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Le parole del calcio: umiltà, convinzione e motivazione

“Non ci siamo calati nei panni della partita. Pari utile almeno a riportarci coi piedi per terra” (Allegri, allenatore Juventus).

“Prima facevamo paura, eravamo più convinti” (Florenzi, calciatore Roma)

“La fiducia di Mancini è fondamentale per i miei compagni e per me. Lui mi dà motivazione ed entusiasmo ogni giorno” (Guarin, calciatore Inter).

Umiltà, convinzione e motivazione sono i concetti chiave espressi in queste frasi. Al di là della tecnica e del talento se in una squadra mancano queste qualità mentali tutto il resto vale meno che niente.

Juve-Toro: la rilevanza di un errore banale che cambia il risultato

Toro-Juve, alla fine la differenza la fanno due dettagli avvenuti nell’ultimo minuto di gara: Benassi del Toro perde un contrasto con Bonucci e Pirlo fa goal. Oggi Gianni Mura su Repubblica ha scritto: “Bastava buttarla fuori, la palla. Invece è Pirlo che la butta dentro”. La storia si fa in modo semplice e crudele. Un errore banale, determina una situazione irripetibile, siamo a pochi secondi dalla fine, che il campione sfrutta al meglio. Questo è ilcalcio, lo stesso episodio era accaduto pochi giorni prima alla Roma nella partita persa contro il CSKA. Il problema non è avere perso una palla, ma averla persa a pochi secondi dal termine quando invece bisogna tenerla a ogni costo o mandarla fuori, proprio per impedire  la ripartenza degli avversari, in particolare della Juventus che è una squadra che lotta su ogni pallone sino all’ultimo istante e che ha giocatori in grado di cambiare in un istante il risultato. Non ricordarsi di questo da parte del giovane Benassi, e complessivamente di tutta la squadra è un errore mentale abbastanza grave proprio per l’effetto che può determinare. Ogni partita è fatta di momenti come questi, i calciatori devono imparare a riconoscerli e a comportarsi in modo da non danneggiare la propria squadra oppure a servirsene per cambiare il risultato.

Juventus: dal baratro alla vittoria

La Juventus era aspettata alla prova di essere ciò che diceva di essere e non una squadra paurosa in Europa. La Juventus è dovuta arrivare sul bordo dell’abisso per conoscere il suo valore. La Juventus in questa partita è stata combattiva con continuità. Ora deve imparare a ragionare meglio come squadra. Dopo essere andata in vantaggio, era prevedibile che i greci avrebbero attaccato per ottenere il pareggio e, purtroppo, è esattamente ciò che è accaduto dopo appena due minuti. Ragionare con calma avrebbe permesso di prevedere questa reazione degli avversari e predisporsi a contrastarla. Anzi sino al secondo goal dell’Olympiacos la Juventus ha giocato ed è andata avanti ma in modo confuso. Poi è successo l’incredibile, la Juventus ha cambiato il suo destino perché alla combattività ha unito l’intensità e la convinzione che era possibile vincere. E questo ha fatto la differenza rispetto al primo tempo. Le prossime volte servirà trovare questa condizione mentale prima di essere a un passo dal baratro, perchè non sempre le altre squadre lo permetteranno. Un bel passo in avanti ma la mentalità europea ancora non c’è.

Juventus e Roma troppo paurose in Europa

Ieri ho scritto che molti allenatori della Serie A non riescono a sollecitare la competitività della propria squadra e che questo fatto determina ovviamente dei problemi. Quanto scrive Massimo Mauro su Repubblica.it va esattamente nella stessa direzione parlando delle difficoltà di Juventus  e Roma.

“La squadra di Allegri è carica dopo la bella vittoria di Empoli, ma troppe volte ci ha abituato alla squadra forte e arrogante in campionato per poi presentarsi umile e paurosa in Europa … Preoccupa ancora di più la Roma. Dalla notte col Bayern sembra essere svanita la bella squadra vista nella scorsa stagione e in questa prima parte di campionato. Sembra svanito il gruppo: chi gioca non ha più gamba e intensità, chi entra è svogliato e non sembra avere la voglia di cambiare le cose. Traspare malumore dietro i titolari. I nuovi che dovevano rafforzare il gruppo (Iturbe e Cole su tutti) non hanno fatto fare il salto di qualità, mentre Destro e Ljiaic non hanno più la pazienza di aspettare”.

