Archivio mensile per gennaio, 2022

La ragione per cui facciamo quello che facciamo. Più grande del tennis

 

 @DylanAlcott

Che atleta voglio diventare?

E’ importante e utile porsi la domanda: Quanto voglio diventare bravo/a?
Non è presunzione porsi questa domanda, serve a stabilire un obiettivo e capire quanto devo impegnarmi per raggiungerlo.
Per un giovane non basta avere deciso d’intraprendere la carriera di atleta. La domanda successiva riguarderà quale atleta voglio diventare.
  • Il migliore della mia città?
  • Il migliore in Italia?
  • Un atleta di livello internazionale?
  • Il campione del mondo?
Se non rispondo a queste domande come faccio a sapere se il percorso sportivo in cui sono coinvolto è adeguato per raggiungere il mio obiettivo? Per capire che futuro vogliamo proviamo a rispondere a queste domande ristorate qui sotto.
… siamo motivati alla eccellenza se vogliamo:
  • Portare a termine qualcosa di difficile. 
  • Sentirci pieni di energia.
  • Guidare persone o guidarci con efficacia, efficienza e etica. 
  • Andare oltre gli ostacoli e mantenere elevati standard.
  • Eccellere per noi stessi. 
  • Incrementare la consapevolezza con l’osservazione delle nostre esperienze di successo. 
Per saperne di più su come fare a raggiungere i propri obiettivi e superare le difficoltà scrivetemi tramite questo sito.

Perchè abbiamo bisogno di movimento?

L’affermarsi dello sport nella nostra cultura non è solo legato alle passioni che suscitano le grandi sfide agonistiche dal campionato di calcio, agli ori olimpici o alle regate della Coppa America ma si fonda anche su alcune idee che sono ormai parte integrante del patrimonio di convinzioni delle persone. La prima si riferisce all’idea che lo sport è benessere e la seconda che lo sport è educazione alla vita. Pertanto, se ci si muove per stare bene, ciascun individuo è espressione del diritto fondamentale di poter essere messo nelle condizioni di fare movimento e/o fare sport ed è proprio per soddisfare questa esigenza che lo sport per tutti è nato e si è diffuso, sino a diventare un’attività che coinvolge milioni di persone.

Quali sono dunque i bisogni a cui lo sport per tutti fornisce una risposta:

  1. Il bisogno di movimento – Viviamo in una società che ci obbliga a condurre una vita sedentaria, camminare per andare a lavorare o giocare per strada sono attività quasi impensabili e si deve sopperire a questa riduzione di movimento spontaneo istituzionalizzando momenti della giornata da dedicare esclusivamente all’attività fisica/sportiva. Ormai è possibile per milioni di cittadini trascorrere una giornata senza neanche aver percorso 1km a piedi.
  2. Il bisogno di educare il proprio corpo – Il miglior esempio di educazione del proprio corpo attraverso il movimento lo forniscono i bambini nei primi anni di vita, basta osservarli per capire quanto impegno pongono nell’imparare a camminare e a correre o nell’acquisire quei processi di autoregolazione che gli consentono d’imparare riducendo i rischi di farsi del male (il piacere che provano nello svolgere l’attività  di arrampicarsi e di saltare). Anche per l’adulto la ricerca del benessere può venire soddisfatta attraverso una migliore percezione del proprio corpo o attraverso il riscontrare che il proprio umore può migliorare attraverso la pratica motoria moderata. Per molti individui è la scoperta che possono agire attivamente e positivamente sulle reazioni del proprio corpo e di quanto queste siano inscindibilmente collegate alla loro condizione psicologiche, in un rapporto di reciproca influenza.
  3.  Il bisogno di autorealizzazione – Nello sport per tutti sono presenti necessità di autorealizzazione molto diverse tra loro e, certamente non tutte positive.  Una delle forme dell’intelligenza è quella cinestesica e gli sportivi traggono un senso di valorizzazione personale dall’acquisizione di un livello elevato di maestria nello svolgimento della loro attività. Un’altra modalità di autorealizzazione  collegata, invece, allo sport per tutti consiste nel  mantenimento di una condizione di benessere psicofisico soddisfacente. Non sono invece accettabili come forme di valorizzazione positiva quelle di coloro che si servono di sostanze nocive alla salute  o abusano nell’uso di farmaci per migliorare il loro aspetto fisico o le loro prestazioni sportive.
  4.  Il bisogno di appartenenza – Per molti sportivi la ricerca del contatto sociale attraverso la pratica motoria/sportiva rappresenta una delle motivazioni principali. Lo sport diventa sinonimo di attività svolta in gruppo. Un’attività su tutte: il podismo; la corsa è uno sport individuale che si svolge in gruppo, perché il bisogno di stare con gli amici o di farsene di nuovi e di condividere con questi la propria esperienza sportiva personale è una dimensione psicologica fondamentale.
  5.  Il bisogno di gioco e di avventura – Sport per tutti  significa sport a misura di ognuno, in cui la soggettività e l’esigenza del singolo prevalgono sulla regola del modello competitivo tradizionale. Questo perché lo sport per tutti lo si pratica per piacere personale e le regole del gioco le stabiliscono i partecipanti. Non è in palio la vittoria o l’ottenimento della prestazione assoluta, bensì la soddisfazione di un proprio desiderio. L’avventura non è solo quella assoluta di Messner o di Soldini ma pure quella della persona sedentaria che decide per la prima volta nella sua vita di vincere le proprie resistenze legate alla sua non buona percezione del proprio corpo o al desiderio di dimagrire e di seguire un programma di attività motoria in palestra.
  6.  Il bisogno di vivere in un ambiente naturale – E’ sempre più avvertita l’esigenza di fare dell’attività fisica immersi nella natura sia essa quella di un parco cittadino o quella del mare, della montagna o della campagna. La ricerca di un contesto ambientale adeguato non sorge unicamente dal piacere di respirare un’aria più pulita o di sentire profumi a cui in città non siamo più abituati. Ancora più profondamente, invece,  s’inserisce nell’ambito di uno stile di vita fisicamente attivo, in cui la natura diventa il luogo per eccellenza dove muoversi, fosse anche solo per camminare chiacchierando con gli amici.

