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Il genitore nello sport risorsa o ostacolo?

Convegno dal titolo “IL GENITORE NELLO SPORT RISORSA O OSTACOLO?” che si terrà sabato 1° ottobre dalle ore 17.00 alle ore 19.00 circa presso l’aula magna del I.C. Leonardo Da Vinci di Civitanova Marche. Relatore prof. Alberto Cei . Il convegno nasce dall’esigenza di dirigenti e tecnici delle società sportive locali di riflettere sull’influenza dei genitori nell’attività sportiva dei propri figli nel tentativo di creare un’alleanza educativa. Negli ultimi anni il rapporto tra genitori e figli si è molto modificato, così come il grado di coinvolgimento dei genitori nella vita dei figli. Le società sportive e gli allenatori si trovano spesso spiazzati da questa presenza, con cui non sono abituati a rapportarsi e, d’altro canto, anche i genitori spesso sembrano non saper dare dei confini chiari al proprio ruolo. Probabilmente i ragazzi, che si trovano al centro di questa sorta di triangolo, rischiano di essere confusi. Proprio da questo spaesamento nasce l’idea del convegno, in cui vorremmo provare a costruire insieme alcune “modalità di convivenza” e un’alleanza che ci aiuti ad essere per i nostri ragazzi i migliori genitori e i migliori allenatori possibili. L’incontro è rivolto a genitori, dirigenti e tecnici dei settori giovanili di nuoto e di altri sport, insegnanti  e appassionati di sport.

Elogio del camminare

Camminare è il primo desiderio di un bambino e l’ultima cosa che vorrebbe perdere un anziano. Camminare è un’attività che non richiede sforzi fisici. È la cura senza farmaci, il controllo del proprio peso senza dieta, ed è il cosmetico che non si trova in farmacia. È un rilassante senza pillole, una terapia senza psicanalista, ed è la vacanza che non costa nulla. Camminare è conveniente, non richiede particolari attrezzature, è adattabile ad ogni esigenza ed è un’attività intrinsecamente sicura. Camminare è naturale come respirare.

John Butcher, fondatore di “Walk21”

Lo stato ponderale del bambino risulta correlato con quello dei genitori. Infatti, quando almeno uno dei due genitori è in sovrappeso il 22,2% dei bambini risulta in sovrappeso e il 5,6% obeso. Quando almeno un genitore è obeso il 30,7% dei bambini è in sovrappeso e il 13,3% obeso. Questi dati del Ministero della Salute si riferiscono alla provincia di Modena, in molte altre Regioni il trend è ancora più negativo.

 

“Too Small to Fail” molto utile per genitori e adulti

Segui Too Small to Fail molto utile per genitori e adulti

Focusing. Creating. Cooperating. Communicating. These are all important skills children learn when we play with them! Through play, children learn how to problem solve, work together, explore physical movements, overcome challenges, and much more. Play helps children develop critical social-emotional and language skills that will help prepare them for success in school and in life.

As children’s first and best playmates, parents and caregivers play a powerful role in nurturing these skills from birth. Here are a few tips on how you can encourage learning through play:

  • Make the most of your time playing with your child. From they day they are born, children learn through the everyday moments they share with their parents and caregivers. Check out these helpful tips from ZERO TO THREE.

Keep a box of everyday objects like plastic bottles, empty containers or old clothes for dress up. These are great items to help children spark their imagination. Through creative play, children explore the world in their own way, which is important for learning and development. Check out Raising Children Network for fun creative play activities.

 

#Respect Silent Weekend

La Federazione di calcio inglese ha istituito il Respect Silent Weekend. Genitori e allenatori non possono parlare e discutere quando i bambini giocano e devono restare in silenzio. Possono però applaudire ed esprimere parole d’incoraggiamento.

Un codice di condotta per genitori

Per i canadesi il principale problema nello sport è rappresentato dai genitori (60%), seguito dalle difficoltà di accesso per alcune persone (48%) e dalla violenza (48%)

I bambini devono crescere e svilupparsi nel loro sport o attività fisica, in un ambiente di comunicazione positiva e di rispetto. Nel loro rapporto con i bambini i genitori dovrebbero osservare un preciso e corretto codice di condotta. Il codice che segue è tratto da un manuale sviluppato dal Centro Canadese per l’Etica nello Sport. E’ contenuto in un manuale per allenatori di comunità e contiene regole che se rispettate determinerebbero un grande passo in avanti nel ruolo svolto dai genitori nello sport giovanile.

