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Mai arrendersi alla evidenza

Il mondo è pieno di esempi che dovrebbero servire a convincerci che in qualsiasi situazione è possibile trovare una soluzione per risolvere un problema o uscire da una difficoltà. Come è allora che molti non cercano queste soluzioni, pensando invece che non esistono soluzioni e che gli esempi riportati non riguardano loro ma sono legato di più alla fortuna e al caso o alle doti particolari di una persona che per le sue caratteristiche individuali ha trovato una soluzione che solo lui lei era di grado mettere in atto. E’ l’interpretazione spesso usata per descrivere come un campione dello sport è uscito da una situazione giudicata impossibile dagli altri. Il carattere di eccezionalità della sua condizione, il talento, serve da giustificazione per tutti quelli che pensano che, non essendo campioni, non avrebbero mai potuto uscire da quel problema.

A mio avviso, il problema si riferisce al modo di pensare utilizzato da un individuo. Quando qualcosa va male, ad esempio un brutto voto a scuola, una gara persa malamente o un litigio sul lavoro qual è la mia reazione? Penso che è colpa di qualcuno? Penso che non sono stato capace a svolgere quel compito? Sono stato sfortunato?

E’ importante conoscere il proprio modo di valutare le prestazioni.  

Sappiamo che i pessimisti e quando siamo depressi si tende a pensare in questo modo, che ha l’effetto di svalutare le capacità personali e riduce la possibilità di impegnarsi nel trovare soluzioni. Anche l’ottimismo che si caratterizza con un approccio superficiale alle difficoltà è dannoso e di poco aiuto. Pensare di farcela non è di per se stesso un aiuto alla soluzione.

Va invece allenato e perseguito con costanza l’ottimismo che si accompagna al massimo dell’impegno e la consapevolezza della difficoltà di ciò che si sta per affrontare. Solo coniugando questi tre aspetti, l’impegno massimo, la consapevolezza della difficoltà e l’ottimismo, sarà possibile trovare la soluzione adeguata al nostro problema.

Il valore imprescindibile della scienza

La scienza: quando questo l’incubo coronavirus sarà dietro le nostre spalle, ricordiamoci del ruolo imprescindibile della scienza nella soluzione del problema. E non dimentichiamoci di eliminare da ogni dibattito pubblico tutti i quei ciarlatani che hanno confuso l’opinione pubblica e avvelenato il clima sociale. Riduciamo al silenzio anche le persone che svolgono una funzione pubblica e che hanno dato spazio a questi ciarlatani, screditando il lavoro della comunità scientifica.

Alcune idee pubblicate, per confermare che già in questi giorni la consapevolezza nei riguardi della scienza sta aumentando:

“Nei giorni è cresciuta anche la consapevolezza scientifica, nella mappa indicata con il termine “modernità”, dove s’intende che la modernità della scienza permette di governare meglio i fenomeni. Questo spazio è costantemente cresciuto e ha permesso di abbassare la parte ansiosa, anche se ha mantenuto il sentimento di paura. Cioè la maggior consapevolezza ha tolto indistinzione all’epidemia, ma ne ha confermato la pericolosità”.

Altre si trovano sull’HuffingtonPost

Gli errori che derivano da uno scarso allenamento alla consapevolezza

Se i tuoi atleti commettono qualcuno di questi errori, vuol dire che non gli hai insegnato a dare valore a quello per cui s’impegnano in allenamento:

  1. Quando gli chiedi di fare un respiro profondo, sbuffano o sospirano
  2. Senza alcuna ragione variano i tempi e modi del riscaldamento
  3. Dicono: “Ma io pensavo di essere pronto mentre invece…”
  4. Si arrabbiano o si deludono con facilità anche in allenamento
  5. In allenamento hanno obiettivi di risultato e raramente di processo
  6. Sono concentrati sui risultati della loro azione sportiva e non su come realizzarla con efficacia
  7. Non sono consapevoli che è come ti prepari che determina la qualità della prestazione
  8. Pensano che avendo imparato la tecnica, allora sapranno anche gareggiare
  9. S’illudono di fare bene, solo perché l’hanno fatto in precedenza e non sono consapevoli che ogni volta è diverso e l’impegno deve essere costante
  10. Di solito dai loro campioni preferiti prendono solo i comportamenti più superficiali e più di moda

Quanti tipi di consapevolezza dell’atleta conosci?

