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La mentalità di chi non rispetta le regole

“Finché respiro spero” diceva Cicerone, oggi lo potremmo tradurre in “finché c’è vita c’è speranza”, più brutale ma altrettanto vero. Il coronavirus colpisce proprio questa capacità che è alla base dei bisogni fisiologici e psicologici degli esseri viventi.  Si può non bere o mangiare per qualche giorno, ma non si può fare a meno di respirare neanche per qualche minuto se non siamo un campione di apnea subacquea. Una respirazione corretta è alla base dell’auto-controllo e gli stress della nostra vita quotidiana determinano come primo effetto negativo proprio problemi di respirazione. La paura ci fa bloccare il fiato, la rabbia  l’altera per permetterci di urlare contro qualcuno, la tristezza la riduce a un filo d’aria che entra ed esce e l’ansia ci fa respirare in modo affannoso e superficiale. Il respiro riflette il nostro livello di forma fisica e di benessere e uno degli effetti di questo nuovo virus è di bloccarlo e di rendere necessario in molti casi la respirazione assistita, pena la morte. Mario Garattini, fondatore dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri, ha detto che “tutto dipenderà da noi, dalla nostra capacità di evitare il contagio. Atteniamoci alle disposizioni. Se tutti avessero stili di vita adeguati e ci fosse un’adeguata prevenzione, forse saremmo più resistenti”.

Questa consapevolezza, associata alla diffusione mondiale del coronavirus e ai suoi effetti devastanti dovrebbe avere sufficientemente terrorizzato le persone da non farle più uscire di casa, motivandole a seguire le regole che sono state diffuse e le cui attuazione è obbligatoria. Ciò nonostante migliaia di persone hanno continuato a viaggiare lungo tutto il paese e la polizia ha multato più di 2000 persone per violazione alle norme restrittive del decreto governativo. Quali le ragioni di questi comportamenti? Superficialità, approccio troppo positivo al problema, angoscia e scarsa abitudine a seguire le regole. La superficialità è una specie di pensiero magico, in cui si pensa che il corona virus sia un problema che riguarda altri, ad esempio anziani e malati, è un modo per proteggersi da sentimenti di tristezza nel breve periodo. Queste persone negano l’esistenza del problema e, quindi, mettono in atto dei comportamenti di fuga dalla loro realtà. Un secondo tipo di atteggiamento è delle persone che hanno un approccio non mediato dalla realtà e che è troppo positivo, come ad esempio chi pensava all’inizio della diffusione che era poco più che un’influenza. Sono individui che vivono nell’illusione di soluzioni positive a breve termine. Un po’ come chi inizia una dieta o vuole smettere di fumare ed è fiducioso di riuscirci solo per il fatto di avere preso questa decisione, sono forme di pensiero illusorio per cui ai primi ostacoli le persone rinunciano a seguire le nuove regole che si sono date perché è troppo difficile. Nel caso del coronavirus il problema si manifesta nella difficoltà a mantenere le regole del distanziamento fisico dalle altre persone e quindi si esce, si fa una passeggiata in compagnia e si porta i figli a giocare ai giardini. Simile negli effetti ma diverso nelle ragioni è l’approccio di chi prova angoscia nel restare a casa, si percepisce come prigioniero, si sente leso nelle sue libertà di movimento e vive questa condizione in modo claustrofobico. Per superarla trova l’unica soluzione nell’uscire fuori. Infine, vi sono coloro che vivono in modo reattivo alle regole, hanno un atteggiamento da eterni adolescenti in lotta contro le norme del mondo degli adulti. Hanno difficoltà a fare proprie le regole, che in questo caso sono obbligatorie, e a sviluppare un concetto pluralistico della convivenza sociale basata non solo sui propri diritti ma anche sui doveri nei riguardi della collettività.

Queste sono alcune possibili interpretazioni di comportamenti che in un periodo di crisi mondiale come quello che stiamo vivendo e di sconvolgimento della nostra quotidianità possono spiegare le azioni dei molti che sembrano non volersi adattare alle nuove regole.

Tom Izzo e la sua leadership intimidatoria

Tom Izzo, allenatore del Michigan State, ha dovuto essere frenato dai suoi giocatori a difesa della matricola Aaron Henry. Lo scambio  è arrivato dopo un 10-0 degli spartani. Izzo era furioso con Henry per una ragione sconosciuta. Questa non è la prima volta che entra in campo.

