Archivio mensile per gennaio, 2021

Pregiudizi pre-gara degli atleti

Nella mente di ogni atleta prima di una gara importante si presentano molti pensieri. Sono come dei venditori che vogliono farti comprare il loro prodotto, ma non sempre questa merce è la migliore per affrontare la competizione. Talvolta l’atleta riesce ad acquistare solo le idee che gli servono mentre in altre occasioni comprano la prima che gli viene proposta e le lasciano occupare la mente.

Non è certo un problema che idee negative e ansiogene si affaccino alla mente, lo diventa solo se l’atleta ne sceglie e la ingigantisce.

Perché si tratta proprio di scegliere, non c’è nessuna imposizione. E’ l’atleta che accetta un pensiero (con relativo stato d’animo) e permette che si diffonda nella sua mente.

Alcuni pregiudizi pre-gara degli atleti:

  1. “Speriamo vada tutto bene”
  2. “Proprio adesso dovevo trovarmi difficoltà”
  3. “Scommetto che faranno la gara della vita”
  4. “Ho fatto tutto quello che dovevo, ora vediamo come va”
  5. “Speriamo che non succeda come l’ultima volta”
  6. “Importante è cominciare bene”
  7. “Non devo rilassarmi/arrabbiarmi/abbattermi”
  8. “Sono così in forma che devo vincere”
  9. “Con questo avversario devo vincere, altrimenti…”
  10. “Importante è che a un certo punto non cominci a pensare al risultato”

 

 

 

 

#InaugurationDay

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Tiro a volo: aspetti psicologici pandemia

Yvonne Dowlen: a 90 anni sui pattini

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CI VEDIAMO FRA QUALCHE GIORNO

Il nuovo stile di leadership del calcio

La leadership trasformazione è il nuovo modello di guida che partendo dal mondo manageriale si è esteso negli ultimi anni a quello dello sport. Eccone le 4 caratteristiche principali e gli esempi di allenatori di calcio che la utilizzano

  1. Influenza idealizzata – Trasmette orgoglio ai collaboratori, rappresenta un buon esempio da seguire e permette al leader di guadagnarsi il rispetto dei collaboratori in un modo che incrementa la rilevanza dei valori. Ferguson: “Ho sempre molto orgoglio nel vedere i giocatori più giovani che si sviluppano”. In tal modo il lavoro di un allenatore è analogo a quello di un insegnante. Si formano le competenze tecniche, si costruisce una mentalità vincente e persone migliori.  Questo determina nei giovani fedeltà verso la Società, poiché sono consapevoli della opportunità che hanno ricevuto.
  2. Motivazione inspirazionale – Trasmette la visione di dove il gruppo sta andando motiva i membri del gruppo e li stimola nel contempo ad assumere compiti sfidanti. Comunica ottimismo ed entusiasmo e stimola l’auto-efficacia. Guardiola: “Io non voglio che tutti cerchino di dribblare come Leo Messi, bisogna passare la palla, passarla e passarla di nuovo…  Passare, muoversi bene, passare ancora una volta, passare, passare, e passare … Voglio che ogni mossa sia intelligente, ogni passaggio preciso, è così che facciamo la differenza dal resto delle squadre, è tutto quello che voglio vedere”.
  3. Stimolazione intellettuale – Incoraggia la soluzione dei problemi attraverso nuove e creative strategie. Klopp: ““Giocare partite indimenticabili, essere curiosi e impazienti di giocare la prossima partita per vedere cosa succederà, e questo è ciò che dovrebbe essere il calcio. Se fai tuo questo atteggiamento, avrai successo al 100%”.
  4. Considerazione individualizzata – Riconosce l’impegno  e i bisogni di ognuno all’interno del gruppo, attraverso l’empatia, l’ascolto, la compassione e il processo di coaching. Mourinho: “Ci sono molti modi per diventare un grande manager … ma soprattutto credo che la cosa più difficile sia di condurre gli uomini con differenti culture, cervelli e qualità”. All’Inter concesse una vacanza a Wesley Sneijder che era esausto. “Tutti gli altri allenatori hanno parlato solo di formazione”, ha detto Sneijder. “Mi ha mandato in spiaggia. Così sono andato a Ibiza per tre giorni. Quando sono tornato, ero disposto a uccidere e morire per lui”.

Doping, più tolleranza è giusta?

Dal primo gennaio di quest’anno, un atleta sorpreso ad avere fatto uso di droga (cocaina, eroina, ecstasy, cannabis) dopo un controllo rischia una squalifica di soli tre mesi, riducibili addirittura a 30 giorni se dà prova di essersi pentito e partecipa a un programma di recupero. Pe la WADA la cosa importante è che quella droga non abbia alterato il risultato della prestazione.