  • Ricorderò che il mio bambino fa sport per il suo godimento, non per il mio.
  • Incoraggerò mio figlio a giocare secondo le regole e a risolvere i conflitti senza ricorrere all’ostilità o alla violenza.
  • Insegnerò a mio figlio che fare del proprio meglio è importante quanto vincere, in modo che il mio bambino non possa mai sentirsi sconfitto dal risultato di una gara.
  • Aiuterò il mio bambino a sentirsi ogni volta vincitore, rinforzandolo a competere in modo equo e con impegno.
  • Non lo metterò mai in ridicolo o urlerò in seguito a un errore o dopo sconfitta.
  • Ricorderò che i bambini imparano meglio con l’esempio.
  • Applaudirò le buone prestazioni dei calciatori della nostra squadra e di quella avversaria.
  • Non costringerò mio figlio a fare sport.
  • Non metterò mai in discussione in pubblico il giudizio o l’onestà dell’arbitro.
  • Sosterrò tutti gli sforzi per eliminare gli abusi verbali e fisici dalle attività sportive per bambini.
  • Rispetterò e mostrerò apprezzamento per gli allenatori che offrono il loro tempo per consentire l’attività sportiva del mio bambino, sapendo che ho la responsabilità di essere parte dello sviluppo di mio figlio.

Lo psicologo dello sport nella Scuola Calcio… è d’élite

La Federazione Italiana Giuoco Calcio era tra le uniche che imponeva la presenza di uno psicologo dello sport per tutte le società che volessero rendersi qualificate o d’elite, come vengono definite attualmente. Ora non è più cosi e questo passo indietro richiede un’altrettanta significativa reazione e organizzazione degli psicologi dello sport impegnati nel calcio giovanile. L’attuale comunicato ufficiale tra i requisiti a scelta indica: “Sviluppo di un progetto formativo continuativo nel corso della stagione sportiva, realizzato attraverso la collaborazione con uno “Psicologo dello Sport” di provata esperienza con specifica qualifica ed iscritto al relativo albo professionale, quale esperto dello sviluppo delle relazioni umane.

L’apporto di tale professionalità dovrà identificarsi nell’attuazione di progetti di supporto riferiti in particolare alle figure che partecipano al percorso educativo del bambino (staff, genitori, etc)”.

Lo psicologo sarà quindi una scelta opzionale delle società, non è più obbligatorio e allora, dovrà rendersi necessario. Lo psicologo clinico spesso s’improvvisa nelle società organizzando improbabili sportelli con i genitori che, però, con la psicologia dello sport non hanno niente a che fare. Allora cosa fa e cosa propone lo psicologo dello sport nella Scuola calcio per rendersi realmente uno strumento d’élite?

Attraverso la mia esperienza nel calcio giovanile posso definire alcune linee guida essenziali che caratterizzano un progetto di psicologia dello sport nella Scuola calcio, tra queste: l’adeguatezza del metodo adattato all’età delle bambine e dei bambini, al territorio e al contesto organizzativo; l’utilizzo di strumenti psicologici specifici; la continuità dei tempi, il monitoraggio e la verifica costante; la programmazione di obiettivi psicologici specifici, ma anche trasversali alle altre aree interessate (tecnica, tattica, motricità), la progettazione di interventi operativi che permettano il raggiungimento degli obiettivi condivisi.

Di seguito alcune proposte da sviluppare e adattare al contesto in cui si opera:

  • Formazione dei tecnici
  • Osservazione in campo, restituzione e condivisione di quanto rilevato
  • Riunione operative con i genitori precedute da un analisi dei bisogni, calendarizzate e svolte non secondo uno schema di insegnamento frontale, ma attraverso tecniche didattiche interattive
  • Progetti integrati, riguardanti tematiche chiave all’interno della società e del territorio
  • Laboratori operativi psicologo e tecnico
  • Studi-ricerca su particolari aspetti del calcio giovanile

Queste sono solo alcune delle tante proposte operative che uno psicologo può proporre all’interno di una scuola calcio.

In ultimo, vorrei ricordare sia agli psicologi, sia a chi si trova a collaborare con loro che uno psicologo dello sport nella Scuola calcio non può prescindere da un’attività fondamentale: scendere in campo. Un giorno, dopo aver ascoltato la mia esperienza, un responsabile di Scuola calcio mi chiese stupito: ma quindi lo psicologo scende in campo?

Lo psicologo dello sport scende in campo e non esiste professionista dello sport che non tocchi il rettangolo verde e questo è ancor più vero quando parliamo di bambini e di calcio.

Le attività che possono essere svolte sono molteplici e possono, se ben organizzate, incidere fortemente sull’andamento prestativo, organizzativo e relazionale della Scuola calcio. Se siete psicologi dello sport, o operatori (tecnici e dirigenti) di Scuola calcio, non esitate a contattarmi per approfondire gli argomenti affrontati.

(di Daniela Sepio)

Bambini messi fuori dallo sport dai comportamenti negativi dei genitori

Bambini di otto anni lasciano lo sport per colpa del  comportamento dei genitori. E’ quanto emerge da un sondaggio del Marylebone Cricket Club (MCC) e il cricket charity Chance to Shine. Sono stati intervistati 1.002 di 8-16 anni, il 45% ha detto che il cattivo comportamento dei genitori ha fatto decidere di non fare sport. L’84% dei genitori di quei bambini ha convenuto che il comportamento negativo ha scoraggiato la partecipazione dei giovani.

