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Quando il tennis si decide in due punti: il segreto dei campioni

Nel tennis contemporaneo le partite di vertice si giocano su un equilibrio così sottile che spesso la differenza tra vincere e perdere sta in un pugno di punti. Due, tre, a volte anche uno solo. È in quell’istante che si misura la distanza invisibile tra un ottimo giocatore e un campione. Basta osservare Sinner, Alcaraz o Djokovic: la loro superiorità non si manifesta soltanto nei colpi vincenti, nella potenza o nella velocità, ma nella capacità di stare dentro la pressione quando gli altri ne vengono travolti.

Questo tipo di stress agonistico non è un dettaglio, ma una competenza a tutti gli effetti. Chi eccelle nel tennis lo impara lentamente, spesso attraverso sconfitte dolorose, situazioni ingestibili, momenti in cui il braccio si irrigidisce e la mente sembra voler scappare. La differenza è che i campioni non si spaventano davanti a questi sintomi: li riconoscono, li accettano, li usano come parte del gioco.

Il primo elemento che emerge osservandoli da vicino è quanto la loro gestione dello stress sia frutto di un allenamento specifico. Gli staff tecnici dei top player ricreano in campo situazioni di pressione estrema, simulazioni di tie-break ripetuti, punti che valgono doppio, penalità immediate in caso di errore. L’obiettivo non è punire ma abituare: far sì che quel tipo di tensione smetta di essere una minaccia e diventi un terreno familiare. Quando un giovane giocatore viene esposto consapevolmente a questo clima agonistico, la sua reazione emotiva si modifica e, con il tempo, la pressione perde parte del suo potere destabilizzante.

Un ruolo fondamentale lo giocano poi le routine mentali. I campioni usano rituali brevi, quasi impercettibili, ma estremamente efficaci. Sistemano le corde, respirano profondamente, volgono lo sguardo altrove per staccarsi dal punto appena concluso. In quei pochi secondi rimettono ordine nel caos, ripristinano una sorta di equilibrio interiore, si preparano al punto successivo con la mente sgombra. È un modo per creare continuità, per non farsi trascinare né dall’entusiasmo né dallo sconforto. Nel tennis, dove ogni punto è un mondo a sé, questa capacità di resettare rapidamente è un’arma potentissima.

Altrettanto determinante è la gestione dell’attivazione emotiva. Troppa tensione paralizza, troppa calma rallenta. Esiste una zona ideale in cui corpo e mente funzionano al meglio, ed è in quella fascia di intensità che i campioni sanno collocarsi. Lo fanno attraverso il respiro, attraverso parole chiave ripetute sottovoce, attraverso la scelta di focalizzarsi su un singolo obiettivo tecnico. Non cercano di eliminare l’ansia, perché sanno che sarebbe inutile: imparano piuttosto a modularla.

C’è poi un elemento che spesso passa inosservato: la qualità del dialogo interno. Nei momenti decisivi, ciò che un atleta si dice può determinare il tipo di colpo che produrrà a livello motorio. Le frasi che usano i giocatori più forti sono brevi, essenziali, prive di dramma. Non sono slogan motivazionali, ma istruzioni funzionali: un modo per richiamare all’ordine la mente, per proteggerla dal vortice dei pensieri catastrofici. Questo auto-dialogo crea continuità psicologica, evita oscillazioni eccessive e riporta l’attenzione sul processo, non sul risultato.

Da ultimo, ma non per importanza, va sottolineato come la gestione della pressione sia strettamente legata alla fiducia nella propria tecnica. Sinner può giocare un punto pesante con serenità perché ha costruito un servizio affidabile; Alcaraz può osare nei momenti difficili perché ha una gamma di soluzioni aggressiva e stabile. Il lavoro tecnico e tattico diventa dunque un fattore psicologico: più un colpo o un’azione sono solidi, più la mente si autoregola  nei momenti cruciali.

Tutto questo richiede esperienza. Nessun atleta impara a gestire la pressione senza attraversare fasi di confusione, sconfitte amare, match persi a un passo dal traguardo. Ogni punto pesante giocato, vinto o perso, lascia un segno. Ogni situazione di stress allena il carattere quanto un’ora di palestra. È un processo lento e a volte spietato, ma è anche ciò che scolpisce la mentalità dei veri campioni.

Nel tennis di oggi, dove la differenza tra due giocatori può essere quasi invisibile, la capacità di giocare  quei due o tre punti che decidono una partita rappresenta la qualità più preziosa. È un talento che si costruisce, non si eredita. E’ proprio in questa abilità nascosta che Sinner, Alcaraz e gli altri grandi del circuito trovano il loro margine di superiorità.

In un mondo sportivo abituato a celebrare la forza e la velocità, è affascinante scoprire che la vera differenza, nei momenti che contano davvero, non è nei muscoli ma nella mente. I campioni non sono quelli che non sentono la pressione: sono quelli che hanno imparato a conviverci meglio degli altri.

