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Spunti per parlare con i genitori

I genitori dovrebbero essere le prime guide nel cuore dei propri figli, insegnando loro il valore della responsabilità e della condivisione. Due semi preziosi che, se piantati con amore, cresceranno forti dentro di loro e li accompagneranno per tutta la vita.

È importante far capire che le difficoltà e gli errori non sono fallimenti, ma occasioni per imparare, per scoprire chi si è davvero e per capire che anche i momenti più duri hanno qualcosa da insegnare. Solo affrontando gli ostacoli si impara a camminare con coraggio.

I genitori dovrebbero trasmettere ai figli la gratitudine, quella che nasce dal cuore e che insegna ad apprezzare le piccole cose: un sorriso, un gesto gentile, un pasto condiviso, una giornata serena. Essere grati rende leggeri e dona forza anche nei momenti difficili.

Ogni azione, piccola o grande che sia, porta con sé una conseguenza. Le scelte negative lasciano segni e insegnamenti, mentre quelle positive costruiscono ponti, aprono strade e creano felicità. Capire questo aiuta i bambini a crescere con senso di giustizia e rispetto.

E forse una delle lezioni più importanti è non cedere alla cultura del “tutto e subito”. Viviamo in un mondo che corre, ma i veri valori nascono nella lentezza, nell’attesa, nella dedizione quotidiana. Insegnare la pazienza significa donare ai figli la capacità di godere del percorso, non solo del traguardo.

Solo così potranno diventare adulti consapevoli, capaci di affrontare la vita con equilibrio, di amare con sincerità e di riconoscere la bellezza nelle cose semplici. Perché l’educazione non è solo insegnare a vivere: è insegnare ad essere, con il cuore aperto e la mente libera.

Ciò che genitori e insegnati dovrebbero insegnare

Quello che segue è ciò che genitori e insegnanti dovrebbero dire, insegnare e soprattutto incarnare come modello. Perché i ragazzi imparano non solo da ciò che ascoltano, ma da ciò che vedono negli adulti che hanno accanto.

Ascoltami bene: il valore di quello che fai non si misura dai voti, dalle vittorie o dai like che ricevi. Il valore sta nell’impegno che ci metti ogni giorno. È lì che costruisci davvero chi sei.

Il problema è che spesso guardiamo solo il risultato finale, oppure quello che pensano gli altri. Se vinco valgo, se perdo non valgo niente. Se mi criticano, allora hanno ragione loro. Ma non è così. Tu non sei il giudizio degli altri. Tu sei l’impegno che ci metti, la fatica che fai, la costanza con cui provi ancora una volta anche quando non viene come vorresti.

Quando ti parli male, quando ti dici “non sono capace”, stai dando potere a quella voce distruttiva che ti blocca. Prova invece a cambiare linguaggio: “Sto imparando”, “oggi è andata meglio di ieri”, “il mio impegno conta”. Non è una frase vuota: è un modo per ricordarti che stai crescendo, passo dopo passo.

Ogni volta che ti impegni, stai investendo su di te. Ogni allenamento, ogni ora di studio, anche quando non vedi subito il risultato, sta costruendo la persona che diventerai. E questo vale molto più di qualsiasi giudizio esterno.

Il punto non è fare tutto perfetto: il punto è non smettere di crederci. Ricorda: il tuo valore non dipende dagli altri, ma da quanto sei disposto a investire su di te. E quell’impegno, credimi, ha sempre valore.

In sintesi, è meglio pensare e dirsi:

  • “Il mio impegno ha valore, anche se non vedo subito i risultati.”
  • “Ogni giorno faccio un passo avanti.”
  • “Sto imparando e migliorando, non devo essere perfetto.”
  • “Io valgo per quello che costruisco, non per quello che gli altri pensano.”
  • “L’impegno di oggi è la mia forza di domani.”

Come affrontare sovrappeso e obesità nei bambini

Un articolo su Repubblica.it mette in luce che i dati più recenti dell’Istituto Superiore di Sanità evidenziano che il 19% dei bambini italiani di 8-9 anni è in sovrappeso. Il 9,8% è affetto da obesità mentre il 2,6% ne soffre in forma grave. Numeri che descrivono un problema ancora troppo diffuso, che ha importanti conseguenze sulla salute e la vita relazionale dei bambini, sia durante lo sviluppo, sia una volta raggiunta l’età adulta. E che spesso nasce anche dalla difficoltà che incontrano i genitori nel riconoscere i segnali precoci di un aumento eccessivo del peso dei bambini.

