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Capire la solitudine degli atleti

Ricomincia una nuova stagione agonistica, che vuole dire nuove sfide. In questo lavoro c’è poco spazio per la routine per lo svolgimento di attività consolidate che si ripetono di anno in anno. Lavorare con atleti e allenatori, anche loro impegnati nel chiedere il massimo a se stessi, rappresenta sempre una novità e come nelle gare il risultato finale non è mai certo. L’aspetto che più mi colpisce è che nonostante s’insegnino abilità importanti per migliorare la concentrazione o la gestione degli stress, l’apprendimento che considero più importante per un atleta riguarda l’accettazione della sua solitudine di fronte alla quotidianità del suo lavoro e il sapersi guidare in quei momenti unici che sono le competizioni.

Quindi auguro a tutti d’imparare ad accettare questi momenti, vivendoli come aspetti significativi della vita e non come momenti di debolezza da nascondere o eliminare e agli psicologi di sapere entrare in contatto con questa parte della vita degli atleti e di essere in grado di aiutarli a viverla con consapevolezza e in modo costruttivo

Capire le emozioni distruttive

Le emozioni distruttive sono spesso la causa più frequente degli insuccessi degli atleti. A questo riguardo voglio riportare una discussione fra uno dei più grandi studiosi delle emozioni, Paul Ekman e il Dalai Lama. Ognuno potrà trarne il proprio insegnamento.

Il Dalai Lama chiese un chiarimento: “Mi pare che ci siano due cose qui. Una è il processo della comparsa dell’emozione, l’altra la sensazione dell’emozione. Lei sta suggerendo che si diventa consapevoli di entrambe solo a posteriori?”

“No” spiegò Paul “si diventa consapevoli quando l’emozione è ormai comparsa. Essa concentra e orienta l’attenzione una volta che è iniziata, ma non durante il processo che la genera. Nel bene e nel male le nostre vite sarebbero estremamente diverse se in effetti valutassimo consapevolmente, diventando responsabili dell’inizio di ogni emozione. Invece ci sembra che l’emozione ci accada. Io non scelgo di avere un’emozione, di diventare spaventato o arrabbiato. All’improvviso sono arrabbiato. Di solito sono in grado di capire che cosa ha fatto qualcuno per generare in me quell’emozione ma non sono consapevole del processo che valuta, ad esempio, l’azione di Dan che mi ha fatto arrabbiare. E’ una questione fondamentale per la comprensione occidentale delle emozioni: il momento iniziale, un processo cruciale, è qualcosa su cui possiamo soltanto fare delle supposizioni poichè non lo conosciamo. Diventiamo consapevoli soltanto una volta che siamo dentro l’emozione. All’inizio non siamo noi che comandiamo.”

“Mi chiedo” commentò il Dalai Lama “se ci sia forse una situazione analoga nella pratica meditativa, laddove si coltiva una certa capacità introspettiva per monitorare i propri stati mentali … Nello sviluppare questa capacità introspettiva vi è una prima fase nella quale essa non è particolarmente raffinata, cosicché si riesce a cogliere la presenza dell’eccitazione o della fiacchezza soltanto dopo che è insorta. Tuttavia, addentrandosi più a fondo in questa pratica e coltivandola con sempre maggiore attenzione, si riesce a capire anche quando l’eccitazione o la fiacchezza stanno per manifestarsi.”

In sostanza questi sono i punti per noi utili:

  • L’emozione appare improvvisamente e orienta l’attenzione
  • La meditazione sviluppa l’auto-consapevolezza e consente di reagire all’emozione dannosa appena questa sta per manifestarsi.
  • L’attenzione viene così mantenuta sugli aspetti importanti della prestazione.
( Il testo è tratto da Emozioni distruttive, Dalai Lama e Daniel Goleman, Milano: Mondadori, 2003, p. 168-169).

 

La consapevolezza è la base del mental coaching

La consapevolezza si può definire come il “miracolo che, in un baleno, richiama la nostra mente e la ricompone, consentendoci di vivere ogni attimo delle nostra vita” (Thich Nhat Hanh).  Jack Kornfield l’ha descritta come “innata capacità umana di prestare deliberatamente piena attenzione alla situazione in cui ci troviamo, alla nostra concreta esperienza, e di trarne insegnamento”.

