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Nel tiro a volo l’umore dell’atleta determina la prestazione

Le ultime due domeniche sono stato con ragazzi/e del tiro a volo di 16/19 e mi sono reso conto di quanto sia importante per loro anche in allenamento essere sostenuti da un umore sereno e tranquillo. Il tiro al piattello è un sport che richiede prima del tiro una condizione di concentrazione totale seguita subito dopo da una fase di distensione e di attesa di circa 40 secondi prima del tiro successivo e questa ituazione psicologica si ripete per 25 volte, che costituisce il numero di tiri da eseguire per ogni prova. La convizione di eseguire con efficacia la propria azione sportiva e di conseguenza di rompere il piattello, si basa su uno stato mentale di serenità che quando viene a mancare apre la strada a mille dubbi che ostacolano la prestazione. A questi giovani atleti viene, quindi, richiesto di mettersi per 25 volte in questo stato mentale e soprattutto dopo avere commesso un errore non è facile allontanare i pensieri critici che appaiono alla mente e rimettersi concentrati sul tiro successivo. Eseguire questo compito, di ritrovare rapidamente la serenità dopo un errore è un esercizio che educa la loro mente a reagire sempre in positivo, pena altrimenti la possibilità molto concreta di commetterne subito dopo un altro. Cosa che d’altro canto può accadere, poichè è impossibile non sbagliare. Quindi questo esercizio di rilassarsi e concentrarsi deve essere eseguito ogni volta, sapendo che in ogni caso qualche piattello non verrà ugualmente colpito, chi è più costante in questo esercizio migliorerà più rapidamente degli altri. Ci si allena così a mantenere un umore sereno e tranquillo nella consapevolezza che è alla base della convinzione di sapere affrontare il prossimo bersaglio.

Essere noi stessi grazie solo al nostro impegno

Un genitore mi scrive parlando di ragazzi che migliorano le loro prestazioni sportive ottenendo tempi che fanno sospettare all’uso di doping e di come sia possibile sostenere la motivazione del proprio figlio a continuare nel suo impegno sportivo. Siamo in presenza di due problemi. Il primo riguarda il sospetto di doping. A questo riguardo se si vuole intervenire si deve parlarne con la propria società sportiva per verificare se la propria percezione è per loro corretta o quant’altro. Nel caso continui ad avere questi dubbi si dovrebbe decidere cosa si vuole fare e quali sono le procedure previste per denunciare questi presunti casi.

In relazione alla motivazione del giovane nuotatore che si sente impotente e demotivato, bisogna certamente per prima cosa ascoltare il proprio figlio e accettare le sue emozioni di delusione e di rabbia. Nel contempo bisognerà dirgli che nel mondo dello sport vi sono persone che scelgono le scorciatoie mentre ve ne sono altre che basano il loro miglioramento solo ed esclusivamente sul proprio impegno.  Queste ultime devono essere il suo modello e ad esse deve fare riferimento quando pensa al suo futuro di atleta. Come in ogni altra attività umana ci sarà sempre chi ottiene dei risultati con la truffa, possono vincere qualche battaglia ma non vinceranno la guerra fino a quando saremo in molti a praticare uno sport pulito. Queste a mio avviso sono le ragioni di cui parlerei a mio figlio, dicendogli che il duro lavoro paga, magari all’inizio più lentamente, ma nessuno gli potrà mai togliere la soddisfazione di sapere che siamo ciò che siamo solo grazie a noi stessi, al nostro impegno e dedizione. Credo che questo sia un buona motivazione per essere fieri di se stessi.

Perchè non allenare a pensare?

Perchè non allenare a pensare i giovani che fanno sport. In che misura l’allenamento prevede che un atleta (ma anche un bambino) rifletta su ciò che sta facendo? Quanti sono gli allenatori che al termine di un’esercitazione chiedono “Cosa hai fatto? Come avresti potuto fare meglio?” Che siano proprio queste le domande o altre non importa; ciò che conta è spendere del tempo a domandare e sollecitare una più profonda consapevolezza in relazione all’esecuzione tecnica. Un’altra riflessione: gli allenatori ritengono che parlare con i propri allievi sia utile per favorire l’apprendimento? Oppure credono che sia una perdita di tempo, perchè gli atleti non sono ancora sufficientemente bravi per capire e quindi è meglio che eseguano e basta? Quante volte ci si è confrontati su questo tema con altri colleghi? E’ importante allenare e sviluppare la consapevolezza negli atleti? La mia impressione è che questo sia un argomento di cui si parla troppo poco, perchè la metodologia dell’allenamento è dominata dalla fisiologia, dalla biomeccanica e dalla medicina, discipline che non s’interrogano sugli aspetti mentali (cognitivi e emotivi) e sociali dell’apprendimento motorio. Finchè non vi sarà una concezione unitaria dell’individuo, gli allenatori continueranno ad agire ignorando in larga il ruolo del pensiero nell’insegnamento sportivo.