Impariamo ad accettare lo stress

Se partiamo dal presupposto che “la vita è una cosa meravigliosa ma che potrebbe trasformarsi anche in un inferno se non si fa attenzione”, allora si capisce rapidamente perché lo stress, a sua volta, può essere altrettanto meraviglioso oppure fatale. Sono le situazioni di difficoltà che spingono le  persone a impegnarsi al massimo per superarle ed ottenere i risultati che si sono prefissati. Pensiamo al primo appuntamento con una ragazza o un ragazzo, come ci si sentiva, si era tranquilli, no di certo. Si pensava verrà o non verrà, sarò goffo/a?

La sfida è anche altro. Sfide anche apparentemente semplici, come quella di trovare del tempo da dedicare a fare qualcosa che piace (una passeggiata, incontrarsi con gli amici). In questo caso la sfida consiste nel fare qualcosa che piace, per il gusto di farla, per raggiungere obiettivi immediati, per provare piacere o per divertirsi. Lo svago al di fuori del lavoro rappresenta uno dei migliori fattori di previsione del benessere e il divertimento influenza positivamente le relazioni di coppia e la vita sociale, che sono altrettanti indici fondamentali di benessere.

E’ un invito alle persone a preferire le esperienze alla passività determinata dalle comodità (“Perché dovrei uscire, faticare, quando posso stare tanto comodo sul divano a guardare la TV”), a fare piuttosto che avere (“ma se mi compro quel marchingegno elettronico che mi fa dimagrire stando seduto, perché dovrei seguire una dieta e andare in palestra?”).

Queste idee non sono nuove!!

Benjamin Franklin, scienziato e politico del XVIII secolo, sosteneva che insegnare a un giovane a farsi la barba e a tenere il suo rasoio tagliente avrebbe contribuito molto di più alla sua felicità che dargli 1.000 ghinee da sperperare. Il denaro avrebbe lasciato solo rimorsi. Mentre il sapersi radere libera l’uomo dalle vessazioni del barbiere, dalle sue dita talvolta sporche, da respiri offensivi e dai rasoi non taglienti.

Assumere questo nuovo modo di pensare riguarda il prendersi cura di se stessi, significa prestare attenzione non alla grandiosità dei cambiamenti che potremmo raggiungere dopo un anno e a prezzo di grandi sacrifici, ragioniamo invece su obiettivi settimanali e raggiungibili. In genere, porsi obiettivi a lungo termine indica più che altro l’aspirazione della persona a raggiungere un determinato risultato ambizioso ma proprio perché si è nel contempo consapevoli dell’impegno nel raggiungerlo può essere percepito come irraggiungibile.