Ma lo sport non doveva avere un ruolo educativo? Non doveva tenere lontani i giovani dalle droghe? Non doveva essere un esempio di vita sana e rivolta al benessere? Non doveva insegnare a vivere le frustrazioni e le difficoltà in modo costruttivo? Non doveva insegnare la responsabilità e l’etica del lavoro? Ok, non c’è riuscito!!!

 

 

 

I segreti degli atleti master

Sempre più persone over35 continuano a praticare sport a livello agonistico e questo articolo pubblicato dall’organizzazione canadese che si occupa di sport e attività fisica propone come gli allenatori dovrebbero comportarsi con questa tipologia di atleti.

Quello dell’allenamento dei master è un tema relativamente nuovo, che ha colto gli esperti medici e fisiologi alla sprovvista poiché ragionando in modo tradizionale hanno raggiunto un’età in cui non è più possibile fornire prestazioni di livello assoluto. Questi limiti sono scientificamente dimostrati ma la questione rilevante mi sembra un’altra.

Quali sono i limiti che persone che svolgono attività sportiva in maniera agonistica possono raggiungere non è poi così chiaro, conosciamo molto meglio i danni provocati dalla sedentarietà. Sarebbe interessante conoscere meglio quale sia la relazione fra genetica, psicologia, medicina e fisiologia. Anche conoscere meglio i numeri sarebbe di utilità. Se penso alle persone della mia età quindi over 65, sappiamo che solo il 10% degli uomini e l’8% delle donne praticano sport in modo continuativo e che il 5% dei maratoneti cadono in questa fascia d’età. Non sappiamo però quanti sono quelli che si allenano con regolarità settimanale in uno sport specifico piuttosto che quelli che camminano. Sappiamo che una attività svolta in maniera equilibrata, non orante dal punto di vista dell’usura del corpo è auspicabile, ma qual è la differenza fra questa persone è quelle che invece svolgono attività agonistica. Il segreto risiede nello stile di vita o nella genetica, nell’usura a cui sottoposto loro stessi nei decenni precedenti? Sono stante le domande a cui possiamo dare risposte a mio avviso per ora generiche o basate su stereotipi sociali.

Intanto leggiamo questa ricerca canadese che apre uno squarcio sull’allenamento dei master e le competenze degli allenatori.

La psicologia domina nel calcio, ma non gli psicologi

Nel calcio si parla molto di psicologia e ancora ieri abbiamo sentito le frasi di Antonio Conte, sull’ansia dei suoi giocatori, quelle di Fonseca sui 20% di blackout della sua squadra e quelli di Andrea Pirlo sulla mentalità vincente che deve avere la Juventus. Qualche tempo fa Alessandro Costacurta aveva parlato della intelligenza emotiva che dovrebbe guidare i calciatori.

Queste frasi dimostrano quanto sia elevata la sensibilità di questo mondo sportivo sulla psicologia, la question però è che sono meno delle dita di una mano quelli che lavorano in una società di calcio. Chi se ne occupa nella squadra? L’allenatore è lo psicologo della squadra se questo da una parte è una funzione del tutto abituale per chi svolge un ruolo di leadership in qualsiasi gruppo , dall’altra rappresenta un ulteriore grado di responsabilità che non condivide con nessuno poiché all’interno dello staff non è presente uno psicologo dello sport.

Quest assenza, ovviamente, non è di oggi ma è una costante con qualche eccezione. Attualmente a mia conoscenza solo La Juventus e il Verona ne hanno uno che lavora con i calciatori.

Non va meglio neanche nei settori giovanili e nelle scuole calcio dove invece sono abbastanza diffusi ma spesso con ruoli marginali.

Siamo molto lontani dal ruolo che lo psicologo svolge nel club USA. Robert Nideffer e Kenneth Ravizza hanno lavorato per anni con molte squadre di football americano e di baseball. Il sistema di valutazione del comportamento dell’allenatore nel baseball giovanile è stato introdotto ormai più di 40 anni fa. Nel calcio nel Regno Unito, Chris Harwood ha proposto un programma di sviluppo degli allenatori della accademia di calcio fondato su caratteristiche psicologiche, che ormai è utilizzato dalle società di calcio ed è diffuso nel mondo di lingua inglese.

Da noi siamo fermi a esperienze di singoli/e professionisti/e, pochi/poche, e comunque l’interesse delle società è scarso.