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La filosofia di Benitez “senza fretta ma senza sosta”

Dal tiki-taka del Barcellona, all’aggressività asfissiante della Juventus, al senza fretta ma senza soste del Napoli. Ogni squadra ha la sua filosofia dettata dalle idee dell’allenatore. Alla base di ogni forma di gioco vi è un’idea del calcio e mi sembra che quella di Benitez sia proprio una bella idea. Si basa sulla responsabilizzazione dei giocatori, che vengono lasciati liberi per un giorno dopo la vittoria cotro il Borussia anche se la prossima partita è contro il Milan; che privilegia l’allenamento con la palla per favorire un clima positivo in allenamento e che non stravolge i calciatori con una preparazione fisica troppo intensa. Si potrebbe dire che siamo solo all’inizio del cammino per dire così bene del metodo Benitez. Ci si dimentica, in questo caso, che iniziare in modo vincente su due fronti, campionato e champions, è difficile e l’esserci riusciti è un risultato estremamente significativo proprio per confermare la validità di questo nuovo sistema del Napoli.

Inizia il campionato di calcio: vince chi gestisce meglio le emozioni

Inizia una nuova stagione di calcio, quest’anno ancora più importante perché si concluderà con la coppa del mondo in Brasile. Vi è quindi un’ulteriore ragione per i calciatori a voler giocare al proprio meglio, con l’obiettivo di rientrare tra i 22 convocati per il mondiale sudamericano. In ogni caso, ciascuna squadra avrà la sua meta da raggiungere: per qualcuna sarà non retrocedere, per altre entrare in zona UEFA o confermare il risultato della stagione  precedente,  per altre ancora sarà vincere il campionato o entrare in Champions League. Al di là del livello tecnico-tattico posseduto, ogni squadra potrà mostrare il proprio valore solo se i giocatori in campo, la panchina, l’allenatore e il presidente dimostreranno un livello elevato di controllo emotivo. La gestione dello stress agonistico riguarderà tutti, nessuno  escluso.  Siamo stati spesso campioni di stress. Abbiamo il record di allenatori licenziati durante il campionato da presidenti  che non sanno contenere le proprie paure o il proprio narcisismo ferito anche da pochi risultati negativi. Siamo anche un campionato in cui si commettono troppi falli e non è vero che i calciatori non saprebbero evitarli, perché quando giocano a livello europeo ne commettono molti di meno. In Italia si sentono più liberi di non rispettare le regole, protetti da tifosi, presidenti e allenatori sempre pronti ad attribuire la colpa agli arbitri, a una congiura contro la loro squadra o al non avere capito che il calcio prevede il contrasto fisico. Gli allenatori sapendo che metà di loro durante il campionato sarà esonerato dall’incarico rischiano di vivere in modo drammatico i risultati negativi della loro squadra,  per molti si tratta di un lavoro a termine, certamente molto ben remunerato, ma rischioso come salire un ottomila di cui si conosce il numero di vittime che miete ogni anno. Nonostante queste incertezze è però assolutamente necessario che i protagonisti del calcio sappiano mantenere il sangue freddo, ricordando a se stessi gli obiettivi della squadra e come raggiungerli. Autocontrollo, gestione efficace dello stress, aggressività leale e rispettosa dell’avversario devono essere alla base dei comportamenti sul campo; in altre parole vuol dire sapere gestire le proprie emozioni in un contesto, la partita, che è invece una situazione altamente emotiva. Quindi le squadre devono vivere per 90 minuti questa condizione mentale mostrandosi capaci di gestirla con efficacia. Questa è a mio parere la sfida che ogni squadra  deve prepararsi ad affrontare e vincere ogni giornata del campionato, oltre al risultato finale dell’incontro.

