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Chi è competitivo

“Portare a termine qualcosa di difficile. Padroneggiare, manipolare o organizzare oggetti fisici, esseri umani o idee. Farlo il più rapidamente e autonomamente possibile. Andare oltre gli ostacoli e mantenere elevati standard. Eccellere per se stessi. Rivaleggiare e superare gli altri. Incrementare la consapevolezza attraverso l’osservazione delle proprie esperienze di successo frutto del proprio talento.” L’ha scritto H.A. Murray nel 1938.

Queste parole le dedico agli atleti che hanno iniziato un nuovo quadriennio olimpico, che possano trovare il loro posto nel mondo dello sport.

Auguri e che la vostra tenacia e dedizione vi siano sempre amiche.

 

 

La motivazione del giovane atleta tra divertimento, agonismo e competenza

Gli allenatori sono fortemente consapevoli della stretta interazione tra motivazione e apprendimento. La motivazione è però un concetto teorico  che non può essere direttamente osservato e che può` essere  solo ipotizzato sulla base del comportamento degli atleti. In ogni caso,  la conoscenza del processo motivazionale è un fattore cruciale per ogni allenatore, che voglia  insegnare in modo efficace.

 Le motivazioni più importanti riconosciute dai giovani atleti  sono relative a:

  • competenza (imparare e migliorare le proprie abilità sportive)
  • divertimento  (eccitamento, sfida e azione)
  • affiliazione (stare con gli amici e farsi nuovi amici),
  • squadra (essere parte di un gruppo o di una squadra),
  • competere (gareggiare, avere  successo, vincere)
  • forma fisica (sentirsi in forma  o  sentirsi più forti)

Viceversa, le cause principali della diminuzione della motivazione o dell’abbandono della pratica sportiva sono da ascriversi a: mancanza di divertimento,  mancanza  di successo, stress da competizione,  assenza  di appoggio da parte dei genitori, incomprensioni con l’allenatore, noia e incidenti sportivi.

In sintesi sono i tre principali bisogni che l’atleta vuole soddisfare per mezzo dell’attività sportiva:

  •  divertirsi, soddisfa il bisogno di  stimolazione  ed   eccitamento;
  • dimostrare competenza, soddisfa il bisogno di acquisire  abilità e di sentirsi autodeterminati  nelle  attività  svolte
  • stare con gli altri, soddisfa il bisogno di  affiliazione con gli altri e di stare in gruppo.

Con riferimento al bisogno di stimolazione si può affermare che:

  •  Il successo va costruito calibrando il programma  da svolgere con le abilità e l’età dell’atleta.
  • L’allenamento deve essere mantenuto stimolante e  vario.
  • Ogni atleta deve essere attivo; non bisogna  lasciare agli atleti il tempo di annoiarsi.
  • Durante l’allenamento è necessario fornire agli  atleti l’opportunità di svolgere esercizi stimolanti.
  • Bisogna insegnare agli atleti a identificare obiettivi realistici.
  • Durante l’allenamento è utile stabilire dei  momenti in  cui  gli atleti si esercitano senza  essere  valutati dall’allenatore.

Per quanto riguarda il bisogno di competenza, è compito  dell’allenatore stimolare sia il bambino che il giocatore evoluto non solo ad imparare specifiche  tecniche sportive ma, anche, a sviluppare  il desiderio di progredire e  la  curiosità verso se stessi e l’ambiente in cui agiscono.

A tale proposito l’allenatore dovrà rammentare che:

  • Obiettivi specifici, difficili e  che  rappresentano una  sfida sono più efficaci di obiettivi specifici  ma facili,  di  obiettivi  definiti in termini di fai-del-tuo-meglio  e  di   non-obiettivi.
  • Gli atleti devono possedere un numero sufficiente  di abilità per raggiungere i loro obiettivi.
  • Gli obiettivi sono più efficaci quando sono definiti in  termini comportamentali, specifici  e  quantitativi, rispetto a quando sono definiti in maniera vaga.
  • Vanno definiti obiettivi intermedi che devono interagire con quelli a lungo termine.

Quanto al Bisogno di affiliazione esso si fonda sull’esigenza di appartenere  ad un gruppo e di esserne accettati,  stabilendo così con gli altri membri della squadra rapporti  significativi. Soddisfacendo il bisogno di  affiliazione  e di stima, l’atleta sperimenta  maggiore  fiducia verso  se stesso e maggior controllo nei riguardi  delle situazioni che si presentano. In effetti ogni atleta  e allenatore sa per esperienza che quando vi sono fra loro problemi  di comunicazione è difficile seguire il  programma di allenamento che è stato prefissato.

