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Higuain e Dybala: difficile giocare sempre da campioni

Higuain e Dybala sono l’ultimo esempio di come due campioni vanno in crisi per la pressione dovuta alla richiesta di giocare sempre al meglio, che per un attaccante significa segnare delle reti. Niente di strano in questa richiesta che rappresenta l’essenza del loro lavoro ma che talvolta collide con il proprio modo di pensare e di vivere le emozioni. Infatti, la necessità di corrispondere sempre alle aspettative del club, dei tifosi, dei media e degli sponsor stimola da un lato, una piacevole sensazione di sentirsi importanti e valutati in modo estremamente positivo ma ovviamente a un costo, che consiste nel dovere sempre dimostrarsi all’altezza di questa richiesta. Ciò genera tensioni, che determinano effetti negativi sulle prestazioni in campo e, quindi, così si spiegano le reti non segnate di Higuain e i rigori sbagliati di Dybala. Episodi da cui ci si riprende facilmente secondo Allegri concentrandosi sulle prossime partite. Personalmente, penso che a questi ragazzi manchi qualcuno che sappia ascoltare le loro paure, che gli insegni ad accettarle come parte integrante di quello che fanno e che gli insegni a restare focalizzati sulle proprie abilità quando arrivano i dubbi e le preoccupazioni. Di solito questo è il lavoro dello psicologo e non può essere quello della famiglia o degli amici, che per quanto amorevoli servono a fornire un contesto psicologico e fisico in cui potere essere se stessi e non il campione, ma non aiutano a risolvere questi problemi.

La mentalità vincente di Mourinho

Guidare uomini -  ”Il calcio per me è una scienza umana, sopra ogni altra cosa”.

L’allenatore è un leader globale - “Un allenatore deve essere tutto: un tattico, motivatore, leader, metodologo, psicologo”. “Un insegnante all’università mi ha detto ‘un allenatore che sa solo di calcio non è di livello superiore. Ogni allenatore sa di calcio, la differenza riguarda altre aree. Era un insegnante di filosofia. Ho ricevuto il messaggio”.

Il calcio è globale - “Non faccio lavoro fisico. Difendo la globalizzazione del lavoro. Non so dove cominci la parte fisica e finisca quella psicologica e tattica”.

Personalizzare la comunicazione - Adeguare la comunicazione a ciascun individuo è il compito più difficile di un allenatore e bisogna sapere sfidare le emozioni dei giocatori.

Conoscere gli uomini - “Ci sono molti modi per diventare un grande manager … ma soprattutto credo che la cosa più difficile sia di condurre gli uomini con differenti culture, cervelli e qualità”. All’Inter concesse una vacanza a Wesley Sneijder che era esausto. “Tutti gli altri allenatori hanno parlato solo di formazione”, ha detto Sneijder. “Mi ha mandato in spiaggia. Così sono andato a Ibiza per tre giorni. Quando sono tornato, ero disposto a uccidere e morire per lui. ”

Gli uomini sono scelti - Ha fiducia in una squadra 24 giocatori perché dimostra che ognuno di loro è stato scelto e potranno svolgere un ruolo significativo per la squadra anche se non sono famosi.

Stimolare i calciatori a capire - “Incoraggia il lavoro tattico, non è un ‘trasmettitore’ e la squadra non è un ‘ricevente’. Si serve del metodo della ‘scoperta guidata’; i giocatori scoprono come giocare  sulla base delle informazioni che ricevono, costruendo situazioni pratiche che li condurranno su un certo percorso”.

Focus costante sulla mente - Pone particolare attenzione alla dimensione emotiva, cognitiva e interpersonale dei giocatori. In tal modo i giocatori anziché seguire le istruzioni come degli scolari, sviluppano le idee stesse di gioco guidati da questo approccio mentale al gioco.

Affiatamento e coscienza collettiva - “Lavoro con i giocatori giornalmente e so che quelli che si impegnano al massimo sono in condizione di fare bene, mentre quelli che non lavorano bene non sono in grado di giocare bene. Si gioca come si lavora, e posso dirlo in faccia a ogni giocatore”.

Lavorare con intensità - Allenamenti brevi e presenza del pallone incentivano i giocatori a esprimersi con il massimo di motivazione ed energia. E’ attento agli errori e provoca i giocatori se sbagliano in modo ripetitivo.