Se come dice Brad Gilbert, “la maggior parte dei giovani tennisti dedica a una partita di tennis lo stesso livello di preparazione mentale che dedicherebbe al salto con la corda”, capiamo quanto sia importante sviluppare la consapevolezza dell’atleta nei confronti del tennis e dei suoi aspetti psicologici.

La domanda agli psicologi è quindi:

Quanti tipi di consapevolezza dell’atleta conosci e su quali lavori?

  1. Consapevolezza propriocettiva
  2. Consapevolezza dei suoi errori
  3. Consapevolezza di come reagisce agli errori
  4. Consapevolezza delle sue abilità
  5. Consapevolezza dei suoi obiettivi
  6. Consapevolezza di come impara
  7. Consapevolezza dei propri valori
  8. Consapevolezza delle sue convinzioni
  9. Consapevolezza del ruolo dell’allenatore
  10. Consapevolezza delle sue prestazioni
  11. Consapevolezza relativa al suo stile di vita
  12. Consapevolezza del suo rapporto con l’allenatore e lo staff

 

Mental coaching nel calcio rumeno

Non è sempre facile avere la consapevolezza che i propri limiti sono principalmente psicologici. Articolo di Giani Boldeanu sui calciatori rumeni.

”Jucătorii români refuză să discute cu psihologul”. Verdictul dur al lui Giani Boldeanu, mental coach. ”N-au mentalitate de învingători”

Capire la solitudine degli atleti

Ricomincia una nuova stagione agonistica, che vuole dire nuove sfide. In questo lavoro c’è poco spazio per la routine per lo svolgimento di attività consolidate che si ripetono di anno in anno. Lavorare con atleti e allenatori, anche loro impegnati nel chiedere il massimo a se stessi, rappresenta sempre una novità e come nelle gare il risultato finale non è mai certo. L’aspetto che più mi colpisce è che nonostante s’insegnino abilità importanti per migliorare la concentrazione o la gestione degli stress, l’apprendimento che considero più importante per un atleta riguarda l’accettazione della sua solitudine di fronte alla quotidianità del suo lavoro e il sapersi guidare in quei momenti unici che sono le competizioni.

Quindi auguro a tutti d’imparare ad accettare questi momenti, vivendoli come aspetti significativi della vita e non come momenti di debolezza da nascondere o eliminare e agli psicologi di sapere entrare in contatto con questa parte della vita degli atleti e di essere in grado di aiutarli a viverla con consapevolezza e in modo costruttivo

Capire le emozioni distruttive

Le emozioni distruttive sono spesso la causa più frequente degli insuccessi degli atleti. A questo riguardo voglio riportare una discussione fra uno dei più grandi studiosi delle emozioni, Paul Ekman e il Dalai Lama. Ognuno potrà trarne il proprio insegnamento.

Il Dalai Lama chiese un chiarimento: “Mi pare che ci siano due cose qui. Una è il processo della comparsa dell’emozione, l’altra la sensazione dell’emozione. Lei sta suggerendo che si diventa consapevoli di entrambe solo a posteriori?”

“No” spiegò Paul “si diventa consapevoli quando l’emozione è ormai comparsa. Essa concentra e orienta l’attenzione una volta che è iniziata, ma non durante il processo che la genera. Nel bene e nel male le nostre vite sarebbero estremamente diverse se in effetti valutassimo consapevolmente, diventando responsabili dell’inizio di ogni emozione. Invece ci sembra che l’emozione ci accada. Io non scelgo di avere un’emozione, di diventare spaventato o arrabbiato. All’improvviso sono arrabbiato. Di solito sono in grado di capire che cosa ha fatto qualcuno per generare in me quell’emozione ma non sono consapevole del processo che valuta, ad esempio, l’azione di Dan che mi ha fatto arrabbiare. E’ una questione fondamentale per la comprensione occidentale delle emozioni: il momento iniziale, un processo cruciale, è qualcosa su cui possiamo soltanto fare delle supposizioni poichè non lo conosciamo. Diventiamo consapevoli soltanto una volta che siamo dentro l’emozione. All’inizio non siamo noi che comandiamo.”