I punti chiave per soddisfare  il bisogno di affiliazione e di stima  degli  atleti possono essere così riassunti:

  •  Ascoltare le richieste degli atleti.
  • Comprendere i bisogni espressi, orientandoli  all’interno del programma annuale di allenamento.
  • Stabilire il ruolo di ogni atleta, definendo per ciascuno obiettivi realistici.
  • Riconoscere apertamente l’impegno posto nel  collaborare a obiettivi di gruppo.
  • Insegnare ai giocatori a correggersi reciprocamente.
  • Fornire istruzioni tecniche e incoraggiare  l’impegno personale.
  • Ridurre lo stress agonistico rinforzando l’importanza di gareggiare  dando il meglio di sé e riducendo l’importanza  attribuita al risultato.

In altri termini, l’allenatore per sviluppare nei suoi atleti i il senso di appartenenza a quel particolare gruppo, deve mostrarsi credibile e costante nei suoi atteggiamenti e comportamenti.

Per essere  credibili  bisogna essere sinceri con tutti i propri atleti: giovani  e adulti,  esperti e meno esperti, titolari e riserve. A  tale proposito è necessario:

  •  Condividere con gli atleti il programma tecnico, evidenziando le loro abilità e le aree da migliorare.
  • Spiegare le ragioni di tecniche e strategie:  saranno così ricordate meglio.
  • Non far promesse, personalmente o indirettamente, che si potrebbe non riuscire a mantenere.
  • Rispondere alle domande con competenza, sincerità, sensibilità.
  • Evitare di pronunciare frasi che potrebbero ledere la stima dell’atleta (es: “Non farai mai parte del gruppo dei migliori). Come indicazione ci si chieda: “Se fossi  l’atleta, vorrei sentirmi dire questo dall’allenatore?”.

Ti alleni a gareggiare?

A partire da quando i giovani atleti hanno acquisito le abilità tecniche richieste dallo sport che praticano e sono diventati bravi nell’esecuzione delle azioni sportive specifiche, diventa importante allenarli a gareggiare. Sono questi gli obiettivi dell’allenamento che si svolge a partire dai 16 anni e che porterà alcuni a diventare atleti di livello internazionale.  Non bisogna infatti confondere l’acquisita maestria con la capacità di fornire prestazioni adeguate al proprio livello. Infatti, non è difficile incontrare giovani adolescenti capaci, bravi dal punto di vista tecnico ma scarsi in gara. Per questa ragione una parte dell’allenamento, che con l’accrescere dell’età diventerà sempre più significativa e ampia, deve essere dedicata a raggiungere lo scopo di insegnare all’atleta ad esprimersi al meglio in condizioni di confronto con altri atleti. Per primo l’allenatore non deve avere timore nel riconoscere che questo è uno scopo essenziale del suo lavoro e delle esercitazioni che propone agli atleti. Questo tipo di allenamento ha l’obiettivo di insegnare all’atleta a mantenere inalterata la qualità della sua prestazione in condizioni di pressione competitiva.

Cercasi talenti? No, ha sbagliato nazione

Mentre nel mondo le aziende più importanti conducono tra di loro da anni una guerra per assicurarsi i migliori talenti e su Google troviamo decine di pagine selezionando “talent war”, noi invece viviamo in una nazione in cui questi due termini suscitano poco interesse. E’ quanto emerge da uno studio condotto da Bruno Pellegrino, Università della California, e Luigi Zingales, Università Chicago, secondo cui gli imprenditori italiani, non tutti per fortuna, preferiscono avere come diretti collaboratori degli “yes manager”, pronti in ogni istante a compiacerli nelle loro scelte a discapito di uomini e donne indipendenti e competenti. Si conferma la scarsa propensione dell’imprenditoria italiana alla cultura della prestazione che coniuga insieme la capacità di assumersi dei rischi e d’innovarsi con la necessità di mantenere in attivo il bilancio mentre al suo posto si diffonde il familismo amorale, che seleziona le persone per cooptazione. In tal modo ci si pone sulla strada che abbandona la ricerca del successo come massima espressione delle qualità aziendali e ci si avvia su quella in cui favoritismi e clientele diventano i fattori dominanti del successo. Il mondo del calcio professionista ancora una volta si rivela essere specchio di questo paese e di questo tipo d’imprenditoria: tanti stranieri mediocri e pochi giovani italiani talentuosi. Infatti, nella maggior parte delle squadre sono presenti pochi calciatori italiani e solo quest’anno sono stati introdotti 84 nuovi giocatori, che limitano ulteriormente l’accesso in squadra ai nostri giovani talenti.  Il danno che si viene a creare è molto grave. S’impedisce di fatto ai giovani italiani di giocare, si rende inutile l’attività giovanile poiché i migliori non troveranno squadre disposte a inserirli nell’organico, li si obbliga ad andare all’estero come è il caso di Immobile, Cerci e Verratti, si spendono inutilmente soldi per giocatori stranieri che non sono di valore, le squadre perdono ulteriore valore perché non possono contare su giocatori tenaci e che vogliono vincere. Non vi sono spiegazioni che permettono di comprendere questo fenomeno così auto-lesionista per i club. Certamente la professionalità dei dirigenti di calcio esce sconfitta da questo approccio e dato che questa pratica è così diffusa evidentemente non preoccupa anzi ne esce rinforzata. Naturalmente esistono aziende e squadre che si fondano sulla cultura della prestazione, seguiamole perché sono un pezzo importante della soluzione dei nostri problemi.

