Archivio mensile per novembre, 2021

Incontro su sport e psicologia

Le occasioni pubbliche per parlare di psicologia dello sport sono poco frequenti e questa iniziativa guidata da Patrizia Steca è una di queste volte in cui si parlerà di esperienze di resilienza e scoperta di nuove pratiche. L’incontro potrà esser seguito in presenza ma anche online, come ormai d’abitudine: E’, quindi, aperto a chiunque sia interessato a questi temi quale che sia la sua residenza geografica. Gli esperti che parleranno sono totalmente coinvolti nello sport come allenatori, psicologi e dirigenti e suggerisco di non perdere questa opportunità.

La pandemia ha cambiato il lavoro con gli atleti

Stiamo giungendo al termine del secondo anno dall’inizio della pandemia. Il primo lockdown iniziò a marzo 2020, da quel momento il lavoro di consulenza è completamente cambiato e a tutt’oggi questo cambiamento continua essere stabile ed è diventato, almeno nella mia esperienza, il modo di lavorare.

Il lavoro in remoto o online è diventato, infatti, il modello dominante con cui interagire con atleti e allenatori. In precedenza questo tipo di esperienza l’avevo vissuta solo in relazione alle Olimpiadi di Rio dove non ero andato ma avevo mantenuto i contati con gli atleti tramite WhatsApp o Skype.

Attualmente, quindi, a distanza di 21 mesi da marzo 2020 il lavoro che svolgo è per l’80% online. Funziona: abbastanza bene. Permette di seguire atleti che non avrebbero potuto intraprendere un programma di mental coaching poiché risiedono in altre città.

Il limite principale riguarda la mancanza del rapporto in presenza, in special modo durante allenamenti e gare. Si vive sul resoconto di quanto è avvenuto e, inoltre, non partecipando alle gare non è possibile fare interventi nel momento in cui sarebbe necessario.

Mi sembra che sia questa la mancanza più grave, l’impossibilità di lavorare sul qui-ed-ora, poiché si può solo lavorare sul prima e sul dopo.

Risparmiano le Federazioni che riducono le spese di soggiorno e viaggi e compensi del professionista che fosse presente alle gare. E’ un modo un po’ cieco d’impostare un lavoro ma questo è ciò che avviene.

Si potrebbe dire molto di più e a questo riguardo sono all’INSEP di Parigi proprio a condividere le esperienze di questi anni con un gruppo di psicologi provenienti da tutto il mondo e per provare a capire cosa fare meglio in previsione dele prossime Olimpiadi di Parigi 2024 da cui ci separano poco più di 900 giorni.

Gli atleti hanno continuato a fornire prestazioni eccezionali anche se si sono allenati di meno e si sono riposati di più a causa del lockdown e della mancanza di eventi sportivi. Questo dovrebbe fare riflettere sul ruolo rilevante del recupero e del conseguente fatto che allenarsi di più non è sempre produttivo.

E poi quante volte la durata dell’allenamento di una seduta corrisponde realmente al tempo reale di allenamento?

Inoltre, è opinione condivisa dai colleghi europei, qui in Francia, che gli atleti abbiamo acquisito in questo periodo una migliore autoregolazione, consapevolezza e autonomia. Avendo dovuto gestire da soli dei lunghi periodi, in assenza dell’abituale rapporto con l’allenatore e lo staff. Hanno avuto più tempo per sviluppare competenze psicologiche, anche diverse da quelle più tradizionali come la meditazione e la gestione del sonno.

I pensieri vincenti di Thomas Tuchel

“Per alcuni giorni mi sono sentito diverso, mi sono sentito abbastanza bene!”. Ha detto Thomas Tuchel sulla vittoria del Chelsea in Champions League a maggio.

“Alla fine, niente è come vincere. Potete chiedere a me, ho raggiunto la finale con la mia squadra la stagione precedente e ho avuto la sensazione che fosse un grande risultato, ma non fare l’ultimo passo è una differenza enorme quando ti rendi conto di cosa significa quando lo fai. La percezione dall’esterno, la gioia, l’esperienza, la fiducia che la tua squadra ottiene vincendo.

“Ho sperimentato questo per la prima volta, forse nell’accademia, quando siamo stati in grado di vincere il titolo tedesco con l’Under-19 di Mainz, ero il capo allenatore. Avevamo la sensazione di essere qualificati per la semifinale e la finale era già un grande risultato, ma quando vinci e fai l’ultimo passo, non c’è niente in confronto. Cambia davvero qualcosa per tutti.

