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La preparazione mentale nelle ultramaratone

  • Il prossimo 28 giugno centinaia di atleti parteciperanno alla 40^ edizione della Pistoia-Abetone. Ad attenderli ci sarà un duro percorso di 50 km. Possiamo dare qualche consiglio su come affrontare al meglio questa gara?

La pazienza è la prima qualità che deve dimostrare di possedere un ultra-maratoneta. All’inizio della gara ci si deve annoiare, nel senso che il ritmo della corsa deve essere facile ma non bisogna cadere nella tentazione di correre più veloce di quello che si è programmato.

  •  In una competizione così lunga sono inevitabili i momenti di crisi. Come è possibile superarli?

Nella corsa di lunga distanza le difficoltà sono inevitabili, quindi la domanda non è tanto “se ci troveremo in difficoltà” ma “quando verrà quel momento cosa devo fare per superarlo”. La risposta non può essere improvvisata in quel momento ma deve essere già pronta, poiché anche in allenamento avremo incontrato difficoltà di quel tipo. Quindi in allenamento: “come mi sono comportato, che cosa ho pensato, quali sensazioni sono andato a cercare dentro di me per uscire da una crisi?”. In gara abbiamo dentro di noi queste risposte, dobbiamo tirarle fuori. Ogni runner in quei momenti deve servirsi della propria esperienza, mettendo a fuoco le immagini e le emozioni che già in passato gli sono state utili.

  • Malgrado le difficoltà e i sacrifici per affrontare una gara di lunga distanza, il popolo dei maratoneti è in aumento. Come si spiega questa tendenza?

La corsa corrisponde a un profondo bisogno dell’essere umano. Infatti noi siamo geneticamente predisposti alla corsa di lunga distanza e più in generale si può affermare che il movimento è vita mentre la sedentarietà è una causa documentata di morte. Sotto questo punto di vista la corsa si è tramutata nelle migliaia di anni in attività necessaria per sopravvivere agli attacchi degli animali e per procacciarsi il cibo in un’attività che viene oggi svolta per piacere e soddisfazione personale. Inoltre, oggi come al tempo dei nostri antenati, la corsa è un fenomeno collettivo, è un’attività che si svolge insieme agli altri. Per l’homo sapiens era un’attività di squadra, svolta dai cacciatori per cacciare gli animali; ai nostri tempi la corsa soddisfa il bisogno di svolgere un’attività all’aria aperta insieme ai propri amici.

  •  Cosa non bisognerebbe mai fare a livello mentale in una competizione sportiva?

Non bisogna mai pensare al risultato ma concentrarsi nel caso della corsa sul proprio ritmo e sulla sensazioni fisiche nelle parti iniziali e finali della gara. Nella fase centrale è meglio avere pensieri non correlati al proprio corpo.

  •  Chi è per lei un campione?

Chiunque sia in grado di soddisfare i propri bisogni è il campione di se stesso e deve essere orgoglioso di avere raggiunto questo obiettivo personale. Quando invece ci riferiamo con questo termine ai top runner, i campioni sono quelli che riescono a mantenere stabili per un determinato periodo di tempo prestazioni che sono oggettivamente al limite superiore delle performance umane nella maratona e che in qualche occasione sono riusciti a superare.

  •  Nella sua esperienza di psicologo al seguito di atleti partecipanti alle Olimpiadi, c’è un ricordo o un aneddoto che le è rimasto nel cuore?

Prima di prove importanti i campioni provano le stesse emozioni di ogni altra persona. Spesso le percepiscono in maniera esagerata, per cui possono essere terrorizzati di quello che li aspetta. La differenza con gli altri atleti è che invece riescono a dominarle e a fornire prestazioni uniche. Ho vissuto questa esperienza per la prima volta ad Atlanta, 1996, in cui un atleta che poi vinse la medaglia d’argento, non voleva gareggiare in finale perché si sentiva stanco ed esausto. Questa stessa situazione l’ho incontrata in altre occasioni ma questi atleti sono sempre riusciti a esprimersi al loro meglio nonostante queste intense espressioni di paura.

  • Analizzando il panorama dell’atletica italiana, si ha la sensazione che i risultati migliori arrivino da atleti anagraficamente non così giovani come ad esempio negli anni Ottanta e che il vivaio di talenti stenti a decollare. Quale interpretazione possiamo dare di questo fenomeno e come evitare l’alta percentuale di drop-out sportivo nell’adolescenza?

Nel libro intitolato “Nati per correre” di A. Finn e dedicato agli atleti keniani vengono prese in considerazioni molte ipotesi sul loro successo emerge con chiarezza che la molla principale risiede nel loro desiderio di avere successo.

“Prendi mia figlia, ha aggiunto, è bravissima nella ginnastica, ma non credo farà la ginnasta. Probabilmente andrà all’università e diventerà medico. Ma un bambino keniano, che non fa altro che scendere al fiume per prendere l’acqua e correre a scuola, non ha molte alternative all’atletica. Certo anche gli altri fattori sono determinanti, ma la voglia di farcela e riscattarsi è la molla principale” (p.239).

  •  Si può affermare che la pratica di uno sport svolga un ruolo di prevenzione rispetto a disturbi mentali quali l’ansia e la depressione?

Lo sport e l’attività fisica promuovono il benessere se vengono svolte come attività del tempo libero e per il piacere di sentirsi impegnati in qualcosa che si vuole liberamente fare.  Al contrario quando vengono svolte allo scopo di fornire prestazioni specifiche possono determinare, come qualsiasi altra attività umana, difficoltà di ordine psicologico e fisico. Direi che vale anche per lo sport e l’attività fisica la stessa regola che è valida per qualsiasi attività umana. Il problema non proviene da cosa si fa: sport agonistico o ricreativo ma da come si fa: crescita e soddisfazione personale o ricerca del risultato a ogni costo e dagli obiettivi del contesto sociale e culturale nel quale queste attività vengono praticate: sviluppare la persona attraverso lo sport o vincere è l’unica cosa che conta.