Per affrontare questo problema in modo efficace, è fondamentale adottare un approccio delicato e costruttivo che coinvolga pediatri, insegnanti e genitori. Alcune strategie possono riguardare:
  1. Comunicazione empatica e non giudicante
    • Pediatri e insegnanti dovrebbero usare un linguaggio rassicurante, evitando di colpevolizzare i genitori.
    • È utile partire da un’osservazione oggettiva (“Abbiamo notato che…”) piuttosto che da un giudizio.
  2. Creazione di un rapporto di fiducia
    • Organizzare incontri periodici tra genitori, insegnanti e pediatri per discutere eventuali difficoltà in un contesto di supporto.
    • Far percepire ai genitori che l’obiettivo comune è il benessere del bambino.
  3. Fornire informazioni chiare e accessibili
    • Spiegare in modo semplice i segnali di eventuali problemi di salute o di sviluppo.
    • Offrire risorse (opuscoli, incontri informativi, supporto specialistico) affinché i genitori possano approfondire.
  4. Proporre soluzioni e percorsi di aiuto
    • Suggerire passi concreti, come visite specialistiche o strategie educative, senza imporre.
    • Valorizzare i progressi e i punti di forza del bambino per mantenere un atteggiamento positivo.
  5. Coinvolgimento di figure di supporto
    • Psicologi, educatori e assistenti sociali possono aiutare a mediare il dialogo tra genitori e professionisti.
    • Creare gruppi di supporto per genitori in situazioni simili può ridurre il senso di isolamento e preoccupazione.

L’obiettivo principale è far sì che i genitori non si sentano attaccati, ma accompagnati nel riconoscere eventuali problemi e affrontarli in modo costruttivo per il bene del bambino.

 

 

Cosa si chiede di fare oggi ai genitori

Oggi chiediamo ai genitori di adottare un approccio educativo che promuova lo sviluppo dell’autostima nei figli, con particolare attenzione a diversi aspetti chiave. Ecco alcune pratiche importanti che possiamo chiedere ai genitori:

1. Ascolto attivo e supporto emotivo

  • Chiedere ai genitori di ascoltare con attenzione i propri figli, rispettando le loro emozioni e sentimenti, senza giudizio o fretta di risolvere i problemi. Questo aiuta il bambino a sentirsi compreso e valorizzato.
  • Creare un ambiente sicuro per l’espressione delle emozioni, dove i bambini possano sentirsi liberi di esprimere la propria vulnerabilità.

2. Incoraggiare l’autonomia

  • Permettere ai bambini di prendere decisioni appropriate alla loro età e di imparare dai loro errori. Questo sviluppa un senso di competenza e responsabilità, rafforzando la fiducia in se stessi.
  • Dare compiti adeguati che stimolino il senso di realizzazione, come aiutare nelle faccende domestiche o assumersi piccole responsabilità personali.

3. Riconoscere l’impegno, non solo i risultati

  • Incoraggiare l’impegno e la perseveranza, piuttosto che lodare solo i risultati o le prestazioni. È fondamentale insegnare che il valore non dipende dai successi esterni, ma dallo sforzo e dalla crescita personale.
  • Evitare confronti tra fratelli o amici, che possono minare l’autostima e creare competizione negativa.

4. Modellare l’autostima positiva

  • Essere un esempio di fiducia in se stessi: i bambini imparano molto dall’osservare i genitori. È importante che i genitori mostrino un atteggiamento equilibrato verso se stessi, non denigrando mai le proprie capacità o valore.
  • Insegnare l’autocompassione, dimostrando come accettare i propri errori senza eccessiva autocritica.

5. Costruire un ambiente di amore incondizionato

  • Esprimere amore e affetto regolarmente, indipendentemente dai successi o dagli errori dei figli. Sapere di essere amati incondizionatamente rafforza la sicurezza interiore e l’autostima.
  • Valorizzare l’unicità del bambino, riconoscendo e apprezzando le sue qualità e talenti individuali.

6. Favorire una comunicazione positiva

  • Usare un linguaggio positivo, che metta in risalto le capacità e i punti di forza del bambino. Critiche costruttive vanno sempre accompagnate da suggerimenti per migliorare, evitando etichette negative.
  • Aiutare i figli a risolvere i problemi in modo autonomo, offrendo supporto e guida, ma permettendo loro di trovare le soluzioni.

