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How many times does a coach work in the same team

Le squadre parlano di progetto e gli allenatori vengono mandati via anche dopo pochi mesi. Questa è l’esperienza attuale del nostro calcio e questi due fatti di realtà ovviamente si contraddicono a vicenda. Un progetto richiede stabilità nell’impiego delle risorse (finanziarie, organizzative e umane) e ha senso solo se queste si coniugano insieme con un’altra variabile rappresentata dal tempo. Spesso gli allenatori vengono mandati via per le bizze dei presidenti e a questo non c’è rimedio. Altra volte perché s’incolpano della mancanza di risultati, come nel caso di Luis Enrique, che a mio avviso non ha compreso del tutto l’ambiente nel quale ha lavorato. Sbaglierò ma mi sembra si sia intristito strada facendo e questo non ha fatto bene a lui e alla squadra. Il Napoli ha chiuso un ciclo basato “sulla novità e entusiasmo” ora deve decidere (il suo presidente) se diventare una grande squadra o restare una buona squadra. L’allenatore sarà sempre lo stesso? In altre parole: è l’allenatore adatto per un livello superiore? Un’altra questione che influenza la durata riguarda lo stress percepito dall’allenatore: Guardiola se ne è andato per riposarsi. E poi ancora, mi sembra sia stato Trapattoni a dire che un allenatore non può restare più di cinque anni sulla stessa panchina, perché s’insinua una sorta di abitudine che deteriora la voglia di migliorarsi. Ovviamente vi è l’eccezione di Ferguson. In sostanza vi sono molti fattori che determinano la durata sulla stessa panchina e qualcuno dovrebbe studiare questi aspetti. Direi che gli allenatori hanno bisogno sempre di nuovi stimoli e così le squadre, quindi alcuni anni (5?) sono già un gran successo poi bisogna cambiare. Questo vale anche negli altri sport di squadra: Messina, Rudic e Velasco per ricordare solo tre nomi non allenano più in Italia da tempo.

Conte: martello-flessibile e direttivo-affettivo

La Juventus ha vinto e Conte è il suo leader.Conte è stato un insieme di molte abilità. Dirò qualcosa che può apparire scontato ma che è alla base degli allenatori vincenti: sapere adattare le proprie convinzioni alle caratteristiche dei giocatori, che a loro volta devono avere fede nelle sue idee. Per me Conte è stato un martello-flessibile. Significa sapere battere ogni giorno con determinazione sul sistema che si vuole insegnare ma nel contempo sapere modificare le idee in funzione di come vengono giocate le partite e dei risultati. Secondo, non si può essere solo impositivi, bisogna entrare nel cuore dei giocatori. Anche in questo caso direttività e affettività si devono integrare, se prevale una dimensione a discapito dell’altra succedono disastri, la squadra percepirà l’allenatore come troppo distante o come un dodicesimo compagno. Non a caso Conte ha detto che per lui sono necessari in ordine d’importanza mente, cuore e gambe.

Young coaches are better than the old ones?

Essere bravi in qualsiasi attività professionale che riguardi la guida di altri uomini o donne non è certamente una questione di età ma di competenze. Sono queste ultime che determinano il valore professionale di un leader. Per l’allenatore sono sostanzialmente tre le famiglie di competenze che vede possedere. La prima riguarda “la scienza” sono le competenze scientifiche e tecniche che un leader deve possedere per essere in grado di programmare e condurre un piano di allenamento. La seconda è “l’esperienza”, consiste nella volontà e abilità di riflettere in maniera professionale sul proprio lavoro identificandone i punti di forza e le aree di crescita, stabilendo come colmarle. La terza è “l’intuizione, consiste nell’essere consapevole di quello che succede sul campo e di essere in grado di apportare dei cambiamenti appena se ne intuisca la necessità. L’allenatore competente è colui che possiede un mix adeguato di queste tre caratteristiche.

2 psicologists for Chelsea

Due psicologi sono stati chiamati al Chelsea per capire le ragioni della sconfitta con il Napoli. Uno si occuperà dell’allenatore e l’altro della squadra. Riporteranno direttamente ad Abrahmovic. A quando la stessa notizia per una delle 13 squadre di seriae A che hanno più modestamente cambiato allenatore?

Inter FC problems

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E’ utile cambiare allenatore durante il campionato?

