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La sfida per psicologi e allenatori

Come psicologi e allenatori insegneremo a sviluppare un atteggiamento aperto verso gli errori solo se siamo disposti ad accettare che potremmo anche fallire in questo compito.

Siamo disposti a correre questo rischio coinvolgendoci al 100% in questa sfida?

Oppure ci limitiamo a insegnare le tecniche sportive o psicologiche convinti che sono sufficienti per diventare bravi atleti e salvarci dal fallimento professionale?

Vinci un pallone, dona un pallone

Con il progetto “Vinci un pallone, Dona un pallone”, Coca Cola ha cercato di collegare il calcio dei supercampioni a quello sociale: la scintilla che ha creato questo legame è rappresentata dal pallone Brazuca, lo stesso utilizzato durante i Mondiali in Brasile. Ne verranno destinati 3.000 a società sportive Uisp che si distinguono per progetti etici e sociali. Questo pallone coloratissimo è stato il protagonista di una grande kermesse in spiaggia a Rimini dove è stata organizzata la “Sfida di palleggio collettivo” tra tutti i partecipanti.

Ai primi 500 è stato donato il Brazuca. Uisp-Unione Italiana Sport Per tutti insieme a Coca Cola per il calcio etico e sociale: durante il mese di giugno Coca Cola ha messo in palio ogni giorno 50 palloni dei Mondiali di calcio. Grazie al progetto “Vinci un pallone, Dona un pallone”, per ogni pallone vinto ne ha donato un altro alla Uisp-Unione Italiana Sport Per tutti, associazione non profit, per progetti di calcio con caratteristiche di impegno etico e sociale.

“Il calcio Uisp è passione e divertimento, senza dimenticarsi di guardarsi intorno – dice Simone Pacciani, vicepresidente nazionale Uisp – questo sport popolare diventa ovunque occasione di relazioni e di integrazione, ogni squadra è una piccola comunità di persone che si conoscono e si aiutano. Il calcio per tutti Uisp è amicizia e stile di vita attivo, a tutte le età. Ogni fine settimana l’Uisp organizza in tutta Italia 10.000 partite di calcio. Un patrimonio di coesione sociale che non conosce frontiere”.

Voglia di sfidarsi

Domenica si corre la 40° edizione del Passatore, 100km di corsa da Firenze a Faenza su e giù per l’Appennino. Sono circa 1500 gli iscritti, molti dei quali hanno già più volte corso questa distanza. A parte quei pochi che gareggiano per la vittoria, i partecipanti sfidano se stessi piuttosto che gli avversari. Anzi la partenza rispetto alle altre gare su strada è molto più gioiosa e rilassata, perché è inutile spendere energia in una partenza nervosa quando si hanno davanti a sé 100 km da percorrere in un tempo che per + del 50% degli arrivati sarà superiore alle 13 ore. Matti o masochisti, nessuno dei due, credo che sia una dimostrazione di quanto profondo sia nell’essere umano il bisogno di mettersi alla prova e di servirsi di se stessi in modo totale, fisico e mente lavorano insieme. E’ un’impresa estrema ma che non mette in pericolo la propria vita come invece succede nell’alpinismo o nelle traversate oceaniche. E’ la corsa non certo quella dei campioni, ma simile a quella che l’uomo e la donna hanno sempre fatto quotidianamente per migliaia di anni, sino a quando l’invenzione del motore ce ne ha privati, e allora abbiamo dovuto inventare le gare di corsa di lunga durata per rivivere la vita di una volta. Informazioni: www.100kmdelpassatore.it

Le difficoltà dell’Inter

Ranieri dice che con il CSKA l’Inter è stata sfortunata e che i suoi ragazzi hanno mostrato carattere ma in questo momento non si vince. Non ho un commento su questa affermazione ma credo che i risultati ottenuti in campionato nonchè i punti in classifica permettano di affermare che il problema non consiste certo nella sfortuna, anzi appellarsi al caso non aiuta a trovare la soluzione e non stimola la voglia a impegnarsi per uscire da questa situazione. Aldilà dei problemi tecnici di cui molti parlano e di cui non sono esperto voglio dire qualcosa sulle emozioni. Come sappiamo le emozioni positive o negative delle persone che ci stanno vicine sono contagiose. Abbiamo addirittura delle espressioni che usiamo per sottolineare l’importanza degli altri su di noi. Diciamo infatti: “Quando lo vedo mi si allarga il cuore”, “Basta che apra bocca, che mi va il sangue al cervello”, “Vederti mi rende felice”, “Mi si stringe il cuore a pensare a quello che gli è successo”, “Andiamo da lui che sa sempre cosa dirci”. Siamo influenzati dagli altri e a nostra volta li influenziamo. Perchè questo non deve avvenire anche all’interno di una squadra? Perchè non insegnare ai calciatori e all’allenatore a ridurre questo tipo di stress? Si potrebbe obiettare sostenendo che solo la vittoria sul campo può innescare un processo di riduzione dello stress: non è vero. Imparare a rilassarsi sarebbe invece un’ottimo sistema per diminuire in maniera significativa questa condizione mentale negativa e passare da un approccio allo stress inteso come minaccia, a viverlo in termini di sfida positiva in cui mostrare le proprie abilità come squadra.