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Come la VAR sta erodendo l’autorevolezza dell’arbitro nel calcio moderno

Nel calcio moderno uno dei problemi più evidenti riguarda la gestione del fuorigioco: la regola è diventata talmente rigida che basta un tallone, una spalla o un ginocchio oltre la linea per generare un’offside. È chiaro che una situazione del genere non può essere valutata dall’occhio umano, neppure da un arbitro estremamente esperto. Per questo è stata introdotta la VAR, una tecnologia che però sta cambiando radicalmente il ruolo dell’arbitro: nelle situazioni più delicate, l’arbitro in campo diventa sempre più la “voce” di una decisione che, di fatto, proviene dal team tecnico che analizza le immagini.

I problemi emergono soprattutto nei casi complessi, come nell’assegnazione di un calcio di rigore: possono trascorrere anche cinque minuti prima che la VAR arrivi a una decisione definitiva. Ma se una situazione richiede di essere rivista decine di volte da varie angolazioni, ha davvero senso provarne a ricavare un giudizio oggettivo? Il rischio è che la valutazione venga influenzata da minimi dettagli visivi o casualità del frame selezionato.

Questo genera diversi effetti collaterali: aumenta il nervosismo delle squadre, spezza il ritmo della partita e può provocare anche problemi fisici ai giocatori, costretti a rimanere fermi troppo a lungo con il muscolo raffreddato. A lungo termine, questa modalità rischia di minare la credibilità dell’arbitraggio, trasformando un ruolo tradizionalmente umano in un lavoro dipendente dalla lettura minuziosa e interminabile delle immagini.

Se l’obiettivo diventa quello di rendere il calcio completamente oggettivo, si potrebbe finire per aprire la strada a ulteriori tecnologie, andando verso un modello in cui l’arbitro perde sempre più autonomia e la partita viene scandita più dalla precisione tecnica che dal flusso naturale del gioco.

Paolo Casarin: Vita e pensieri di un arbitro

Paolo Casarin ha pubblicato la lunga storia della sua vita come arbitro, capo degli arbitri italiani e dirigente di livello mondiale nel mondo del calcio. Il libro s’intitola Vita e pensieri di un arbitro – Sessant’anni dentro e fuori il campo di calcio”, ed è pubblicato da Rizzoli con la prefazione di Gianni Mura. Casarin ci porta dentro la sua vita, dalle prime partite arbitrate sui campetti polverosi fino ai palcoscenici internazionali di FIFA e UEFA. Un racconto personale e sincero che è anche la storia di un calcio che non esiste più: quello senza VAR, senza replay, ma con passione, rispetto e – a volte – isolamento. Un libro diretto, appassionato, pieno di aneddoti, visione e riflessioni su un ruolo centrale e troppo spesso frainteso.

Casarin fornisce una definizione del calcio “inteso anche come la ricerca del modo più efficace per vincere una sfida: due gruppi di giocatori in contrapposizione  fra loro, guidati da due maestri a bordo campo e chiamati a ottenere una momentanea superiorità” e spiega che usando una terminologia introdotta da Piaget afferma che ” nel calcio in quanto gioco prevalgono i processi di assimilazione” giocare secondo le proprie capacità ma nel “calco in quanto spettacoloso prevalgono i processi di accomodamento, dal momento che il giocatore è costretto a modificare continuamente se stesso per contribuire alle necessità della squadra”.

La sua vita nel calcio è stata un’esperienza senza fine, un’esperienza esistenziale vissuta come persona competente e consapevole del valore del ruolo e non da arbitro autoritario che vuole imporre la sua autorità nel calcio. Nelle riunioni svolte con gli arbitri da designatore ha continuato a riproporre questo approccio alla prestazione arbitrale dicendo sempre che l’arbitro era un invitato delle squadre e che ognuno dove sentirsi responsabile del suo ruolo, anche perchè la domenica seguente un altro loro collega sarebbe sceso sullo stesso campo e doveva trovare un ambiente favorevole a causa di quanto era successo nelle partite precedenti.

Grazie a questo approccio positivo verso la componente psicologica dell’arbitraggio ho potuto lavorare con Paolo Casarin per tutti gli anni in cui è stato designatore degli arbitri di Serie A. Al lavoro svolto insieme ha voluto dedicare dedicare un capitolo di questo libro dal titolo “L’area psicologica dell’attività arbitrale” in cui descrive quanto fatto in quegli anni. Abbiamo così introdotto la preparazione psicologia alla partita, abbiamo valutato le capacità attentive e interpersonali degli arbitri e altro ancora. Personalmente, quegli anni fanno parte dei momenti migliori della mia vita professionale ed è stato un periodo, lungo, ma irripetibile perchè al termine dell’esperienza di Casarin in questo ruolo si è conclusa  anche la mia collaborazione e da allora mai nessun altro si è occupato di quest aspetti della vita arbitrale.

Arbitri: 140 decisioni a partita

Quando si parla di arbitri di solito non si pensa alle numerose decisioni che devono prendere durante una partita, sono circa 140 che su 95 minuti di gioco corrispondono a più di una decisione al minuto.