Le difese che una persona può innalzare per evitare di prendersi cura di Sé possono essere così descritte:

  1. Pensare che è sempre stato così –  Alcuni si dicono “Sono sempre stato grassottello, certo ora lo sono un po’ di più di prima della pandemia, ma come si fa a dire di no a un bel piatto di pasta”. Questo approccio sta a indicare che la persona ritiene di non potere migliorare la sua vita perché ha sempre avuto quella problematica, cioè l’essere sovrappeso, e giunge così alla conclusione che non c’è niente da fare. Questa spiegazione viene anche per giustificare determinare caratteristiche psicologiche: “Non gli piace stare da solo, ma già da ragazzino aveva paura del buio, la luce gli faceva compagnia.” In questi casi il ricordo del passato viene utilizzato per affermare l’impossibilità del cambiamento. Si conferma nella testa delle persone che è il passato, contro cui non si può fare nulla, che guida il presente e determina le scelte per il futuro.
  2. Pensare che cambiare non è importante – Altri si dicono: “ Va bene dimagrisco, faccio sport oppure esco di più con gli amici, ma poi che ci guadagno? Io sto bene così, faccio la mia vita, non ho malattie, lavoro, nessuno si lamenta. Perchè dovrei cambiare quando sto tanto bene davanti alla TV.” In questo caso coloro che sostengono questo modo di vivere non sono affatto consapevoli dei danni che crea una vita sedentaria e percepiscono solo il fastidio derivato dall’intraprendere attività che non siano quelle abituali.
  3. Pensare che c’è sempre qualcosa di più importante da fare – Altri ancora sono convinti che “Sarebbe bello avere del tempo da dedicare a me stesso, ma è così che va la vita, sempre di corsa mai un minuto per te.” Rispetto agli inconsapevoli, queste persone avrebbero l’intenzione di modificare in qualche modo la loro vita ma ritengono di non averne il diritto poiché questo loro desiderio è all’ultimo posto.
  4. Pensare che non si sarà capaci di continuare – Alcuni altri sono convinti di “Non avrò mai la pazienza e la perseveranza di seguire un programma di allenamento, ho già provato in passato e ho sempre lasciato.” Quindi, esperienze negative di abbandono determinano una condizione d’insicurezza, che a sua volta mantiene l’individuo all’interno del suo modo di vivere insoddisfacente.
  5. Sentirsi ridicoli davanti agli altri – Infine è possibile pensare che “ In palestra mi sento ridicolo perché sono tutti vestiti meglio e più bravi di me” oppure “Dovrei prima trovare un istruttore che mi spiega bene cosa devo fare, che fa le cose semplici, poi, forse. potrei farle in mezzo agli altri e poi non sono più giovane e la tuta m’ingrossa.” Questa ridotta accettazione del proprio fisico e della condizione di forma attuale non aiuta a inserirsi in un gruppo, a sentirsi a proprio agio. Si vorrebbe prima raggiungere una forma accettabile e poi partecipare alle lezioni di gruppo.

Master Roma: 26 gennaio Open Day

Come aumentare la pratica sportiva fra le persone con disabilità

10 punti chiave per aumentare la pratica sportiva fra le persone con disabilità. 

Catherine Carty, Hidde P. van der Ploeg, Stuart J.H. Biddle, Fiona Bull, Juana Willumsen, Lindsay Lee, Kaloyan Kamenov, and Karen Milton (2021). The First Global Physical Activity and Sedentary Behavior Guidelines for People Living With Disability.  Journal of Physical Activity and Health, 18, 86-93

