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I dati dello stress da coronavirus

Da una ricerca condotta in Italia, Spagna e Regno Unito emerge che la percentuale di popolazione la cui salute mentale è a rischio a causa di vari fattori di vulnerabilità socio-economica è del 41% in Italia, del 46% in Spagna e del 42% nel Regno Unito. Le problematiche di salute mentale sono legate a vari indici di misurazione, tra i quali stress, ansia e depressione per l’incertezza sul futuro economico e occupazionale, per le difficili condizioni di vita, spesso confinate in spazi ristretti e condivisi con bambini dei quali occuparsi mentre si svolgono mansioni lavorative da “remoto”, cioè nell’abitazione stessa.

La ricerca è stata finanziata e condotta da Open Evidence, spin-off della Universitat Oberta di Catalunya (Uoc), in collaborazione per la raccolta dati con Bdi Schlesinger and Group e per il disegno sperimentale e l’analisi dei dati con ricercatori di varie università (Università degli studi di Milano, Uoc, Universidad Nacional de Colombia, Università degli studi di Trento, Glasgow University). «Ci siamo riproposti di coprire un’area finora poco esplorata, non sanitaria né strettamente economica» spiega il direttore della ricerca Cristiano Codagnone (co-fondatore di Open Evidence, e docente presso l’Università degli studi di Milano e la Uoc). «Siamo sorpresi di quanto sia elevata la vulnerabilità psicologica riscontrata – continua Codagnone – anche soltanto usando uno degli elementi che servono a testarla, ovvero la depressione. Considerando anche gli altri, ci accorgiamo che il livello di stress psicologico è molto elevato e il rischio di essere contagiati di gran lunga inferiore rispetto a quello di avere problematiche di tale tipo».

Coco Gauff e la sua depressione

Coco Gauff, giovane nuova star del tennis internazionale di 16 anni. ha scritto sul sito Behind The Raquet di essere stata depressa per un anno, anche se ottenere buoni risultati sportivi non è mai stato un problema e vive in una famiglia in cui sta bene e che l’accetta. Ciò nonostante qualcosa in questa vita con successi precoci è stato da stimolo per sviluppare la depressione da cui afferma di esserne uscita da poco tempo.

“A volte mi sono sentita troppo impegnata rispetto agli altri. La maggior parte dei miei amici va al liceo normale. Mi sembrava che fossero sempre così felici di essere ‘normali’. Per un po’ ho pensato di volerlo, ma poi ho capito che, proprio come i social media, non tutti sono felici come quello che si vede nei loro post. Mi ci è voluto circa un anno per superare quest’idea”.

Abbiamo spesso parlato in questo blog di come lo sport possa rappresentare una situazione altamente stressante per i giovani che dedicano larga parte della loro vita ad avere successo nel tennis così come in ogni altra disciplina. Il successo ad alto livello raggiunto negli anni dell’adolescenza, l’investimento totale su una singola attività sportiva e la riduzione evidente della vita sociale a cui l’atleta si sottopone nonché le crescenti pressioni determinate da aspettative sportive sempre più elevate e dall’ambiente esterno possono determinare problemi psicologici. Questi si manifestano spesso con il diffondersi di un sentimento di estraniazione dal presente e di depressione come mancanza di quella vita normale idealizzata che sembrano condurre i coetanei.

Se poi i successi sportivi vengono vissuti come un fine su cui giocare la fiducia in se stessi e non come un mezzo per realizzarsi certamente come atleta ma soprattutto come persona, i disturbi psicopatologici possono trovare un terreno fertile su cui svilupparsi. Se scopri che giochi solo per vincere le partite, per diventare ricca, per avere i privilegi che hanno le atlete top, la vita sportiva diventa una rincorsa senza fine ad avere sempre qualcosa di più per essere felici.

Si può giocare tennis anche per queste ragioni, assolutamente legittime, ma se non si mette al centro del proprio progetto sportivo se stessi con la consapevolezza delle proprie capacità e delle proprie carenze, il rischio di non reggere le pressioni insite nell’attività sportivo-agonistica sarà molto elevato.

 

Di seguito le dichiarazioni di Coco Gauff.