Leggilo su:  http://www.huffingtonpost.it/../../alberto-cei/al-via-la-serie-a-una-sfida-alle-emozioni_b_3805629.html

Calciatori blasfemi, l’Atalanta li punisce

Due allievi dell’Atalanta protagonisti di una scena blasfema e il club li punisce severamente. Entrambi sono stati sospesi dagli allenamenti e condannati a due settimane di attivita’ socialmente utili, presso una comunita’ giovanile vicino Bergamo. I due, 16 e 17 anni, alcuni giorni fa mentre si trovavano nel convitto che da sempre ospita i ragazzi del vivaio hanno impugnato un crocifisso per dare vita a una scena di cattivo gusto, ripresa e postata su Facebook da altri ragazzi. (Ansa)

Foot solidaire: contro la tratta dei giovani calciatori africani

Ci sono Drogba, Etoo e Ronaldinho. Le stelle stratosferiche. Poi c’è una pletora di invisibili, di sans-papiers del pallone globalizzato. Nessuno sa esattamente quanti siano, dal momento che per la maggior parte di loro il viaggio-speranza verso l’Eldorado del calcio si conclude con un naufragio che li consegna ad altri e miseri lavori, e alla clandestinità. Secondo Jean-Claude Mbvoumin, ex-nazionale dei leggendari Leoni Indomabili camerunensi, quelli che per primi rivelarono al mondo la qualità del calcio africano, sono migliaia. Nel 2000, Mbvoumin ha fondato Culture Foot Solidaire (http://www.footsolidaire.org/#)  di cui è il presidente, a sostegno dei tanti aspiranti calciatori del suo continente perduti alla ricerca del sogno. Culture Foot Solidaire ha raccolto le testimonianze di circa 600 ragazzi africani che presentano le analogie di un medesimo copione: la smania di cercare fortuna in Europa; l’esistenza di una rete di mediatori e agenti che si incaricano di organizzare i viaggi al nord; l’ingresso con un semplice visto turistico; il sequestro del passaporto da parte degli intermediari in loco, come avviene nel caso della tratta delle schiave della prostituzione, che li trasforma di colpo in clandestini in attesa di un ingaggio. Il 90% dei ragazzi contattati dalla Culture Foot Solidaire vive fuori dal suo paese di origine in stato irregolare. Per molti di loro il calcio è rimasto una chimera: hanno ripiegato su lavori di bassa manovalanza in nero.
L’offerta di calciatori in Africa è abbandonate e gli scout dei grandi club esplorano il continente a caccia di talenti giovanissimi secondo una logica che Raffaele Poli, ricercatore al Centro di studi sullo sport di Neuchâtel ha definito come perlopiù speculativa. Si tratta di una delocalizzazione produttiva, essendo i costi della formazione di un calciatore in Europa troppo elevati rispetto ai prezzi di acquisto di un giovane già addestrato. Ma accade che una prestigiosa accademia come la MimosSifcom in Costa d’Avorio sforni solo una cinquantina di giocatori a stagione, i quali peraltro aspirano ai massimi campionati europei. La pietra miliare di questa dinamica di mercato si è avuta nel 1995 con Ibrahim Bakayoko trasferito dallo Stade d’Abidjan al Montpellier Hsc per un valore pari a 15.000 euro. Tre anni dopo il giocatore ivoriano sarà venduto all’Everton per 7 milioni di euro. Ma il problema non risiede tanto in questi canali normati, quanto nel mercato parallelo; non è tanto quello dei giovani allevati nelle scuole calcio e nei pochi club africani, quanto quello dei dilettanti che si accalcano alla ricerca di un ingaggio fra i semiprofessionisti e nelle squadre dilettanti europee. Anche un salario di 1000 euro al mese vale l’avventura di queste figure di migranti e braccianti del pallone. Liberation ha pubblicato lo scorso 16 settembre la testimonianza di uno di questi ragazzi, Joseph, avvicinato a Yaoundè da un sedicente agente e finito in Francia, abbandonato a sé stesso e costretto per sbarcare il lunario a giocare in una squadra alsaziana per 400 euro al mese. Malgrado tutto, Joseph è uno dei pochissimi che ce l’hanno fatta: oggi è tesserato per il club svizzero Baulmes e ha documenti regolari per sé e la famiglia. Ma ogni volta che torna a Yaoundè organizza riunioni per allertare i giovani dei rischi che corrono cercando fortuna in Europa. Riferisce drammi e fatiche dell’esercito di riserva dei giocatori africani ai margini del mondo del pallone.