10 target areas Actions needed
1. Awareness Tailored awareness campaigns are needed to draw attention to the inequity experienced by people living with disability in relation to physical activity. Emphasis on disability as an interaction between a health condition, personal characteristics, and the environment will help reduce exclusion and point to the broad range of sectors and actions that are needed to cocreate inclusive physical activity solutions.
2. Communication Communication campaigns for promoting physical activity and limiting sedentary behavior need to be targeted at and accessible to people with a wide variety of impairments through a variety of formats and technologies. General communication messages need to avoid ableist language and sentiment and be universally accessible.
3. Environment Inclusive access to local amenities, facilities, and services, including green spaces, blue spaces, and networks, may require new products, technologies, environmental changes, supportive relationships, and inclusive social attitudes. Safe and connected active transport should be made accessible for people living with disability so that they can participate more independently where they live, work, play, or go to school. This will help limit sedentary behavior and increase physical activity among people living with disability.
4. Training Training and education providers need to supply inclusive practitioners across sectors that impact physical activity and sedentary behavior to meet the specific needs of people living with disability. Disability awareness training for a broad range of community stakeholders (professionals to volunteers) would build much-needed understanding and help reduce the disabling impact of the social and physical environment.
5. Partnership Facilitating inclusion in and through physical activity is a whole of society issue. Multidisciplinary partnerships from national policy to local delivery levels are needed to address barriers and facilitators to create opportunities for participation. They must involve disability service organizations and people living with disability. Dedicated disability sport inclusion staff, working with disability organizations, can support the inclusion of individuals with disability in physical activity at community levels.
6. Research Mechanisms to gather disaggregated data on participation in physical activity, sedentary behavior, and disability are essential to monitor progress in participation on all levels—local, national, and international. An increased volume and quality of research exploring barriers and enablers to physical activity and its effects, along the disability continuum and across the domains of functioning (including life activities and participation), are needed to inform effective inclusive policy solutions and public health interventions.
7. Human rights Protecting, respecting, and fulfilling human rights with and for people with disability in and though physical activity are critical, including targeted interventions for those enduring intersectional discrimination. Increased understanding of roles and responsibilities pertaining to human rights is needed and must transfer to inclusive actions, advocacy, and investments across multiple sectors.
8. Programs Community-based physical activity programs need to consider disability-specific accommodations (across fully inclusive to segregated activities) and universal design principles. Facilitating choice in programming is critical, as is the need to provide opportunities to build positive experiences, beginning early in childhood.
9. Investment Investment is needed across sectors to advance disability inclusion in and through physical activity, in line with human rights obligations. It can be tailored according to means through innovative approaches. Appropriate and effective practical measures, or “reasonable accommodations,” such as assistants, carers, and assistive technologies, should be provided to help people living with disability to be active and to limit sedentary behavior.
10. Governance Creating inclusive societies requires significant changes at governance and policy levels. Disability inclusion in public health and physical activity should be mainstreamed through policies and legal frameworks. Partnerships, finance, and all relevant organs of society should be mobilized to address disability inclusion. With broad interagency governance structures, physical activity can be a driver of inclusive action in broader society.

Registro-ISSP per psicologi dello sport

ISSP is pleased to announce that applications to the ISSP-Registry (ISSP-R) and ISSP-Registry of Approved Supervisors (ISSP-S) will be re-opening. Applications will open on Friday, January 21, 2022. Please refer to the ISSP-R section of the website for full details.

Calcio, arbitraggio e psicologia

Sappiamo che lo stress dell’arbitraggio è negativamente correlato con la concentrazione, la fiducia in se stessi e il benessere globale dell’arbitro. Non ci deve stupire poiché ciò avviene in relazione a qualsiasi attività svolta in modo professionale.

Sappiamo anche che così come gli atleti hanno bisogno di competenze psicologiche per eseguire prestazioni di successo lo stesso vale per gli arbitri. Gli ufficiali di gara devono essere in grado di focalizzare la loro attenzione, rimanere freddi sotto pressione, affrontare gli errori e le situazioni avverse con efficacia e fissare obiettivi realistici.

Se questi concetti sono condivisi mi chiedo allora, nel caso degli arbitri di calcio, che cosa viene fatto dall’organizzazione arbitrale per fornire quella preparazione allo stress , in special modo dopo errori gravi, ai suoi associati. Di solito l’arbitro viene tenuto a riposo per qualche turno. A cosa serve questa scelta? E soprattutto in che modo viene aiutato a superare questo tipo di stress? E’ solo il tempo l’unica medicina? E con chi si consulta il designatore, con altri arbitri? E perchè non con uno psicologo?

Domande che non riceveranno una risposta. Un’organizzazione arbitrale quella italiana che negli ultimi 21 anni non ha prodotto una ricerca sugli aspetti psicologici di quest’attività. Al contrario, è un tipo di prestazione molto studiata dai ricercatori delle altre nazioni tanto che su google scholar alla voce referee psychology vi sono almeno cento ricerche sugli arbitri pubblicate in riviste internazionali.

Hasta siempre Gento

Il presidente onorario ha giocato 18 stagioni al Real Madrid ed è diventato una leggenda del calcio mondiale.