“Mi sono sempre chiesta come sarebbe stata la mia vita senza il tennis. Con quello che questo sport mi ha dato non posso immaginare che la mia vita sarebbe migliore senza. A volte mi sono trovata troppo impegnata rispetto agli altri. La maggior parte dei miei amici va al liceo normale. Mi sembrava che fossero sempre così felici di essere “normali”. Per un po’ ho pensato di volerlo, ma poi ho capito che, proprio come i social media, non tutti sono felici come quello che si vede nei loro post. Mi ci è voluto circa un anno per superare quest’idea. Anche in questo caso, i miei risultati erano ancora buoni, quindi non aveva molto a che fare con il tennis. Non ero comunque felice di giocare. I miei genitori hanno fatto un ottimo lavoro nel cercare di fare in modo che io facessi cose “normali” dell’infanzia. L’anno scorso sono riuscita ad andare al ballo e stavo pensando di andare al ballo fino al coronavirus. Cerco di vedere gli amici il più possibile. I miei genitori lavorano entrambi, quindi passo molto tempo a casa da sola. È difficile andare a scuola da sola mentre non si può socializzare con gli altri studenti. Anche se alcune cose mi mancano, penso che questo stile di vita che vivo sia perfetto per me, e non lo è per tutti. Viaggiare non è mai facile. Ho due fratelli più piccoli e siamo tutti molto uniti. Ogni volta che li lascio mi fa un po’ male. Ogni anno mi perdo il compleanno di uno dei miei fratelli perché cade proprio nel bel mezzo degli Open di Francia. In tutto questo sono fortunata ad averli, perché non sono loro a essere gelosi. A loro non dispiace che io riceva più attenzioni, capiscono e sono sempre di supporto a quello che faccio.

Per tutta la mia vita sono sempre stata la più giovane a fare cose, il che ha aggiunto una pubblicità che non volevo. Aggiungeva questa pressione che avevo bisogno di fare bene in fretta. Una volta che ho lasciato andare tutto questo, quando ho iniziato ad avere i risultati che volevo. Poco prima di Wimbledon, tornando al 2017/18 circa, stavo lottando per capire se questo era davvero quello che volevo. Avevo sempre i risultati, quindi non era questo il problema, mi sono ritrovata a non godermi quello che amavo. Ho capito che dovevo iniziare a giocare per me stessa e non per gli altri. Per circa un anno sono stata davvero depressa.

Quello è stato l’anno più duro per me finora. Anche se l’avevo fatto, mi sembrava che non ci fossero molti amici lì per me. Quando si è in quella mentalità oscura non si guarda troppo spesso il lato positivo delle cose, che è la parte più difficile. Sapevo di voler giocare a tennis, ma non sapevo come avrei voluto farlo. Sono arrivata al punto che pensavo di prendermi un anno sabbatico per concentrarmi solo sulla vita. Scegliere di non farlo, ovviamente, è stata la scelta giusta, ma ero vicina a non andare in quella direzione. Mi ero semplicemente persa. Ero confusa e pensavo troppo se questo era quello che volevo o quello che facevano gli altri. Sono stata molto seduta, a pensare e a piangere. Ne sono uscita più forte e mi sono conosciuta meglio che mai. Tutti mi chiedono come faccio a rimanere calma in campo e penso che sia perché ho accettato chi sono dopo aver superato i punti più bassi della mia vita. Ora, quando sono in campo, sono davvero grata di essere là fuori.

Personalmente mi piace giocare non solo per me stessa. Ora ho delle ragazze che si avvicinano a me, di tutte le razze, ma soprattutto afroamericane, che dicono di prendere una racchetta per la prima volta a causa mia. Mi stupisce perché è così che sono entrata in questo sport. Ricordo che circa un mese prima di Wimbledon andavo al club dove mi alleno e vedevo giocare soprattutto ragazzi. Un mese dopo sono tornata e la maggior parte erano ragazze e l’allenatore ha detto che è stato grazie a me. Non avrei mai immaginato che un torneo potesse avere questo tipo di effetto. Per me, una delle cose più importanti è continuare a rompere le barriere. Allo stesso tempo non mi piace essere paragonata a Serena o a Venus. Innanzitutto, non sono ancora al loro livello. Ho sempre l’impressione che non sia giusto nei confronti delle sorelle Williams essere paragonate a qualcuno che è appena arrivata. Non mi sembra ancora giusto, le considero ancora i miei idoli. Con tutti i loro riconoscimenti non dovrei ancora essere messa nello stesso gruppo. Naturalmente spero di arrivare dove sono loro, ma sono loro le due donne che mi hanno indicato la strada, per questo non potrò mai essere loro. Mi sento come se non avessi nemmeno la possibilità di essere a questo livello senza di loro. Non avrei mai nemmeno pensato di entrare a far parte del tennis, senza di loro, visto che ci sono pochissimi afroamericani in questo sport. Per tutto quello che hanno fatto, non dovrei ancora essere paragonata a loro.