Sinner e Alcaraz: i duellanti

Lo sport appassiona per la sua capacità di proporre duelli sino all’ultimo respiro tra due atleti. Fra i più importanti e ricordati troviamo  le sfide nel ciclismo tra Coppi e Bartali o Merck e Gimondi, nelle moto quelle fra Biaggi e Rossi, e nel tennis Nadal e Federer a cui si aggiunse Djokovic. Noi spettatori siamo attratti da questi duelli per la semplice ragione che non ne conosciamo l’esito. Si dice “vinca il migliore” sarebbe più vero dire invece “vinca chi oggi sarà il migliore”. Non si vince una volta per tutte ma ogni volta si ripete la stessa situazione come nel libro di Joseph Conrad “Il duello” e riproposto da Ridley Scott nel film “I duellanti” che narra la storia di due uomini che durante le guerre napoleoniche si rincorrono per soddisfare un senso di rivalsa personale. Nello sport questo stato d’animo viene sublimato attraverso la ricerca del dominio sull’avversario raggiunto attraverso il confronto pubblico tra due avversari regolamentato in modo preciso e con un/a giudice di gara che vigila sul rispetto di questo codice sportivo. Ieri abbiamo assistito a uno di questi confronti storici fra due tennisti di livello assoluto, giovani, i primi due del ranking mondiale che rappresentano il presente ma soprattutto il tennis dei prossimi 10 anni.

Jannik Sinner e Carlos Alcaraz hanno dato vita a un match storico per una serie di ragioni. La durata più lunga di una finale del Roland Garros, 5 ore e 29 minuti. Questi numeri non rappresentano solo un dato per gli amanti della statistica ma stanno indicare il valore che questi due atleti hanno attribuito al giocare ogni singolo punto, evidenziandone la tenacia. Essere tenaci richiede di continuare a fare quello che si è fatto dopo che lo si è fatto.

Questa spiegazione non è uno scioglilingua ma indica che bisogna continuare a giocare con la stessa intensità ed energia fisica  anche quando ci si trova in svantaggio di due set a zero, come è successo ad Alcaraz o che bisogna continuare a spingere a restare nel gioco senza volerne uscire con colpi improbabili anche quando la fatica sembra insostenibile o dopo la delusione di tre match point persi come è successo a Sinner.

Qualcuno potrebbe dire “ma sono campioni” ed è per questo che si comportano in questo modo. Personalmente la penso in modo opposto sono diventati campioni poiché si allenano per mostrarsi in partita in questo modo. Ciò che li caratterizza è la capacità di essere sempre dentro il gioco lasciando uno spazio minimo alla gioia o alla delusione e restando sempre concentrati sul loro gioco quale che sia il punteggio.

Per queste ragioni credo si possa dire che abbiamo assistito a un match storico e che queste occasioni si ripresenteranno ogni volta che s’incontreranno. Però dal giorno dopo, per recuperare forza mentale e fisica, bisogna ritornare alla quotidianità e Sinner c’è lo ha ricordato dicendo che ora starà in famiglia e che suo padre non era presente alla partita perchè stava lavorando.

Le ragioni per cui con la tonsillite Sinner non può gareggiare

Questo articolo spiega con chiarezza le probabili ragioni della tonsillite di Jannik Sinner e i motivi per cui è fortemente sconsigliato partecipare durante questa malattia a eventi agonistici: Keaney LC, et al. The impact of sport related stressors on immunity and illness risk in team-sport athletes. J Sci Med Sport (2018).

Gli atleti sono continuamente esposti a fattori di stress che hanno il potenziale di deprimere le funzioni immunitarie e aumentare il rischio di infezioni, in particolare le infezioni del tratto respiratorio superiore o il comune raffreddore. Infatti, è la malattia infettiva più comune segnalata dagli atleti d’élite. La malattia è di grande preoccupazione per gli atleti poiché può interrompere l’allenamento e le prestazioni.

Per comprendere perché gli atleti sembrano avere un rischio maggiore di infezione, è emerso il campo dell’immunologia dell’esercizio. Gli studi in quest’area si sono principalmente occupati di identificare i marcatori immunitari che possono essere utilizzati per prevedere la suscettibilità degli atleti alle malattie, principalmente negli atleti di resistenza. In particolare, l’immunità della mucosa e le risposte delle citochine dei linfociti T sono state trovate essere determinanti chiave del rischio di infezioni pe questi fattori di stress includono l’allenamento, la competizione, i viaggi, gli ambienti estremi, lo stress psicologico, la privazione del sonno, la cattiva alimentazione e il consumo eccessivo di alcol.

I sintomi comuni includono mal di gola, mal di testa, naso che cola e tosse e possono derivare da cause infettive (eziologia virale, batterica o fungina) o non infettive e infiammatorie (ad esempio causate da allergie, asma e traumi alle membrane epiteliali respiratorie).

 

Sinner ha ridotto l’uso del cellulare, e tu?

