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#Nonfaridere

Contrastare l’odio online, in particolare i messaggi che mascherano omofobia, lesbofobia, transfobia, bifobia con il velo dell’ironia: è l’obiettivo della campagna social “Non fa ridere” che Arcigay lancia all’interno del progetto europeo Accept realizzato con la Fondazione Bruno Kessler di Trent.

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Il ruolo delle emozioni e dell’attivazione nello sport

Non è abbastanza ripetuto che le attività sportive, ma non solo loro, dovrebbero suscitare livelli elevati di attivazione fisica e mentale ed essere percepite come sostanzialmente piacevoli.

Sappiamo che molte persone si stimolano anche attraverso l’uso della rabbia e dell’ansia, direi però che non sono modalità costruttive e orientate al benessere da insegnare agli atleti più giovani. Anche i professionisti dello sport (atleti/e di livello internazionale) devono imparare a gestire i momenti di difficoltà e di pressione agonistica con lo stesso approccio, traendo piacere e non sofferenza dalla loro attività. Infatti, che senso può avere esser un atleta di livello assoluto e vivere le proprie prestazioni con paura/rabbia e una sensazione di spiacevolezza.

12 riviste di psicologia dello sport e c’è chi ancora ignora il progresso di questa scienza

Quanti fra chi afferma che la psicologia dello sport non è fondata su basi scientifiche e continua a servirsi solo del proprio buon senso psicologico o di quello che ritiene valido per se stesso per allenare gli atleti.

Quanti fra dirigenti, allenatori, atleti e genitori scelgono per svolgere un programma di allenamento mentale un motivatore o un mental coach non laureato in psicologia perché tanto quello che conta è “fare tirare fuori le palle agli atleti” motivandoli con frasi da caserma.

Quanti pensano che lo psicologo è per i deboli, è una moda, è per quelli che hanno bisogno di una pacca sulla spalla e avere qualcuno con cui lamentarsi.

A tutti questi voglio fare sapere che nel mondo esistono 12 riviste scientifiche di livello internazionale che pubblicano ogni anno i risultati delle ricerche condotte in questo ambito della psicologia in tutte le università del mondo, fornendo un contributo enorme alla conoscenza  e allo sviluppo dei sistemi di allenamento mentale e allo sviluppo dell’atleta.

Ricordatevi che non potrete dire non sapevo.

I problemi mentali si diffondono nello sport di vertice

Adam Silver,  il capo della NBA ha detto:

“molti dei giocatori della lega, che hanno uno stipendio medio di 7 milioni di dollari l’anno, sono “veramente infelici … Il mondo esterno vede la fama, i soldi, tutti i crismi che ne derivano, e dicono: ‘Com’è possibile che possano persino lamentarsi? Ma molti di questi giovani sono veramente infelici”. L’All-Star NBA Isaiah Thomas una volta gli disse che “i campionati sono vinti sul bus” con i giocatori, con più cameratismo e meno cuffie, ma i tempi sono cambiati.

Una superstar ha dichiarato che, da un aereo a una partita a volte non vedeva una sola persona: “Sto per andare nella mia stanza, stare nella mia stanza, ottenere il servizio in camera e andare alla partita domenica” Ha spiegato Silver: “Alcuni giocatori provengono da situazioni molto difficili; questo non aiuta. Alcuni di loro sono straordinariamente isolati”.

La questione è che nessuno ne parla pubblicamente perché questi problemi a differenza di quelli fisici rappresentano un tabù e poi se i tifosi ne venissero a conoscenza, sui social i giocatori verrebbero distrutti.

Uno studio su 50 nuotatori in lotta per entrare nelle squadre olimpiche e mondiali del Canada, ha rilevato che prima della competizione, il 68% di loro mostrava sintomi che corrispondevano alla depressione.

La ricerca, pubblicata nel 2013, ha anche scoperto che l’incidenza della depressione è raddoppiata tra migliori atleti dell’élite. “I risultati suggeriscono che la prevalenza della depressione tra gli atleti d’élite è superiore a quanto riportato in letteratura”.

Studi successivi tra atleti d’élite australiani e francesi hanno anche dimostrato che la prevalenza di disturbi mentali comuni (CMD) – come stress, ansia e depressione – varia dal 17% al 45% degli atleti studiati.

Il calcio non è diverso. Uno studio del 2017 sui CMD tra 384 calciatori professionisti europei ha rilevato che il 37% aveva sintomi di ansia o depressione nell’arco dei 12 mesi. Secondo i ricercatori, una squadra di calcio può “aspettarsi che i sintomi della CMD si manifestino almeno in tre giocatori in una stagione”.