Mi sto abituando all’idea che la gente mi consideri un modello da seguire. Questo aggiunge un po’ di pressione, perché so che la gente osserva ogni mossa. Per la maggior parte delle cose è facile, perché io sono sempre e solo me stesso, non faccio finta di niente, cosa che alla gente sembra andare bene. Non mi sento come se dovessi premere un interruttore o altro. All’inizio pensavo di dover essere perfetta, ma ho fatto molta ricerca interiore e l’ho superata. Da allora mi sono divertito molto di più ad allenarmi e a giocare alle partite. Era il 2018 quando mi ricordo di essermi svegliato e di non volermi allenare. Sono stato fortunato ad averlo capito presto e a fermare quella che avrebbe potuto essere una siccità più lunga. Ho una buona cerchia di amici e familiari che ho sempre tenuto piccola. Non sono mai stata la ragazza che da piccola aveva troppi amici. Sono molto attenta a chi tengo vicino a me. Queste sono le persone che mi hanno aiutato in tutti questi tempi folli. Mi ci è voluto un po’ di tempo per sentirmi a mio agio nell’esprimere loro le mie vere emozioni, ma una volta imparato ho reso tutto più facile”.

La mentalità di chi non rispetta le regole

“Finché respiro spero” diceva Cicerone, oggi lo potremmo tradurre in “finché c’è vita c’è speranza”, più brutale ma altrettanto vero. Il coronavirus colpisce proprio questa capacità che è alla base dei bisogni fisiologici e psicologici degli esseri viventi.  Si può non bere o mangiare per qualche giorno, ma non si può fare a meno di respirare neanche per qualche minuto se non siamo un campione di apnea subacquea. Una respirazione corretta è alla base dell’auto-controllo e gli stress della nostra vita quotidiana determinano come primo effetto negativo proprio problemi di respirazione. La paura ci fa bloccare il fiato, la rabbia  l’altera per permetterci di urlare contro qualcuno, la tristezza la riduce a un filo d’aria che entra ed esce e l’ansia ci fa respirare in modo affannoso e superficiale. Il respiro riflette il nostro livello di forma fisica e di benessere e uno degli effetti di questo nuovo virus è di bloccarlo e di rendere necessario in molti casi la respirazione assistita, pena la morte. Mario Garattini, fondatore dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri, ha detto che “tutto dipenderà da noi, dalla nostra capacità di evitare il contagio. Atteniamoci alle disposizioni. Se tutti avessero stili di vita adeguati e ci fosse un’adeguata prevenzione, forse saremmo più resistenti”.

Questa consapevolezza, associata alla diffusione mondiale del coronavirus e ai suoi effetti devastanti dovrebbe avere sufficientemente terrorizzato le persone da non farle più uscire di casa, motivandole a seguire le regole che sono state diffuse e le cui attuazione è obbligatoria. Ciò nonostante migliaia di persone hanno continuato a viaggiare lungo tutto il paese e la polizia ha multato più di 2000 persone per violazione alle norme restrittive del decreto governativo. Quali le ragioni di questi comportamenti? Superficialità, approccio troppo positivo al problema, angoscia e scarsa abitudine a seguire le regole. La superficialità è una specie di pensiero magico, in cui si pensa che il corona virus sia un problema che riguarda altri, ad esempio anziani e malati, è un modo per proteggersi da sentimenti di tristezza nel breve periodo. Queste persone negano l’esistenza del problema e, quindi, mettono in atto dei comportamenti di fuga dalla loro realtà. Un secondo tipo di atteggiamento è delle persone che hanno un approccio non mediato dalla realtà e che è troppo positivo, come ad esempio chi pensava all’inizio della diffusione che era poco più che un’influenza. Sono individui che vivono nell’illusione di soluzioni positive a breve termine. Un po’ come chi inizia una dieta o vuole smettere di fumare ed è fiducioso di riuscirci solo per il fatto di avere preso questa decisione, sono forme di pensiero illusorio per cui ai primi ostacoli le persone rinunciano a seguire le nuove regole che si sono date perché è troppo difficile. Nel caso del coronavirus il problema si manifesta nella difficoltà a mantenere le regole del distanziamento fisico dalle altre persone e quindi si esce, si fa una passeggiata in compagnia e si porta i figli a giocare ai giardini. Simile negli effetti ma diverso nelle ragioni è l’approccio di chi prova angoscia nel restare a casa, si percepisce come prigioniero, si sente leso nelle sue libertà di movimento e vive questa condizione in modo claustrofobico. Per superarla trova l’unica soluzione nell’uscire fuori. Infine, vi sono coloro che vivono in modo reattivo alle regole, hanno un atteggiamento da eterni adolescenti in lotta contro le norme del mondo degli adulti. Hanno difficoltà a fare proprie le regole, che in questo caso sono obbligatorie, e a sviluppare un concetto pluralistico della convivenza sociale basata non solo sui propri diritti ma anche sui doveri nei riguardi della collettività.