Oggi è quasi un dovere parlare di Sinner, diventato il n.1 del tennis mondiale.

Si sono dette molte cose su di lui ma vorrei soffermarmi su un apparente piccolo cambiamento che lui ha dichiarato di avere fatto: “Uso meno il cellulare”.

In questi giorni ho scritto a proposito del cambiamento in negativo che questo ha avuto su una popolazione dell’Amazzonia, Invece, ora prendiamo consapevolezza che il successo di Sinner, composto da mille particolari e anche dovuto a questo piccolo cambiamento.

Allora proviamo a riflettere sull’influenza dello smartphone nella nostra vita quotidiana, non bisogna di certo aspirare a essere un campione per controllarne l’uso e la sua relativa frequenza.

Proviamo a chiederci:

  • Per quanto tempo al giorno lo uso?
  • Quali sono le ragioni per cui lo uso?
  • Lo uso per lavoro o come passatempo?
  • Cosa potrei fare anziché consultare lo smartphone?
  • Da quanto tempo non leggo più un libro?
  • Quando sono con altri continuo a consultarlo?
  • Cosa potrei fare in alternativa al suo uso frequente?

Incredibile Sinner: “ora mi rimetto a lavorare”

Un amico mi ha appena inviato questo testo che ha mandato ai suoi giocatori e giocatrici.

Ragazzi stampatevelo addosso. Questo ha appena fatto la storia e già parla di come può allenarsi meglio....
Questo è la quintessenza del modo in cui vanno fatte le cose, a prescindere tu sia un tennista o un imprenditore

Infatti Sinner ha risposto proprio in questo modo:

E adesso? Tante cose cambieranno. «Ma che cosa? Io sono sempre lo stesso ragazzo dell’altroieri. Il momento è bellissimo, ma adesso ci tranquillizziamo e ci rimettiamo in riga».

In che senso? «Semplice: c’è tanto lavoro da fare, e non vedo l’ora perché mi piace. Abbiamo realizzato una cosa bella, che ci fa capire che sto facendo le cose giuste. Quindi l’importante è vivere in modo sereno con il mio team e lavorare perché gli avversari ormai mi conoscono, s’è visto a Melbourne e dunque devo migliorare tanto».

Sinner è già un campione?

Dal 2022, Jannik Sinner, giovane tennista italiano, ha continuato a fare progressi significativi nella sua carriera nel tennis. Già a un’età relativamente giovane, aveva dimostrato un talento straordinario e aveva guadagnato consensi a livello internazionale per le sue abilità e il suo potenziale.

A quel tempo, Sinner aveva vinto diversi tornei ATP e si era classificato tra i primi 10 giocatori al mondo nel ranking ATP. Tuttavia, definirlo “campione di tennis” potrebbe richiedere un po’ più di tempo e vittorie significative nei tornei del Grande Slam, come Wimbledon, gli US Open, gli Australian Open o Roland Garros.

Il passaggio da un tennista talentuoso a un vero e proprio campione richiede costanza, risultati eccellenti nei tornei più importanti e una continua crescita nel ranking mondiale. Sebbene Sinner abbia dimostrato un enorme potenziale e abbia avuto successi significativi nel circuito ATP, l’etichetta di “campione di tennis” può essere assegnata a un giocatore quando raggiunge traguardi di alto livello e costanza nelle prestazioni in diverse condizioni e tornei.

Sinner ha sicuramente il talento e il potenziale per raggiungere il livello di campione nel tennis, ma solo a gennaio 2022, era ancora considerato un giovane tennista in ascesa con grandi prospettive per il futuro della sua carriera sportiva.

“Mancini convoca Sinner”

“Mancini convoca Sinner” c’era scritto sugli striscioni a Torino a dimostrazione del riconoscimento non solo tecnico di questo giovane tennista ma anche della sua capacità di giocare partite di livello assoluto in modo intelligente e combattivo.

Qualità queste ultime due che sono mancate alla nazionale di calcio italiane nelle sue utile due partite. Al momento il successo all’europeo di calcio della scorsa estate è interpretabile, secondo me, come la vittoria di una squadra outsider che è riuscita a esprimersi al suo massimo livello, così come è accaduto in passato squadre come la Grecia e la Danimarca. Successo meritato naturalmente, così come le competenze dei giocatori non possono di certo essersi sciolte in questi mesi.

La questione riguarda il percorso successivo: è possibile ripetere quel tipo di prestazioni? La risposta non è scontata, perchè sappiamo che il mantenere un elevato standard di successo continuativo nel tempo non solo non è scontato ma non è affatto facile.

La prova al momento la squadra italiana non l’ha superata, il collettivo è stato insufficiente al compito e i singoli non hanno saputo rappresentare una valore aggiunto decisivo.

Il futuro non sappiamo come sarà ma certamente va effettuata una preparazione psicologica diversa e più specifica che il semplice e scontato “giochiamo per divertirci, abbiamo le competenze per andare avanti” e così via.