Archivio mensile per maggio, 2022

Allenatore dà uno schiaffo a giocatrice

Arrabbiarsi con una giocatrice è certamente legittimo per un allenatore, così come è indispensabile che eserciti su di sé l’autocontrollo prima di manifestare qualsiasi comportamento. E’ quello che invece non ha fatto Luciano Bongiorno, allenatore del Basket Roma nei confronti di una giocatrice della squadra. Mi associo alla condanna di questo comportamento violento.

Trovo altrettanto grave che ad ora non vi sia stata alcun commento da parte del Club.

Differenza Donna APS e Assist Associazione nazionale Atlete chiedono l’immediato intervento del Presidente della Federazione Pallacanestro, Giovanni Petrucci, e presidente del CONI Giovanni Malagò, perché l’allenatore del Basket Roma, Luciano Bongiorno, venga immediatamente radiato e non abbia più modo di esercitare la professione di allenatore. “Per noi di Associazione Differenza Donna è evidente che questo gesto non rappresenti lo Sport ciò che esso significa per la crescita di tutti e tutte. Non è sport, ma è violenza.” dice Elisa Ercoli presidente di Differenza Donna. “Questa è una bruttissima pagina di sport, che non può che prevedere provvedimenti immediati ed esemplari. Vergognoso e inaccettabile” dice Luisa Rizzitelli Presidente di Assist.

Breve analisi incompleta del Campionato di Serie A

Un modo per interpretare i risultati del campionato di Serie A appena concluso ma più nello specifico le prestazioni delle squadre consiste nel fare nostra l’idea che: “siamo ciò che facciamo con continuità”. Seguendo questa logica non è tanto importante sapere cosa sa  o non sa fare una squadra ma cosa ha fatto, quindi, come ha giocato ogni partita. Spesso si dice: “non meritavamo di perdere, abbiamo fatto tanti tiri e neanche un goal mentre i nostri avversari hanno segnato al primo tiro in porta”. La questione è però un’altra e sarebbe più esatto riconoscere che: “noi abbiamo sbagliato molti tiri, loro ne hanno fatto uno solo ma è stato sufficiente a superare la difesa e battere il portiere”.

Affermare “siamo quello che facciamo” è un modo di ragionare che scaccia ogni alibi nella valutazione di un’azione, di una partita e di un’intera stagione.

Questo approccio conferma che chi vince, ovviamente nel rispetto delle regole, ha mostrato qualcosa in più rispetto a chi ha perso. Inter e Napoli hanno mostrato qualcosa in meno rispetto al Milan, poiché hanno fallito alcune partite decisive mentre il Milan, oggi campione d’Italia, ha superato gli stessi ostacoli in modo vincente. Personalmente, sono convinto che la collaborazione fra Maldini, Pioli e Ibrahimovic abbia costituito un fattore determinante nel sostenere in modo continuativo la squadra durante il campionato, mentre nelle altre due più dirette avversarie accanto all’allenatore non vi sono state figure così influenti. Anche se si vuole interpretare i risultati negativi di Napoli e Inter nelle ultime fasi del campionato in termini d’incapacità di gestire gli stress agonistici determinati dal lottare per lo scudetto, dobbiamo comunque servirci dello stesso metro di esame. La mancanza di convinzione e l’ansia dimostrate in campo sono fattori su cui ambedue le squadre dovranno migliorare il prossimo anno. Mi sembra, invece, che anche nei commenti sui media si preferiscano interpretazioni più conservative, spiegando i risultati negativi con la mancanza di alcuni calciatori venduti o infortunati. A mio parere sono valutazioni che non mettono in evidenza il valore che merita la coesione e la motivazione di squadra. I problemi non sono responsabilità degli assenti ma vanno attribuiti ai presenti, che devono essere pienamente responsabilizzati su “cosa devono fare” per raggiungere gli obiettivi di ogni partita. A tale proposito, i club dovrebbero prevedere l’organizzazione psicologica della squadra e sapere chi sono i Maldini e gli Ibrahimovic della loro squadra, per non lasciare solo il mister a svolgere questo lavoro sulla mentalità della squadra.

Essere d’ispirazione ad altri a 80 anni

“Cerco di essere un’ispirazione”, ha detto Walter Lancaster, 82 anni, al New York Times. “Molte persone, sai, si impigriscono o altro. E io dico: ‘Guarda. Devi continuare a muoverti’. Questo è il segreto. Continuare a muoversi”.

