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Testa, cuore, gambe

Testa, cuore e gambe. Ha detto Conte che sono queste e in questo ordine le caratteristiche della Juventus che ha vinto lo scudetto. E’ importante che un allenatore lo riconosca perché spererei diventi una moda a cui tutti gli allenatori dei giovani vogliano riferirsi. Abbiamo vissuto forse almeno 15 anni in cui ciò che contava era lo schema, la tattica insegnata già ai bambini e mai un esercizio per insegnargli a ragionare con la propria testa e farsi guidare dal cuore.

Non è un’idea certamente nuova, nel 1984 quando ho seguito per la prima volta una nazionale, quella femminile di pallavolo, l’allenatore cinese diceva le stesse cose: prima testa e cuore e poi la tecnica. La sua idea era che le riserve dovevano essere molto motivate e brave nell’impegnarsi a mettere in difficoltà le titolari, perché solo in questo modo chi avrebbe alla fine giocato sarebbe stata pronta a affrontare qualsiasi avversaria, proprio perché in allenamento avevano dovuto sempre usare la testa e il cuore.

Il calcio italiano malato

Approfondita sintesi sul calcio italiano di Luigi Manconi:

www.lavoro-ai-fianchi.comunita.unita.it/2012/05/08/la-patologia-del-football-di-casa-nostra/

 

 

 

 

Le regole delle squadre vincenti

Più di venti anni fa Dan Peterson, l’allenatore di basket, descrisse le regole che devono governare le squadre vincenti. Credo che siano assolutamente attuali e continuino a ispirare lo stile di comando dei migliori allenatori.

  • Favorire la partecipazione  - Dare a tutti l’opportunità di esprimere le loro idee, suggerimenti, preoccupazioni e critiche.
  • Trattare tutti con lo stesso metro - Significa usare sempre gli stessi criteri di valutazione, senza adottare favoritismi.
  • Premiare i comportamenti altruistici - Quando un giocatore fa un canestro, un altro si è sacrificato per metterlo in quella condizione di realizzazione. Questi comportamenti vanno apertamente riconosciuti: chi si è sacrificato ottiene una gratificazione e l’altro non si monta la testa; entrambi sono contenti.
  • Smorzare i comportamenti individualistici - Gli atleti che accentrano troppo su di sé il gioco tendono a creare malcontento da parte degli altri. E’ necessario trovare soluzioni tecniche per ridurre questa tendenza ed equilibrare l’apporto di ognuno al collettivo.
  • Parlare in termini di NOI - L’allenatore influenza notevolmente, con il suo atteggiamento il collettivo: “NOI abbiamo perso”, “NOI vogliamo fare questo”.
  • Utilizzare rinforzi positivi - Significa ridurre l’enfasi su cosa non va e concentrare l’attenzione su ciò che invece funziona bene. La critica costruttiva comporta evidenziare errori o mancanze specifiche, evitando osservazioni di tipo globale.
  • Fissare obiettivi - Il gruppo deve sapere dove vuole arrivare. Determinare mete precise è il elemento di coesione. E’ necessario che siano: chiari e precisi, realistici e condivisi.
  • Disciplinare - In un gruppo non tutti possono fare le stesse cose. E’ compito dell’allenatore definire per ogni atleta il suo ruolo e specificare le mansioni e le responsabilità che questo comporta.
(Da A. Cei, 1998)

