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E’ la testa che comanda!

Tiger Woods rappresenta lo spot migliore per gli psicologi dello sport, poichè è l’esemplificazione di quanto la mente sia decisiva per vincere e che la tecnica da sola può solo creare illusioni ma non basterà mai se non è associata all’autocontrollo personale. Non deve esser affatto semplice per un campione come Woods accettare che il crollo della prestazione possa avvenire da un momento all’altro, riportandolo a essere solo un bravo giocatore come tanti altri. Per un fuoriclasse abituato a fare quello che vuole sul campo da golf, con più di 70 tornei vinti, di colpo (in seguito alla storia della separazione dalla moglie) non essere più se stessi può creare anche problemi d’identità, perché non sei più quello che eri. Un po’ come quegli artisti che non sono stati più capaci di ripetere i loro capolavori perché erano diventati alcoolizzati.

La fragilità dei più forti

Le Olimpiadi sono diventate da tempo un business incredibile che dissangua gli Stati che li ospitano, determinando debiti da pagare in vari decenni successivi; ciò non toglie che continuano a affascinare tutti noi anche se smaliziati a ogni tipo di spettacolo e di truffa. Infatti, noi, gli spettatori e loro, gli atleti, siamo accomunati da un unico desiderio. Noi speriamo di vedere prestazioni incredibili che ci facciano sognare mentre loro, alcuni sperano di fornirle e la maggior parte vuole potere dire “io c’ero.”
Per la maggior parte degli atleti partecipare alle Olimpiadi è la realizzazione di un sogno per cui si sono impegnati a riuscirci con tutte le loro forze. Facciamo qualche esempio. La rappresentativa italiana sarà composta da alcune fra le più grandi atlete di tutti i tempi. “Le anziane” Alessandra Sensini, Josefa Idem e Valentina Vezzali, vogliono continuare a vincere anche questa volta per dimostrare che l’età non conta. Federica Pellegrini, star del nuoto, anche lei vuole ripetersi per terza volta e su distanze diverse. Infine la più giovane Jessica Rossi, non ancora ventenne, è la favorita nella fossa olimpica femminile. Ognuna di loro persegue il proprio sogno, sono divise da più di vent’anni di età e di esperienza ma l’obiettivo sarà lo stesso.
Sotto questo punto di vista le Olimpiadi non sono cambiate affatto, poiché continuano a rappresentare il massimo risultato sportivo a cui un atleta può aspirare. Salire sul podio significa entrare nella storia dello sport. Forse è solo retorica dirà qualcuno, personalmente non lo penso. Si partecipa alle Olimpiadi per diritti acquisiti sul campo sportivo e infatti è possibile che un vincitore di medaglia olimpica nella precedente edizione non vi partecipi, perché non ha ottenuto nei quattro anni seguenti quel risultato che glielo avrebbe permesso.
Le Olimpiadi sono ogni quattro anni e non tutti vi partecipano due volte, a differenza dei mondiali o delle più importanti gare internazionali che sono in larga parte su base annua. Chi sbaglia un mondiale può ripeterlo l’anno successivo, chi sbaglia un’Olimpiade deve aspettare quattro anni, sempre che si qualifichi. Lo stress raggiunge livelli incredibili. Un’atleta che ho allenato mentalmente, sbagliò un’Olimpiade, giurò a se stessa che a quella seguente sarebbe partita dall’Italia solo 10 giorni prima dell’inizio della gara e non un mese prima come aveva fatto la volta precedente andata male. Ebbe ragione perché vinse la medaglia d’argento. Un altro prima dell’inizio della finale olimpica mi disse di dirgli qualcosa che lo motivasse perché aveva voglia di scappare, sentiva la nausea e stava a pezzi. Gli parlai brevemente dei sacrifici che aveva fatto per giungere al quel momento, vinse la medaglia d’argento. Per i favoriti al podio i traumi di una sconfitta si portano dietro per anni, non sono facili da superare anche se nel frattempo si è vinto un altro campionato del mondo. Conosco un atleta che ha vinto tre volte il campionato del mondo ma non è mai entrato in finale alle Olimpiadi, lui cambierebbe questi tre titoli per una medaglia ai giochi olimpici.
Questi atleti non reagiscono in questo modo perché sono psicologicamente fragili ma perché il loro investimento personale sulla preparazione di questo evento agonistico è così totalizzante e prolungato nel tempo che la sconfitta è spesso vissuta da loro come una vera e propria disfatta personale. Vincere le olimpiadi significa avere fatto in quel determinato giorno “la gara della vita”, forse non dovrebbe essere così drammatico ma è quasi impossibile vivere questa prestazione in modo diverso. E’ la realizzazione di un sogno e di tanti sacrifici, è certamente ben retribuito dal punto di vista economico, ma non ci scrolleremo mai d’addosso questa percezione estrema e romantica della prestazione olimpica come composta da momenti irripetibili che tutti sperano siano vincenti.