Sfido chiunque 30 anni fa a dire che avremmo mai sentito una frase di questo da una persona over80. Avremmo pensato a qualcosa di ridicolo, che quello non è sport e che queste persone erano dei poveretti che si mettevano in ridicolo. Oggi, invece, non solo succede sempre più spesso ma possono essere d’ispirazione per chiunque, quale che sia l’età. Per i giovani sempre più sedentari e per gli adulti che pensano che non solo lo sport, ma anche semplicemente muoversi non è per loro. Viviamo anni in cui l’80% degli adulti soffre di mal di schiena, che per loro diventa la principale ragione per non muoversi.

In Italia abbiamo il 20% e il 16% degli over60 uomini e donne che praticano sport. Dovrebbero essere loro la nostra fonte d’ispirazione. Invece, non appaiono mai queste notizie sui quotidiani e sui social. Dovrebbero essere loro al centro di chi si occupa di benessere, degli psicologi che dovrebbero studiarne la psicologia e dei fisiologi e biomeccanici che dovrebbero invece comprendere a fondo le reazioni del loro fisico.

Bisognerebbe anche capire se questi sportivi sono gli stessi rappresentati nella categorie di età precedenti. Ad esempio, all’interno del 30% di uomini e il 21% di donne praticanti nella fascia di età tra 35-44 anni quanti di loro fanno ancora sport fra gli over60? Quanti fra gli over60 sono da pochi anni attività come sportivi? Probabilmente è per mia ignoranza che non conosco questi dati ma di certo non sono diffusi fra chi lavora nello sport.

Il calcio come strumento di inclusione

Da tempo, il coinvolgimento e la piena realizzazione delle persone con disabilità, considerate la più ampia minoranza al mondo, costituiscono una priorità di ricerca e di sviluppo a livello internazionale. Grazie anche a studi specifici, si è sviluppata la consapevolezza che lo sport e, più in generale l’attività motoria, siano uno strumento decisivo per promuovere il loro sviluppo psicosociale e motorio. In quest’ottica, le persone con disabilità non sono più considerate persone da aiutare, ma cittadini a cui garantire diritti e scelte. Sviluppare l’attività motoria e sportiva nei bambini con disabilità fisica o intellettiva permette quindi di ribaltare la loro condizione prevalentemente sedentaria, ottenendo grandi benefici a livello fisico, nei processi cognitivi, nella vita affettiva e nelle loro relazioni con i compagni e con gli adulti. Le poche ricerche condotte finora mostrano che, a livello motorio, i ragazzi con disabilità sono molto meno attivi dei loro coetanei con sviluppo tipico e che la percentuale di individui sedentari aumenta con il crescere dell’età. Nonostante le evidenze e nonostante lo sport risulti essere un efficace sostegno alle terapie in cui sono coinvolti, la diffusione di programmi di attività motoria dedicati a loro è ancora marginale.

 Il progetto “Calcio Insieme”

Il calcio è lo sport più amato e praticato dalle bambine e dai bambini di tutto il mondo, ma per i giovani con disabilità intellettiva le opportunità di viverlo come una normale esperienza formativa e di gioco sono rare, se non del tutto assenti. Questa situazione si traduce in un evidente divario nell’accesso alla pratica sportiva: una risorsa vitale, come stabilito dalla Dichiarazione dei Diritti dell’uomo. Alla luce del ruolo fondamentale che l’attività sportiva svolge nello sviluppo fisico e comportamentale dei più piccoli, specie se praticata in squadra, il fenomeno si configura come un fattore di esclusione sociale critico, in particolare se si considera l’ampiezza di questa congiuntura: la pratica sportiva per i giovani con disabilità intellettiva è ancora poco diffusa e studiata, non solo in Italia ma in tutto il mondo. La maggior parte delle esperienze riguarda specifiche attività motorie quali la corsa e le attività in acqua: non esiste invece una pratica analoga nell’ambito dei giochi di squadra e all’interno delle società sportive di calcio. È diffusa, infatti, la convinzione che i giovani con disabilità intellettive fatichino a relazionarsi con gli altri e a essere parte di una squadra. Per questa ragione, finora, si sono privilegiati gli sport individuali.