Gli autori di un altro studio – tra i calciatori di cinque campionati europei – hanno suggerito che i problemi di salute mentale potrebbero essere più alti rispetto al resto della popolazione, ma ha aggiunto: “Vorremmo sottolineare quanto sia difficile raccogliere informazioni scientifiche sulla salute mentale nel calcio professionistico, dal momento che un tale argomento rimane una sorta di tabù”.

Lo sport di vertice è brutale, Il fallimento è comune, lo sviluppo della carriera incerto.

Quindi cosa dovrebbe essere fatto? L’International Society of Sport Psychology ha sottolineato la necessità di educare gli atleti e gli allenatori. E’ necessario per rimuovere la stigmatizzazione intorno al problema e “per aiutare rapidamente quando si verificano lievi problemi non patologici prima che questi problemi diventino malattie mentali”.

L’anno scorso l’NBA ha lanciato un programma di salute mentale e benessere – con esperti disponibili per consentire ai giocatori di parlare dei loro problemi senza informare le loro squadre, che potrebbero forse prendere in scarsa considerazione i loro problemi. Alcuni sono diventati pubblici con i loro problemi, tra cui il giocatore dei Cleveland Cavaliers  Kevin Love, che ha parlato di un attacco di panico che ha vissuto in tribunale. Come ha detto: “Crescendo, capisci molto rapidamente come dovrebbe comportarsi un ragazzo. Impari cosa serve per essere un uomo. È come un libro di esercizi: sii forte. Non parlare dei tuoi sentimenti. Passaci da solo. Quindi per 29 anni ho pensato alla salute mentale come al problema di qualcun altro … So che non ti libererai dei problemi parlando di loro, ma ho imparato che forse puoi capirli meglio e renderli più gestibili”. E ‘sicuramente d’aiuto anche che Silver sia in prima fila nell’evidenziare questa situazione, guidando il dibattito su una questione così importante.

Altri leader nel mondo sarebbero saggi a seguire il suo esempio.

(sintesi da The Guardian)

La qualità deve essere alla base dei programmi sportivi per persone con disabilità intellettiva

Si sta diffondendo sempre più l’idea che lo sport sia un’attività fondamentale per sviluppare le capacità motorie e psicosociali delle persone con disabilità intellettive e che sia importante iniziare praticarlo sin dall’infanzia. Inoltre, il coinvolgimento sportivo dovrebbe favorire l’integrazione fra giovani con disabilità intellettiva e coetanei con sviluppo tipico, migliorare il benessere globale delle persone e permettere alle famiglie di vivere esperienze positive e di sentirsi parte di una comunità, quella sportiva, che valorizza i loro figli indipendentemente dalle loro difficoltà.

Realizzare questi obiettivi richiede:

  • Una società sportiva che s’impegni a definire un programma sportivo specifico e documentabile
  • Il coinvolgimento  delle scuole del territorio e le ASL del sistema sanitario nazionale nel reclutamento dei partecipanti a questi programmi, e nel fornire il servizio della visita d’idoneità sportiva
  • La presentazione alle famiglie del programma sportivo e delle sue finalità
  • La scelta di professionisti che lavorino sul campo nella realizzazione del progetto, che siano laureati in scienze motorie, psicologi dello sport, logopedisti e medici dello sport e che a sua volta siano formati per lavorare con giovani con disabilità intellettive
  • La predisposizione e attuazione di test motori, interviste con le famiglie e sistemi di valutazione psicologica del comportamento dei giovani in allenamento che consentano di identificare e documentare i miglioramenti prodotti dall’attività sportiva durante la stagione sportiva
  • L’organizzazione di momenti pubblici con i genitori e le scuole coinvolte per illustrare i progressi ottenuti nonché i metodi di cui ci si serviti per ottenerli
In sintesi, bisogna uscire dal concetto di “fare del bene” ed entrare nella mentalità di “farlo bene”.  Bisogna essere consapevoli che attribuire a problemi esterni la difficoltà a “fare bene”  (mancanza di risorse economiche, scarsa preparazione degli operatori, assumere come idea di base che fare qualcosa è comunque meglio che fare niente) è solo un alibi per nascondere le proprie difficoltà a realizzare un servizio efficace.
Al contrario, alcune regole indirizzano la qualità di un progetto:
  • Fare bene sin dall’inizio
  • Ognuno deve essere consapevole che da lui/lei quale che sia il suo ruolo dipende la qualità del servizio
  • Prevenire i problemi prima che insorgano
  • Siamo una squadra, lavoriamo in gruppo
  • Misurare, valutare e fare sapere a tutti
  • Ogni anno stabilire nuovi obiettivi perseguendo un processo di continuo miglioramento

