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Il problema della Serie A è anche un problema di allenatori troppo garantiti

Le partite del nostro campionato dimostrano troppo spesso che concetti quali:

  • Andare oltre i propri limiti e mantenere elevati standard
  • Eccellere per se stessi
  • Rivaleggiare per superare gli altri

non fanno parte della cultura attuale delle squadre se non con rare eccezioni.

La questione è come mai a calciatori professionisti e affermati non venga insegnato a entrare in campo con la determinazione e la concentrazione richieste dalla partita da affrontare. Gli allenatori pensano che la loro squadra giocherà in un certo modo e poi questo non avviene. Forse rispetto ai grandi allenatori italiani del passato quelli attuali sono diventati così presuntuosi da convincersi che basta la loro presenza a infondere coraggio? Forse perché guadagnano troppo e sono troppo garantiti dal punto di vista economico, quindi, in base a ciò ritengono di non essere criticabili e per questa ragione non mettono accanto a sé persone che potrebbero rappresentare la coscienza critica che gli manca.

Al contrario, le esperienze di leadership ad alto livello nel mondo del business insegnano proprio questo, che accanto ai grandi leader vi è sempre un’altra persona esperta con cui si confrontano apertamente e che verifica che le loro idee siano attuate. Forse questi nostri condottieri dovrebbero imparare a servirsi di collaboratori in grado di sapere se i loro calciatori sono disposti a giocare fino in fondo o sono pronti a mollare un centimetro alla volta fino alla fine. Perché è proprio questa la differenza tra vincere e lasciarsi dominare.

Abbiamo bisogno di una nuova definizione di successo

Abbiamo bisogno di una definizione di successo più umana e sostenibile. Stiamo vivendo da molti anni in un società in cui tutti i giorni vediamo gli effetti disastrosi dell’idea che l’unica cosa che conta è vincere. Le grandi truffe finanziarie e la diffusione del doping nello sport sono lì a dimostrare la pervasività di questa mentalità.

Solo in questi giorni abbiamo la confessione di un ex-ciclista, Jan Ulrich, di essersi dopato, l’esplosione di nuovi particolari sul caso del marciatore Schwazer e le proteste di massa in Brasile contro la politica del governo che impiega troppe risorse per i mondiali di calcio e per le olimpiadi.

Sono questioni gigantesche che sovrastano le stesse nazioni ma a cui si dovrà trovare delle risposte altrimenti, non è inverosimile immaginare che fra qualche decennio ci saranno le olimpiadi dei dopati e chi truffa, in qualsiasi campo, non penserà di sbagliare perché si discolperà così come ha fatto Ulrich dicendo: “Penso ci sia una truffa nel momento in cui uno si avvantaggia indebitamente. Ho voluto favorire la pari opportunità”.

I leader da sempre sanno che bisogna parlare il linguaggio delle emozioni, e talvolta l’hanno fatto per suscitare quelle più negative e brutali. Quindi bisogna sapere come supportare le emozioni che suscitano reazioni positive in noi stessi e nelle nostra comunità. Nella direzione di giungere a una nuova definizione di successo – oltre i soldi e il potere – Arianna Huffington ha organizzato per parlare di questo tema Third Metrics Conference.

Una delle idee discusse è stata questa: le persone vogliono impegnarsi in qualcosa con tutto il cuore al fine di trovare un significato (Ryumon Gutierrez Baldoquin). Non è solo un’idea filosofica ma è alla base della motivazione, per cui ognuno di noi vuole migliorare grazie al proprio impegno. Il problema è che l’idea del successo a ogni costo sta distruggendo questo concetto base; è il momento di contrastarla, altrimenti avremo un futuro sempre più dopato.

Non si può vivere una vita con la paura di sbagliare, non c’è motivazione che possa sostenere a lungo questo stile di vita, il risultato è solo un aumento dello stress e del disagio a vivere. Bisogna che impariamo a pensare e a parlare in termini di noi e non di io e loro. Usciamo dalla logica io vinco e tu perdi, se ci serviremo del noi non avrà più senso la logica del vincitore, perché avremo perseguito l’interesse della comunità. Quindi impegniamoci a tradurre in pratica i capisaldi che ci faranno uscire da questa visione di successo nefasta per la nostra comunità, ridefinendolo in termini di: benessere, saggezza, restituzione, empatia e capacità di stupirci.