A sua difesa Winston ha detto: “Il coach è pieno di passione, emozione e amore, sai, quelle sono le cose principali che lo rendono grande come lui. Quando ti insegue o quando sta urlando, non è mai pericoloso. Non è mai per odio. È letteralmente lui che vuole il meglio per te e lui che ti sfida e ti spinge il meglio che puoi e ha funzionato per anni, anni e anni.

Non dovrebbe comunque esserci posto per una leadership abusiva, minacciosa e intimidatoria – ovunque! Se Tom Izzo, allenatore del Michigan State, guida  la sua squadra in questo modo quando è in pubblico, cosa fa quando non ci sono telecamere?

Tom Izzo Has to be Held Back from Going Full Bobby Knight on One of His Players

Tre frasi su cui riflettere

Tre frasi di John Wooden per genitori, atleti e allenatori con cui confrontarsi:

“La cosa migliore che può fare un padre per i suoi figli è amare la loro madre”.

“L’abilità può portare al top, ma serve carattere per rimanerci”.

“Un allenatore è qualcuno che può correggere senza determinare risentimento”.

La rabbia nel tennis

L’altro giorno stavo osservando in un circolo di tennis una partita fra quattro signore che hanno passato la maggior parte del tempo a chiedersi “Scusa.” Lo dicevano alla compagna di doppio dopo un errore, alle avversarie quando la palla prendeva la rete o dopo un colpo fortunoso. Vi era molta attenzione a controllare la situazione dal punto di vista emotivo, per evitare che l’altro, compagna o avversaria, s’irritasse. Emozioni anche se diverse le mostrano pure i più giovani, quando continuano a parlarsi insultandosi e dicendosi le peggiori cose su di sé e neanche i campioni sono immuni da queste espressioni emotive. Senza scomodare John McEnroe, basti ricordare che il tranquillo e educato Federer da ragazzo era molto indisciplinato in campo. L’episodio di violenza offerto da Nalbandian durante la finale del torneo londinese del Queens non è altro che una riprova estrema di quanto il tennis stimoli nei giocatori l’emergere di una condizione di fragilità emotiva che, alle signore di buona famiglia fa dire ripetitivamente “Scusa, scusa” mentre negli atleti determina veri e propri scoppi d’ira o naturalmente anche la condizione opposta, e cioè stati di catatonia fisica e mentale che portano a perdere i set a zero.
L’ira nel tennis ha un effetto devastante sulla prestazione, poiché nessuno è in grado di gestirla a proprio favore, è una condizione che annebbia la mente, con effetti sul fisico che portano a sentire il braccio rigido mentre la racchetta diventa una clava da agitare vorticosamente a vuoto. Non è un caso che i tennisti contemporanei emettano dei versi vocali o per meglio dire gridino nell’atto di colpire la palla. Infatti il grido svolge diverse funzioni:
• Determina nel giocatore la percezione di colpire più forte la palla. Attraverso l’urlo s’imprime più forza al colpo.
• Scarica la tensione emotiva che si sta provando in quel momento. Alzare il volume della voce di solito impedisce l’accumulo di stress.
• E’ un comportamento primitivo per affermare la propria dominanza su quel territorio. Vi ricordate il grido di Tarzan nella foresta?
• E’ un comportamento teso spaventare l’avversario. L’oggetto della propria aggressività è l’altro che va emotivamente dominato.
Da questi comportamenti emerge che il tennis è un gioco in cui bisogna mostrare quelle emozioni che sono utili per condurre il proprio gioco e, non a caso, servire bene è un fattore decisivo perché in esso si fondono insieme tecnica, forza e cattiveria agonistica. Se uno di questi tre aspetti è carente il tennista ha un problema importante da risolvere e il suo avversario se è bravo ne trarrà sicuramente vantaggio.
Quindi accanto al miglioramento tecnico è imprescindibile un significativo impegno a migliorare mentalmente quale che sia il livello di abilità che si possiede.  Tennis mentale: http://www.tennisworlditalia.com/?section=corso&id=14&pag=-1

La rabbia di Dunga

La facilità di Dunga a irritarsi è stata sotto gli occhi di noi spettatori in ogni istante della partita, anche quando Il Brasile era in vantaggio contro l’Olanda. Come si fa a trasmettere fiducia ai propri giocatori quando si è così instabili? Sono convinto che la sua difficoltà a gestire la propria impulsività sia stata una causa decisiva della sconfitta con l’Olanda.