 

Gli errori che derivano da uno scarso allenamento alla consapevolezza

Se i tuoi atleti commettono qualcuno di questi errori, vuol dire che non gli hai insegnato a dare valore a quello per cui s’impegnano in allenamento:

  1. Quando gli chiedi di fare un respiro profondo, sbuffano o sospirano
  2. Senza alcuna ragione variano i tempi e modi del riscaldamento
  3. Dicono: “Ma io pensavo di essere pronto mentre invece…”
  4. Si arrabbiano o si deludono con facilità anche in allenamento
  5. In allenamento hanno obiettivi di risultato e raramente di processo
  6. Sono concentrati sui risultati della loro azione sportiva e non su come realizzarla con efficacia
  7. Non sono consapevoli che è come ti prepari che determina la qualità della prestazione
  8. Pensano che avendo imparato la tecnica, allora sapranno anche gareggiare
  9. S’illudono di fare bene, solo perché l’hanno fatto in precedenza e non sono consapevoli che ogni volta è diverso e l’impegno deve essere costante
  10. Di solito dai loro campioni preferiti prendono solo i comportamenti più superficiali e più di moda

Il doping contabile è una forma di inganno sociale

Doping contabile la Figc si muove per evitare il crac : alcune società di calcio in sostanza si servirebbero di transazioni fasulle tra due club, allo scopo di inserire nei bilanci i nuovi arrivi con una valutazione utile a iscrivere la squadra al campionato o a rispettare il fair play della FIFA.

Si tratta di una forma d’inganno che prevede l’ottenimento di un risultato vantaggioso per la società che lo ordisce, fornendo agli ingannati (Figc, FIFA, altre società di calcio e propri dipendenti) notizie false.

Si può definire, quindi, in termini di azione sociale finalizzata a nascondere gli scopi reali perseguiti da chi inganna e tesa a fare ottenere a loro benefici tangibili. Per la psicologia cognitiva “un inganno è un atto o tratto di un organismo M che ha la finalità di non far avere a un organismo I una conoscenza vera che per quell’organismo è rilevante, e che non rivela tale finalità” (Castelfranchi e Poggi, 1998, p.55). La concezione di atto a cui si fa riferimento parlando di frode riguarda essenzialmente processi consapevoli, condotti in maniera intenzionale. Infatti, le frodi … sono sostanzialmente azioni che si caratterizzano in termini di volontarietà nella ricerca delle strategie d’inganno e dei modi per attuarle. Un’altra componente cruciale del processo di frode consiste nella rilevanza dell’inganno per gli ingannati … La terza condizione, rappresentata dalla mancanza di conoscenza … In altre parole è stato fatto credere il falso e non è stato fatto sapere il vero.

Queste considerazioni introducono un quarto aspetto presente nel processo dell’inganno. Riguarda il non far sapere all’ingannato che lo si sta ingannando. Quando si falsifica si compie esattamente questo tipo di operazione, si forniscono notizie false con il dichiarato intento di far credere che siano vere e si compiono azioni per convincere gli ingannati della bontà di quanto dichiarato.

…  Se la frode consiste, ad esempio, nell’alterazione di bilanci societari o nel mascheramento della loro reale consistenza, allo scopo di ottenere vantaggi per la propria impresa … a consapevole discapito di altri soggetti, risulta abbastanza evidente che le quattro condizioni presentate per illustrare il concetto d’inganno si possono applicare anche al concetto di frode finanziaria e al doping”.

Le plusvalenze finte della Serie A possono determinare il fallimento di molte squadre