Queste sono alcune possibili interpretazioni di comportamenti che in un periodo di crisi mondiale come quello che stiamo vivendo e di sconvolgimento della nostra quotidianità possono spiegare le azioni dei molti che sembrano non volersi adattare alle nuove regole.

Attività fisica e depressione

Un nuovo studio mostra in modo evidente che l’Attività Fisica riduce la depressione anche in presenza di un alto rischio genetico. La prevenzione primaria basata su dati di ricerca per la depressione deve includere anche l’Attività Fisica.

Karmel W. Choi et al. Physical activity offsets genetic risk for incident depression assessed via electronic health records in a biobank cohort study. Depression & Anxiety, 5 novembre 2019.

Abstract

Background

Physical activity is increasingly recognized as an important modifiable factor for depression. However, the extent to which individuals with stable risk factors for depression, such as high genetic vulnerability, can benefit from the protective effects of physical activity, remains unknown. Using a longitudinal biobank cohort integrating genomic data from 7,968 individuals of European ancestry with high‐dimensional electronic health records and lifestyle survey responses, we examined whether physical activity was prospectively associated with reduced risk for incident depression in the context of genetic vulnerability.

 

Methods

We identified individuals with incident episodes of depression, based on two or more diagnostic billing codes for a depressive disorder within 2 years following their lifestyle survey, and no such codes in the year prior. Polygenic risk scores were derived based on large‐scale genome‐wide association results for major depression. We tested main effects of physical activity and polygenic risk scores on incident depression, and effects of physical activity within stratified groups of polygenic risk.

Results

Polygenic risk was associated with increased odds of incident depression, and physical activity showed a protective effect of similar but opposite magnitude, even after adjusting for BMI, employment status, educational attainment, and prior depression. Higher levels of physical activity were associated with reduced odds of incident depression across all levels of genetic vulnerability, even among individuals at highest polygenic risk.

Conclusions

Real‐world data from a large healthcare system suggest that individuals with high genetic vulnerability are more likely to avoid incident episodes of depression if they are physically active.

 

 

Tiger Woods è ritornato dall’inferno

Nel 2009, in occasione del torneo “The Invitational”, Arnold Palmer, il più grande golfista degli anni Sessanta, era andato incontro a Tiger Woods per congratularsi senza nemmeno aspettare l’esito del putt decisivo di quasi 5 metri che doveva imbucare per vincere. «Sapevo che ce l’avrebbe fatta semplicemente perché con Tiger non può accadere nulla di diverso», era al top della carriera golfistica.

E invece, proprio quando il dominio di Tiger sembra inattaccabile, la sua carriera prende una curva inaspettata, imboccando il tunnel degli scandali e dei guai fisici. Il 28 novembre 2009, in seguito a una lite con la moglie Elin Nordegren, Woods va a sbattere con la sua Cadillac contro un idrante per poi schiantarsi contro un albero a Isleworth, nei sobborghi di Orlando. Trascorre alcune settimane in una clinica per curare la dipendenza sessuale, ma il calvario è appena iniziato. Nell’aprile del 2011 si lesiona gravemente il tendine d’Achille, mentre a marzo dell’anno successivo inizia ad accusare i primi problemi alla schiena che lo porteranno a subire quattro interventi chirurgici, tra cui una fusione spinale che risolverà definitivamente i suoi problemi.