 

Le regole vincenti di Alex Ferguson

Alex Ferguson rappresenta la storia del calcio e un affermato modello di leadership, studiato in tutto il mondo. Di seguito le sue idee come lui stesso le ha raccontate nella sua autobiografia.
La costruzione di una squadra di calcio -  Bisogna partire dal settore giovanile, allo scopo di costruire continuità nel fornire giocatori alla prima squadra. I calciatori crescono insieme, producendo un legame che, a sua volta, crea uno spirito.
Ispirare le persone a migliorare – “Ho sempre molto orgoglio nel vedere i giocatori più giovani che si sviluppano”. In tal modo il lavoro di un allenatore è analogo a quello di un insegnante. Si formano le competenze tecniche, si costruisce una mentalità vincente e persone migliori.  Questo determina nei giovani fedeltà verso la Società, poiché sono consapevoli della opportunità che hanno ricevuto.
Prevedere il futuro -  Vi sono i calciatori di più 30 anni e più anziani, quelli da 23 a 30 anni , ei più giovani. Il ciclo di una squadra di successo dura quattro anni, e quindi i cambiamenti sono necessari. Lo scopo è di sapere sempre qual è la squadra che si vorrà avere con un anticipo di qualche anno e decidere di conseguenza.
Ogni sessione di allenamento è importante -  Si deve sempre mantenere un elevato standard di allenamento. Sono estremante importanti i colloqui motivazionali, il team building, tutta la preparazione della squadra e parlare di tattica. Non bisogna mai permettere una sessione di allenamento non soddisfacente. Quello che si vede in allenamento si manifesta sul campo di gioco. Serve sempre qualità, concentrazione, intensità e velocità.
Il talento lavora sempre duramente - Dai talenti bisogna aspettarsi in allenamento molto di più rispetto agli altri. Devono dimostrare di essere i migliori.
L’atmosfera dello spogliatoio va sempre salvaguardata - Bisogna chiedersi se qualcuno sta rovinando l’atmosfera dello spogliatoio,   la prestazione della squadra, e il controllo dei giocatori e staff. Se ciò avviene si deve tagliare il cordone. Non c’è assolutamente nessun altro modo. Non importa se la persona è il miglior giocatore del mondo. La visione a lungo termine del club è più importante di qualsiasi individuo, e l’allenatore deve essere il più importante nel club.
Incoraggiare i calciatori - A nessuno piace essere criticato e sono pochi i calciatori che migliorano con la critica. E’ necessario incoraggiare. Per un giocatore, come ogni essere umano, non c’è niente di meglio che ascoltare “Ben fatto”. Sono le due  migliori parole che si possano ascoltare. Non è necessario usare termini superlativi.
Correggere subito gli errori - Allo stesso tempo, nello spogliatoio, è necessario indicare gli errori quando i giocatori non soddisfano le aspettative. Questo è quando i le critiche sono importanti, subito dopo la partita, senza aspettare il lunedì. Terminato questo momento, si pensa alla partita successiva e tutto ricomincia da capo.
In allenamento è necessario ripetere - Bisogna ripetere in allenamento le abilità tecniche e le tattiche. Lo scopo di ogni seduta è d’imparare e migliorare. Questo va fatto anche se i giocatori possono pensano “Ci risiamo”, perché queste ripetizioni aiutano a vincere.
Lo stile del Manchester United - Essere positivi, avventurosi e assumersi rischi.
L’osservazione - E’ un elemento fondamentale della capacità di gestione. La capacità di vedere le cose è la chiave, più precisamente, la capacità di vedere le cose che non ti aspetti di vedere.
Cambiare è una regola da seguire - In genere che vince molto non pensa a cambiare. E’ vero l’opposto. ”Abbiamo dovuto avere successo, non c’era altra opzione per me, e ho esplorato qualsiasi mezzo di miglioramento. ”Ho trattato ogni successo come il mio primo. Il mio lavoro è stato quello di darci la migliore opportunità possibile di vincere. Questo è ciò che mi ha motivato”.

Lazio: lacrime di disperazione

RASSEGNA STAMPA LAZIO – Ci sono immagini che valgono più di mille parole e la Lazio in lacrime è una di queste. “Le lacrime sono di disperazione, non riescono più a fare ciò che prima gli riusciva con naturalezza”, analizza lo psicologo dello sport, Alberto Cei. Come riporta La Gazzetta dello Sport, e’ una Lazio che non sa più cosa fare per uscire da questa crisi. Ecco la soluzione al problema:”La tensione non aiuta andrebbe allentata, ma è più facile a dirsi che a realizzarsi. Il grosso delle pressioni arriva dall’esterno, da un ambiente che pretende risultati migliori e a questo non c’è rimedio.Qualcosa si può fare all’interno del gruppo, ma non è semplice“.