La consapevolezza è alla base del mental coaching, ottimizzare l’apprendimento e migliorare le prestazioni richiede la conoscenza di se stessi e delle emozioni che ne sono alla base.  E’ la coscienza del presente, specifica per ogni attività e che determina la condizione di prontezza all’azione, che è uno stato psicofisico globale di totale coinvolgimento con ciò che sta per accadere e cioè la pretazione.

Perchè non allenare a pensare?

Perchè non allenare a pensare i giovani che fanno sport. In che misura l’allenamento prevede che un atleta (ma anche un bambino) rifletta su ciò che sta facendo? Quanti sono gli allenatori che al termine di un’esercitazione chiedono “Cosa hai fatto? Come avresti potuto fare meglio?” Che siano proprio queste le domande o altre non importa; ciò che conta è spendere del tempo a domandare e sollecitare una più profonda consapevolezza in relazione all’esecuzione tecnica. Un’altra riflessione: gli allenatori ritengono che parlare con i propri allievi sia utile per favorire l’apprendimento? Oppure credono che sia una perdita di tempo, perchè gli atleti non sono ancora sufficientemente bravi per capire e quindi è meglio che eseguano e basta? Quante volte ci si è confrontati su questo tema con altri colleghi? E’ importante allenare e sviluppare la consapevolezza negli atleti? La mia impressione è che questo sia un argomento di cui si parla troppo poco, perchè la metodologia dell’allenamento è dominata dalla fisiologia, dalla biomeccanica e dalla medicina, discipline che non s’interrogano sugli aspetti mentali (cognitivi e emotivi) e sociali dell’apprendimento motorio. Finchè non vi sarà una concezione unitaria dell’individuo, gli allenatori continueranno ad agire ignorando in larga il ruolo del pensiero nell’insegnamento sportivo.

Si migliora solo attraverso le difficoltà

Pensiero del giorno

Le gare si fanno per sfidare se stessi a superare i momenti di difficoltà che inevitabilmente vi sono in ogni competizione. Chi vuole sfuggire a questa sfida non amplierà mai i suoi limiti.

Allenare le sensazioni nel tennis

Ho assistito a una seduta di ‘allenamento di una giovane tennista basato sulla ricerca delle sensazioni connesse all’esecuzione ottimale del suo servizio. E’ stato un allenamento intenso in cui concentrazione sul gesto corretto, sensazioni e esecuzione sono state sollecitate in modo contemporaneo, per determinare un miglioramento di questo fondamentale. Nell’insieme è stata una sessione in cui la componente mentale e quella tecnica sono state impegnate in modo costante.

Un primo effetto di questo tipo di esercitazione risiede nel rendere consapevole la tennista delle sensazioni connesse al movimento sbagliato e a quello corretto. L’allenatore non ha mai detto all’atleta: “Fai così perché è meglio.” Al contrario l’ha guidata a provare nei due diversi modi e a valutare da sola quale determinava il servizio migliore. Lo sviluppo di una consapevolezza diversa da quella avuta sino a quel momento è stato il tema principale su cui questo allenamento si è sviluppato. La tennista ha potuto così sviluppare un’opinione personale su quale movimento era migliore, convincendo se stessa in funzione del risultato che otteneva.

E’ chiaro che in questo modo la memorizzazione degli elementi nuovi del gesto tecnico è stata molto più profonda poiché si è basata non tanto sul seguire le istruzioni dell’allenatore quanto piuttosto sulla presa di coscienza che il gesto suggerito era più vantaggioso. Allenamenti di questo tipo dimostrano quanto sia importante stimolare i processi mentali dei giovani atleti, servendosi delle sensazioni fisiche che provano nel fare in un modo piuttosto che in un altro e, successivamente,  della valutazione da parte della tennista dell’efficacia del tiro.