Ma fino a due anni fa Woods non riusciva nemmeno a piegarsi per allacciarsi le scarpe. «Potevo a mala pena camminare. Non riuscivo a sedermi, a sdraiarmi. Non potevo fare praticamente niente», ha detto Woods ieri dopo la vittoria all’Augusta Masters.

Notah Begay III, un amico di Woods con problemi di alcolismo, lo mette in contatto con Micheal Phelps, il re del nuoto che era riuscito a mettersi alle spalle una grave forma di depressione e due arresti per guida in stato di ebbrezza. I due si parlano al telefono, e Phelps, che è anche grande appassionato di golf, riesce a trovare la chiave per rivitalizzare Woods, distrutto dal dolore fisico e soprattutto dal timore di non riuscire più a tornare ai vertici”.

Ora pochi giorni fa ha vinto il primo Major della stagione, l’Augusta Masters a 11 anni dal suo precedente successo.

La Nike, che aveva da poco annunciato che non avrebbe più investito nel golf, in seguito alla vittoria dell’Augusta Masters lo ha rilanciato con la sua campagna pubblicitaria che aveva già avuto testimonial come Serena Williams e Colin Kaepernick.

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Disturbi mentali nel calcio

Non sappiamo molto sui disturbi mentali comuni di cui soffrono i calciatori professionisti, nella bibliografia accademica mondiale sono presenti pochissime ricerche e scarsa informazione scientifica (Gouttebarge e Aoki, 2014).

Un nuovo interessante studio pubblicato nel Journal of Sport Science & Medicine da Gouttebarge, Back, Aoki e Kerkhoffs (Journal of Sport Science & Medicine, 2015, 14, 811-818) indaga i sintomi correlati a stress, ansia/depressione o abuso di sostanze/dipendenza, generalmente indicati come sintomi di disturbi mentali comuni o CMD.

Obiettivo di questo studio è stato di “determinare la prevalenza di sintomi legati a CMD (angoscia, ansia/depressione, disturbi del sonno, l’abuso di alcol, disordini alimentari) in calciatori professionisti provenienti da cinque paesi europei e di esplorare le associazioni  e le misure sotto cui studiare gli eventi della vita e l’insoddisfazione riguardo la propria carriera di calciatore”.

In questo studio sono stati selezionati 540 calciatori professionisti provenienti da cinque paesi europei (Finlandia, Francia, Norvegia, Spagna e Svezia) e il metodo utilizzato è stato la somministrazione di un questionario elettronico.

I disturbi considerati dagli autori sono stati: distress, ansia, depressione, disturbi del sonno, abuso di alcolici e disturbi alimentari.

Questi fattori sono stati poi correlati agli eventi negativi della vita e all’insoddisfazione riguardo al proprio percorso professionale.

I risultati hanno messo in evidenza che i più alti tassi di prevalenza di sintomi legati alla CMD sono:

  • 18% (Svezia) per distress
  • 43% (Norvegia) per l’ansia / depressione
  • 33% (Spagna) per disturbi del sonno
  • 17% (Finlandia) per abuso di alcolici
  • 74% (Norvegia) per disturbi alimentari

Questo studio ha anche sottolineato come “in Finlandia, Francia e Svezia gli eventi della vita e l’insoddisfazione per la propria carriera sono stati associati con stress, ansia/depressione, abuso di alcolici, e disturbi dell’alimentazione”.

In conclusione, questo studio è molto importante e dovrebbe essere replicato con studi condotti in altri paesi considerando il numero di giocatori professionisti di calcio in tutto il mondo. Inoltre altri studi hanno rivelato che i sintomi legati alla CMD sono diffusi come in altre popolazioni oggetto di studio, che vanno dal 10% per distress al 19% per l’abuso di alcolici e al 26% per l’ansia/depressione (Gouttebarge et al., 2015).