Il Milan perde per mancanza di volontà

La partita di ieri del Milan contro l’Atalanta è un esempio di come la sconfitta possa dipendere dalla mancanza di volontà, che in campo si è vista per l’impegno ridotto, scarsa combattività, distrazione eccessiva, distanza fra i giocatori e così via. Inzaghi ha detto che la squadra vista ieri non è quella vera: “dopo avere battuto il Napoli e meritato di vincere con la Roma non possiamo essere diventati così … servono disponibilità, voglia, cuore”. Questa frase contiene due verità importanti. La prima: è più facile giocare con serenità contro le squadre nettamente più forti poiché non si ha nulla da perdere. Contro di loro non bisogna  vincere a tutti costi e in tal modo la squadra può giocare in modo più sereno. La seconda: è molto più difficile mostrare questo atteggiamento contro le altre squadre, che a loro volta vogliono ottenere un risultato vincente perché giocano contro la squadra che è seconda al mondo per trofei vinti. E’ proprio contro queste squadre che il Milan dovrebbe mostrare la disponibilità e la volontà che chiede Inzaghi. Per raggiungere questo scopo servono come ricorda Gianni Mura “meno narcisi e più giocatori veri”. E’ su questi aspetti mentali di gruppo che Inzaghi deve allenare la squadra, altrimenti quale che sia il tipo di gioco che proporrà non lo vedrà mai messo in atto per mancanza di volontà.

Inzaghi deve allenare la volontà dei suoi giocatori agendo sulla motivazione personale e di gruppo, sull’autodeterminazione, sul desiderio di prendere iniziative di gioco, sulla reazione rapida agli errori, sulla consapevolezza del ruolo richiesto a ognuno e sul mantenimento in campo dei ruoli da lui richiesti. Deve sfidare quotidianamente i giocatori a mostrare questo atteggiamento contro ogni squadra indipendentemente dal suo nome e dalla classifica.

 

Cercasi talenti? No, ha sbagliato nazione

Mentre nel mondo le aziende più importanti conducono tra di loro da anni una guerra per assicurarsi i migliori talenti e su Google troviamo decine di pagine selezionando “talent war”, noi invece viviamo in una nazione in cui questi due termini suscitano poco interesse. E’ quanto emerge da uno studio condotto da Bruno Pellegrino, Università della California, e Luigi Zingales, Università Chicago, secondo cui gli imprenditori italiani, non tutti per fortuna, preferiscono avere come diretti collaboratori degli “yes manager”, pronti in ogni istante a compiacerli nelle loro scelte a discapito di uomini e donne indipendenti e competenti. Si conferma la scarsa propensione dell’imprenditoria italiana alla cultura della prestazione che coniuga insieme la capacità di assumersi dei rischi e d’innovarsi con la necessità di mantenere in attivo il bilancio mentre al suo posto si diffonde il familismo amorale, che seleziona le persone per cooptazione. In tal modo ci si pone sulla strada che abbandona la ricerca del successo come massima espressione delle qualità aziendali e ci si avvia su quella in cui favoritismi e clientele diventano i fattori dominanti del successo. Il mondo del calcio professionista ancora una volta si rivela essere specchio di questo paese e di questo tipo d’imprenditoria: tanti stranieri mediocri e pochi giovani italiani talentuosi. Infatti, nella maggior parte delle squadre sono presenti pochi calciatori italiani e solo quest’anno sono stati introdotti 84 nuovi giocatori, che limitano ulteriormente l’accesso in squadra ai nostri giovani talenti.  Il danno che si viene a creare è molto grave. S’impedisce di fatto ai giovani italiani di giocare, si rende inutile l’attività giovanile poiché i migliori non troveranno squadre disposte a inserirli nell’organico, li si obbliga ad andare all’estero come è il caso di Immobile, Cerci e Verratti, si spendono inutilmente soldi per giocatori stranieri che non sono di valore, le squadre perdono ulteriore valore perché non possono contare su giocatori tenaci e che vogliono vincere. Non vi sono spiegazioni che permettono di comprendere questo fenomeno così auto-lesionista per i club. Certamente la professionalità dei dirigenti di calcio esce sconfitta da questo approccio e dato che questa pratica è così diffusa evidentemente non preoccupa anzi ne esce rinforzata. Naturalmente esistono aziende e squadre che si fondano sulla cultura della prestazione, seguiamole perché sono un pezzo importante della soluzione dei nostri problemi.