(Da: http://www.tifo-e-amicizia.it/spunti/riflessioni/articoli/art201-220/articolo214.htm)

Molti calciatori finiscono in bancarotta

Uno studio condotto da XPro, un’organizzazione di beneficenza del Regno Unito che supporta 30.000 ex-professionisti di calcio, ha mostrato che tre su cinque giocatori inglesi di Premier League dichiarano fallimento entro cinque anni dalla pensione. Nonostante i giocatori guadagnino un salario medio € 35.000 a settimana, molti giocatori perdono il loro denaro per investimenti sbagliati o una vita troppo dispendiosa. Inoltre ben uno su tre è statocoinvolto in un procedimento di divorzio costoso. “Può sembrare incredibile per i fan normali, ma può e accade”, ha dichiarato Geoff Scott, direttore XPro. Ha aggiunto che “troppi dimenticano di mettere i soldi da parte per il fisco”, mentre la spesa eccessiva collegata al salario a spirale discendente è stato anche un ulteriore fattore negativo.

Il direttore dell’associazione dei calciatori inglesi, Gordon Taylor, ha contestato questi numeri ma non il problema, tuttavia, suggerisce che la dimensione reale di fallimento è tra il 10 e il 20%.

Taylor dice il problema è che i giocatori non pensano l giorno in cui guadagneranno meno soldi: “I calciatori, con pochissime eccezioni, non guadagnano tanto al termine della carriera. Bisogna incoraggiare i giovani a risparmiare per il futuro, per quando andranno in pensione”.

Un altro problema per i giocatori è rappresentato dagli agenti e procuratori che sono solo interessati a loro quando guadagnano stipendi enormi: “Devo stare attento in relazione aa quello che dico sugli agenti, ma sono lì durante i tempi buoni e sono un po ‘come farfalle nei tempi cattivi. Tutti i giocatori vengono all’associazione dei calciatori per un consiglio quando le cose sono andate molto male. ”

“Si tratta di risparmio, si tratta di essere sensibili, si tratta di essere attenti, si tratta di non aspettarsi di avere la stesso stile di vita. Questa strategia di uscita è molto importante.”

Pensieri di sport dopo avere letto i giornali

Pensieri in libertà dopo avere letto i giornali. Al Napoli sono stati cancellati i due punti di penalizzazione, dopo che un mese fa gli era stata data questa condanna, ora non è più vera. Cosa non si fa per rendere il campionato più interessante. De Rossi, uno dei migliori giocatori del calcio italiano, gioca poco con Zeman perchè l’allenatore non va d’accordo con lui. Come bambini che puntano i piedi “non ti faccio più mio amico”. Al contrario Sneijder, giocatore dell’Inter, non gioca da mesi, non si sa perchè; possibile che il dissidio con l’allenatore sia così profondo e che non abbianotrovato un modo per convivere. Resto sempre della mia idea che i troppi soldi inquinino i rapporti professionali. Ognuno si crede un piccolo re, che non vuole rinunciare alla sua porzione di orgoglio. Il Milan è costretto a puntare su giocatori anziani perchè sono gli unici campioni che accettano di venire a giocare.  E’ meglio l’esperienza di chi non corre più e non ha più certo fame di vittoria a quella di altri meno talentuosi ma forse più motivati? Oltre che di calcio nei quotidiani si parla solo di quegli sport dove ci sono molti soldi (tennis, golf, NBA, ciclismo, formula1 e moto) o di singoli atleti purchè famosi e ricchi. Gli altri sport esistono solo poche volte all’anno quando qualcuno vince un mondiale o compie imprese eccezionali.

Video sulla frode dell’Assocalciatori

Il  video di 13 minuti realizzato dall’Assocalciatori in cui un giocatore di spalle racconta la sua esperienza di truffatore è un esempio concreto di quali siano le regole alla base dell’inganno:

  • E’ un’azione intenzionale (soldi da prendere se si pareggiava la partita).
  • Sottrazione di questa informazione al mondo esterno.
  • Rilevanza dell’informazione sottratta (per il truffato: dai tifosi ai giocatori, dirigenti non coinvolti).
  • Fare credere il falso per vero (che si sta giocando una partita regolare).
  • Non è l’azione di un singolo (la mela marcia del gruppo) ma l’azione di un’organizzazione.

http://www.ceiconsulting.it/it/publications/books/

http://video.repubblica.it/dossier/calcioscommesse-2011/la-confessione-del-giocatore-cosi-sono-finito-nel-calcioscommesse/96185/94567

 

 