7. Insegnare la resilienza

  • Insegnare ai figli come affrontare e superare le difficoltà, promuovendo l’idea che gli errori e i fallimenti sono parte naturale della vita e un’opportunità di crescita.
  • Aiutare a sviluppare una mentalità di crescita, che li incoraggi a credere di poter migliorare con il tempo e l’impegno.

8. Sostenere le relazioni sociali

  • Favorire il coinvolgimento in attività sociali e relazioni con coetanei in cui i bambini possano sviluppare la fiducia nelle loro capacità sociali e interpersonali.
  • Aiutare a sviluppare competenze di gestione dei conflitti, incoraggiando la risoluzione pacifica dei disaccordi.

In sintesi, chiediamo ai genitori di offrire una combinazione di supporto, autonomia, affetto e insegnamento di competenze emotive per aiutare i figli a sviluppare un senso di sé forte e positivo, che li prepari ad affrontare le sfide della vita con sicurezza e resilienza.

Ruolo dei genitori nello sviluppo sportivo dei figli

Le famiglie sono spesso prese dal decidere quale sport fare praticare ai loro figli e su questa tema i media in questo periodo spendono parole per dare consigli. Ci si chiede se per un bambino definito timido sia meglio uno sport di squadra o uno sport individuale ma di contatto. Quale sia il migliore per favorire la socializzazione o accrescere la fiducia e così via.

Ci si dimentica che sarebbe meglio fare praticare più sport anziché uno solo o che qualsiasi sport si svolge in gruppo e ogni allievo deve collaborare. Di solito nessuno si occupa di fornire spiegazioni di questo tipo ai genitori, che rimangono prede della rete delle società sportive, monosportive, che le rincorrono.

Capisco anche che una scuola calcio o una società di nuoto o di qualsiasi altro sport debba perseguire i suoi obiettivi che sono quelli di avere il maggior numero possibile di iscritti per fargli fare uno sport specifico. A questo problema dello sport, in Italia, non c’è soluzione e quindi continuerà questo modello.

Tuttavia vi è un compito importante per i genitori e che possono svolgere in completa autonomia. Riguarda il tempo libero che i bambini hanno al di fuori del tempo della scuola e dei due allenamenti sportivi. Cosa fanno in questo tempo libero? Si muovono, giocano con altri, vanno al parco o altro? O stanno a casa da soli e giocano con la playstation e lo smartphone?

Questo tempo è estremamente importante per permettergli di organizzare giochi e attività con i coetanei e imparare a sentirsi autodeterminasti e via-via più autonomi. Direi che questo è un ruolo significativo che la famiglie possono svolgere, anche divertendosi con i figli e svolgere la loro funzione educativa.

 

10 cose che oggi sono vietate ai giovani

10 cose che non possono più i ragazzi di oggi che giocano a calcio (e non solo):

  1. giocare nel cortile di casa
  2. fare sport se non li accompagna qualcuno
  3. trovarsi ai giardini a giocare con gli amici
  4. non avere sempre i genitori che li guardano mentre fanno sport
  5. fare sport quando vogliono
  6. giocare senza preoccuparsi di quello che diranno gli adulti (allenatore e genitori)
  7. giocare, perchè ora si allenano
  8. giocare ore e ore e smettere quando lo decidono o diventa sera
  9. scegliere i compagni di squadra e essere scelti
  10. alternarsi a chi gioca in porta
Certamente il calcio non è l’unico sport e tutto quello che è stato descritto si può applicare a molte altre situazioni di gioco, che quando eravamo ragazzi potevamo fare. Oggi tutto questo è impossibile e crea la dipendenza dei giovani, bambini e adolescenti, dagli adulti e dalle organizzazioni che hanno messo in piedi per imprigionare il gioco.

 

 

 

Disagio dei giovani causato dall’incompetenza degli adulti

Il tema dell’ansia e depressione di  molti giovani  è ovviamente drammatico e mi sembra si tenda a risolvere la questione  tramite il bonus per la psicoterapia e  l’introduzione dello psicologo a scuola. A questo quadro manca comunque la considerazione di un tassello importante: la formazione psicologica degli insegnanti. Direi anzi degli adulti che lavorano con i giovani. Questo allargamento riguarda quindi anche i genitori e gli allenatori. Non conosco quale sia la preparazione psicologica e pedagogica degli insegnanti della scuola, conosco invece molto bene quella degli allenatori e sono convinto che con poco si potrebbe fare molto di più per migliorare le loro competenze.