Messi o ?

A tutti noi piace fare classifiche e stabilire chi è il più bravo. La questione tra Messi e Maradona soddisfa questa esigenza. Prima di questa discussione, c’è stato il confronto fra Pelè e Maradona su chi fosse stato il migliore al mondo. Ora è d’attualità quest’altra coppia. Nella nostra mente i migliori giocatori sono quelli che ci hanno di più emozionato, coloro che sanno fare goal, toccare e distribuire la palla in modo magistrale e saltare gli avversari, per queste ragioni portieri e difensori raramente sono stati premiati, non hanno queste caratteristiche e una splendida parata non equivale nel nostro immaginario a un’altrettanta splendida rete. Di conseguenza la scelta del migliore giocatore al mondo si restringe a pochi ruoli. A mio avviso sarebbe più equo stabilire quale sia stata la più forte squadra al mondo, anche se pure in questa scelta il fattore tempo gioca un ruolo fondamentale. Come si fa a dire se il Real Madrid delle prime edizioni della Coppa Campioni è stato più o meno forte del Milan di Sacchi o del Barcellona odierno. Lo stesso vale per le nazionali. Alla fine le classifiche servono solo a semplificare la nostra vita, a darci qualche finta sicurezza e a parlare, parlare, parlare che a noi essere umani piace così tanto.

Sapersi rilassare

In questi giorni le affermazioni di alcuni calciatori relative al loro livello di nausea del pallone e la dichiarazione di Damiano Tommasi, presidente dell’Associazione Italiana Calciatori, sulla necessità di attuare un programma antistress nel Club Italia, nonchè il desiderio dei calciatori tedeschi di avere uno psicologo in squadra, mettono in rilievo l’esistenza di un disagio psicologico. Al di là delle cause di questo malessere, appare evidente la necessità dei calciatori di imparare a recuperare energia mentale e desiderio di giocare attraverso una riduzione di questo stress professionale. Una prima risposta è quella d’imparare a rilassarsi per ridurre le tensioni sostituendole con una condizione psicofisica di distensione. Lo scopo è di uscire fuori da una condizione di lamentela passiva e di entrare in un’altra, che è attiva e che rappresenta da sempre una delle più efficaci azioni antistress. Nei miei programmi di allenamento mentale per gli atleti vi è sempre una parte dedicata al rilassamento, che non serve per gareggiare meglio, ma per uscire da quel tunnel in cui vi è un unico e costante pensiero: la gara e come fare per essere il migliore in campo. Questi pensieri accompagnati dalle relative emozioni (ansia, depressione, inpulsività, rabbia) portano con il passare del tempo alla nausea nei riguardi dell’allenamento e delle partite. Non è l’unica ragione ma è notevolmente importante e molti campioni del calcio a un certo punto della loro carriera si ritrovano senza più fame di vittorie. I soldi, poi, hanno cambiato il loro modo di interpretare la realtà e in un calcio in cui domina sempre di più il valore dell’intrattenimento rispetto a quello dell’agonismo si dimentica la voglia di lottare. Per cui si riparta dall’insegnare a gestire e ridurre lo stress, attraverso strategie come quelle descritte nel mio libro “Affrontare lo stress”. http://www.servizioclientiespresso.repubblica.it/index.php?page=vpc&id=370646

Fragilità e tenacia

Nell’immaginario collettivo gli atleti sono come i Bronzi di Riace. Fisici perfetti, allenati nel migliore dei modi a fare ciò che il loro talento gli permette. Nella realtà non è affatto così. Sono fragili perchè la ricerca della perfezione nella quale sono quotidianamente coinvolti, li porta a sentirsi insicuri pur dovendo mostrarsi sicuri. Questa insicurezza nasce non da  problemi di autostima come quelli della persone comuni, ma dalla necessità di dovere dimostrare di essere i migliori. L’ostacolo principale alla realizzazione dei loro obiettivi di vittoria è rappresentata dagli avversarsi che la pensano nello stesso modo e a loro volta hanno lo stesso obiettivo, che consiste nel dimostrare di essere loro i migliori. Da qui l’idea che bisogna imparare a perdere, perchè altrimenti ogni volta si subirebbe una ferita inguaribile.