(leggilo su http://www.huffingtonpost.it/../../alberto-cei/)

Non ci sono più pasti gratuiti

“Non ci sono più pasti gratuiti” titola il Corriere della Sera. Non abbiamo mai pensato che questa è proprio la regola dello sport? “Se non sei grado di competere è meglio che stai a casa”. Detto così è brutale, ma è la realtà. Anche nel nostro sistema tanto criticato, però vi è un’organizzazione, il Coni, che spinge per mettere gli atleti nella condizione di vincere, cioè di essere competitivi. Sono il primo a dire che questo ruolo potrebbe essere svolto in modo migliore. Però c’è e si chiama Preparazione Olimpica che fornisce finanziamenti a progetti che hanno lo scopo di realizzare programmi che promuovono i nostri talenti nel mondo delle prestazioni agonistiche di livello mondiale.

Nello sport non ci sono pasti gratuiti: o vinci o perdi, sarà duro ma è così e devi combattere anche contro quelli che scelgono le scorciatoie: il doping. Nella politica la regola è invece diversa: si vota sulla promessa (toglieremo l’IMU, daremo posti di lavoro) e molti ci credono e si fiondano a votare per quel partito. I nostri partiti dovrebbero imparare dallo sport, finanziando idee e progetti che promuovono la competitività. Devono dire cosa vogliono fare per i giovani che sono disoccupati, per le aziende che non hanno credito dalle banche e che non sono pagate dalle banche e così via.

Lo sport ci insegna che le proposte devono essere percepite come semplici e realizzabili e non difficili e burocratiche. Ogni persona deve percepirle come realizzabili anche se non ha la raccomandazione, perché verrà valutato per le sue competenze e non per le amicizie. Competenze e imprenditorialità sono alla base della competitività. Familismo e raccomandazione sono invece le regole che conducono alla corruzione. I partiti devono decidere da che parte stare. Usino le regole dello sport e avranno la soluzione a questo dilemma, con la consapevolezza che si sta facendo di tutto, vedi doping, per distruggerlo.

Doping che in economia è un modo di procedere noto da tempo immemorabile, e che comporta il fare apparire per vero (ad esempio la riduzione delle tasse o i falsi in bilancio) ciò che nella realtà è falso. Vi prego non promettete ma dite quello che farete per aumentare la competitività dell’Italia, perché il problema non sono le tasse, ma come guadagnare i soldi per vivere in benessere.

(da http://www.huffingtonpost.it/alberto-cei/la-competitivita-e-assente-lo-sport-puo-insegnarla_b_2648227.html?utm_hp_ref=italy#comments)

Cos’è la competitività

“Portare a termine qualcosa di difficile. Padroneggiare, manipolare o organizzare oggetti fisici, esseri umani o idee. Farlo il più rapidamente e autonomamente possibile. Andare oltre gli ostacoli e mantenere elevati standard. Eccellere per se stessi. Rivaleggiare e superare gli altri. Incrementare la consapevolezza attraverso l’osservazione delle proprie esperienze di successo frutto del proprio talento.” L’ha scritto H.A. Murray nel 1938. Queste parole le dedico ai giovani atleti che in Italia negli sport di squadra giocano poco per via degli stranieri. Negli sport individuali certamente possono gareggiare, poichè nessuno gli può togliere il posto di squadra, però spesso devono allenarsi da soli o da sole, nel migliore dei casi con allenatori e allenatrici altrettanto volenterosi ma soli anch’essi. Auguri e che la vostra tenacia e dedizione vi siano sempre amiche.