Conte: martello-flessibile e direttivo-affettivo

La Juventus ha vinto e Conte è il suo leader. Conte è stato un insieme di molte abilità. Dirò qualcosa che può apparire scontato ma è alla base degli allenatori vincenti: sapere adattare le proprie convinzioni alle caratteristiche dei giocatori, che a loro volta devono avere fede nelle sue idee. Per me Conte è stato un martello-flessibile. Significa sapere battere ogni giorno con determinazione sul sistema che si vuole insegnare ma nel contempo sapere modificare le idee in funzione di come vengono giocate le partite e dei risultati. Secondo, non si può essere solo impositivi, bisogna entrare nel cuore dei giocatori. Anche in questo caso direttività e affettività si devono integrare, se prevale una dimensione a discapito dell’altra succedono disastri, la squadra percepirà l’allenatore come troppo distante o come un dodicesimo compagno. Non a caso Conte ha detto che per lui sono necessari in ordine d’importanza mente, cuore e gambe. I calciatori devono svolgere la loro parte ed è per questo che devono avere fede. All’inizio non hanno prove concrete che il loro gioco condurrà ai risultati sperati. Per questo chiamo questa fase “avere fede”, si basa sulla convinzione a priori che le scelte proposte dall’allenatore se applicate con determinazione permetteranno di sviluppare un gioco efficace.

Corri un po’ e vivi di più

Uno studio danese appena pubblicato e che ha preso in considerazione 20.000 cittadini ha dimostrato che la corsa allunga la vita e che non bisogna spendere molto tempo per raggiungere questo obiettivo:

1. I podisti hanno una riduzione del rischio di mortalità del 44% in confronto ai non podisti.

2. La corsa è correlata a un aumento di circa 6 anni della aspettativa di vita.

3.  E’ necessario dedicarvi da 1h a 2h30m la settimana suddivise in 2/3 sessioni.

4.  La corsa deve essere svolta a passo lento o moderato.

L’articolo è online: http://bit.ly/KenPopeJoggingAndLongerLife

Ancora sul caso Fiorentina

Ancora sul caso di Delio Rossi che sarebbe più corretto chiamare caso Fiorentina, stimolato dalla lettura sul web e su twitter dei tanti commenti a sostegno dell’allenatore. Si è detto molto, principalmente, che chiunque avrebbe reagito in quel modo se portato all’estremo da calciatori che ormai sono solo bambini viziati a cui è concesso tutto, rappresentati da quello reale che ha provocato Rossi diventando il simbolo negativo di una intera categoria professionale. Ha sbagliato chi ha provocato e altrettanto chi ha reagito, questa semplice verità va ribadita con chiarezza perché in caso contrario ogni forma di convivenza civile viene a meno.
1. Da parte dei calciatori vanno rispettate le regole e le persone, se ciò non avviene la società su indicazione dell’allenatore deve intervenire a punire chi vuole abbandonarle.
2. L’allenatore deve bloccare sin dall’inizio quegli atteggiamenti e comportamenti che prima ancora di disunire la squadra boicottano il suo lavoro.
3. L’applicazione di questo modo di agire è alla base della vita di qualsiasi gruppo: a scuola, a casa o nel lavoro.
4. Utilizzare come giustificazione la chiave interpretativa che addossa solo allo stress prolungato queste reazioni è inutile e fuorviante.
5. Non è esente da responsabilità neanche la società sportiva che non si accorta di quanto avveniva o forse ha deciso di lasciare solo l’allenatore.
Questa è a mio avviso la riflessione da fare, senza scendere invece nel moralismo di prendere le difese di qualcuno. La questione è che tutti: società, allenatore e giocatori hanno sbagliato, si pongano piuttosto la domanda riguardante come evitare che situazioni di questo tipo si ripropongano.

Ancora Juve-Milan

Tutte e due sono stanche. La Juve può avere l’ansia di dovere chiudere e finire come il Barcellona: tirare ma non segnare. Il Milan ha l’energia di chi di colpo crede che l’impossibile possa realizzarsi. Vediamo chi dei due sarà più bravo a gestire questa tensione che, siamone consapevoli anche noi, sarà pazzesca per i prossimi 10 giorni.