Due squadre che all’estero non sono state capaci, fino a prova contraria,  di essere competitive. In altre parole non lottano, non provano a recuperare i palloni persi con determinazione e non entrano in campo decise. Questo atteggiamento della squadra viene prima del gioco e si basa su un’idea di base semplice: prima fai e poi farai meglio, ma se non fai non migliorerai mai. E’ meglio fare e sbagliare piuttosto che non fare. Questo vuol dire essere competitivi. Le nostre squadre invece sono sinora sembrate paralizzate dal dovere fare la cosa giusta senza commettere errori. In questo caso si diventa lenti e insicuri e un avversario più convinto porta a casa il risultato. Sono convinto che allenatori più consapevoli delle proprie incapacità, potrebbero riflettere su questi temi e trovare delle soluzioni adatte per le loro squadre.

Dove nasce la speranza di Rudi Garcia

Mancano poche giornate alla conclusione del campionato di calcio e Rudi Garcia, allenatore della Roma, continua a sperare che qualcosa di positivo per la squadra possa ancora accadere anche se la Juventus ha un vantaggio di 8 punti.  Da dove nasce questa speranza nella mente di Garcia?

“Snyder, Irving & Anderson (1991, as cited in Snyder, 2000, p.8) define hope as “a positive motivational state that is based on an interactively derived sense of successful (a) agency (goal-directed energy) and (b) pathways (planning to meet goals)” .

Hope theory can be subdivided into four categories: goals, pathway thoughts, agency thoughts and barriers. Goals that are valuable and uncertain are described by Snyder (1994, as cited in Snyder, 2000, p.9) as the anchors of hope theory as they provide direction and an endpoint for hopeful thinking. Pathway thoughts refer to the routes we take to achieve our desired goals and the individual’s perceived ability to produce these routes (Snyder, 2000).  Agency thoughts refer to the motivation we have to undertake the routes towards our goals. Barriers block the attainment of our goals and in the event of a barrier we can either give up or we can use our pathway thoughts to create new routes.” (From http://www.positivepsychology.org.uk/pp-theory/hope/100-what-is-hope-and-how-can-we-measure-it.html)

Questa definizione si adatta bene alla Roma, poiché la squadra ha costruito la sua fiducia tramite i risultati e la coesione di squadra, mettendo la sua energia in questa direzione e mostrando durante tutta la stagione la strada che ha preso per raggiungere la posizione attuale.

Italiani, vittime di noi stessi ma la colpa è degli altri anche nello sport

Siamo un popolo abituato a dare la colpa agli altri e anche nello sport si manifesta questa mentalità. I genitori picchiano gli arbitri, naturalmente la Juve ruba le partite, chi si dopa si giustifica dicendo che è stata una leggerezza e così … e sopattutto non abbiamo speranza.

La Juventus si adatta e vince

L’importanza dell’adattamento non è evidente solo nella storia dell’evoluzione ma anche nelle scelte che si effettuano nei momenti decisivi. Questo è quanto avvenuto domenica per quanto riguarda Juventus- Roma. L’allenatore della Juventus, Antonio Conte, ha preparato la squadra, cambiandone il modo di giocare così da adattarlo al modulo della Roma. “Se è il caso ci snaturiamo” ha detto Conte; significa avere la consapevolezza di riconoscere il valore degli avversari, riconoscendone i punti di forza  - da ridurre – e i punti di debolezza – da fare emergere -. Più facile sarebbe stato giocare servendosi delle qualità con cui la Juventus si è affermata in questi due anni in Italia (possesso palla e ritmo elevato) che contro la Roma sarebbe stato dannoso.  Invece si è comportato come suggerisce Sun Tzu, in L’arte della guerra secondo cui è geniale chi mostra “la capacità di assicurarsi la vittoria combattendo e adeguandosi al nemico” e “chi è prudente e aspetta con pazienza chi non lo è”.

Le regole etiche sono troppo vecchie?