La piramide dell’attività motoria

Che in Italia si faccia poca attività fisica a scuola e che non vi sia un progetto globale per risolvere questo problema è un dato di fatto. Ancora una volta la soluzione del problema è solo sulle spalle delle famiglie che spesso non hanno una consuetudine con lo sport attivo e tantomeno con il movimento. L’unione di queste due difficoltà determina un abbandono precoce dello sport da parte delle bambine già a partire dalla scuola media, che nei maschi si sposta due/tre anni più avanti. Di fatto a 15 anni meno del 50% dei giovani pratica sport in modo continuativo. La Società Italiana di Pediatria in occasione della Giornata mondiale del bambino e dell’adolescente ha presentato la Piramide dell’Attività Motoria che illustra le caratteristiche di uno stile di vita attivo e salutare.  Purtroppo è un tema di cui non viene percepita l’importanza dai politici ma anche dai cittadini e per il quale mostrare con dati che la sedentarietà è la causa di molte malattie non è stato sinora sufficiente a darle importanza rispetto al dato che fumare fa venire il cancro, di cui invece la maggior parte delle persone è convinta.

Le lezioni di vita di Italo Calvino

Italo Calvino avrebbe compiuto 90 in questi giorni e Repubblica pubblica oggi un’intervista alla figlia. Ciò che mi ha più colpito è la frase del padre che più le è rimasta impressa.

“Alle volte uno si crede incompleto ed è soltanto giovane”.

Splendida dovremmo ricordarcela tutti quando parliamo con i nostri ragazzzi/e.

Gli psicologi ignorano i contenuti della psicologia della prestazione

A un Convegno dedicato alla psicologia dello sport e organizzato dall’ordine degli psicologi del Veneto a cui hanno partecipato circa 200 psicologi ho tenuto oggi una relazione sul tema della psicologia della prestazione applicata allo sport. Mi sono reso conto ancora una volta che la psicologia della prestazione sia un argomento poco conosciuto dagli psicologi italiani. Probabilmente ciò è dovuto alla mancanza d’insegnamenti di questo tipo all’università, tutta centrata sul capire le varie forme di disagio e di psicopatologia piuttosto che fornire strumenti conoscitivi per sapere come si diventa esperti in qualcosa. Sono trascurati i percorsi per diventare atleti o allenatori esperti. Questa carenza formativa determina così una visione dell’essere umano in cui le difficoltà psicologiche che un individuo vive nel suo cammino professionale vengono spesso interpretate in termini psicopatologici, non comprendendo invece che tali difficoltà sono stimolate dalla complessità delle prestazioni da fornire. Sbagliare un calcio di rigore non è un evento straordinario ma lo può diventare se è quello che farà perdere una partita importante e il calciatore che commette questo errore potrà vivere con estremo disagio questo suo errore, non perchè abbia una personalità psicopatologica ma per le conseguenze della sua azione. Gli psicologi ignorano queste implicazioni e si trincerano dietro parole per loro rassicuranti come ad esempio ansia da prestazione. Non posseggono gli strumenti teorici per comprendere questo fenomeno e tantomeno sanno come affrontarlo senza rivolgersi alle categorie della psicopatologia. Ci vogliono anni per introdurre i cambiamenti necessari a modificare questo modo di pensare, perchè possa a quel punto diventare uno sbocco professionale realistico per molti giovani laureati.

Il codice etico che genitori e allenatori devono seguire

Inizia un nuovo sportivo anche per tutti i bambini iscritti alle scuole di calcio (sono 7000), tennis, pallavolo, nuoto e così via. Mi auguro che sia un anno felice di gioco e di apprendimento per tutti, in cui imparino che lo sport è lealtà, impegno, divertimento, collaborazione  e rispetto. I bambini acquisiscono subito questi concetti e i comportamenti che ne conseguono. Devono però avere intorno a loro allenatori e genitori che agiscono per soddisfare queste esigenze. Alcuni suggerimenti per questi adulti:

  1. Incoraggerò la sportività sostenendo tutti i ragazzi e ragazze, nonchè gli allenatori, i genitori e i giudici di gara.
  2. Il mio primo obiettivo è il benessere fisico e emotivo dei ragazzi e ragazze.
  3. L’allenamento deve soddisfare i giovani e non gli adulti.
  4. Insegnerò ai ragazzi e ragazze a rispettare gli avversari e i giudici di gara.
  5. Indipendentemente dal livello di abilità tutti/e dovranno divertirsi.
  6. Contrasterò con decisione ogni comportamento offensivo da parte di altri adulti.