Con l’obiettivo di cambiare questa prospettiva, nel 2015 la AS Roma ha avviato, in collaborazione con l’Accademia di Calcio Integrato, il progetto “Calcio Insieme”, volto ad affermare il diritto dei ragazzi e delle ragazze con disabilità intellettiva a vivere lo sport come un momento di crescita psicologico, sociale e motorio, esattamente come i loro coetanei. In questi giorni siamo giunti al termine del settimo anno di attività.

Un’attività da pianificare e svolgere in sicurezza e con professionalità

Il successo di un progetto di questo tipo dipende da molti fattori: la competenza dello staff, la specificità del programma didattico, il coinvolgimento delle scuole e delle famiglie, la corretta valutazione della condizione motoria e psicologica all’inizio e alla fine di ogni anno di allenamento. Questo approccio metodologico supera l’idea che offrire loro la possibilità di praticare uno sport sia già di per sé una misura sufficiente. Approcci di questo tipo, uniti alla mancanza di competenza degli operatori, hanno impedito di migliorare la proposta sportiva e di confrontare fra di loro le esperienze sportive di questo tipo.

Per sviluppare un progetto consapevoli dei rischi in termini di sicurezza e salute di partecipanti e soddisfare le esigenze dei ragazzi e delle loro famiglie, AS Roma  e l’Accademia di Calcio Integrato hanno formato uno staff composto esclusivamente da laureati in scienze motorie, alcuni già istruttori della Roma, da psicologi dello sport, un logopedista, un medico, un responsabile dei rapporti con le famiglie e scuole, un direttore scientifico, un direttore tecnico dell’A.S. Roma e un responsabile del progetto e dei rapporti istituzionali. Tutti hanno partecipato a un corso di formazione per conoscere i profili della disabilità intellettiva e per definire il programma di attività sportiva e i criteri di valutazione. Inizialmente il progetto ha coinvolto 30 bambini e bambine tra i 6 e i 12 anni, ma in seguito il numero è cresciuto fino ad arrivare a 80 giovani dai 6 ai 18 anni, suddivisi in gruppi in base alle loro capacità funzionali. Tra questi, 20 ragazzi con problematiche come l’assenza di linguaggio, l’estrema difficoltà a interagire con persone e situazioni nuove, difficoltà motorie gravi e comportamenti oppositivi, hanno un istruttore o uno psicologo dedicati, mentre per gli altri sono stati organizzati dei gruppi.

I risultati di un approccio scientifico

Gli studi condotti sui risultati del programma e pubblicati su riviste scientifiche mostrano un miglioramento significativo nelle abilità motorie di base come camminare, correre, rotolare, saltare in alto, afferrare una palla e stare in equilibrio. Da punto vista psicosociale, al termine del primo anno i giovani con migliori condizioni funzionali hanno dimostrato la capacità di giocare con gli istruttori e i compagni, di condurre a termine le attività e di essere sostanzialmente attivi durante l’intera durata di ogni seduta di allenamento. I bambini con problemi più gravi sono anch’essi migliorati ma hanno mostrato maggiore difficoltà nel concludere le esercitazioni. Hanno imparato a calciare la palla e riconoscono la porta, ma molti di loro hanno necessità di avere sempre accanto il tecnico o lo psicologo e talvolta possono avere crisi che impediscono loro di continuare l’attività.

I risultati raggiunti dallo staff sono testimoniati dagli allenamenti integrati con i ragazzi e le ragazze della Scuola calcio dell’A.S. Roma e dalle partite di calcio a cinque, con ciascuna delle due squadre formate da tre ragazzi con disabilità e due con sviluppo tipico. Queste esperienze sono un momento di grande soddisfazione non solo per i giovani coinvolti ma anche per lo staff, per i genitori e per i ragazzi della Scuola calcio.

Importanti risultati in termini di sviluppo delle capacità motorie e psicologiche sono arrivati anche dai campi estivi e dal gruppo “Lupetti crescono”, che comprende ragazzi e ragazze di 13-18 anni potenzialmente in grado di giocare partite di calcio a cinque e partecipare a tornei giovanili per giovani con disabilità intellettiva.

Gli stress nel tennis

Il tennis è uno sport particolarmente sfidante e stressante, non voglio dire che lo sia più delle altre discipline sportive, tuttavia presenta un lungo elenco di eventi che raramente sono gestibili da un tennista a meno che non abbia sviluppato un sistema per dominarli e servirsene a suo favore per mettere in difficoltà l’avversario.