Molte squadre di serie A contabilizzano delle plusvalenza, alcune fittizie, per tenersi a galla e non far figurare il rosso nel bilancio. Il calcio italiano (dati al 30 giugno del 2018)  è in rosso “solo” di 65 milioni, meglio dei 315 milioni persi in media ogni anno dal 2010. I numeri però sono in parte “truccati”. A tenere a galla la Pallone Spa non sono i biglietti venduti, gli assegni degli sponsor o i diritti tv ma i guadagni garantiti dalla compravendita di giocatori: una girandola di scambi – talvolta a prezzi fuori da ogni logica di mercato – che ha regalato ai 20 club di Serie A 724 milioni di entrate extra (il doppio del 2016). Un tesoretto che vale ormai quasi un terzo dei ricavi del pianeta calcio.
Dietro questa pioggia d’oro c’è un po’ di tutto: molte plusvalenze sono figlie di investimenti azzeccati. Basta pensare ai 15 milioni incassati dalla Sampdoria cedendo Milan Skriniar all’Inter o i 17 guadagnati dalla Roma girando Emerson Palmieri al Chelsea. Alcune invece sono delle vere operazioni fatte modificare il bilancio; queste operazioni vedono calciatori della Primavera venduti a prezzi super. Un gioco delle tre tavolette buono per far tornare i conti di fine anno (chi incassa contabilizza subito i guadagni, chi paga spalma la spesa su più anni di bilancio) ma che rischia di trasformarsi in uno tsunami finanziario per un campionato dove gli stipendi dei calciatori si mangiano da soli il 68% delle entrate reali e i debiti sono oltre 3 miliardi”.

Sono sempre accadute situazioni di questo tipo in cui si creano finti profitti per mantenere attivi i bilanci e ciò che appare non è vero.

A questo riguardo, ad esempio, “… già nel XVIII secolo la moltiplicazione delle società e il rapido aumento del capitale sottoscritto diedero luogo a gravi inconvenienti che provocarono misure legislative da parte del Parlamento inglese intese a limitarne gli abusi. A questa decisione si era giunti in seguito alla truffa perpetrata dalla Compagnia del Mare del Sud fondata nel 1711 da Robert Harley e John Blunt. La storia ha inizio quando  a questa società venne affidato il monopolio per tutti i commerci con il Sud America, mentre in cambio questa Compagnia avrebbe dovuto assumersi parte dei debiti che l’Inghilterra aveva contratto durante la guerra di successione per la corona di spagnola. La Compagnia del Mare del Sud si configurava in termini di organizzazione finanziaria che tramite il commercio delle risorse minerarie e di schiavi avrebbe attratto numerosi investitori. In realtà, quei territori erano detenuti dalla Spagna,  che aveva permesso all’Inghilterra un solo viaggio l’anno in cambio di una quota parte dei profitti.  Ciò nonostante, le continue voci che fiorivano a Londra sull’apertura in Sud America di nuove rotte commerciali, di nuovi porti e di navi che avrebbero portato oro e argento sollecitarono ugualmente l’ingordigia degli investitori. Purtroppo, nel 1718 la Spagna e l’Inghilterra  entrarono nuovamente in guerra  e gli attesi guadagni non si poterono concretizzare a causa di questo evento. Ciò però non impedì agli speculatori di presentare ai loro probabili clienti gli incredibili guadagni che avrebbero avuto al termine del conflitto. A presunta conferma della sua buona salute, nel 1719 la Compagnia propose di assumersi tutto il debito pubblico del governo inglese e l’anno successivo il Parlamento glielo accordò. Questi fatti fecero accorrere numerosi investitori che comprarono le azioni, facendone così incrementare di molto il valore e questo avvenne sino alla primavera del 1720. Nello stesso periodo, in virtù del successo ottenuto dalla Compagnia del Mare del Sud nell’attrarre capitali, altre Compagnie sorsero per magnificare i favolosi proventi che si avrebbero avuto dallo sviluppo del traffico con il Nuovo Mondo, nel commercio del pesce piuttosto che in quello del legno. Le azioni emesse passarono da un valore di 175 sterline a febbraio, a quello di 380 in marzo, a 520 in maggio sino a raggiungere il picco massimo di 1000 sterline alla fine di giugno…ma a settembre piombarono a 135 sterline. A questo punto le ricchezze di molti erano state dilapidate sino a scomparire, poiché i guadagni promessi erano rimasti tali sulla carta”.

Allenare è molto di più che una serie di esercizi ben organizzati

Orlando Pizzolato, sull’ultimo numero di Correre, scrive che l’allenatore deve andare oltre l’agire comune, superando quella miopia mentale che porta ad accettare in modo passivo i principi dell’allenamento e le su applicazioni. Bisognerebbe invece mettere in discussione le proprie idee e aprire la mente verso nuove soluzioni.

Mi trovo d’accordo con questa impostazione poiché come ho scritto nel mio libro “Allenarsi per vincere“:

“allenare non significa insegnare una tecnica e per un atleta non consiste solo nell’imparare una tecnica, per quanto possa essere complessa e la sua esecuzione richieda un livello di maestria elevata. Allenare e allenarsi significa invece servirsi della propria intelligenza cognitiva, emotiva e motoria per insegnare/apprendere a conoscere ed eseguire ciò che deve essere fatto per raggiungere livelli di prestazioni che tendono all’ottimizzazione della prestazione di gara.