Ancora sul caso Fiorentina

Ancora sul caso di Delio Rossi che sarebbe più corretto chiamare caso Fiorentina, stimolato dalla lettura sul web e su twitter dei tanti commenti a sostegno dell’allenatore. Si è detto molto, principalmente, che chiunque avrebbe reagito in quel modo se portato all’estremo da calciatori che ormai sono solo bambini viziati a cui è concesso tutto, rappresentati da quello reale che ha provocato Rossi diventando il simbolo negativo di una intera categoria professionale. Ha sbagliato chi ha provocato e altrettanto chi ha reagito, questa semplice verità va ribadita con chiarezza perché in caso contrario ogni forma di convivenza civile viene a meno.
1. Da parte dei calciatori vanno rispettate le regole e le persone, se ciò non avviene la società su indicazione dell’allenatore deve intervenire a punire chi vuole abbandonarle.
2. L’allenatore deve bloccare sin dall’inizio quegli atteggiamenti e comportamenti che prima ancora di disunire la squadra boicottano il suo lavoro.
3. L’applicazione di questo modo di agire è alla base della vita di qualsiasi gruppo: a scuola, a casa o nel lavoro.
4. Utilizzare come giustificazione la chiave interpretativa che addossa solo allo stress prolungato queste reazioni è inutile e fuorviante.
5. Non è esente da responsabilità neanche la società sportiva che non si accorta di quanto avveniva o forse ha deciso di lasciare solo l’allenatore.
Questa è a mio avviso la riflessione da fare, senza scendere invece nel moralismo di prendere le difese di qualcuno. La questione è che tutti: società, allenatore e giocatori hanno sbagliato, si pongano piuttosto la domanda riguardante come evitare che situazioni di questo tipo si ripropongano.

I pregiudizi dei giornalisti

Nei giorni passati ho letto un articolo su  http://www.repubblica.it/sport/calcio/esteri/2012/04/05/news/top_players_intelligenti-32811905/index.html?ref=search    in cui si ironizzava sui risultati di una ricerca condotta da Torbjörn Vestberg e colleghi (Università di Stoccolma, Executive Functions Predict the Success of Top-Soccer Players http://www.plosone.org/article/info%3Adoi%2F10.1371%2Fjournal.pone.0034731) sulle abilità cognitive e decisionali dei calciatori che da questo studio sono risultate essere superiori rispetto a quelle di persone non-atleti. Ci si chiedeva come fossero credibili dati di questo tipo se li associamo a calciatori quali Balotelli o altri che con i loro comportamenti spesso dimostrano il contrario. In tal modo, l’effetto prodotto da questo articolo penalizza grandemente il significato della ricerca psicologica. La questione è stata posta in modo sbagliato, perchè si vuole semplificare il ragionamento, introducendo il principio che se una persona è dotata di livelli elevati di intelligenza debba di conseguenza agire in modo altrettanto intelligente. Questo è un mito della psicologia che si basa sul senso comune ed è falsa. E’ invece  assolutamente possibile che i calciatori (così come i giocatori di altri sport di squadra) mostrino ai test una migliore capacità di trattare più informazioni nello stesso tempo, una memoria di lavoro pù efficace o che sappiano adattarsi più rapidamente all’evoluzione delle situazioni. Questa indagine ha mostrato che i calciatori studiati hanno queste abilità non solo in riferimento al gioco del calcio ma che i loro processi cognitivi sono migliori anche quando le prove propongono situazioni diverse da quelle sportive. Di conseguenza i ricercatori suggeriscono che l’identificazione di queste caratteristiche in giovani (uomini o donne) che non sono ancora ffermati potrebbe essere considerato come un valido predittore del successo futuro negli sport di squadra. Ciò detto (e che magari verrà disconfermato in futuro ma solo da altre ricerche e non dal senso comune dei giornalisti) non vi è nessuna relazione tra la presenza di queste competenze e la capacità di saperle applicare nei comportamenti sociali della vita quotidiana, perchè in questo caso sono da prendere in considerazione molte altre competenze psicosociali come, ad esempio, l’abilità a condividere, gli streotipi sessuali, il senso di responsabilità sociale, la capacità di stabilire relazioni stabili e così via. Suggerirei di documentarsi prima di scrivere articoli che vogliono essere non solo sono un resoconto dei dati della ricerca ma anche espressione del proprio punto di vista puramente soggettivo.