Quali sono questi eventi generatori di stress:

  1. La partita non ha una durata definita e su tre set può superare anche le tre ore se è molto combattuta.
  2. La maggior parte dei punti è giocata in poco tempo e, quindi, in una manciata di secondi il punto è vinto o perso. Questa situazione si ripete per più di 100.
  3. Ogni punto è seguito da una pausa di 25 secondi. 100 punti, 100 pause. E’ un momento utile per pensare e ridurre lo stress ma se è gestito male è sufficiente per rovinarsi mentalmente.
  4. Lo scopo del gioco è di dominare l’avversario e può succedere che il tennista non sappia manifestare questa mentalità.
  5. E’ uno sport basato sulla rapidità negli spostamenti e ciò avviene grazie alla forma atletica ma anche al lavoro mentale svolto in campo per mantenersi sempre attivi e inviare questo input al corpo.
  6. Vince chi sbaglia di meno, soprattutto chi evita gli errori banali, chiamati errori gratuiti.
  7. Finché non si perde l’ultimo punto è possibile ribaltare il risultato della partita a proprio favore. Troppo spesso il giocatore non crede a questa possibilità  e di conseguenza non la sfrutta.
  8. Sapere gestire i propri errori, senza deprimersi o diventare impulsivi, è decisivo. Incoraggiarsi con continuità durante il match è molto importante.
  9. Bisogna avere un piano di gioco ma sapere anche cosa fare quando ci si trova in difficoltà.
  10. Il servizio è un’abilità di precisione così lo sono il calcio di rigore, i tiri liberi o il servizio nella pallavolo, è necessario avere automatizzato una routine personale che permetta di utilizzare questa azione nel modo migliore.

 

L’immaginazione mentale è per tutti: Atleti e bambini

La ripetizione mentale della propria prestazione motoria favorisce l’apprendimento motorio e costituisce la principale componente della preparazione mentale alla sua esecuzione. 

Pertanto, cosa si deve intendere per ripetizione mentale o imagery. A testimonianza di come questo sia un tema ben radicato nell’ambito della psicologia dello sport viene proposta una definizione che, pur risalendo ormai a 40 anni fa, continua a essere efficace per la sua chiarezza.

Infatti, la migliore descrizione è stata fornita da Richardson nel 1969 che identifica l’imagery in termini di esperienza quasi-sensoriale e quasi-percettiva di cui l’atleta è consapevole  e che esiste in assenza delle condizioni stimolo che realmente scatenano quelle reazioni sensoriali e percettive che sono specifiche di quell’azione sportiva. Questa definizione dell’imagery consente di porre in evidenza i tre aspetti che la caratterizzano:

  1. La competenza nel provare le sensazioni e nello sperimentare le percezioni tipiche dell’azione motoria o sportiva reale ma che, in questo caso, si attivano solo attraverso un processo mentale.
  2. La consapevolezza dell’individuo che sta compiendo questa attività mentale nonché dei risultati che produce.
  3. La non necessità degli antecedenti e del contesto ambientale che determinano la prestazione sportiva.

Inoltre, già da molti anni la ripetizione mentale è una tecnica di allenamento mentale molto praticata dagli atleti. Già nel 1988, Orlick e Partington  riportano che il 99% degli atleti canadesi che hanno partecipato alle olimpiadi se ne servono, così come nel 1994 Murphy evidenzia percentuali analoghe riferendosi agli atleti che frequentano lo US Olympic Training Centre. Le tecniche per eseguire gli esercizi di immaginazione mentale sono ampiamente descritte sui testi di mental training e si fondano sul concetto che la ripetizione deve avvenire come se si stesse realmente eseguendo la propria prestazione.

La ripetizione mentale può essere estremamente utile con i bambini poiché sono facilmente disponibili a servirsi della loro immaginazione. I bambini si servono continuamente di questo processo cognitivo quando sono impegnati in giochi che richiedono creatività e immaginazione. In tal senso la ripetizione mentale è parte integrante dei processi mentali che consentono d’imparare, di memorizzare, di pianificare e fornire prestazioni nelle prove scolastiche così come in quelle cognitivo-motorie. La ripetizione mentale dovrebbe essere utilizzata dagli insegnanti per aiutare i giovani a trarre piacere dalle attività e per insegnare come aumentare la concentrazione, la fiducia e il controllo efficace durante l’esecuzione delle proprie azioni.

