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Riflessioni sul calcio

Alcuni pensieri sul nostro calcio.

  • Guardando una partita di calcio, mi stupisce quanto spesso i calciatori cadono per terra dopo scontri con avversari. Domanda a cui non so rispondere: quanti sono i simulatori, quanti cadono per la durezza del contrasto e quanti cadono per imperizia dell’avversario incapace di anticipare (come faceva invece Paolo Maldini).
  • Largo ai giovani, non è un tema italiano ma meno male che Mourinho ha inserito Feliz che ha segnato subito due reti. Giovane non è sinonimo per forza di capacità ma dovrebbe esserlo almeno di entusiasmo. Quanti allenatori lo pensano utile, l’entusiasmo.
  • In questo campionato le prime 8 hanno subito circa lo stesso numero di goal (15 o 17) fatta eccezione per la Lazio (21) e per il Napoli (7). Differenze crescenti di goal effettuati sono collegati positivamente alla posizione in classifica. Cosa significa in termini di mentalità?
  • Come vengono gestiti psicologicamente i giocatori in campo, quelli in panchina e gli altri?
  • Come vivono gli allenatori delle squadre in pericolo di retrocessione questo continuo confronto tra il loro lavoro e i risultati settimanali? Sono mentalmente pronti a vivere in questa situazione scomoda?

Cosa si fa contro il razzismo?

 

 


Le squadre perdono perchè non si vuole cambiare

In Serie A perdere è un’opzione non prevista. Dopo tre giornate sono stati licenziati già tre allenatori. Altri, da Allegri, a Sarri allo stesso Mourinho che ha perso solo l’ultima partita dopo 6 vinte sono molto preoccupati.

Da un lato è ovviamente corretto, sono pagati per fare vincere le loro squadre e gli stessi calciatori costano una follia, anche i più scarsi, per cui non ci può essere alcun alibi dietro cui nascondersi.

Questo ragionamento va oltre la qualità dei singoli calciatori. La Juventus schiera solo nazionali ma non ha ancora vinto una partita. Gli allenatori si trovano a svolgere un ruolo psicologico fondamentale, sono il vero leader della squadra. Ogni nuovo allenatore vuole introdurre la propria mentalità alla squadra che si manifesta attraverso un determinato tipo di gioco.

Ci sono giocatori che non si adattano fino in fondo a questo approccio e Cristiano Ronaldo rappresenta un esempio estremo, perchè lui è il gioco della squadra. E’ andato via dalla Juventus e senza manifestare alcuna necessità di ambientamento a immediatamente continuato (più che ripreso) a segnare. Altri ovviamente non si adattano perchè non mostrano la necessaria disponibilità mentale e quindi non sono efficaci in campo.

Altri hanno difficoltà a seguire lo schema mentale proposto dal tecnico. Quando ho lavorato con Arrigo Sacchi, una sua domanda era di dirgli quali erano i calciatori che potevano trattare molte informazioni e metterle in atto e quelli a cui, invece, andavano fornite poche informazioni altrimenti si confondevano.  Non sempre allenatore-giocatore riescono a trovare questa sintesi.

In campo, ci deve essere sempre almeno un leader che guida la squadra nei momenti di difficoltà. Spesso a questo riguardo si è parlato del blocco italiano del Milan campione e non per la loro bravura ma per questa unione che veniva trasmessa alla squadra.

Sono tanti i motivi per cui una squadra non acquisisce la mentalità e il gioco che vuole l’allenatore ma è da questi particolari che nasce il successo.

 

Inizia il Campionato di Serie A

Inizia oggi il campionato di Serie A. Vi sono ben 12 nuovi allenatori su 20 squadre. I cambi hanno riguardato squadre che lottano per il successo e quelle che lottano per la retrocessione; sono andati via allenatori che avevano raggiunto obiettivi importanti e quelli che non li avevano raggiunti. Una volta si sarebbe detto che è un calcio isterico che distrugge i suoi attori, ora il calcio si è adeguato alla filosofia di oggi. Per cui non c’è tempo, tutto deve avvenire subito altrimenti si cambia.

Antonio Conte va via dall’Inter vittoriosa perchè sa già che la squadra non verrà rinforzata e Andrea Pirlo perchè la Juventus è arrivata quarta. E’ proprio questa precarietà della professione di allenatore di calcio che a mio avviso gli dà la forza e il potere che oggi hanno. Ogni stagione si giocano tutto e ciò li mette in una condizione dominio incontrastato, tanto è vero che si portano dietro il loro staff, costituito dalle persone di loro fiducia e ripartono con nuovo progetto, disegnato sulla figura del nuovo allenatore.

Vedremo come questi allenatori, tutti bravi perchè svolgono questo lavoro da molti anni in un contesto fortemente competitivo e pronto a incolparli riusciranno costruire squadre coese e combattive. Intanto, questo dovrebbe essere il punto di partenza su cui si inseriscono le qualità dei calciatori e il gioco della squadra. Essere solo bravi serve a poco se non si accompagna a queste due dimensioni psicologiche.

Il campionato ci dimostrerà quali sono le squadre che sapranno sviluppare meglio questo tipo di amalgama e quella che lo farà con maggiore costanza, partita dopo partita.

Serie A: La lezione appresa

Si è appena concluso il campionato di calcio di Serie A. A mio avviso la caratteristica che lo ha contraddistinto è rappresentata, rispetto agli anni passati, dalla presenza di un maggior numero di squadre competitive. Almeno 5 squadre si sono giocate i posti più importanti, quelli per entrare in Champions League. Al di là dei loro errori, per cui ad esempio la Juventus avrebbe potuto non trovarsi in questa posizione all’ultima giornata di campionato, se non avesse perso troppo punti con squadre certamente meno forti, ma che in ogni caso grazie alla svogliatezza della squadra hanno vinto partite importanti.

