il contrario. In tal modo, l’effetto prodotto da questo articolo penalizza grandemente il significato della ricerca psicologica. La questione è stata posta in modo sbagliato, perchè si vuole semplificare il ragionamento, introducendo il principio che se una persona è dotata di livelli elevati di intelligenza debba di conseguenza agire in modo altrettanto intelligente. Questo è un mito della psicologia che si basa sul senso comune ed è falsa. E’ invece  assolutamente possibile che i calciatori (così come i giocatori di altri sport di squadra) mostrino ai test una migliore capacità di trattare più informazioni nello stesso tempo, una memoria di lavoro pù efficace o che sappiano adattarsi più rapidamente all’evoluzione delle situazioni. Questa indagine ha mostrato che i calciatori studiati hanno queste abilità non solo in riferimento al gioco del calcio ma che i loro processi cognitivi sono migliori anche quando le prove propongono situazioni diverse da quelle sportive. Di conseguenza i ricercatori suggeriscono che l’identificazione di queste caratteristiche in giovani (uomini o donne) che non sono ancora ffermati potrebbe essere considerato come un valido predittore del successo futuro negli sport di squadra. Ciò detto (e che magari verrà disconfermato in futuro ma solo da altre ricerche e non dal senso comune dei giornalisti) non vi è nessuna relazione tra la presenza di queste competenze e la capacità di saperle applicare nei comportamenti sociali della vita quotidiana, perchè in questo caso sono da prendere in considerazione molte altre competenze psicosociali come, ad esempio, l’abilità a condividere, gli streotipi sessuali, il senso di responsabilità sociale, la capacità di stabilire relazioni stabili e così via. Suggerirei di documentarsi prima di scrivere articoli che vogliono essere non solo sono un resoconto dei dati della ricerca ma anche espressione del proprio punto di vista puramente soggettivo.