L’immaginazione può essere usata in modo:

Diretto – Consiste nella ripetizione mentale esatta di una abilità come se la si stesse eseguendo in quel momento. In questo modo il bambino ripete un salto, una presa della palla, una corsa o un tiro pochi istanti prima di eseguire questa azione come se la stesse eseguendo in quel preciso istante.

Indiretto – Consiste nella ripetizione mentale di immagini che sono correlate alle azioni da svolgere. Se lo scopo è ad esempio “muoversi leggeri come una piuma”, si potrebbe immaginare una piuma che si muove nell’aria. Oppure si può immaginare di correre come un ghepardo se lo scopo è di muoversi il più rapidamente possibile.

Lo sport giovanile: regole e limiti

Lo sport ha conosciuto in questi ultimi 30 anni uno sviluppo incredibile, che si è manifestato attraverso:

  1. Il coinvolgimento di milioni di giovani
  2. La creazione di migliaia di nuove società sportive e di operatori del settore
  3. L’incremento della produzione scientifica in questo ambito
  4. La ricerca di nuovi e più adeguati programmi di allenamento per l’infanzia e l’adolescenza
  5. La monetizzazione dell’attività sportiva giovanile
  6. La scomparsa del gioco-sport organizzato liberamente dai giovani
  7. La totale dominanza degli adulti nell’organizzazione dello sport
  8. La ricerca sempre più precoce del talento sportivo
  9. La presenza significativa dei genitori nella formazione sportiva dei loro figli
  10. La diffusione dello sport fra i giovani con disabilità fisica e intellettiva

Nonostante fra questi 10 punti ve ne siano alcuni molto positivi, questo tipo sviluppo ha generato o potenziato ulteriori problemi che limitano lo sviluppo sportivo dei giovani, nonché sono causa dell’abbandono che si manifesta a partire dai 14 anni e che è particolarmente grave nelle ragazze. Le difficoltà esistenti sono state così identificate:

  1. Imposizione di programmi per adulti ai bambini,
  2. Imposizione di programmi maschili alle  ragazze,
  3. Programmi di allenamento maggiormente basati sul risultato (vincere) piuttosto che sul processo (allenamento),
  4. Gli allenatori migliori si dedicano allo sport agonistico e di livello assoluto,
  5. I programmi non prendono in considerazione lo sviluppo biologico e i processi mentali dei giovani,
  6. Il ruolo dei genitori è male definito,
  7. Le competenze psicologiche non sono integrate nel processo di allenamento,
  8. Avviamento precoce alla pratica di un solo sport,
  9. Competizione fra le organizzazioni sportive per accaparrarsi i giovani,
  10. Disinteresse nei confronti dei giovani adolescenti che non sono interessati all’attività agonistica.

Sulla base di queste considerazioni è necessario che le organizzazioni sportive s’impegnino nel coinvolgere i giovani in programmi sportivi che forniscono l’opportunità di:

  1. sviluppare e mantenere permanente nel tempo uno stile di vita fisicamente attivo,
  2. sviluppare il loro potenziale sportivo.

A completamento della pratica sportiva, uno degli elementi più importanti per lo sviluppo dei giovani consiste nel fornire occasioni e ragioni per sviluppare il loro senso di appartenenza, non solo nei riguardi della società sportiva ma anche della comunità più ampia in cui agiscono quotidianamente e che comprende la scuola, i genitori e gli amici.

Pertanto dovrebbe essere posto in primo piano non solo lo sviluppo sportivo ma anche la realizzazione di quella rete sociale di cui i giovani fanno parte; composta in prevalenza da adulti (genitori, insegnanti e allenatori) che abitualmente non dialogano tra loro se non nelle modalità più istituzionali.

