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I tranelli del tennis da evitare

Il tennis presenta molti tipi di sfide, che spesso colgono alla sprovvista i giocatori.

Una di queste è di giocare un game molto combattuto, in cui si alternano i vantaggi da un campo all’altro sino a quando uno dei due tennisti lo vince. Molto spesso il game seguente viene vinto di nuovo dallo stesso giocatore con facilità.

Un altro tranello si presenta quando si va in vantaggio in modo evidente ad esempio 3-0 o 5-3 e di colpo chi sta in vantaggio comincia a pensare di avere già vinto il set e comincia a non pensare più al gioco al risultato. Non è raro che l’avversario vinca il set nonostante questo svantaggio e ciò a causa del rilassamento dei pensieri di chi stava in vantaggio, che di colpo si lascai distrarre da suoi stessi pensieri centrati sul vincere e non più su come fare per vincere.

Un terzo tranello consiste nell’attribuire troppa importanza all’avversario. Accade quando si pensa: è più forte di me, il suo gioco mi dà fastidio, ruba le palle, ci ho già perso e così via. Pensando in questo modo si cristallizzano le qualità dell’avversario e così non si pensa più a cosa si dovrebbe fare per vincere i punti tantomeno ci si concentra su come perde i punti il nostro avversario. In breve, si ingigantisce l’avversario che diventa per noi imbattibile prima ancora che cominci il match … come si fa a pensare al proprio gioco con questi pensieri.

Ovviamente il mental coaching insegnato al giovane tennista da un consulente esperto è in grado di affrontare e risolvere questi problemi così comuni nel tennis.

La falsa coscienza del CIO nei confronti del doping

La falsa coscienza del CIO a riguardo della giovane atleta russa, Kamila Valieva di 15 anni è senza limiti. E’ troppo tardi accorgersi dei drammi e delle truffe che crea il doping solo quando tutto il mondo reagisce ai soprusi che questa ragazza ha dovuto subire.

L’eccellenza dovrebbe accompagnarsi allo sviluppo del benessere personale e non distruggere una vita.

Le plusvalenze finte della Serie A possono determinare il fallimento di molte squadre

Molte squadre di serie A contabilizzano delle plusvalenza, alcune fittizie, per tenersi a galla e non far figurare il rosso nel bilancio. Il calcio italiano (dati al 30 giugno del 2018)  è in rosso “solo” di 65 milioni, meglio dei 315 milioni persi in media ogni anno dal 2010. I numeri però sono in parte “truccati”. A tenere a galla la Pallone Spa non sono i biglietti venduti, gli assegni degli sponsor o i diritti tv ma i guadagni garantiti dalla compravendita di giocatori: una girandola di scambi – talvolta a prezzi fuori da ogni logica di mercato – che ha regalato ai 20 club di Serie A 724 milioni di entrate extra (il doppio del 2016). Un tesoretto che vale ormai quasi un terzo dei ricavi del pianeta calcio.
Dietro questa pioggia d’oro c’è un po’ di tutto: molte plusvalenze sono figlie di investimenti azzeccati. Basta pensare ai 15 milioni incassati dalla Sampdoria cedendo Milan Skriniar all’Inter o i 17 guadagnati dalla Roma girando Emerson Palmieri al Chelsea. Alcune invece sono delle vere operazioni fatte modificare il bilancio; queste operazioni vedono calciatori della Primavera venduti a prezzi super. Un gioco delle tre tavolette buono per far tornare i conti di fine anno (chi incassa contabilizza subito i guadagni, chi paga spalma la spesa su più anni di bilancio) ma che rischia di trasformarsi in uno tsunami finanziario per un campionato dove gli stipendi dei calciatori si mangiano da soli il 68% delle entrate reali e i debiti sono oltre 3 miliardi”.

Sono sempre accadute situazioni di questo tipo in cui si creano finti profitti per mantenere attivi i bilanci e ciò che appare non è vero.

A questo riguardo, ad esempio, “… già nel XVIII secolo la moltiplicazione delle società e il rapido aumento del capitale sottoscritto diedero luogo a gravi inconvenienti che provocarono misure legislative da parte del Parlamento inglese intese a limitarne gli abusi. A questa decisione si era giunti in seguito alla truffa perpetrata dalla Compagnia del Mare del Sud fondata nel 1711 da Robert Harley e John Blunt. La storia ha inizio quando  a questa società venne affidato il monopolio per tutti i commerci con il Sud America, mentre in cambio questa Compagnia avrebbe dovuto assumersi parte dei debiti che l’Inghilterra aveva contratto durante la guerra di successione per la corona di spagnola. La Compagnia del Mare del Sud si configurava in termini di organizzazione finanziaria che tramite il commercio delle risorse minerarie e di schiavi avrebbe attratto numerosi investitori. In realtà, quei territori erano detenuti dalla Spagna,  che aveva permesso all’Inghilterra un solo viaggio l’anno in cambio di una quota parte dei profitti.  Ciò nonostante, le continue voci che fiorivano a Londra sull’apertura in Sud America di nuove rotte commerciali, di nuovi porti e di navi che avrebbero portato oro e argento sollecitarono ugualmente l’ingordigia degli investitori. Purtroppo, nel 1718 la Spagna e l’Inghilterra  entrarono nuovamente in guerra  e gli attesi guadagni non si poterono concretizzare a causa di questo evento. Ciò però non impedì agli speculatori di presentare ai loro probabili clienti gli incredibili guadagni che avrebbero avuto al termine del conflitto. A presunta conferma della sua buona salute, nel 1719 la Compagnia propose di assumersi tutto il debito pubblico del governo inglese e l’anno successivo il Parlamento glielo accordò. Questi fatti fecero accorrere numerosi investitori che comprarono le azioni, facendone così incrementare di molto il valore e questo avvenne sino alla primavera del 1720. Nello stesso periodo, in virtù del successo ottenuto dalla Compagnia del Mare del Sud nell’attrarre capitali, altre Compagnie sorsero per magnificare i favolosi proventi che si avrebbero avuto dallo sviluppo del traffico con il Nuovo Mondo, nel commercio del pesce piuttosto che in quello del legno. Le azioni emesse passarono da un valore di 175 sterline a febbraio, a quello di 380 in marzo, a 520 in maggio sino a raggiungere il picco massimo di 1000 sterline alla fine di giugno…ma a settembre piombarono a 135 sterline. A questo punto le ricchezze di molti erano state dilapidate sino a scomparire, poiché i guadagni promessi erano rimasti tali sulla carta”.