(http://www.huffingtonpost.it/alberto-cei/una-nuova-definizione-di-successo_b_3491068.html?utm_hp_ref=italy)

 

Le resistenze degli allenatori al mental coaching

Uno dei fattori che limitano la diffusione del mental coaching fra gli atleti risiede nella resistenza che gli allenatori mostrano nei confronti di questa attività. Per molti di loro la preparazione  psicologica è “qualcosa in più” di cui servirsi solo in quei casi in cui gli atleti mostrano dei limiti mentali evidenti che ostacolano le loro prestazioni. In genere gli allenatori mandano dallo psicologo quegli atleti che loro chiamano “atleti da allenamento” e che in gara hanno uno scarso rendimento. In altri termini, inviano quegli atleti su cui dopo avere “provato di tutto” non riescono a “sbloccare”. Gli atleti che iniziano un percoro di miglioramento mentale partendo da una condizione negativa sperano di ottenere risultati positivi in breve tempo, cosa molto difficile per atleti che spesso hanno da anni lo stesso problema, non hanno mai fatto nulla per cambiare e vivono ogni gara con la speranza che sarà quella che gli farà superare il loro problema. Inoltre questi atleti non sono abituati a investire economicamente su di loro, fatta eccezione per qualche seduta di fisioterapia in caso di problemi fisici, e quindi pensare di avere un allenator mentale per almeno un anno con cui svolgere un preciso programma diventa un ulteriore ostacolo. A favore degli atleti va detto che le federazioni sportive e le organizzazioni sportive dello Stato non offrono alcun sostegno o per essere più chiari si disinteressano completamente di questa dimensione dell’allenamento. Di conseguenza quali sono gli atleti che seguono programmi di preparazione psicologica? Di solito sono gli atleti più forti, quelli da medaglia nelle gare internazionali, che capiscono il valore aggiunto del lavoro mentale e sono disposti a investire economicamente. Sono anche i genitori di chi pratica sport come il tennis o il golf che nella programmazione della carriera futura considerano anche questo aspetto e questi atleti sono in generale motivati a seguire questi programmi. Per ridurre l’impatto economico sul singolo le società sportive potrebbero  organizzare degli incontri con i loro atleti, ma nessuno lo fa. D’altra parte è estremamente raro che un allenatore segua un programma di formazione psicologica, per cui mentre da un lato si tende a estremizzare sempre più la preparazione fisica e quella tecnica, per quanto riguarda quelle psicologica siamo ancora rimasti al principio del bastone e della carota che ognuno interpreta in funzione delle sue personali esperienze.

Gli effetti del suicidio di Gary Speed

Gli effetti del suicidio di Gary Speed, allenatore della Scozia e mito per questo paese, non si sono fatti attendere. Infatti alla “Sporting Chance Clinic” che si occupa di atleti e atlete che soffrono di alcoolismo, depressione e altri disturbi psicologici sono arrivate una decina di telefonate di giocatori che chiedono di essere aiutati a superare i loro problemi prima che la loro condizione peggiori. Anche il direttore della Clinica non avanza una spiegazione per il gesto di Gary Speed, mette però in evidenza che i calciatori soffrono degli stessi problemi delle altre persone ma spesso sono distanti dalla realtà esterna a causa dei soldi che guadagnano e questo li rende più vulnerabili. Inoltre, L’Associazione Professionale dei Calciatori inglesi ha commissionato un libro di 36 pagine per aiutare i suoi componenti a capire la depressione. Sono previste anche testimonianze come quella di Paul Gascoigne e di altri che hanno avuto problemi psicologici. Sarà inviata a 4.000 giocatori e potranno riceverla anche i 50.000 che hanno in passato giocato a calcio.

 

Contano solo i soldi?

Da un lato i problemi del mondo che sembra avere bisogno di una rigenerazione totale, ma sul quale ognuno di noi non può fare assolutamente nulla. Dall’altra la nostra vita quotidiana e le nostre responsabilità su cui possiamo molto. Eccomi allora a continuare a parlare di sport perchè questo è il mio ambiente. A questo riguardo dico che mi spiace per la vicenda di Eto’o in cui sembra che il guadagno sia l’unico aspetto che porta a decidere di abbandonare una squadra per un’altra. E’ possibile che conti solo l’aspetto finanziario e null’altro? Pensiero forse antico e non realistico, probabilmente di fronte a così tanti soldi avrei preso la stessa decisione, però voglio dire che non mi piace che ci si sia ridotti sino a questo punto. Si ribalta la filosofia di Boniperti secondo cui “vincere non è importante ma è l’unica cosa che conta”. In questa vicenda si può affermare che “vincere non è importante, sono i soldi l’unica cosa che conta”. Basta saperlo!