La motivazione regna sovrana

Come si spiegano dal punto di vista psicologico queste improvvise prestazioni vincenti della Salernitana piuttosto che del Genoa ma anche le partite incredibili che ha giocato il Real Madrid contro il Manchester City, il PSG e il Chelsea. Sappiamo che è la motivazione a determinare  la differenza di gioco fra le squadre ma bisogna per forza trovarsi sull’orlo dell’abisso per sentirsi motivati a reagire? Agatha Christie ha scritto che «Un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova». Le 3 partite del Real Madrid sembrano confermare questo approccio. Infatti, l’unica partita persa al Bernabeu è stata quella giocata con il Chelsea avendo però vinta la partita in trasferta. La motivazione non era così forte a vincere in casa, perchè si partiva da un risultato positivo mentre le altre due sono state vinte in quanto il Real Madrid doveva recuperare da due sconfitte subite in casa degli avversari. Naturalmente, quando si parla di motivazione ridotta non ci si riferisce di certo a quella manifestata dagli studenti quando sono poco interessati ad ascoltare i prof. a scuola ma alla mancanza di quella che Arrigo Sacchi chiama la motivazione eccezionale, che si alimenta attraverso un desiderio assoluto di volere raggiungere il risultato prefissato.

Per quanto riguarda la Salernitana e il Genoa la difficoltà di queste squadre e di altre in condizioni simili è di non avere ricercato durante l’arco del campionato una motivazione valida per giocare con continuità le partite e in particolare quelle contro le avversarie dirette in lotta per la permanenza in Serie A. Sono tante le questioni che andrebbero analizzate e che riguardano il ruolo della dirigenza, dell’allenatore e dei singoli calciatori nel manifestare livelli motivazionali adeguati ed efficaci. Restando nell’ambito di queste ultime partite positive, direi che la spiegazione risieda nell’incontro tra la drammaticità della situazione, retrocedere, e la la necessità di tentare l’impossibile. Talvolta funziona poiché improvvisamente ci si rende conto che non ci saranno più a disposizione altre occasioni se non si sfruttano le ultime rimaste.

La motivazione alla competenza

Per conoscere quale sia la concezione dell’errore di un individuo, bisogna capire cosa s’intende per motivazione alla competenza. Si tratta di un desiderio interno rivolto ad acquisire ed esercitare delle abilità, per cui un bambino s’impegna a sviluppare gli schemi motori di base allo scopo di rispondere in modo adattato alle richieste dell’ambiente. Per un atleta gli apprendimenti sportivi diventano un modo consapevole per valutare se stessi e la propria crescita personale. Pertanto, il concetto di Sé si plasma su queste valutazioni e su quelle che si riferiscono alle altre aree significative di apprendimento della vita di un giovane.

Sulla base di queste esperienze “la motivazione alla riuscita è alimentata dalla valutazione relativa all’acquisizione delle competenze (obiettivi di apprendimento) e alla validazione delle competenze (obiettivi di prestazione)” (Dweck e Molden, 2005, p.122). Dal punto di vista applicativo diventa necessario comprendere in che misura le persone usano questi due approcci e se danno maggior importanza a uno rispetto all’altro.

Questo modo di ragionare dipende dalla concezione che si sviluppa in relazione alle proprie qualità personali. L’individuo le considera fisse o modificabili? Ad esempio, l’intelligenza è un tratto fisso? (“Ce l’ho o non ce l’ho”) o invece è modificabile tramite l’apprendimento? (“Non importa il livello di partenza, si può modificare con l’allenamento”). Se si è in accordo con la prima affermazione si utilizza la concezione della fissità di questa qualità, mentre se si concorda con la seconda affermazione si ritiene che le abilità possono essere migliorate attraverso l’impegno personale. Gli effetti di questo diverso approccio si evidenziano in particolare in quattro aree: gli obiettivi, le convinzioni sull’impegno, la spiegazione della difficoltà e gli effetti sulle strategie (Dweck e Molden, 2005).

Sviluppare atleti e allenatori con una mentalità orientata alla crescita

Nello sport è necessario imparare a reagire immediatamente agli errori, costruendo una cultura del lavoro che consideri gli insuccessi come parte integrante e non eliminabile del processo di miglioramento. Per gli atleti e gli allenatori non è comunque facile accettare questo presupposto anche se tutti sanno che gli errori sono una costante di ogni prestazione. Non esiste, infatti, la prestazione perfetta ma solo quella che si fornisce in un dato momento, espressione dei limiti personali o di squadra e di come vengono affrontati gli ostacoli tipici, ma anche quelli imprevisti, presenti in ogni competizione.  Viene indagata la relazione fra prestazione, abilità ed errore, in cui il primo fattore dipende dall’interazione fra gli altri due fattori. Per predire quale potrebbe essere la reazione all’errore o a un insuccesso, è importante conoscere quale sia la motivazione alla competenza di un atleta e su quali credenze personali è stata impostata.