Per pianificare un programma di allenamento centrato sul miglioramento della prestazione sportiva è necessario che atleta e allenatore stabiliscano quali sono gli obiettivi che vogliono raggiungere con l’allenamento che vorrebbero attuare. In relazione a cosa si debba intendere per prestazione in ambito sportivo sono state fornite molte definizioni e con questo concetto ci si riferisce al “comportamento motorio prodotto in relazione a un compito che può essere misurato” (Lee, Craig, e Hodges, 2001), mentre per abilità ci si riferisce alla sottostante competenza necessaria per fornire una prestazione a un determinato livello. Naturalmente l’esecuzione motoria è la componente visibile della prestazione sportiva, ma dietro esibizioni eccellenti vi è molto di più, poiché l’esecuzione di un’azione quasi perfetta richiede un livello ottimale di maestria tecnica, di forma fisica e di controllo mentale tutti espressi in azioni di durata variabile da ore come nella maratona a pochi attimi, talvolta misurabili solo in millisecondi come la partenza dei 100 metri o un affondo nella scherma. Dietro  questo esecuzioni motorie vi è dunque l’abilità complessiva dell’atleta esperto che è colui che sa:

  • Fare le scelte giuste (selezionare le azioni in modo adeguato alla situazione).
  • Avere a disposizione tutto il tempo che vuole (agire con rapidità senza mostrare fretta).
  • Leggere bene le situazioni di gara (riconoscere cosa sta per succedere e comportarsi nel modo migliore).
  • Adattarsi alle condizioni di gara (modificare il proprio piano di gara in funzione di quanto accade).
  • Mostrarsi pronto e calmo (eseguire solo i movimenti che servono senza apparente sforzo).
  • Portare a termine il proprio lavoro (agire nel modo che meglio soddisfa gli obiettivi di gara).
  • Gestire lo stress agonistico (mantenere l’efficacia della prestazione nei momenti di maggiore pressione competitiva).

Gli atleti di alto livello sanno anche padroneggiare condizioni apparentemente opposte quali, ad esempio, essere accurati e veloci, stabili e flessibili, reattivi e riflessivi. Lo studio delle prestazioni ottimali in contesti non sportivi (e.g., musicisti e chirurghi) ha evidenziato definizioni analoghe di prestazione. Una delle più note, si riferisce alla competenza nell’uso del tempo, ed è stata proposta già nel 1947 da Frederick Bartlett:

“C’è una caratteristica che affiora continuamente nella descrizione della prestazione di un esperto veramente competente. La persona sembra avere “tutto il tempo di questo mondo per fare ciò che vuole”. Ciò non ha nulla a che vedere con la velocità assoluta del movimento, sia dal punto di vista mentale che del corpo. Questo può essere incredibilmente veloce o può essere svolto in modo piacevole  e lentamente. Ciò che impressiona è l’apparente assenza di fretta … non vi sono strattoni o strappi …”

L’allenamento rappresenta, quindi, la situazione che consente all’atleta di affinare queste abilità attraverso un processo che si caratterizza per volume, intensità, densità, frequenza e durata e che può essere paragonato al cucinare, in cui bisogna amalgamare tra loro alimenti differenti, con diverse funzioni e proporzioni allo scopo di ottenere un piatto eccezionale”.

Quanti tipi di consapevolezza dell’atleta conosci?

Se come dice Brad Gilbert, “la maggior parte dei giovani tennisti dedica a una partita di tennis lo stesso livello di preparazione mentale che dedicherebbe al salto con la corda”, capiamo quanto sia importante sviluppare la consapevolezza dell’atleta nei confronti del tennis e dei suoi aspetti psicologici.

La domanda agli psicologi è quindi:

Quanti tipi di consapevolezza dell’atleta conosci e su quali lavori?

  1. Consapevolezza propriocettiva
  2. Consapevolezza dei suoi errori
  3. Consapevolezza di come reagisce agli errori
  4. Consapevolezza delle sue abilità
  5. Consapevolezza dei suoi obiettivi
  6. Consapevolezza di come impara
  7. Consapevolezza dei propri valori
  8. Consapevolezza delle sue convinzioni
  9. Consapevolezza del ruolo dell’allenatore
  10. Consapevolezza delle sue prestazioni
  11. Consapevolezza relativa al suo stile di vita
  12. Consapevolezza del suo rapporto con l’allenatore e lo staff