 

 

Persone o macchine da medaglie

Il nuovo scandalo del doping nell’atletica e il dubbio che il prossimo vincitore del Tour de France sia dopato rappresentano fatti e domande che portano alla distruzione dello sport. Noi appassionati guardiamo i “nostri” atleti, per un attimo facciamo il tifo per loro ma subito dopo ci chiediamo se ciò che guardiamo è vero o se stiamo guardando dei truffatori. Forse è per questo che ci siamo tanto entusiasmati per le paralimpiadi Londra, perchè dentro di noi non concepiamo, ancora, la possibilità che siano dopati. Che fare allora? Sostenere che bisogna abolire la lotta al doping come alcuni dicono? No di certo! Una prima risposta potrebbe essere di non lasciare soli i giovani che fanno sport, soli con allenatori, genitori, medici o dirigenti che possono convincerli a fare scelte sbagliate. Parlerei con questi giovani e gli direi di parlare di questo grande problema che è il doping e di quali sono le ragioni per cui si può cadere in questa trappola e che cosa gli serve per essere convinti che si può vincere anhe senza farsi del male. Bisogna parlare e parlare e parlare senza lasciare mai lasciare sole le persone con i propri fantasmi e con le suggestioni che persone disoneste possono prospettargli. Sono convinto che nessuna organizzazione dello sport abbia mai agito in questo modo, perchè per loro è solo importante dire non dopatevi perchè fa male alla salute e perchè incorrete in un reato penale. Ma nessuno che s’interessi delle paure dei giovani e dei fantasmi che li agitano. Continuiamo pure con questa visione solo biologica dell’atleta ma non possiamo più nasconderci dietro il “te lo avevo detto” perchè come diceva De André “continuate pure a credervi assolti siete per sempre coinvolti”.

Nuove prospettive professionali in psicologia dello sport

Di: Cedric Arijs

Quando la Federazione Europea di Psicologia dello Sport ha annunciato la sua conferenza ‘Sviluppo di competenze e di eccellenza nel campo della psicologia applicata  allo sport ‘ ho avuto la sensazione che questi 2 giorni di conferenza sarebbe molto utili a un giovane studente di psicologia dello sport come me, e i non sono statodeluso! Permettetemi di condividere alcune idee.
I molti psicologi dello sport (APS) e i ricercatori non ha dato la ricetta per una carriera di successo su un piatto d’argento. Ma perché ci dovrebbe essere una traiettoria chiara in una disciplina in cui la risposta è spesso “Dipende …”? Pertanto, auto-riflessione e dibattito tra colleghi sono necessari. Durante il fine settimana ho incontrato molti colleghi (futuri) che erano più che disposti a condividere le loro storie con me. E credo che non ci siaano posti miglioriper il networking di una bella cena in barca sul fiume Senna, vicino alla Torre Eiffel, non sei d’accordo?

Leggi su http://emsepblog.tumblr.com/post/51137951759/reflections-of-the-2013-fepsac-conference-in-paris

L’importanza di sognare per un giovane atleta

L’anno dopo le Olimpiadi è per molti atleti un periodo di transizione. Sovente quelli che hanno ottenuto grandi successi nel quadriennio precedente usano quest’anno come momento di recupero per essere pronti l’anno successivo per ricominciare una nuova avventura. Per i più giovani, invece, può essere un anno importante per dimostrare il loro valore nelle gare internazionali in un momento in cui i migliori non stanno spingendo al massimo. Ed è su questi ultimi che voglio soffermarmi, con la domanda: quand’è che un giovane atleta (ragazza o ragazzo) inizia a sognare che può entrare nella squadra olimpica del suo paese? E poi ha senso sognare?

Ho trovato supporto a questa idea in una ricerca condotta alcuni anni fa dal Comitato Olimpico US che ha rivolto questa domanda agli atleti che sono andati alle Olimpiadi nel periodo 1984-1998. Questi i risultati:

  • Gli atleti hanno iniziato a sognare di diventare atleti olimpionici nel periodo in cui hanno ottenuto i primi successi a livello locale (tra 10,9 e 18 anni).
  • Dopo circa 3,5 anni hanno deciso di perseguire questo loro sogno.
  • Dopo circa 1,7 anni hanno pensato che il loro sogno era realistico a un’età compresa fra 13,4 e 22,4 anni.
Le differenze di età sono dovute al fatto che ginnastica e nuoto sono sport più precoci mentre in altri come il tiro, il canottaggio e l’atletica gli atleti raggiungono la maturità a un’età più avanzata.
Questi dati c’insegnano che i ragazzi e le ragazze hanno bisogno di coltivare i propri sogni e che questi passano da una fase iniziale di desiderio, a una in cui si decide d’impegnarsi per realizzarlo e all’ultima in cui si ritiene realistica la realizzazione. Un altro risultato importante riguarda il breve periodo di tempo intercorso fra la decisione di diventare olimpionico e la convinzione che sarà possibile.