Chi è il portiere

1. Il ruolo del portiere richiede un notevole impegno psicologico da parte del calciatore. E’ un’azione individuale che comporta: confronto diretto con l’avversario, coraggio, anticipazione e reattività estrema. Il portiere mette in moto un insieme ampio di abilità personali, riguardanti le competenze cognitive (anticipazione e reattività) e quelle emotive (coraggio e confronto) che associate a quelle tecniche e fisiche determinano il suo agire. In tal modo il giovane impara a controllare la paura di sbagliare e di farsi male. Il confronto diretto e anche fisico con l’avversario nonché l’effetto decisivo che può derivare da un errore e cioè il goal determinano la particolarità unica che questo ruolo assume nel gioco del calcio.
2. La componente emotiva è di particolare rilevanza in questo ruolo. Infatti il portiere può commettere un errore per eccesso di rapidità del suo intervento e che può essere associato a una reazione impulsiva che porta all’azione prima che sia giunto il momento opportuno. Può verificarsi però anche la situazione opposta, che si manifesta con uno stato di attesa che si prolunga oltre il consentito, determinando un ritardo nel processo di anticipazione dell’azione della squadra avversaria. Quest’ultimo corrisponde a quelle azioni in cui il portiere si mostra dubbioso o insicuro e lascia passare il tempo ottimale d’intervento. In sostanza, vi sono portieri che nei momenti di maggiore tensione emotiva tendono a reagire in modo impulsivo, mentre altri ritardano l’azione per raccogliere altre informazioni. In tal modo o si dimostrano troppo impulsivi, agendo prima di pensare, o sono troppo riflessivi, pensando per un tempo troppo lungo prima di agire.
Un altro problema che può avvertire il portiere consiste nell’avvertire sopra di sé la responsabilità del risultato finale della partita, che può essere determinato proprio da un suo errore. E’ un peso che condivide con gli attaccanti anche loro più di altri apparentemente responsabili dell’esito dell’incontro.
3. Ho avuto modo di allenare mentalmente alcuni portieri, riscontrando che anche per i professionisti la tematica essenziale che devono imparare a gestire in modo ottimale è quella del controllo emotivo e della gestione dello stress nei momenti di maggiore pressione agonistica. Un altro aspetto talvolta problematico consiste nella convinzione che si verrà ricordati più per gli errori clamorosi che per le tante belle parate. Queste idee possono avere un effetto depressivo e determinare un senso di non sentirsi capiti dal proprio pubblico, dai media e dalle persone del proprio ambiente sportivo. Certamente un fattore positivo e limitante queste reazioni emotive negative è rappresentato dal vivere in un ambiente affettivo e familiare in cui ci si senta sostenuti indipendentemente dalle prestazioni di calciatore e in cui riversare il proprio bisogno di dare amore.

Tennis e mente

Ho iniziato una collaborazione con www.tennisworlditalia.com

Si comincia con il decalogo del tennista:

Non insultarti quando sbagli e non fare il tifo contro te stesso.
Sostieni in maniera sempre positiva il tuo impegno, anche quando la palla fa fuori o stai sotto.

Non urlarti addosso, giocherai peggio.
Gioca con gioia, liberamente e fai le scelte che vuoi fare.

Non criticare come giocano gli altri solo per fare intendere che capisci di tennis.
Sostieni gli amici meno bravi del Circolo, fa sentire loro il tuo sostegno.

Ricordati che la tensione eccessiva è dannosa, non stai giocando la finale di Wimbledon.
Divertiti, usa l’umorismo per ridurre il timore di fare brutte figure.

Alla fine della partita non dirti che sei profondamente deluso e che smetterai di giocare.
Accetta le sconfitte, anche quelle che bruciano di più.

Non dare sempre la colpa alla racchetta, al tempo, alla sfortuna.
Ricordati che è la tua mente a comandare la tecnica e la tattica e non viceversa.

Non dimostrare con il tuo comportamento mancanza di rispetto per gli altri, siano essi compagni o avversari.
Dimostra a loro il rispetto in ogni tuo comportamento sul campo.

Non sono mai gli altri a farti sbagliare.
Sei tu che non hai saputo rispondere al un colpo o non ti sei adattato a quel tipo di gioco.

Non fare sempre lo stesso errore, non insistere su un colpo che non ti entra.
Quando sbagli fai qualcosa di diverso e cambia modo di giocare.

Non giocare per chiudere il prima possibile i game.
Prenditi il tempo necessario per costruire il punto e ragiona.