La fiducia di una squadra

La Fiorentina ha perso la fiducia è quanto si legge sui giornali di oggi. E’ un tema ricorrente nelle spiegazioni di prestazioni negative di una squadra di calcio. Posta in questo modo la questione sembra anche difficilmente risolvibile nel breve tempo ed è un concetto che è utile per spiegare qualcosa che non si capisce o che non si sa come risolvere. Se invece si capisce di cosa è composta la fiducia probabilmente ci si sta già avvicinando alla cura. Un primo ingrediente della fiducia è la competenza, il sapere fare. La domanda è quindi: “I calciatori e la squadra sanno cosa sanno fare?” Secondo: “Sono concordi su come devono giocare nelle varie fasi della partita o hanno dubbi/timori?” Terzo: “Sanno mantenere con coerenza questo tipo gioco durante l’incontro?” Quarto. “La squadra ha un piano per reagire a situazioni di gioco impreviste?” Se non si risponde a queste quattro domande non si potrà migliorare, perchè non si è consapevoli di cosa manca, l’allenatore per primo. Non ci si può nascondere dietro la frase: “La squadra non ha seguito le mie indicazioni” oppure “La squadra non ha personalità”, bisogna conoscere cosa ha determinato questi effetti altrimenti si continuerà a perdere.

Giovani impegnati a realizzarsi.

Ho partecipato a Palermo alla Facoltà di Agraria a un incontro organizzato dall’Associazione degli studenti “Agroethica” sul tema “Agronomi on te job”, dedicato all’orientamento al lavoro del giovane laureato. Vi è stata, a mio avviso, una partecipazione straordinaria in termini di presenze e di interventi, per tutta una lunga e piacevole mattinata. Il mio intervento è stato basato sul lavoro che svolgo e, quindi, su come sviluppare le proprie abilità individuali e di network sociale per sviluppare la propria professionalità. Si sono evidenziati giovani che dimostrano di essere attivamente interessati a ricercare il lavoro, a capire quale ruolo giochi il loro modo di pensare e la fiducia in se stessi, a interrogarsi sul fatto che essere laureati è solo primo step di un percorso lungo e laborioso, e a prendere coscienza che cambiare non è sinonimo di avere problemi ma deve essere la costante della loro vita. Bisognerebbe che nelle università si diffondesse questa pratica, per trasmettere idee e strumenti per realizzarsi.
http://agrariapalermo.blogspot.com/2011/04/progetto-agronomi-on-job-primo-incontro.html

Ultramaratona: gli altri

Fare sapere che si sta preparando una ultramaratona genera negli altri reazioni diverse così distiguibili:
1. “Sei matto” – questa è la più comune fra le persone che non corrono e che dicono che per loro sarebbe già stancante fare quel percorso in auto ;
2. “Vuoi farti del male” – A questa categoria appartengono anche amici allenatori e medici che vogliono convincerti che è uno sforzo che eccessivo e che ne soffrirai le conseguenze per molto tempo.
3. “Non sarai mica diventato uno che dipende dalla corsa” – In questa categoria vi sono anche diversi colleghi psicologi. Il concetto è che non sei che tu che vuoi correre ma sono le endorfine che fi fanno correre.
4. “Hai una certa età, non fare lo stupido” – Reazione tipica dei sedentari e di chi pensa che lo sport sia una questione connessa all’età cronologica.
5. “Che tempo vuoi fare” – Sono i fissati del cronometro che vogliono quantificare a ogni costo questo impegno.
6. “Lo sai che lo sport fa male” – Spesso ex-atleti, allenatori e medici dello sport basandosi sulla propria esperienza personale ti sconsigliano di allenarti, figurati quando sanno che vuoi correre 100km.

Ascolto le opinioni di tutti ma per intanto continuo a correre prestando attenzione a farlo in modo rilassato, cosa non facile, e traendo conoscenze da ogni allenamento. Ho due obiettivi, il primo è allenarmi e giungere al termine di questa fase con la soddisfazione di avere fatto ciò che volevo ed è su questo che sono concentrato. Poi ci sarà la gara, che per il momento è ancora lontana dalla mia mente.