Quando dico questo ai dirigenti delle società sportive, di solito mi spiegano che non immagino quanti problemi da risolvere debbano quotidianamente affrontare e che anche volendo non potrebbero permettersi ulteriori spese. Purtroppo è la stessa risposta che mi danno da 30 anni e riflette la loro idea di sport: allenamento, gare e pagare tutti poco. Mi ricordo quando con Barbara Benedetti, segretario del settore giovanile e scolastico della FICG, ormai 20 anni fa riuscimmo a fare diventare obbligatoria la figura dello psicologo all’interno delle scuole calcio. Vi era scritto nel documento che andava alle società che lo psicologo doveva fare cinque incontri all’anno con genitori e allenatori. Le prime volte che qualche psicologo cominciò a proporsi per questo ruolo nelle società al posto del compenso gli veniva detto che avrebbe ricevuto la divisa della società e sarebbe stato invitato alla cena di Natale. Ovviamente, di fronte al rifiuto di questo scambio, si arrivava a definire il pagamento di questa consulenza. In quel periodo stilai anche una lista di attività che, oltre a queste riunioni, prevedeva altre azioni da svolgere in quell’ambito specificandone il rispettivo compenso. Le davo ai colleghi perchè potessero muoversi in quell’ambiente in modo più professionale. A molte società ho anche proposto di aumentare il costo dell’iscrizione di 10 euro all’anno, la differenza che si otteneva poteva essere il costo dello psicologo. Non volevo mi si dicesse non possiamo farlo per problemi economici.

Questo racconto serve a fare capire che l’ambiente sportivo, e m’immagino anche quello scolastico, è un luogo dove i cambiamenti, le innovazioni sono viste come minacciose. Oggi che molti allenatori sono laureati in scienze motorie la situazione di base è migliorata perchè hanno studiato psicologia all’università ma ancora non svolgono tirocini su come s’insegna nelle varie fasce di età, e non vi sono corsi federali che abbiamo questo specifico orientamento applicativo. Inoltre, il lavoro di allenatore è in larga parte sottopagato e, quindi, allontana molti dal volersi ulteriormente formare mentre è usato da altri per giustificare le loro carenze e il loro procedere in funzione delle loro idee, senza mai verificarle.

Su questa base è difficile che i giovani che mostrano difficoltà psicologiche trovino in questi adulti un supporto psicologico adeguato. Molti genitori a loro volta tendono a demandare alla scuola e allo sport la totale formazione psicologica dei loro figli nascondendosi dietro la retorica del “mica si studia per fare i genitori”.

Su queste basi e sulla schiavitù indotta dall’uso dei social è difficile che i giovani che manifestano problemi psicologici possano trovare soluzioni. Più facile fare passare il loro disagio per malattia così se ne occuperanno gli esperti e gli altri adulti che interagiscono con loro tireranno finalmente un respiro di sollievo.

Insegnare il pensiero critico e divergente

L’insegnamento del pensiero critico e creativo ai giovani di oggi è una sfida complessa, influenzata da vari fattori sociali, culturali e tecnologici. Queste difficoltà includono:

  1. Sovraccarico informativo - La generazione attuale è esposta a un flusso incessante di informazioni provenienti dalle tecnologie digitali e dai social media, la cui qualità è difficilmente verificabile,. Questa sovrabbondanza può ostacolare la capacità dei giovani di discernere e valutare criticamente le fonti di informazione.
  2. Dipendenza tecnologica - La crescente dipendenza dai dispositivi digitali e dai social media può minare la capacità di concentrazione e la disposizione mentale necessarie per il pensiero critico e creativo, a causa delle continue distrazioni e stimolazioni digitali.
  3. Cultura dell’istantaneità - La società contemporanea promuove l’aspettativa di risultati immediati e gratificazioni istantanee, scoraggiando la pazienza e la profondità di analisi richieste dal pensiero critico e dalla risoluzione dei problemi complessi.
  4. Pressione accademica - I giovani possono essere soggetti a una pressione significativa per ottenere risultati accademici eccezionali, il che può spingere a una focalizzazione sulla memorizzazione di informazioni piuttosto che sullo sviluppo di abilità di pensiero critico. Altri vivono in assenza di pressione accademica perchè convinti che basti la consultazione via web per ottenere qualsiasi conoscenza.
  5. Cambiamenti culturali - La cultura contemporanea può favorire la conformità e la uniformità delle opinioni, con una minore tolleranza per la diversità di pensiero e l’individualità. Gli influencer diventano così i principali riferimenti culturali e di gestione dei rapporti interpersonali.
  6. Paura del fallimento - La reticenza al fallimento può scoraggiare i giovani dall’assumere rischi e sperimentare nuove idee, sebbene il fallimento sia spesso una componente essenziale del processo di apprendimento e sviluppo del pensiero critico. Questo pensiero mina l’accettazione degli errori che il processo di base dell’apprendimento.
  7. Limitazioni nell’ambiente di apprendimento - Gli educatori possono affrontare sfide nell’insegnare il pensiero critico a causa di vincoli di tempo, pressioni per seguire il curriculum e risorse limitate. Possono essere a loro volta vittime di questi cambiamenti culturali.
  8. Distorsione delle informazioni - Nell’era delle notizie false e della disinformazione online, i giovani possono avere difficoltà a distinguere tra informazioni accurate e fuorvianti. Questo rende cruciale l’acquisizione di competenze per l’analisi critica delle fonti e la verifica delle informazioni.
  9. Abbondanza di svago digitale - L’accesso costante a intrattenimento digitale e giochi può competere con il tempo dedicato alla riflessione e alla lettura critica. La presenza ubiqua di dispositivi di intrattenimento può scoraggiare l’approfondimento intellettuale. Lo svago digitale promuove l’apprendimento come gioco che se non è divertente viene abbandonato.
  10. Interazione sociale online - L’uso frequente dei social media e delle piattaforme di messaggistica può favorire la comunicazione superficiale e veloce, a scapito delle conversazioni significative e della riflessione critica. Questo può limitare le opportunità di confronto di idee in modo approfondito. nello sport si guardano solo i momenti più significativi delle prestazioni. il resto è noia,