Almeno 10 anni fa in una pubblicazione del settote giovanile e scolastico della FIGC dedicata a calcio, scuola e educazione abbiamo scritto.

Qualunque sia il mio ruolo nello sport, anche quello di spettatore, mi impegno a:

  • Fare di ogni incontro sportivo, poco importa la posta in palio e la rilevanza dell’avvenimento, un momento privilegiato, una sorta di festa
  • Conformarmi alle regole e allo spirito dello sport praticato
  • Rispettare i miei avversari come me stesso
  • Accettare le decisioni degli arbitri e dei giudici sportivi, sapendo che, come me, hanno diritto all’errore ma fanno di tutto per commetterlo
  • Evitare l’aggressione nei miei atti, nelle mie parole e nei miei scritti
  • Non usare artifizi nè inganni per ottenere il successo
  • Restare degno nella vittoria come nella sconfitta
  • Aiutare gli altri sportivi, con la mia presenza, la mia esperienza e la mia comprensione
  • Soccorrere ogni sportivo ferito, la cui vita è in pericolo
  • Essere realmente ambasciatore dello sport, aiutando a far rispettare intorno a me i principi qui affermati

Ora invece si sente dire che dire “M….a” è solo una parola come un’altra perchè è ampiamente usata nel linguaggio comune e quindi non è offensiva. E’ chiaro, i ragazzi che insultano i giocatori non sono deliquenti come quelli  che il calcio ci ha abituato a vedere e che non vengono perseguiti. Ciò non toglie che ai bambini vada insegnata l’educazione e a comportarsi in pubblico, in primis dai genitori.

Juventus-Napoli: chi vuole vincere?

Juventus e Napoli si affrontano stasera, un partita importante non solo per i 3 punti che avvicineranno alla Roma chi vince, ma anche per l’effetto positivo che si avrà sull’autostima di quella che dimostrerà di sapersi esprimere al meglio nei moneti decisivi. In modo diverso, Mazzarri e Conte avranno spiegato ai giocatori cosa vogliono che succeda in campo e cosa vogliono evitare che avvenga. Vedremo chi delle due riuscirà a fare accadere quello che in questi giorni hanno pianificato. Entreranno in campo con la stessa volontà di vincere? La partita sarà bella se vedremo intensità,velocità, spirito combattivo e idee in campo.

La fatica mentale nel calcio

Il sovraccarico da fatica mentale è un costo che gli atleti devono imparare a gestire per rimanere a livello di vertice. Gli atleti più vincenti al termine delle olimpiadi si prendono spesso un lungo periodo di riposo per eliminare gli stress subiti e per ricaricare la propria motivazione per gli impegni futuri. Negli sport individuali scelte come quella di Federica Pellegrini di dedicarsi per una stagione agonistica a svolgere un’attività meno intensa sono frequenti negli atleti di livello internazionale, perchè mentalmente non si può vivere ogni anno con l’assillo di dovere dimostrare che si è i più forti. Lo stesso Tiger Woods ci ha messo tre anni per risollevarsi dalla crisi in cui si era infilato  e ritornare a essere il numero 1. Tre anni sono l’equivalente di 1000 giorni in cui ha perso molte e molte più volte di quelle che ha vinto. Negli sport di squadra prendersi un periodo di riposo non è possibile. Le squadre forti sono organizzate per raggiungere ogni anno il massimo obiettivo possibile, nel calcio si traduce nel vincere lo scudetto o entrare almeno nella Champions League. I giocatori della Juventus si trovano in questa condizione mentale, sono stanchi e sinora non hanno saputo entrare in campo con l’atteggiamento necessario per vincere. Hanno sopperito con il mestiere e con la qualità di alcuni giocatori ma non basta più. Ci vorrebbero dei cloni di Pirlo e compagni ma è fantasia e i nuovi non sono per forza migliori degli altri. La Juventus deve comunque ridurre il livello di fatica e stress mentale per ritrovare quella motivazione all’impegno e al sacrificio in allenamento e partita che sono alla base dei successi dei due anni precedenti. Certamente uno psicologo che li aiutasse a rilassarsi e ricaricarsi sarebbe utile.