“Mi chiedo” commentò il Dalai Lama “se ci sia forse una situazione analoga nella pratica meditativa, laddove si coltiva una certa capacità introspettiva per monitorare i propri stati mentali … Nello sviluppare questa capacità introspettiva vi è una prima fase nella quale essa non è particolarmente raffinata, cosicché si riesce a cogliere la presenza dell’eccitazione o della fiacchezza soltanto dopo che è insorta. Tuttavia, addentrandosi più a fondo in questa pratica e coltivandola con sempre maggiore attenzione, si riesce a capire anche quando l’eccitazione o la fiacchezza stanno per manifestarsi.”

In sostanza questi sono i punti per noi utili:

  • L’emozione appare improvvisamente e orienta l’attenzione
  • La meditazione sviluppa l’auto-consapevolezza e consente di reagire all’emozione dannosa appena questa sta per manifestarsi.
  • L’attenzione viene così mantenuta sugli aspetti importanti della prestazione.
( Il testo è tratto da Emozioni distruttive, Dalai Lama e Daniel Goleman, Milano: Mondadori, 2003, p. 168-169).

 

La consapevolezza è la base del mental coaching

La consapevolezza si può definire come il “miracolo che, in un baleno, richiama la nostra mente e la ricompone, consentendoci di vivere ogni attimo delle nostra vita” (Thich Nhat Hanh).  Jack Kornfield l’ha descritta come “innata capacità umana di prestare deliberatamente piena attenzione alla situazione in cui ci troviamo, alla nostra concreta esperienza, e di trarne insegnamento”.

La consapevolezza è alla base del mental coaching, ottimizzare l’apprendimento e migliorare le prestazioni richiede la conoscenza di se stessi e delle emozioni che ne sono alla base.  E’ la coscienza del presente, specifica per ogni attività e che determina la condizione di prontezza all’azione, che è uno stato psicofisico globale di totale coinvolgimento con ciò che sta per accadere e cioè la pretazione.

Perchè non allenare a pensare?

Perchè non allenare a pensare i giovani che fanno sport. In che misura l’allenamento prevede che un atleta (ma anche un bambino) rifletta su ciò che sta facendo? Quanti sono gli allenatori che al termine di un’esercitazione chiedono “Cosa hai fatto? Come avresti potuto fare meglio?” Che siano proprio queste le domande o altre non importa; ciò che conta è spendere del tempo a domandare e sollecitare una più profonda consapevolezza in relazione all’esecuzione tecnica. Un’altra riflessione: gli allenatori ritengono che parlare con i propri allievi sia utile per favorire l’apprendimento? Oppure credono che sia una perdita di tempo, perchè gli atleti non sono ancora sufficientemente bravi per capire e quindi è meglio che eseguano e basta? Quante volte ci si è confrontati su questo tema con altri colleghi? E’ importante allenare e sviluppare la consapevolezza negli atleti? La mia impressione è che questo sia un argomento di cui si parla troppo poco, perchè la metodologia dell’allenamento è dominata dalla fisiologia, dalla biomeccanica e dalla medicina, discipline che non s’interrogano sugli aspetti mentali (cognitivi e emotivi) e sociali dell’apprendimento motorio. Finchè non vi sarà una concezione unitaria dell’individuo, gli allenatori continueranno ad agire ignorando in larga il ruolo del pensiero nell’insegnamento sportivo.

Si migliora solo attraverso le difficoltà

Pensiero del giorno

Le gare si fanno per sfidare se stessi a superare i momenti di difficoltà che inevitabilmente vi sono in ogni competizione. Chi vuole sfuggire a questa sfida non amplierà mai i suoi limiti.