 (sintesi di Emiliano Bernardi, da Journal of Sports Science and Medicine (2015) 14, 811-818, http://www.jssm.org)

La depressione di Serena Williams

La depressione di cui sta soffrendo Serena Williams si aggiunge a quella che hanno avuto molte altre stelle del mondo dello sport fra cui Lindsey Vonn, Ian Thorpe, Gianluigi Buffon. Due aspetti vanno tenuti in grande considerazione quando parliamo di depressione nello sport. Il primo,  la psicopatologia prodotta da nevrosi e comportamenti instabili è poco frequente tra gli atleti di alto livello, perché lo sport è già una sorta di vaccino contro questo tipo di manifestazioni. L’avere imparato a vivere situazioni emotive molto intense e talora estreme, nonché il loro ripetersi in modo continuo nel corso degli anni con esiti spesso vincenti, ha permesso all’atleta di sviluppare un’elevata stima di sé. Accanto a questo lato positivo derivato dall’esposizione continua allo stress agonistico e dalla scoperta positiva di saperlo affrontare, vi è  un altro aspetto che può invece aumentare il rischio di depressione e corrisponde alla scelta di fare dipendere la propria vita dal raggiungimento dei risultati sportivi. Così in caso d’insuccesso, a essere messo in discussione è il proprio valore come persona. Un fallimento che può portare a una depressione molto grave e in casi limite al suicidio. Non è un caso che Serena Williams avesse già sofferto in precedenza di depressione quando aveva dovuto smettere di giocare a causa di due problemi di salute. In un caso, si tagliò un piede con i vetri di un bicchiere, subendo due interventi chirurgici e così ha descritto il suo stato d’animo di quel periodo: “Specialmente quando ho avuto la seconda operazione (al mio piede), ero veramente depressa, piangevo tutto il tempo. Non volevo farmi vedere”. Nel 2011 soffrì anche di un problema polmonare e venne ricoverata in ospedale e operata. Quando rientrò in campo disse che non sapeva cosa aspettarsi, non voleva avere fretta e sperava che sarebbe ritornata a giocare come sapeva.  La sconfitta con Roberta Vinci, dopo un’annata trionfale, è stata lo stimolo che l’ha nuovamente messa in questa condizione di sofferenza. Se avesse vinto il torneo sarebbe diventata la prima tennista dopo quasi 30 anni a vincere nuovamente il Grande Slam, risultato raggiunto in precedenza solo da altre tre tenniste. Serena Williams si è portato questo macigno di aspettative per tutta la durata degli US Open, poi non l’ha più retto ed è crollata. Continuava a ripetere “Non sento la pressione”, come fosse un mantra che può cancellare la verità mentre invece questo approccio mentale le ha permesso solo di posticipare il suo dramma. Meglio avrebbe fatto ad accettare la paura di non riuscire a vincere nonostante sia attualmente la più brava. Non è facile ragionare in questo modo, quando il mondo pensa che devi vincere e non considera nessun altro risultato. In quei momenti non si hanno vie di fuga perché gli altri ti spingono con entusiasmo verso il baratro; l’unica alternativa sarebbe dovuta nascere da lei stessa: accettare che perdere era una possibile soluzione e che sarebbe potuto capitare. Se si vive nella convinzione che non si può perdere, che si deve sempre corrispondere alle aspettative degli altri e alle richieste del proprio Ego smisurato, quando invece la sconfitta si presenta, non si hanno strumenti per comprendere come questo evento sia potuto accadere e questo genera depressione per non avere saputo affrontare quella situazione con successo. La depressione inizia in quel momento con il disprezzo verso di sé. Mi auguro che Serena Williams si affidi a un bravo psicoterapeuta, che l’aiuti a capirsi e a confrontarsi con se stessa in modo più costruttivo.

La preparazione mentale nelle ultramaratone

  • Il prossimo 28 giugno centinaia di atleti parteciperanno alla 40^ edizione della Pistoia-Abetone. Ad attenderli ci sarà un duro percorso di 50 km. Possiamo dare qualche consiglio su come affrontare al meglio questa gara?

La pazienza è la prima qualità che deve dimostrare di possedere un ultra-maratoneta. All’inizio della gara ci si deve annoiare, nel senso che il ritmo della corsa deve essere facile ma non bisogna cadere nella tentazione di correre più veloce di quello che si è programmato.

  •  In una competizione così lunga sono inevitabili i momenti di crisi. Come è possibile superarli?