Incoraggiare il pensiero critico e creativo tra i giovani richiede uno sforzo congiunto da parte degli educatori, dei genitori e della società in generale. Questo può includere l’adottare approcci didattici che valorizzino il pensiero critico, la promozione di un uso consapevole della tecnologia e l’offerta di opportunità di apprendimento esperienziale che consentano ai giovani di applicare il pensiero critico in contesti reali.

 

 

Il ruolo dei genitori nell’apprendimento motorio

Questo blog è dedicato ai genitori per illustrare quanto sia importante che i loro figli sin dai primi anni dell’altro vita stiano all’aria aperta e si possano muovere liberamente così da sviluppare le abilità motorie e l’intelligenza necessaria per il loro sviluppo.

Nei primi anni di vita un giovane deve imparare i movimenti di base e lo scopo dell’educazione motoria è di insegnare in modo divertente ai bambini e alle bambine a muoversi in modo efficace e efficiente, in un ambiente sicuro e con la consapevolezza di ciò che stanno facendo. Per la formazione del giovane il raggiungimento di questo risultato è tanto importante quanto l’acquisizione dell’alfabetizzazione linguistica e matematica.

Nello specifico dai tre ai sei anni i bambini devono acquisire le abilità motorie di base (ad esempio, piegarsi sulle gambe) che rappresentano il fondamento di tutta l’attività fisica e  dalla cui combinazione nascono le principali competenze di ogni sport. Sono questi gli anni in cui vanno sviluppate le seguenti abilità:  passo (andatura), piegamento sulle gambe, muoversi rapidamente in avanti, flessione, spingere, tirare, ruotare e fare una torsione. I movimenti complessi sono composti da questi differenti elementi di base e le azioni del bambino saranno adeguate se saprà integrare fra loro le diverse sequenze motorie. Ad esempio, saltare si basa sul movimento del piegarsi sulle gambe mentre nel lancio del frisbee a questo movimento si aggiungono lo spingere e la rotazione.  In ogni gesto sportivo, anche nel più complesso, sono rintracciabili questi schemi motori di base. Pertanto, se un giovane non ha imparato a padroneggiarli con maestria, i suoi ulteriori apprendimenti motori potrebbero essere compromessi o ridotti.

Non è, però, solo questione d’insegnare in modo letterale i movimenti di base, poiché ogni forma di schematizzazione comporta una semplificazione eccessiva della realtà motoria e una riduzione delle esperienze di movimento. E’ quindi necessario fornire ai bambini l’opportunità di sperimentare il più ampio numero di comportamenti. Ad esempio, a partire dall’età di due anni si può già insegnare ad andare sui pattini in linea, in bicicletta o ad arrampicarsi se i genitori sono disposti a insegnare ai propri figli come fare. Questo dato evidenzia il ruolo decisivo che gli adulti, in questo caso i genitori, svolgono nel favorire o ostacolare lo sviluppo motorio, comprese le implicazioni psicologiche e sociali ad esso connesse. Bambini iperprotetti che ha tre anni non salgono da soli sull’altalena o camminano poco perché è più comodo portarli in passeggino o lasciarli a casa a guardare la televisione, sono esempi di come si può quotidianamente sviluppare una riduzione della motricità e sviluppare uno stile di vita sedentario.