“La cosa più importante è non guardare indietro ma mantenere la sensazione e la fame. Quella sensazione alimenta e crea la fame di altro, crea dipendenza. Questo gioco consiste nel vincere, cambia completamente la tua sensazione e l’atmosfera di lavoro. Ti dà una fiducia spontanea, ma allo stesso tempo è assolutamente necessario dimenticare e ricominciare da zero per mostrare di nuovo questa fame e mentalità. Questo è ciò che sento ed esigo da me stesso e da tutti gli altri intorno, che non si cambi in termini di fame”.

“Non voglio entrare nella situazione in cui la paura di perdere è più grande della fame di vincere, quindi guardiamo troppo a ciò che abbiamo ottenuto e vogliamo proteggere ciò che abbiamo”.

Solo un miracolo farà migliorare i comportamenti degli allenatori!

Un tema poco indagato riguarda il processo di automiglioramento degli allenatori. Mentre nelle aziende è piuttosto usuale che giovani talenti piuttosto che manager affermati seguano un programma di miglioramento di se stessi i relazione alle loro capacità di leadership, questo valore non viene percepito dagli allenatori.

Anzi nelle aziende questo tipo di lavoro viene percepito dalle persone coinvolte come un benefit che l’azienda fornisce.

Nello sport questo non avviene sia nel caso si tratti di allenatori giovani che per quelli più affermati. E’ proprio una questione di mentalità e credo anche di arretratezza culturale e professionale. La filosofia dominante è: “Va bene così come sono”. A mio avviso la maggioranza degli allenatori non parteciperebbe neanche ai corsi di aggiornamento se non fossero obbligati dalla loro Federazione.

Bisognerebbe chiedere loro: “Cosa fate per migliorarvi quando siete in difficoltà con il vostro gruppo di lavoro?”. Molti a mio avviso ritengono che la competenza tecnica che hanno acquisito sia sufficiente per allenare bene o che i problemi sorgono con i giovani perchè sono loro a non essere motivati e attenti al lavoro che gli viene proposto.

Non ho visto in questi anni un miglioramento di mentalità degli allenatori, anzi la massiccia professionalizzazione tecnica a cui sono stati sottoposti è servita a nascondere questo problema, complice anche il disinteresse delle società sportive e delle federazioni verso questa tematica.

Speriamo in un miracolo.


 

 

Riflessioni sul calcio

Alcuni pensieri sul nostro calcio.

  • Guardando una partita di calcio, mi stupisce quanto spesso i calciatori cadono per terra dopo scontri con avversari. Domanda a cui non so rispondere: quanti sono i simulatori, quanti cadono per la durezza del contrasto e quanti cadono per imperizia dell’avversario incapace di anticipare (come faceva invece Paolo Maldini).
  • Largo ai giovani, non è un tema italiano ma meno male che Mourinho ha inserito Feliz che ha segnato subito due reti. Giovane non è sinonimo per forza di capacità ma dovrebbe esserlo almeno di entusiasmo. Quanti allenatori lo pensano utile, l’entusiasmo.
  • In questo campionato le prime 8 hanno subito circa lo stesso numero di goal (15 o 17) fatta eccezione per la Lazio (21) e per il Napoli (7). Differenze crescenti di goal effettuati sono collegati positivamente alla posizione in classifica. Cosa significa in termini di mentalità?
  • Come vengono gestiti psicologicamente i giocatori in campo, quelli in panchina e gli altri?
  • Come vivono gli allenatori delle squadre in pericolo di retrocessione questo continuo confronto tra il loro lavoro e i risultati settimanali? Sono mentalmente pronti a vivere in questa situazione scomoda?

“Mancini convoca Sinner”

“Mancini convoca Sinner” c’era scritto sugli striscioni a Torino a dimostrazione del riconoscimento non solo tecnico di questo giovane tennista ma anche della sua capacità di giocare partite di livello assoluto in modo intelligente e combattivo.

Qualità queste ultime due che sono mancate alla nazionale di calcio italiane nelle sue utile due partite. Al momento il successo all’europeo di calcio della scorsa estate è interpretabile, secondo me, come la vittoria di una squadra outsider che è riuscita a esprimersi al suo massimo livello, così come è accaduto in passato squadre come la Grecia e la Danimarca. Successo meritato naturalmente, così come le competenze dei giocatori non possono di certo essersi sciolte in questi mesi.

La questione riguarda il percorso successivo: è possibile ripetere quel tipo di prestazioni? La risposta non è scontata, perchè sappiamo che il mantenere un elevato standard di successo continuativo nel tempo non solo non è scontato ma non è affatto facile.