L’atleta mostra un approccio alla competizione orientato alla crescita oppure ha sviluppato una concezione fissa delle sue qualità sportive?  Questi due approcci diversi influenzano in modo diverso la reazione a una prestazione insoddisfacente. Chi mostra una mentalità orientata alla crescita deciderà con più probabilità d’impegnarsi di più, spendendo più tempo e sperimentando nuove strategie. Gli atleti con una concezione fissa della loro mentalità saranno invece maggiormente preoccupati di mostrare nuovamente le loro carenze e s’impegneranno di meno. Vengono discusse le implicazioni pratiche e come orientare gli atleti verso una mentalità orientata alla crescita.

In molte culture, vi sono modi di dire che ricordano quanto sia importante imparare a reagire alle situazioni negative e agli errori. Si dice, ad esempio: “Quando si chiude una porta, si apre un portone” mentre gli americani amano ripetere: “Non importa quante volte cadi, ma quanto in fretta ti rialzi” e i giapponesi affermano: “Cadere sette volte, rialzarsi l’ottava”. Queste affermazioni mettono in evidenza che per avere successo si debba sviluppare una piena consapevolezza di quanto sia frequente commettere degli errori e di quanto sia altrettanto rilevante reagire in modo costruttivo. Non ci sono scorciatoie, poiché gli errori non possono essere eliminati; bisogna per forza sbagliare, come durante un percorso a ostacoli in cui si è consci in ogni momento che è possibile commettere errori, rallentare, fare una grande fatica per superare un ostacolo anche se si è ben preparati e si conosce il percorso. Allora se questa è la strada da percorrere, bisogna impedire che gli errori diventino degli alibi utilizzati per confermarsi l’impossibilità di superare i propri limiti attuali, con l’effetto di determinare una riduzione dell’impegno, poiché “Tanto non c’è niente da fare” oppure “Sì, ci sarebbe tanto da fare, ma non ho abbastanza talento o sono sfortunato”. Bisogna quindi costruire, attraverso l’attività quotidiana, una cultura del lavoro che consideri l’errore come parte integrante del processo di miglioramento.

D’altra parte lo sport è un contesto in cui la presenza di errori è una costante di ogni prestazione, molto spesso anche di quelle vincenti. Nel tiro al piattello, il record del mondo, colpire 125 su 125 è stato realizzato 13 volte negli ultimi 25 anni. In ogni altra occasione, i tiratori hanno sempre commesso degli errori. Negli sport di coordinamento del corpo nello spazio sono molto rare le volte in cui un atleta, maschio o femmina, ha ottenuto il massimo punteggio. Nel basket, Michael Jordan ha detto: “Nella mia vita ho sbagliato più di novemila tiri, ho perso quasi trecento partite, ventisei volte i miei compagni mi hanno affidato il tiro decisivo e l’ho sbagliato. Ho fallito molte volte. Ed è per questo che alla fine ho vinto tutto”.

Sempre nel basket, in EuroLeague solo l’8,5% dei giocatori realizza il 90% dei tiri liberi, il 35% ne mette a segno l’80%, il 32% il 70% dei tentativi e il 24% ne realizza meno del 70% (Cei, 2018). Nel calcio, tutti sbagliano i rigori da Roberto Baggio nella finale di calcio dei mondiali del ’94 a quelli sbagliati da Messi, Modric e Ronaldo ai Mondiali in Russia.

Nonostante questi dati, molti atleti non accettano la possibilità di commettere errori, anzi talvolta ne rimangono addirittura stupiti: “Perché tutto stava andando così bene” o “Perché mi sentivo così in forma che pensavo che non avrei mai potuto sbagliare” mentre altre volte la difficoltà ad accettarli emerge quando l’atleta si trova nella situazione opposta, per cui pensa: “Peggio di così non poteva andare, quell’errore mi ha colto all’improvviso e non ho saputo reagire, mi sono confuso pensando a cosa fare di diverso e da lì è stata una rovina”. Ambedue queste situazioni, una positiva e la seconda negativa, riportate dagli atleti abbastanza di frequente, evidenziano la difficoltà ad accettare l’errore e il non avere pianificato in precedenza un modo per affrontare ciò che avrebbe potuto influire negativamente sulla prestazione.