La lezione da imparare è che chiunque ti può battere se non entri in campo determinato a vincere. Se questo approccio è realistico, allora il campionato è competitivo e richiede che le squadre più forti giochino sempre con l’intensità necessaria.

Se questo modo di vivere la partita diventasse l’approccio abituale alle partite di campionato, è molto probabile che anche quelle giocate nelle coppe europee sarebbero affrontate con una maggiore consapevolezza e un equilibrio emotivo migliore.

 

I pensieri di Sarri sullo scudetto

”Questo gruppo vince da anni, con allenatori diversi, quindi il merito è suo, coadiuvato dalla società. Io come tutti i bambini da grande sognavo di vincere lo scudetto. Non l’ho vinto da grande, l’ho vinto da vecchio, però l’ho vinto.” Sarri in conferenza stampa.

In queste poche parole c’è tutto: la realizzazione del sogno del bambino e il riconoscimento del valore dell’organizzazione.

Quanti allenatori, e non, hanno questa consapevolezza? E la vogliono mostrarla e condividerla in pubblico?

 

La mentalità rigida della squadra causa sconfitte

Il problema più grave per una squadra e per un atleta è quello di pensare di essere bravo.

Questa convinzione mette immediatamente le persone in una condizione di maggior soddisfazione e alimenta l’aspettativa che  tutto andrà bene così come loro si aspettano, quindi vinceremo.

Sentirsi in forma e avere la consapevolezza delle proprie capacità personali e di squadra è certamente importante. Spesso le squadre pensano che questa condizione sia sufficiente per ottenere il successo. Non capiscono che è necessaria ma non sufficiente.

Per giocare ad alto livello, bisogna avere le capacità di una squadra di alto livello. Poi bisogna dimostrarlo sul campo.

Arrigo Sacchi dice che la motivazione deve essere eccezionale, perchè su questa base il calciatore è continuamente impegnato a migliorarsi. Questo è ciò che Carol Dweck ha chiamato una mentalità orientata alla crescita. Chi non la dimostra è destinato ad avere come dicono gli allenatori dei blocchi mentali. In altri termini, questi giocatori hanno una mentalità rigida che li porta a pensare che il loro talento e la forma fisica di quel momento siano sufficienti per essere efficaci nel proprio lavoro.

Errore grave grave, equivale per uno studente a scrivere squola o quore con la q. Entreranno in campo privi della motivazione di giocare al meglio delle loro capacità. Entreranno, invece, con la convinzione che giocheranno bene così in modo spontaneo, e di fronte alle difficoltà del match non saranno pronti ad adattarsi, poiché non lo avevano previsto.

E’ facile perdere la testa, basta ragionare in questo modo.

I numeri della rovina del calcio italiano

I numeri della rovina del calcio italiano:

  • 443 calciatori hanno concluso nel 2017/18 attività nelle squadre giovanili
  • 292 giocano fuori quota in Primavera e Serie D
  • 129 sono professionisti in Italia
  • 20 sono all’estero
  • 10 sono nelle rose della Serie A
  • 16 i calciatori – di 21 anni esordienti in Serie A 2018/19
  • 12 sono stranieri
  • 4 gli italiani (Zaniolo e L. Pellegrini, Roma. Matarese, Frosinone. Sottil, Fiorentina)
  • 9 su 24 le partite vinte (10 perse) dalle squadre italiane nella Youth League

Italian job: allenatore vincente di calcio

20 anni fa Marcello Lippi, Fabio Capello e Giovanni Trapattoni avevano vinto il campionato italiano (Juventus), spagnolo (Real Madrid) e tedesco (Bayern di Monaco). Quest’anno il triplete dei campionati si è ripetuto a favore di Massimiliano Allegri (Juventus), Antonio Conte (Chelsea) e Carlo Ancelotti (Bayern di Monaco).

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Il problema della Serie A è anche un problema di allenatori troppo garantiti

Le partite del nostro campionato dimostrano troppo spesso che concetti quali:

  • Andare oltre i propri limiti e mantenere elevati standard
  • Eccellere per se stessi
  • Rivaleggiare per superare gli altri

non fanno parte della cultura attuale delle squadre se non con rare eccezioni.

La questione è come mai a calciatori professionisti e affermati non venga insegnato a entrare in campo con la determinazione e la concentrazione richieste dalla partita da affrontare. Gli allenatori pensano che la loro squadra giocherà in un certo modo e poi questo non avviene. Forse rispetto ai grandi allenatori italiani del passato quelli attuali sono diventati così presuntuosi da convincersi che basta la loro presenza a infondere coraggio? Forse perché guadagnano troppo e sono troppo garantiti dal punto di vista economico, quindi, in base a ciò ritengono di non essere criticabili e per questa ragione non mettono accanto a sé persone che potrebbero rappresentare la coscienza critica che gli manca.

Al contrario, le esperienze di leadership ad alto livello nel mondo del business insegnano proprio questo, che accanto ai grandi leader vi è sempre un’altra persona esperta con cui si confrontano apertamente e che verifica che le loro idee siano attuate. Forse questi nostri condottieri dovrebbero imparare a servirsi di collaboratori in grado di sapere se i loro calciatori sono disposti a giocare fino in fondo o sono pronti a mollare un centimetro alla volta fino alla fine. Perché è proprio questa la differenza tra vincere e lasciarsi dominare.