(leggilo su http://www.huffingtonpost.it/../../alberto-cei/)

Giocatori come leoni

Un giorno No

Oggi è una giornata No per via di questi numeri:

15%  sono i dirigenti italiani laureati

37%  sono i dirigenti che ha terminato solo la scuola dell’obbligo

38% sono i calciatori italiani del campionato di Serie A

5.000 sono i giovani laureati della Sicilia che sono andati all’estero

72% sono i diplomandi disposti ad andare all’estero

Abbiamo altre difficoltà ma l’ignoranza dei dirigenti e la fuga dei giovani sono a mio avviso devastanti per qualsiasi nazione. I calciatori rientrano nella categoria dei giovani su cui in Italia non si vuole investire, in questo caso si risolve comprando stranieri spesso mediocri.

 

 

La filosofia di Benitez “senza fretta ma senza sosta”

Dal tiki-taka del Barcellona, all’aggressività asfissiante della Juventus, al senza fretta ma senza soste del Napoli. Ogni squadra ha la sua filosofia dettata dalle idee dell’allenatore. Alla base di ogni forma di gioco vi è un’idea del calcio e mi sembra che quella di Benitez sia proprio una bella idea. Si basa sulla responsabilizzazione dei giocatori, che vengono lasciati liberi per un giorno dopo la vittoria cotro il Borussia anche se la prossima partita è contro il Milan; che privilegia l’allenamento con la palla per favorire un clima positivo in allenamento e che non stravolge i calciatori con una preparazione fisica troppo intensa. Si potrebbe dire che siamo solo all’inizio del cammino per dire così bene del metodo Benitez. Ci si dimentica, in questo caso, che iniziare in modo vincente su due fronti, campionato e champions, è difficile e l’esserci riusciti è un risultato estremamente significativo proprio per confermare la validità di questo nuovo sistema del Napoli.

Inizia il campionato di calcio: vince chi gestisce meglio le emozioni

Inizia una nuova stagione di calcio, quest’anno ancora più importante perché si concluderà con la coppa del mondo in Brasile. Vi è quindi un’ulteriore ragione per i calciatori a voler giocare al proprio meglio, con l’obiettivo di rientrare tra i 22 convocati per il mondiale sudamericano. In ogni caso, ciascuna squadra avrà la sua meta da raggiungere: per qualcuna sarà non retrocedere, per altre entrare in zona UEFA o confermare il risultato della stagione  precedente,  per altre ancora sarà vincere il campionato o entrare in Champions League. Al di là del livello tecnico-tattico posseduto, ogni squadra potrà mostrare il proprio valore solo se i giocatori in campo, la panchina, l’allenatore e il presidente dimostreranno un livello elevato di controllo emotivo. La gestione dello stress agonistico riguarderà tutti, nessuno  escluso.  Siamo stati spesso campioni di stress. Abbiamo il record di allenatori licenziati durante il campionato da presidenti  che non sanno contenere le proprie paure o il proprio narcisismo ferito anche da pochi risultati negativi. Siamo anche un campionato in cui si commettono troppi falli e non è vero che i calciatori non saprebbero evitarli, perché quando giocano a livello europeo ne commettono molti di meno. In Italia si sentono più liberi di non rispettare le regole, protetti da tifosi, presidenti e allenatori sempre pronti ad attribuire la colpa agli arbitri, a una congiura contro la loro squadra o al non avere capito che il calcio prevede il contrasto fisico. Gli allenatori sapendo che metà di loro durante il campionato sarà esonerato dall’incarico rischiano di vivere in modo drammatico i risultati negativi della loro squadra,  per molti si tratta di un lavoro a termine, certamente molto ben remunerato, ma rischioso come salire un ottomila di cui si conosce il numero di vittime che miete ogni anno. Nonostante queste incertezze è però assolutamente necessario che i protagonisti del calcio sappiano mantenere il sangue freddo, ricordando a se stessi gli obiettivi della squadra e come raggiungerli. Autocontrollo, gestione efficace dello stress, aggressività leale e rispettosa dell’avversario devono essere alla base dei comportamenti sul campo; in altre parole vuol dire sapere gestire le proprie emozioni in un contesto, la partita, che è invece una situazione altamente emotiva. Quindi le squadre devono vivere per 90 minuti questa condizione mentale mostrandosi capaci di gestirla con efficacia. Questa è a mio parere la sfida che ogni squadra  deve prepararsi ad affrontare e vincere ogni giornata del campionato, oltre al risultato finale dell’incontro.

Leggilo su:  http://www.huffingtonpost.it/../../alberto-cei/al-via-la-serie-a-una-sfida-alle-emozioni_b_3805629.html