Un anno dalle Olimpiadi di Londra

Un anno alle Olimpiadi del 2012 significa un anno dalla gara della vita, un anno di preparazione e speranza. Per provare a vivere questo stato d’animo si può immaginare il nostro obiettivo più ambizioso pensando che fra un anno saremo chiamati a dimostrare di avere le capacità per raggiungerlo. Forse così avremo avuto un’idea di cosa si pensa e si sente in quei momenti. Questi pensieri entusiamano ma nello stesso tempo mettono paura. L’obiettivo su cui gli atleti lavorano è quello di non soccombere sotto questa pressione e di conviverci, trasformandola in forza. Forza che si manifesta pensando solo alla propria prestazione e non al risultato, così come ha fatto Federica Pellegrini, quando il giorno precedente la finale dei 200m, ha pianificato il ritmo di gara e lo ha seguito con la certezza che l’avrebbe portata a toccare per prima, senza preoccuparsi del ritmo delle avversarie. Così fanno i campioni e così si allenano, perchè anche il lavoro dei prossimi 365 giorni dovrà essere un’esperienza bella e coinvolgente.

Tennis: Perchè i campioni ritardano il servizio

Leggete questo interessante articolo sul perchè i campioni di tennis ritardano il servizio: http://www.nytimes.com/2011/07/01/sports/tennis/in-tennis-idea-of-shot-clock-has-some-momentum.html?_r=1&adxnnl=1&ref=tennis&adxnnlx=1309546919-efDPd2iZJ1JjNwv5H+D7Qg

La fiducia spiegata dai campioni

“Nella mia carriera ho sbagliato più di 9.000 tiri. Ho perso circa 300 partite. Per 26 volte ho creduto di fare il tiro-partita e l’ho sbagliato. Nella mia vita ho fallito spesso e ho continuato a sbagliare. Ed è per questo che ho avuto successo” (Michael Jordan, basket).

“I campioni non sono fatti nelle palestre; sono fatti di qualcosa di profondo che hanno dentro di sé, un desiderio, un sogno, una visione” (Muhammad Ali, pugilato).

“Dato che sono un’eterna insoddisfatta, traggo la mia soddisfazione dalla riuscita dei miei progetti, sovente nelle avversità, è vero. Ho dovuto spesso affrontarle. Quando è accaduto, per me che vengo dalla Guadalupa, un’isola dove tutto è bello, adattarmi ai mattoni rossi dell’INSEP, cambiare l’allenatore e lottare contro il razzismo … mi sono ritrovata piccola dentro qualcosa che non era fatto per me, ma sono tignosa, un ragazzo mancato e mi sono arrampicata. In effetti, tutti quelli che hanno cercato di demotivarmi, perché ero giovane o perché ero nera, al contrario, mi hanno rinforzata nella mia determinazione” (Laura Flessel, scherma).

“Dopo il raggiungimento di un obiettivo riparto da zero. Usando un linguaggio attuale direi che mi resetto. Passate le emozioni, i festeggiamenti, torno in campo proponendomi degli obiettivi intermedi, come per esempio la vittoria in una gara internazionale. Per capirci meglio, è come se mi trovassi alla base di una scala, pronto per salire sino al piano superiore. Mi concentro quindi nell’affrontare il primo gradino della scala che, alla fine, gradino dopo gradino mi porterà al piano superiore, il mio obiettivo finale” (Francesco D’Aniello, tiro a volo).

“Un altro episodio che ricordo volentieri e che insegna che nella vita niente è impossibile riguarda il Giro d’Italia del 1956. Era l’ultimo Giro della carriera e a scendere da Volterra caddi e mi fratturai una clavicola. Il giorno dopo ricaddi su quella frattura e fermai l’ambulanza che mi voleva portare in ospedale. Affrontai la salita del monte Bondone con la clavicola rotta e chiusi il Giro al secondo posto. Bisogna sempre guardare avanti e mai adagiarsi. Io adesso punto ai cent’anni e non è una battuta” (Gianni Magni, cliclismo ).

“Graziano è un buon padre ed è stato fondamentale per la mia carriera. E’ stato un pilota di grande talento che però per sfortuna – infortuni, cadute e incidenti – non ha vinto quel che doveva vincere. Io sono arrivato per finire il lavoro che lui aveva cominciato. Umanamente mi ha insegnato che bisogna fare le cose divertendosi, essere seri, lavorare, però allo stesso tempo senza prendersi troppo sul serio. Ho fatto mio il suo modo di pensare.” (Valentino Rossi, motociclismo).

Campioni si diventa

Campioni si diventa, ci vogliono:
1. 10000 ore in 10 anni,
2. impegno e dedizione,
3. tenacia.