La prova al momento la squadra italiana non l’ha superata, il collettivo è stato insufficiente al compito e i singoli non hanno saputo rappresentare una valore aggiunto decisivo.

Il futuro non sappiamo come sarà ma certamente va effettuata una preparazione psicologica diversa e più specifica che il semplice e scontato “giochiamo per divertirci, abbiamo le competenze per andare avanti” e così via.

 

Da ultimi a vincenti: la storia di una squadra di non-udenti

Quello che sta dimostrando la squadra di football americano della California School per Sordi a Riverside è la più classica dimostrazione di come una difficoltà possa tramutarsi in un’opportunità di sviluppo e di vittoria anche in uno sport in cui i rumori derivati dagli scontri fra i giocatori sono parte integrante del gioco. Per sette stagioni la squadra dei Cubs aveva sempre e spesso gli avversari li avevano umiliati non solo nel gioco ma anche con le parole con cui si riferivano a loro.

Ma in questa stagione sono imbattuti e sono a due partite dal vincere il campionato. Sarebbe la prima volta in 68 anni.

Sono allenati guidati dall’insegnante di educazione fisica della scuola, Keith Adams, un uomo sordo, corpulento ed effervescente i cui due figli sordi sono anche nella squadra. I Cubs sono diventati una squadra veloce e che colpisce duro. La loro arma è un sistema di segnali a mano codificati tra compagni di squadra e allenatori affiatati che confonde gli avversari con la sua velocità ed efficacia.

In una parte della California che ha sofferto molto durante la pandemia con alta disoccupazione e più di 5.000 morti, l’eccellenza dei Cubs ha sollevato la scuola e la comunità circostante.

Il successo della squadra ha spezzato lo stereotipo duro a morire che la sordità è qualcosa che nel calcio non si può superare. Adams, ha applicato a questo gruppo di atleti la sua filosofia, secondo cui  ciò che potrebbe essere pensato come un limite può essere un vantaggio. Grazie a questo approccio, ad allenamenti rigorosi e a un gruppo di giovani talentuosi che già giocavano insieme a livelli inferiori ha costruito una squadra vincente.

Gli allenatori dicono anche che i giocatori sordi hanno potenziato la loro visione rendendoli più attenti ai movimenti di gioco. In tal modo acquisiscono una migliore percezione del posizionamento dei loro avversari.

On Friday night, the Cubs beat the Desert Christian Knights, 84-12.

La spiegazione dell’errore di Jorginho viene dalla scienza

Gli studi riportati in questo articolo forniscono alcuni spunti utili per spiegare l’errore commesso da Jorginho nel calciare il rigore contro la Svizzera. La scienza aiuta a conoscere i fenomeni mentali in queste situazioni uniche, quali sono i calci di rigore, e fornisce orientamenti per allenare i giocatori e non certo per incolparli.

Geir Jordet (2009) Why do English players fail in soccer penalty shootouts? A study of team status, self-regulation, and choking under pressure, Journal of Sports Sciences, 27:2, 97-106.
“Generalmente, le persone reagiscono con rabbia o ansia a tutti gli eventi che sfidano seriamente la loro immagine mentale di se stessi … Quando si sperimentano queste emozioni, i sistemi di autoregolazione a volte si rompono e le persone cercano una fuga immediata dal disagio emotivo … Anche se questo tipo di autoregolazione può fornire una pausa dalle emozioni spiacevoli, può anche danneggiare le prestazioni, diventando così alla fine autodistruttiva. Questo esatto modello è stato documentato in due studi recenti sul fallire sotto pressione nei calci di rigore internazionali.

Jordet e Hartman (2008) hanno scoperto che i partecipanti in situazioni di pressione molto alta (che prendono tiri in cui un errore porterebbe immediatamente a una sconfitta) hanno mostrato tempi di preparazione significativamente più veloci (si pensa che riflettano il desiderio di fare il tiro “subito”), più comportamenti di evitamento e meno tiri segnati rispetto ai giocatori che calciano con minore pressione (nessuna implicazione diretta che decide la partita o un gol che porterebbe immediatamente a una vittoria).

In un altro studio recente, i giocatori migliori a livello internazionale (definiti come quelli che, in precedenza, hanno ricevuto uno o più premi internazionali prestigiosi, come il “giocatore dell’anno FIFA”) si sono comportati peggio, e si sono impegnati di più in comportamenti di fuga rispetto ai giocatori con livelli inferiori di status pubblico.

In entrambi questi studi, è stato dimostrato che ridotti tempi di preparazione del rigore erano legati alle scarse prestazioni, suggerendo che questo tipo di strategia di autoregolazione è potenzialmente fallimentare”.

 

#GrazieVale


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