Si può affermare che nel corso dello sviluppo il bambino è il principale artefice della costruzione dei propri processi conoscitivi siano essi tipicamente motori, cognitivo-affettivi o sociali. Alla base di questo percorso evolutivo vi sono alcuni fattori che  costituiscono le cause dello sviluppo. Il primo si riferisce alla maturazione del sistema nervoso, necessario perché forme più avanzate di autonomia si affermino. Questo non è comunque l’unico fattore poiché l’esperienza acquisita e l’interazione sociale rappresentano due altri fattori di sviluppo altrettanto necessari.

Nel primo caso ci si riferisce alle azioni e alle ripetizioni di azioni, agli esercizi che il bambino effettua autonomamente sulla realtà ambientale in cui vive e alla percezione di consapevolezza che ne deriva. In tal modo conosce le proprietà degli oggetti, ne fa esperienza, li pone in relazione con se stesso, arricchendo così la sua conoscenza del mondo e del modo di rapportarsi ad esso. Pensiamo ai diversi modi di salire e poi di scendere, ad esempio da un divano, che il bambino mette in atto attraverso un numero ampio di ripetizioni. Prova così gli schemi motori di base, ogni volta in modo diverso da quella precedente, li compone spontaneamente in sequenze differenti e attraverso la ripetizione giunge a sviluppare un’abilità motoria specifica. Questo processo di apprendimento può essere accelerato attraverso l’interazione sociale, che avviene essenzialmente per mezzo del linguaggio. A tale riguardo l’interazione con un adulto che osserva il bambino in questa sua azione sarà positiva se è volta a incoraggiarlo e  a garantirgli lo svolgimento in un ambiente sicuro. Diventerà negativa e, pertanto, ostacolante l’esperienza se l’adulto interviene per inibire l’azione o per renderla troppo facilitata. Di conseguenza l’opportunità di fare esperienza e le interazioni sociali rappresentano il contesto al cui interno il bambino svolge le sue azioni.

Il fattore causale decisivo per lo sviluppo è il fattore di equilibrio, che delinea un  bambino attivo e non passivo, che si modifica attraverso il suo rapporto con l’ambiente. Questo fattore deve essere inteso come ottenimento di un equilibrio tra perturbazioni esterne e attività del bambino. Diventa così più evidente la ragione per cui l’ambiente fisico e sociale rappresentano degli scenari in cui esercitare le proprie azioni. L’equilibrio e il conseguente adattamento si raggiungono attraverso i processi di assimilazione e accomodamento. L’assimilazione consiste nel fare propri gli elementi di novità che vanno ad arricchire gli schemi motori e mentali, così facendo vengono incorporati i dati dell’esperienza in funzione delle strutture interne già esistenti. L’accomodamento, invece, è il processo per mezzo del quale le strutture interne vengono cambiate dalle esperienze esterne, consentendo ai processi di sviluppo del bambino non tanto di arricchirsi di nuovi elementi ma di svilupparsi a livelli evolutivi superiori. Pertanto, l’assimilazione è un processo di conservazione e arricchimento delle competenze mentre l’accomodamento rappresenta una novità nel processo di sviluppo.

In conclusione, l’evoluzione motoria del bambino avviene attraverso un migliore adattamento all’ambiente. Il bambino evolve a partire dai movimenti primari attraverso la maturazione del sistema nervoso, l’esperienza e l’interazione sociale che costituiscono il terreno su cui interviene il fattore di equilibrio. Questo fattore consente al bambino di agire sull’ambiente attraverso le competenze motorie e psicologiche che possiede ma nel contempo queste stesse vengono modificate in funzione delle situazioni.

Voglio solo divertirmi

Se pensi che io debba essere sempre il migliore, non venire.

Se il risultato è la cosa più importante per voi, non venire. Se hai intenzione di gridare all’arbitro ogni volta che pensi che abbia sbagliato, non venire. Se non sopporti che io sia in panchina. Non venire. E se hai intenzione di arrabbiarti ogni volta che fallisco, non venire.

Se vieni, vieni per divertirti, per fare il tifo. E per riposare. Voglio solo giocare felicemente. E di vederti felice. Il calcio è un gioco e noi lo stiamo rubando ai bambini.

Fundación Brafa | Escuela deportiva Barcelona