Le squadre italiano di calcio cambiano spesso allenatore, talvolta anche prima dell’inizio del campionato, la domanda che ci si pone riguarda ovviamente l’utiità di questo modo di agire dei presidenti della società. Le statistiche sono a questo riguardo di poca utilità, poichè evidenziano che talvolta le squadre cambiano in meglio ma in altre occasioni non si ottienequesto stesso risultato. Si cambia perchè i calciatori contestano il tecnico o per seguire gli stati d’animo dei tifosi o per capriccio del presidente. o perchè l’allenatore vuole imporre la sua filosofia di gioco in modo rigido. In questo periodo si prala spesso di “progetto della squadra” ma credo sia più un modo di dire che un programma specifico e dettagliato costruito su un’idea del tecnico. Progetto vorrebbe dire che società e tecnico sono concordi nel seguire una strada, che dovrebbe essere stata tarata in precedenza sulle caratteristiche dei calciatori che formano la squadra. In caso contrario è una parola vuota, e alle prime difficoltà tutti si troveranno a dare addosso all’allenatore, che diventa così il capro espiatorio, che viene di conseguenza licenziato. Giocare al genio incompreso da parte del tecnico non è a mio avviso per lui professionalmente utile perchè i presidenti non sono dei mecenati pazienti e i calciatori se non capiscono non sono motivati, pur se sono professionisti, a impegnarsi a realizzare quanto richiesto. In altre parole, l’allenatore che vuole porare avanti le sue idee deve tenere presente il contesto nel quale le dovrà applicare, di questo fanno parte i calciatori e il presidente, se non è convincente nel suo operato nessuno sarà disposto a dargli quella fiducia che serve a realizzare un progetto nuovo. Ogni situazione avrà poi anche altre specificità che sono solo sue, ma la regola principale è che non si può far fare alle persone ciò che non vogliono fare, specialmente se come cantava Giorgio Gaber: “… tu sei solo e loro sono tanti.”

Calcio e autostima

Sempre più di frequente si sente parlare da parte degli allenatori che la loro squadra soffre di problemi di autostima; altrettanto spesso terminao l’intervista dicendo che chiedono ai giocatori di mostrare la prossima partita più grinta, determinazione o coraggio. Ovviamente non è certo questa la soluzione altrimenti l’allenamento consisterebbe nel chiedere a chi corre poco, di correre di più; a chi è indeciso di essere deciso; a chi è lento di essere veloce e così via. Insomma, non si cambia di certo dicendo a qualcuno di fare ciò che di solito non fa. Si cambia innanzitutto analizzando come ci si allena,si lavora con il pilota auomatico o con lo stato d’animo di chi vuole fare bene? I giocatori di solito fanno ciò che dice l’allenatore, raramente questo è un problema. La questione è un’altra e riguarda “come si sta sul campo”, si è presenti solo con il corpo o anche con la mente? Agli atleti con cui lavoro dico sempre che bisogna allenarsi con l’anima altrimenti è meglio stare a casa. Significa che per prima cosa è importante l’atteggiamento con cui ci si dispone all’allenamento, subito viene la concentrazione totale su quanto si deve fare. Solo in questo modo si ottiene il meglio da sè. Con questo approccio la partita diventa una situazione in cui ri-attivare questa condizione psicologica, solo in quel momento entrano in gioco gli schemi e la tattica. Come dire, anche chi possiede una ferrari, prima di pensare a come guidarla deve accendere il motore; altrimenti questa bella macchina resta ferma e anche chi guida una cinquecento può superarla.

L’allenatore padre-padrone

La lettura della rubrica “Punto e Svirgola”, botta a risposta tra Giuseppe Smorto e Gianni Mura su www.Repubblica.it offre nella sua apparente superficialità un’idea precisa della mentalità dei calciatori. In questo caso si tratta di quelli dell’Inter. La domanda che si pongono nell’articolo è semplice: gli attaccanti non tornano indietro perchè sono stanchi, perchè non c’è più chi li strilla (Mourinho), o perchè Leonardo non glielo ha detto. Mura risponde dicendo che è per tutte e tre queste ragioni e chiude l’argomento. Mi sembra invece che emerga in modo evidente  l’idea che se non sono guidati in modo molto diretto e quasi elementare non fanno ciò che sanno di dovere fare. Va bene che sono stanchi … ma la testa non dovrebbe indicargli cosa è meglio fare per vincere una partita? Rimango sempre sbalordito del fatto che se l’allenatore non si accorge che i suoi giocatori stanno rinunciando a vincere, loro di spontanea volontà non agiscono come sanno che dovrebbero. Forse che l’allenatore padre-padrone è davvero l’unico modello?