Nel sondaggio, il 41% dei bambini ha dichiarato che i loro genitori criticano le loro prestazioni. Il 16% dice che è accaduto frequentemente o per tutto il tempo – mentre il 58% dei genitori ha affermato che c’erano più urla da bordo campo.

Un bambino ha riferito di aver visto una madre distruggere un finestrino della macchina dopo che la squadra avversaria ha segnato, un altro che un papà ha colpito l’arbitro per aver fatto uscire suo figlio, mentre un genitore ha ricordato che è stata chiamata la polizia quando due genitori hanno iniziato a picchiarsi.

Gli allenatori di Chance to Shine hanno organizzato un programma estivo di lezioni basate sui concetti di sport competitivo e  fairplay  rivolte a 350.000 bambini in oltre 5.000 scuole statali come parte della campagna di MCC Spirit of Cricket.

L’allenatrice Kate Croce, che gioca per l’Inghilterra, ha detto: “Vogliamo che i bambini siano competitivi, ma c’è una linea che non deve essere superata, valida per i bambini e per tutti i genitori invadenti.”

Tre frasi su cui riflettere

Tre frasi di John Wooden per genitori, atleti e allenatori con cui confrontarsi:

“La cosa migliore che può fare un padre per i suoi figli è amare la loro madre”.

“L’abilità può portare al top, ma serve carattere per rimanerci”.

“Un allenatore è qualcuno che può correggere senza determinare risentimento”.

La depressione degli atleti: un disagio diffuso e ignorato

Almeno il 20% degli atleti soffre di depressione, il fenomeno riguarda poi uno sportivo su due quando si arriva alla fine della carriera. Due aspetti vanno tenuti in grande considerazione quando parliamo di depressione nello sport. Il primo,  la psicopatologia prodotta da nevrosi e comportamenti instabili è poco frequente tra gli atleti di alto livello, perché lo sport è già una sorta di ‘vaccino’ contro questo tipo di manifestazioni. Nel contempo però vi un altro aspetto a far correre maggiori rischi: la scelta di fare dipendere tutta la propria vita dal raggiungimento dei risultati sportivi, con in aggiunta il contemporaneo giudizio  sul proprio valore come persona. Così in caso d’insuccesso, ad essere messa in discussione è l’intera vita. Un fallimento che può portare a una depressione molto grave e in casi limite al suicidio. La fase più critica nella vita dello sportivo è l’avvicinarsi della fine carriera. Qui a correre il rischio depressione e’ il 50% dei professionisti. E non dipende dalla popolarità dello sport o dal titolo di studio del campione. Quando si spengono le luci della ribalta la vita degli ex atleti puo’ diventare vuota e scialba. Chi non si è preparato un’alternativa al campo finisce nel vortice depressivo. Il “male oscuro” In Italia, colpisce il 6% degli adulti di età compresa tra i 18 e i 69 anni, e in maggioranza donne. Questi i dati fotografati dal sistema ‘Passi’ coordinato dal Centro nazionale di epidemiologia e promozione della salute (Cneps) dell’Istituto Superiore di Sanità. Inoltre nello sport, gli atleti che hanno utilizzato il doping, abusando ad esempio di steroidi anabolizzanti, corrono un forte rischio di manifestare fenomeni depressivi. Ecco perché oltre al calcio, sono il ciclismo, l’atletica leggera e gli sport di resistenza le discipline dove la patologia depressiva è più diffusa. Il rischio, per molti atleti e sportivi in genere, è quello di perdere il contatto con la realtà. L’attenzione ai problemi depressivi degli sportivi a livello agonistico è scarsa. Spesso i giovani talenti manifestano sul campo i sintomi di un’indolenza nei confronti delle forti pressioni psicologiche che subiscono per diventare super-campioni: si allenano male, rendono poco nelle gare. Dimostrando così agli altri che c’è un problema. Inoltre, spesso vengono già da situazioni di forte stress familiare, dove i genitori fin da piccoli li hanno stimolati a ottenere sempre il massimo. A essere competitivi a tutti i costi.

 

La prima abilità per vincere è la pazienza

È risaputo che la pazienza è un’abilità mentale importante che permette di tollerare gli errori e gli insuccessi. Consente, infatti, di non dimenticare cosa siamo capaci di fare e di continuare a servirsene per raggiungere i nostri obiettivi. Pertanto chi non ha la pazienza, mentre si rifiuta di accettare gli errori, non viene esentato dal commetterne altri e finisce con il provare sofferenze maggiori.

Genitori e allenatori devono fare proprio questo atteggiamento mentale perché consente loro di mantenere elevata la motivazione e la convinzione che con l’impegno e dedizione i loro figli e atleti potranno gareggiare al meglio di sé. Gli atleti, dal loro punto di vista, devono accettare come ha scritto Ludio Dalla “che la vita è lotta dura, coraggio e la voglia d’inventare”.