Nella corsa di lunga distanza le difficoltà sono inevitabili, quindi la domanda non è tanto “se ci troveremo in difficoltà” ma “quando verrà quel momento cosa devo fare per superarlo”. La risposta non può essere improvvisata in quel momento ma deve essere già pronta, poiché anche in allenamento avremo incontrato difficoltà di quel tipo. Quindi in allenamento: “come mi sono comportato, che cosa ho pensato, quali sensazioni sono andato a cercare dentro di me per uscire da una crisi?”. In gara abbiamo dentro di noi queste risposte, dobbiamo tirarle fuori. Ogni runner in quei momenti deve servirsi della propria esperienza, mettendo a fuoco le immagini e le emozioni che già in passato gli sono state utili.

  • Malgrado le difficoltà e i sacrifici per affrontare una gara di lunga distanza, il popolo dei maratoneti è in aumento. Come si spiega questa tendenza?

La corsa corrisponde a un profondo bisogno dell’essere umano. Infatti noi siamo geneticamente predisposti alla corsa di lunga distanza e più in generale si può affermare che il movimento è vita mentre la sedentarietà è una causa documentata di morte. Sotto questo punto di vista la corsa si è tramutata nelle migliaia di anni in attività necessaria per sopravvivere agli attacchi degli animali e per procacciarsi il cibo in un’attività che viene oggi svolta per piacere e soddisfazione personale. Inoltre, oggi come al tempo dei nostri antenati, la corsa è un fenomeno collettivo, è un’attività che si svolge insieme agli altri. Per l’homo sapiens era un’attività di squadra, svolta dai cacciatori per cacciare gli animali; ai nostri tempi la corsa soddisfa il bisogno di svolgere un’attività all’aria aperta insieme ai propri amici.

  •  Cosa non bisognerebbe mai fare a livello mentale in una competizione sportiva?

Non bisogna mai pensare al risultato ma concentrarsi nel caso della corsa sul proprio ritmo e sulla sensazioni fisiche nelle parti iniziali e finali della gara. Nella fase centrale è meglio avere pensieri non correlati al proprio corpo.

  •  Chi è per lei un campione?

Chiunque sia in grado di soddisfare i propri bisogni è il campione di se stesso e deve essere orgoglioso di avere raggiunto questo obiettivo personale. Quando invece ci riferiamo con questo termine ai top runner, i campioni sono quelli che riescono a mantenere stabili per un determinato periodo di tempo prestazioni che sono oggettivamente al limite superiore delle performance umane nella maratona e che in qualche occasione sono riusciti a superare.

  •  Nella sua esperienza di psicologo al seguito di atleti partecipanti alle Olimpiadi, c’è un ricordo o un aneddoto che le è rimasto nel cuore?

Prima di prove importanti i campioni provano le stesse emozioni di ogni altra persona. Spesso le percepiscono in maniera esagerata, per cui possono essere terrorizzati di quello che li aspetta. La differenza con gli altri atleti è che invece riescono a dominarle e a fornire prestazioni uniche. Ho vissuto questa esperienza per la prima volta ad Atlanta, 1996, in cui un atleta che poi vinse la medaglia d’argento, non voleva gareggiare in finale perché si sentiva stanco ed esausto. Questa stessa situazione l’ho incontrata in altre occasioni ma questi atleti sono sempre riusciti a esprimersi al loro meglio nonostante queste intense espressioni di paura.

  • Analizzando il panorama dell’atletica italiana, si ha la sensazione che i risultati migliori arrivino da atleti anagraficamente non così giovani come ad esempio negli anni Ottanta e che il vivaio di talenti stenti a decollare. Quale interpretazione possiamo dare di questo fenomeno e come evitare l’alta percentuale di drop-out sportivo nell’adolescenza?

Nel libro intitolato “Nati per correre” di A. Finn e dedicato agli atleti keniani vengono prese in considerazioni molte ipotesi sul loro successo emerge con chiarezza che la molla principale risiede nel loro desiderio di avere successo.

“Prendi mia figlia, ha aggiunto, è bravissima nella ginnastica, ma non credo farà la ginnasta. Probabilmente andrà all’università e diventerà medico. Ma un bambino keniano, che non fa altro che scendere al fiume per prendere l’acqua e correre a scuola, non ha molte alternative all’atletica. Certo anche gli altri fattori sono determinanti, ma la voglia di farcela e riscattarsi è la molla principale” (p.239).