Nuovo scandalo doping in Russia

In questi giorni abbiamo letto dell’ipotesi concreta di doping di stato attuato in Russia in questi anni e ciò riporta alla mente quanto è avvenuto negli ’70 in Germania Democratica Tedesca e che ho riportato nel mio libro “I signori dei tranelli”.

“Quanto è accaduto nella Repubblica Democratica Tedesca a partire dagli anni ’70 rappresenta una forma tipica di attuazione di una frode, a valenza politico-sociale, decisa a partire dai vertici dello Stato e perseguita in maniera razionale e di massa su tutti gli sportivi di alto livello e sui giovani che mostravano buone capacità di riuscita. Negli anni seguenti questa scelta venne premiata con risultati sportivi eccellenti. In questo caso, le sostanze dopanti usate dagli atleti, così come i falsi in bilancio non possono essere definiti in termini di devianza negativa, che comporta il rifiuto delle norme del mondo sportivo e di quello economico. Si tratta di una devianza che non rifiuta ma aderisce totalmente e in modo conformista ai valori chiave del successo, della vittoria, del guadagno, dello status sociale e  della popolarità. L’inganno venne perseguito in maniera scientifica, poiché in Germania orientale nel 1974 i politici si trovarono di fronte a un dilemma che dovettero rapidamente risolvere: per vincere bisognava ricorrere agli ormoni androgenici ma nel contempo come la maggior parte delle altre nazioni anchela Germania DemocraticaTedescanegava ufficialmente l’uso di queste pratiche, sostenendo anzi di volerle combattere. Pertanto venne elaborata una strategia generale, centralmente organizzata per assicurare lo sviluppo efficiente del doping ormonale e dei sistemi per nasconderlo. Data l’importanza politica di questa scelta, la decisione venne presa dal Comitato Centrale del Partito Socialista e la decisione finale, classificata come Top Secret, fu approvata il 23 ottobre 1974 dalla Commissione per lo Sport di Alta-Prestazione (Franke e Berenonk, 1997).  Questo documento del 1974 sosteneva che la somministrazione a maschi e femmine delle sostanze dopanti e in particolare la somministrazione degli steroidi androgenici, doveva essere:

  1. parte integrale del processo di allenamento e della preparazione per le principali competizioni internazionali;
  2. organizzata centralmente, includendo regolari valutazioni dei risultati ottenuti e delle esperienze effettuate dai medici dello sport;
  3. ulteriormente sviluppata e ottimizzata dalle ricerche svolte sul doping nello sport di alta-prestazione, con speciale enfasi sullo sviluppo di nuove sostanze e sulle migliori modalità di somministrazione;
  4. insegnata ai medici dello sport e agli allenatori tramite corsi e documenti speciali;
  5. svolta in totale segretezza ed essere classificata come un segreto di Stato ufficiale (Franke e Berenonk, 1997)”.

L’intensità della morale individuale

“Dignità. Chissà se il significato di questa parola riuscirà mai a fare breccia nello sport dei dannati dell’epo”  (Eugenio Capodacqua) che l’indagine della Commissione del Senato francese sul Tour de France del 1998 ha rivelato e fra cui si trovano anche Marco Pantani (vincitore di quell’edizione della corsa) e Mario Cipollini. La mia idea è che non ci può essere dignità se non in presenza di un certo grado d’intensità morale personale. Può essere così descritta:

“Un’ulteriore dimensione psicologica che è emersa come rilevante per spiegare le condotte illegali riguarda lo sviluppo morale, inteso come l’abilità a riconoscere un dilemma etico ed a fronteggiare situazioni etiche. L’intensità della morale individuale influenzerebbe le quattro fasi del ciclo decisionale morale: il riconoscimento dell’esistenza di un problema morale; il formulare un giudizio morale, il formare azioni morali  e l’agire seguendo queste intenzioni. Queste fasi interagiscono pure con le sei dimensioni che costituiscono l’intensità morale:

  1. la rilevanza dei risultati – si riferisce alla somma dei benefici determinati dall’avere portato a termine un’azione;
  2. il consenso sociale – si riferisce all’estensione dell’accettazione riguardante l’eticità dei comportamenti;
  3. la probabilità – si riferisce a quanto percentualmente si ritiene  ipotizzabile che le  conseguenze abbiano un effetto positivo;
  4. l’immediatezza temporale – consiste nella quantità di tempo che trascorre tra il termine dell’azione e l’inizio delle conseguenze;
  5. la prossimità – definisce in che misura chi usufruirà delle conseguenze potrà venire identificato come beneficiario o vittima;
  6. l’effetto di concentrazione – si riferisce al numero di persone interessate ai risultati ottenuti”.