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Le squadre positive sono più produttive

In un articolo pubblicato sul Journal of Applied Behavioral Science Kim Cameron e i suoi colleghi  hanno scoperto che un ambiente di lavoro caratterizzato da pratiche positive e virtuose eccelle in vari campi.

Le pratiche positive e virtuose includono:

  • Prendersi cura di e interessarsi degli altri.
  • Fornire supporto all’altro, inclusa la gentilezza e compassione quando gli altri sono in difficoltà.
  • Evitare d’incolpare e perdonare gli errori.
  • Sostenersi a vicenda sul lavoro.
  • Sottolineare la significatività del lavoro.
  • Trattarsi con rispetto, gratitudine, fiducia e integrità.

Cameron ei suoi colleghi spiegano che ci sono tre ragioni per cui queste pratiche sono utili per l’azienda e queste pratiche positive sono:

  • Aumentano le emozioni positive che ampliano le risorse e le capacità dei dipendenti, migliorando i rapporti delle persone tra loro e amplificando la loro creatività e la capacità di pensare in modo creativo.
  • Sono da cuscinetto contro eventi negativi come lo stress, migliorando le  capacità dei dipendenti di riprendersi dalle sfide e dalle difficoltà.
  • Motivano e rafforzano dipendenti, rendendoli più fedeli e pronti a tirar fuori il meglio di loro.

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Creiamo la frase che ci rappresenta

Smettiamo di pensare con le frasi degli altri, creiamoci da soli la frase che ci rappresenta. La mia è “spingere in positivo” e la vostra?

Pensare positivo è un’arte

Non è di certo superficiale per un atleta/allenatore pensare in positivo, anzi si è troppo banalizzata l’importanza di avere un atteggiamento di questo tipo, etichettandola spesso come un’americanata o un modo di vivere senza porsi i veri problemi. Nel mio lavoro vedo  invece ogni giorno l’esatto contrario e cioè quanto sia facile abbattersi per un allenamento andato male, per la difficoltà nel migliorare, per accettare che il lavoro quotidiano non è una passeggiata verso la gloria, ma che invece bisogna metaforicamente sporcarsi le mani con le proprie insicurezze e timori. Sono proprio le difficoltà che vivono gli atleti/allenatori a rappresentare l’unica occasione, anche questa positiva, per mettere alla prova il proprio valore umano, la propria voglia di fare bene nonostante oggi non si sia soddisfatti. Questo è l’allenamento. Accettare i propri limiti e lavorare positivamente per ridurli e superarli. Solo quando si acquisisce questa mentalità si apre la porta al pensiero positivo.

Il perfezionismo positivo

Leggo un’intervista a Spielberg e a Jackson il produttore del film su Tintin dove si afferma: “Probabilmente abbiamo speso due o tre anni di lavoro per realizzare ogni particolare nuance e sottigliezza del volto di Tintin. Steven e io abbiamo avuto lunghe video conferenze con il team dei disegnatori … chiedendo loro “Gli occhi possono essere del 15% più piccoli? Le sopracciglia possono essere un po’ più basse?” Queste sono richieste di perfezionismo del regista e del produttore e che in questo modo sono state soddisfatte. E’ un perfezionismo positivo perchè si è concretizzato in un risultato efficace. Un altro aspetto di questa ricerca è che richiede tempo, bisogna provare e riprovare e poi provare ancora. Nel frattempo si presentano degli ostacoli, ci sono fasi che sembrano insuperabili, poi viene il giorno in cui il puzzle si compone e si giunge alla soluzione. Gli atleti, quelli bravi, fanno lo stesso, ripetono migliaia di volte le stesse azioni con qualche piccola modifica fino a quando “appare” il movimento ottimale per loro stessi. A quel punto ci si allena per ripeterlo, entrando così nella fase chiamata della “disponibilità variabile” in cui l’azione può essere avviata e condotta a termine indipendentemente dalle caratteristiche della situazione agonistica. Solo così si raggiunge l’eccellenza.

C’è bisogno di psicologia positiva

Gli eventi del calcio di questi giorni stanno a indicare che è forte il bisogno di psicologia positiva:

Calciatori nel pallone per le partite truffate. Allenatori che vogliono diventare dirigenti con un battare di ciglia e che dimostrano così di non avere un piano di vita o di sviluppo professionale. Sono tutti pazzi per la cantera del Barcellona senza capire che una nazione o un club dovrebbero avere progetti propri e non perseguire fotocopie che alla prova del tempo si stingono. Circa 300 sono le Scuole calcio che hanno dichiarato ufficialmente di avere uno psicologo: dove sono? Molti ex-calciatori non hanno un lavoro. Questi alcuni temi che richiederebbero un approccio psicologico alla loro risoluzione ma sarebbe come andare su Marte: impossibile.