(da Runners e benessere, Giugno 2015)

La mentalità di Stephen Curry, stella NBA

  1. Every time I rise up, I have confidence that I’m going to make it.
  2. I’m not the guy who’s afraid of failure. I like to take risks, take the big shot and all that.
  3. I’ve never been afraid of big moments. I get butterflies. I get nervous, but I think those are all good signs that I’m ready for the moments.
  4. I can get better. I haven’t reached my ceiling yet on how well I can shoot the basketball.
  5. Being a superstar means you’ve reached your potential, and I don’t think I’ve reached my potential as a basketball player and as a leader yet.
  6. There’s more to life than basketball. The most important thing is your family and taking care of each other and loving each other no matter what.

Charles Eugster 95 anni è campione del mondo dei 200m

Charles Eugster, 95 anni, Gran Bretagna, campione del mondo nei 200m . Il novantenne ha battuto il record mondiale per la sua fascia di età al World Master a Birmingham lo scorso agosto e il video della gara è diventato virale, dopo essere stato postato da qualche giorno su YouTube. Eugster, che è anche un canottiere agonistica, dice che è sempre stato interessato a competere, ma ancora di più a vincere. Ha corso 200m in 55,48 secondi.

Accettare la paura

Cosa che spesso non capiscono gli atleti è che le emozioni sono parte integrante della loro attività e quando si sentono in forma non capiscono che c’è un altro gradino: sentirsi in forma sotto stress. Questa è la differenza tra un bravo atleta e un campione.

Giovanni Pellielo: gli insegnamenti di un campione

Giovanni Pellielo, 25 anni di tiro a volo, tre campionati del mondo vinti nella fossa olimpica, tre medalie olimpiche per ricordare solo i successi più importanti. Con questa storia avrebbe potuto smettere e intraprendere un’altra carriera, diventando il personal coach di qualche giovane talento su cui riversare le sue competenze. Ma non ha scelto questa strada. Ha Londra non è entrato in finale, certamente la sua prestazione era stata positiva con 121 piattelli centrati su 125 ma inutile per entrare in finale. Nel mondo rarefatto dei campioni del piattello si è così cominciata a diffondere l’idea che Pellielo fosse finito, altri erano ora i vincitori. Pellielo, come prima di lui Tiger Woods e Federica Pellegrini, non c’è stato a questa idea ed è tornato a prepararsi. I risultati, alla prima importante gara nazionale ha vinto con 124 piattelli presi su 125 e alla successiva prova di Coppa del Mondo ha pensato bene di migliorarsi prendendone 1 in più 125 presi su 125. Ora può stare tranquillo che nessuno più pensa che è finito. Tenacia, fiducia, orgoglio? Non si diventa campioni per nulla!

Per vincere bisogna sapere perdere

“Sbaglio, ecco perchè vinco sempre” ha dichiarato ieri Russell Coutts, 4 volte campione della Coppa America contre team e imbarcazioni diverse. La stessa frase è già stata detta da Michael Jordan: “Nella mia vita ho fallito spesso e ho continuato a sbagliare. Ed è per questo che ho avuto successo”.

Facile a dirsi quando si è delle star mondiali … ma se invece fosse vero? Se fosse proprio come si reagisce agli errori la differenza fra un atleta anche bravo e un campione? In tal caso il segreto consiste nel sapere accettare gli errori, non viverli come fallimenti personali ma come esperienze necessarie per trovare la strada giusta.

Ci pensate a un allenatore di un giovane atleta che gli dice: “devi essere felice di sbagliare, perchè solo in questo modo puoi capire cosa fare”. Quanti allenatori conoscete che parlano in questo modo?

Correre con il campione

  

Correre come i campioni di maratona: http://www.youtube.com/watch?v=lPyBMsjVG94

 

 

Le parole che rivelano il campione

Il mondo delo sport ci ha regalato oggi la dimostrazione di come un grandissimo campione, Haile Gebrselassie, detentore del record del mondo nella maratona, si comporta per dire che vuole ritirarsi e che non si sente più in grado di affrontare altre sfide: “E’ il momento per me di fare un passo indietro e lasciare spazio ai giovani”. Semplice, chiaro e dretto. Quanti sarebbero in grado di esprimersi in questo modo, privo di sotterfugi?

Un nuovo campione italiano

Matteo Manassero, 17 anni, è il più giovane vincitore nella storia del golf di una prova del tour europeo. Gli viene riconosciuta una notevole freddezza durante il gioco, che appare anche nelle dichiarazioni quando dice “non ho l’età per bere, non posso ancora guidare e non mi compro un’auto, e non ho una ragazza a cui fare un regalo”. Complimenti!

Un campione di vegetale?

“Una vincitrice di medaglia di bronzo alle olimpiadi del 1968 aveva un allenatore che era veramente impressionato dalla sua abilità di eccellere nel nuoto che era l’unica cosa importante della sua vita. L’aveva convinta che tutte quelle persone là fuori (fuori dal regime della piscina) erano dei vegetali perchè non stavano facendo niente. In seguito lei disse: quando smisi di nuotare divenni una di loro – … Se qualcuno cerca di farti credere che sei importante solo perchè sei il primo o il secondo al mondo, cosa ti lascia quando non sarai più in classifica? Un vegetale?” Queste frasi risalgono al 1980 e sono tratte dal libro “In pursuit of excellence” di Terry Orlick. Oggi sono più che mai attuali. Dopo 30 anni cosa viene fatto perchè ciò non accada? Nulla.