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Allenatore: solo l’esperienza non basta

Queste considerazioni sono tratte dalle idee di Henry Mintzberg raccolte nel libro “Managers not MBAs” (2004) e si applicano bene non solo ai manager ma anche agli allenatori.

La chiave decisiva nella formazione di un allenatore consiste nell’imparare dalle esperienze quotidiane. Ogni allenatore dovrebbe scoprire da se stesso cosa funziona  e cosa non va nel suo lavoro con gli atleti e nelle diverse situazioni.

Questo non significa che le teorie siano inutili. Anzi le persone imparerebbero molto poco dalle loro esperienze se non avessero un modo per analizzarle e classificarle.

Così i modelli teorici consentono all’allenatore di valutare le sue esperienze.

John Keynes, il grande economista, ha detto “Gli uomini pratici, che credono di essere esenti da qualsiasi influenza intellettuale, di solito sono schiavi di qualche economista defunto”. In altre parole, ci si serve sempre di una teoria anche se in modo inconsapevole. La scelta dell’allenatore non deve essere quindi tra pratica e teoria ma fra differenti teorie che sono di supporto a un tipo di attività piuttosto che a un’altra.

 

Abilità psicologiche di base

Le abilità psicologiche di base possono essere insegnate a qualsiasi età e indipendentemente dalle competenze motorie e sportive delle persone.

Coesione e esperienza

Si sente sempre più di frequente dire che i fuoriclasse del calcio non vengono più a giocare in Italia. Questa spiegazione viene spesso usata per spiegare brutte prestazioni e per giustificare lo scarso rendimento agonistico dei calciatori. Personalmente penso che le squadre messe sotto accusa in queste prime partite dalla Roma al Milan o al Palermo hanno sbagliato anche per scarsa coesione e ridotto uso da parte dei giocatori della loro esperienza. La tattica o la presenza di campioni in una squadra non sono tutto, conta pure il comune sentire che si è uniti e che ognuno è portatore della propria esperienza professionale. Sono questi due aspetti che permettono di uscire da fasi di gioco difficili, dai problemi di qualcuno che vengono mitigati dall’iniziativa di qualcun’altro. Se mancano questi due ingredienti la squadra non ha un’anima e i giocatori vivono nell’attesa di possedere la tattica che gli permetterà di vincere. Non è così, sapere cosa fare è utile ma lo è altrettanto sentirsi responsabili degli errori di un reparto o di un compagno altrimenti si è solo dei mercenari che quando le cose si mettono male scappano.

Imparare dall’esperienza

Pensiero del giorno. David Seabury, psicologo americano, ha scritto nel 1937 “Siamo capaci di far tesoro dell’esperienza più o meno come un tarlo è capace di danzare sulle punte?”

Esperienza vs gioventù

In Inghilterra nella Premier League il numero dei calciatori over-30 è aumentato di molto rispetto a pochi anni fa. Non giocheranno ogni partita e certamente non per 90 minuti, ma i club della Premier League stanno riconoscendo il valore dell’esperienza sull’esuberanza giovanile. Dal punto di vista della coesione di squadra questa scelta sembra confermare l’esigenza di avere gruppi basati non solo sul talento e sulla maggiore disponibilità atletica dei giovani ma anche su calciatori esperti e non più giovani in grado di mantenere sul campo la squadra unita nei momenti di maggiore pressione e di assumere un ruolo positivo anche nello spogliatoio. Una sorta di mentori per i più giovani. Ricordo una risposta di Liedholm quando un giornalista gli chiese quale fosse stato il ruolo di Superchi, secondo portiere della Roma, che non aveva giocato in quel campionato. Disse: “Sa raccontare bene le barzellette.” Nell’umorismo filosofico di Liedholm credo che questa spiegazione nascesse dalla stessa convinzione  che, a distanza di anni, ha spinto le squadre inglesi in questa direzione.