Francisco Gento López si è spento all’età di 88 anni. Figura chiave della leggenda del Real Madrid, ha giocato per il nostro club dal 1953 al 1971. Diciotto anni in cui ha ottenuto una lista di onori ineguagliabile. Ha vinto 6 Coppe Europee, il che lo rende un giocatore unico nella storia del calcio. A questi ha aggiunto 12 Leghe, 1 Intercontinentale, 2 Coppe Latine, 2 Coppe di Spagna e 1 Piccola Coppa del Mondo. Il suo contributo al Real Madrid lo ha portato ad essere eletto presidente onorario del club nel 2016.

Con un fisico portentoso e una velocità incredibile, Gento era la migliore ala sinistra del mondo. Ma a parte le sue spettacolari qualità di giocatore, è stato l’anello di congiunzione tra due generazioni leggendarie al Real Madrid: quella delle prime cinque coppe europee e quella della equipe yeyé.

A partire da Di Stefano
Gento è nato il 21 ottobre 1933 a Guarnizo (Cantabria) e si è unito al Real Madrid nella stagione 1953-54 dal Racing Santander. Nella stessa stagione, anche Di Stéfano si è unito alla nostra squadra e insieme hanno trasformato il Real Madrid nel miglior club del mondo.

Nel loro primo anno hanno vinto la Liga e hanno inaugurato un’epoca d’oro per il Real Madrid. I migliori calciatori del mondo hanno indossato la nostra maglia e la linea di attaccanti formata da Kopa, Rial, Di Stéfano, Puskas e Gento è considerata la più importante della storia.

Dalla nascita della Coppa Europa nel 1955, Gento è l’unico giocatore ad aver vinto il trofeo sei volte. Prima fece parte della storica squadra che vinse cinque titoli consecutivi dal 1956 al 1960 e poi fu il capitano della squadra yeyé del Real Madrid che lo vinse nel 1966.

Gento ha vinto le prime sei finali di Coppa Europa del Real Madrid e ha segnato in due di esse. Nella seconda, ha segnato il 2-0 vincente contro la Fiorentina in una finale giocata al Santiago Bernabéu. Fu ancora più decisivo nella terza, quando il suo gol ai supplementari risolse un incontro difficile contro il Milan”.

L’arbitro: un uomo solo con le sue insicurezze

Di nuovo un errore arbitrale a incidere negativamente sul risultato della partita. E’ accaduto in Milan-Spezia dove Serra per un presunto fallo di Bastoni ha fermato l’attacco di Rebic, che aveva servito Messias, il cui tiro sotto l’incrocio era andato a buon fine.

L’arbitro si è subito reso conto dell’errore clamoroso commesso ma ovviamente non ha potuto ritornare indietro. Questo fatto ci dimostra ancora una volta che talvolta sono gli arbitri a influenzare in modo rilevante il risultato della partita. La tecnologia aiuta ma non dispensa dagli errori, che nel calcio ci saranno sempre. Questo nuovo caso mette in evidenza una differenza sostanziale tra gli errori dei calciatori e quelli dell’arbitro. I primi hanno la squadra in cui rifugiarsi mentre il direttore di gara resta solo con il suo senso di colpa per avere commesso un errore, che non avrebbe dovuto avvenire. Tutti concordano nell’affermare che gli errori fanno parte del gioco ma questa convinzione non basta all’arbitro per uscire dall’angoscia che un errore grave determina. L’errore di Serra è come quello di Jorginho che sbaglia il rigore decisivo o del ginnasta che insegue la perfezione della sua prestazione senza riuscirci. Non si parla mai dell’arbitraggio della pallavolo o della pallacanestro, perché raramente le scelte del giudice di gara determinano il risultato finale, sono sport in cui si fanno punti in ogni minuto di gara e il valore delle sanzioni arbitrali incide meno sulla partita. Nel calcio è diverso. Il gol è un evento raro e il gioco è influenzato dalle ammonizioni, fatti importanti per quella partita e quella successiva.

Il calciatore il giorno dopo va al campo e ha i compagni e lo staff con cui condividere i suoi problemi. L’arbitro non ha nessuno, non ha compagni di squadra, ha un capo, il designatore che se da un lato lo può comprendere dall’altro è colui che decide le partite che arbitrerà e se è il caso di fermarlo per qualche turno di campionato. L’arbitro è solo a dover combattere con le insicurezze generate da una scelta sbagliata, e mi auguro che nella sua vita privata abbia persone con cui condividere i suoi sentimenti e i suoi timori, senza essere giudicato ma semplicemente accettato, perché gli errori sono parte di qualsiasi professione.

L’arbitro: un uomo solo con le sue insicurezze