  •  Si può affermare che la pratica di uno sport svolga un ruolo di prevenzione rispetto a disturbi mentali quali l’ansia e la depressione?

Lo sport e l’attività fisica promuovono il benessere se vengono svolte come attività del tempo libero e per il piacere di sentirsi impegnati in qualcosa che si vuole liberamente fare.  Al contrario quando vengono svolte allo scopo di fornire prestazioni specifiche possono determinare, come qualsiasi altra attività umana, difficoltà di ordine psicologico e fisico. Direi che vale anche per lo sport e l’attività fisica la stessa regola che è valida per qualsiasi attività umana. Il problema non proviene da cosa si fa: sport agonistico o ricreativo ma da come si fa: crescita e soddisfazione personale o ricerca del risultato a ogni costo e dagli obiettivi del contesto sociale e culturale nel quale queste attività vengono praticate: sviluppare la persona attraverso lo sport o vincere è l’unica cosa che conta.

(da Runners e benessere, Giugno 2015)

Psicoterapia + mindfulness efficace come psicofarmaci nella cura della depressione

Trovo interessante pubblicare in toto l’abstract di questo articolo in cui si è dimostrato che nel trattamento della depressione, la terapia cognitivo-comportamentale associata alla mindfulness produce risultati analoghi a quelli della terpaia farmacologica.

Effectiveness and cost-effectiveness of mindfulness-based cognitive therapy compared with maintenance antidepressant treatment in the prevention of depressive relapse or recurrence (PREVENT): a randomised controlled trial

Summary

Background

Individuals with a history of recurrent depression have a high risk of repeated depressive relapse or recurrence. Maintenance antidepressants for at least 2 years is the current recommended treatment, but many individuals are interested in alternatives to medication. Mindfulness-based cognitive therapy (MBCT) has been shown to reduce risk of relapse or recurrence compared with usual care, but has not yet been compared with maintenance antidepressant treatment in a definitive trial. We aimed to see whether MBCT with support to taper or discontinue antidepressant treatment (MBCT-TS) was superior to maintenance antidepressants for prevention of depressive relapse or recurrence over 24 months.

Methods

In this single-blind, parallel, group randomised controlled trial (PREVENT), we recruited adult patients with three or more previous major depressive episodes and on a therapeutic dose of maintenance antidepressants, from primary care general practices in urban and rural settings in the UK. Participants were randomly assigned to either MBCT-TS or maintenance antidepressants (in a 1:1 ratio) with a computer-generated random number sequence with stratification by centre and symptomatic status. Participants were aware of treatment allocation and research assessors were masked to treatment allocation. The primary outcome was time to relapse or recurrence of depression, with patients followed up at five separate intervals during the 24-month study period. The primary analysis was based on the principle of intention to treat. The trial is registered with Current Controlled Trials, ISRCTN26666654.

Findings

Between March 23, 2010, and Oct 21, 2011, we assessed 2188 participants for eligibility and recruited 424 patients from 95 general practices. 212 patients were randomly assigned to MBCT-TS and 212 to maintenance antidepressants. The time to relapse or recurrence of depression did not differ between MBCT-TS and maintenance antidepressants over 24 months (hazard ratio 0·89, 95% CI 0·67–1·18; p=0·43), nor did the number of serious adverse events. Five adverse events were reported, including two deaths, in each of the MBCT-TS and maintenance antidepressants groups. No adverse events were attributable to the interventions or the trial.

Interpretation

We found no evidence that MBCT-TS is superior to maintenance antidepressant treatment for the prevention of depressive relapse in individuals at risk for depressive relapse or recurrence. Both treatments were associated with enduring positive outcomes in terms of relapse or recurrence, residual depressive symptoms, and quality of life.

La mente del rugbista

La vita l’è bela. Basta avere l’ombrela. C’è Lo Cicero che dice addio e ringrazia. E invece tipi che proprio non ce la fanno. Prendi O’Driscoll e Wilkinson, leggende che dal rugby hanno avuto tutto e che al rugby hanno dato tutto: fintano, dribblano e alla fine restano ancora un anno. Sulla mente dei rugbisti leggi:

http://quartotempo.blog.lettera43.it/2013/05/08/rugby-psicologia-come-pensano-i-rugbisti-a-colloquio-con-alberto-cei/