A questo riguardo l’arbitro vive la stessa condizione del calciatore, che ugualmente deve prendere molte decisioni, con la differenza la fatica è decisa dall’allenatore e la squadra la mette in atto con le opportune variazioni dovute a quello ch succede in campo. L’arbitro svolge la stessa prestazione, prendere decisioni in funzione di ciò che accade, ma non allena durante la settimana a vivere questi momenti

“Abbiamo solo la parte fisica della sessione di allenamento, perché abbiamo solo una sessione di allenamento fisico. Abbiamo dei programmi per questo. Ma per la preparazione mentale abbiamo… una preparazione individuale… una preparazione privata, perché ogni arbitro decide con se stesso (sic) se fare questo tipo di preparazione mentale o meno. Per esempio, io ho lavorato molte, molte ore su questo aspetto in passato perché penso che sia molto importante. Quando ci si prepara molto bene è molto importante“.

Nonostante gli arbitri riconoscano la formazione psicologica come un aspetto prezioso e “chiave” della loro prestazione, è emerso che essa riceve meno attenzione rispetto ad altri aspetti della prestazione. Sebbene la gamma della formazione psicologica sia ampia, la formazione psicologica degli arbitri dovrebbe andare oltre il tradizionale “canone” della formazione psicologica nello sport, identificato con il rilassamento, il dialogo con se stessi, l’immaginazione, la definizione degli obiettivi e la concentrazione. Ad esempio, i concetti della psicologia sociale, come il processo di gruppo, sono stati identificati come utili per gli arbitri sportivi. In particolare, alla domanda se la formazione psicologica dovrebbe essere obbligatoria per gli arbitri: “Dovrebbe esserlo… Spero che in futuro introducano questo tipo di persone [psicologi] perché penso che sia uno dei segreti di un arbitro avere una libertà di preoccupazione”.

Naturalmente, in Italia siamo lontani anche dalla classica preparazione psicologica degli arbitri che è lasciata completamente sulle loro spalle.

A chi vuole approfondire suggerisco di leggere il seguente articolo dove sono discussi questi aspetti:

Carrington, S.C., North, J.S., Brady, A. (2022). Utilising experiential knowledge of elite match officials: Recommendations to improve practice design for football referees. International Journal of Sport Psychology, 53(3), 242-266.

Le regole non dette dell’arbitraggio

Il lavoro arbitrale è sottoposto a regole che durante questo mondiale sono cambiate, mi riferisco alla lunghezza dei temi di recupero ma ve ne sono altre non scritte del mondo del calcio che tendono a mantenere sempre a un livello di allerta la percezione che i tifosi e il più ampio pubblico manifestano nei confronti di questa attività: Queste regole sono così definibili:

  • Sino dagli albori dello sport è stato un fenomeno sociale in cui vi è sempre stata una simbiosi fra prestazione atletica e spettatori,  e va ricordato che i primi eventi di cui si ha conoscenza risalgono al 5.220a.c. Significa che gli spettatori hanno da sempre parteggiato per gli atleti che gareggiavano dividendosi per fazioni.
  • Il calcio è una versione ritualizzata della caccia, dove i giocatori sono i cacciatori, l’arma è la palla, la preda è la porta e l’arbitro è il giudice tribale su cui nessuno può interferire quando prende una decisione.
  • La decisione di un arbitro a favore di una squadra è contro gli interessi dell’altra. Ogni volta che l’arbitro comunica una decisione, metà dei giocatori, l’allenatore e gli spettatori  provano una qualche forma di disappunto. Questa è a ogni livello la natura del calcio agonistico.
  • Le reazioni dei calciatori all’assegnazione di una decisione per loro negativa sono significativamente influenzate dallo stile di comunicazione che l’arbitro mostra in quella situazione.
  • La percezione di correttezza dell’agire arbitrale da parte del pubblico e dei calciatori è estremamente importante, però nel calcio questo tipo di percezione è altrettanto fortemente influenzata dalle aspettative nei confronti dell’arbitro, ad esempio sapere che è un arbitro che non dà mai un rigore contro la squadra di casa negli ultimi cinque minuti della partita.
  • La percezione di correttezza dell’arbitro dipende da come i calciatori ne valutano il livello di competenza, l’indipendenza di giudizio  e il rispetto verso le squadre.

L’arbitro: un uomo solo con le sue insicurezze

Di nuovo un errore arbitrale a incidere negativamente sul risultato della partita. E’ accaduto in Milan-Spezia dove Serra per un presunto fallo di Bastoni ha fermato l’attacco di Rebic, che aveva servito Messias, il cui tiro sotto l’incrocio era andato a buon fine.

L’arbitro si è subito reso conto dell’errore clamoroso commesso ma ovviamente non ha potuto ritornare indietro. Questo fatto ci dimostra ancora una volta che talvolta sono gli arbitri a influenzare in modo rilevante il risultato della partita. La tecnologia aiuta ma non dispensa dagli errori, che nel calcio ci saranno sempre. Questo nuovo caso mette in evidenza una differenza sostanziale tra gli errori dei calciatori e quelli dell’arbitro. I primi hanno la squadra in cui rifugiarsi mentre il direttore di gara resta solo con il suo senso di colpa per avere commesso un errore, che non avrebbe dovuto avvenire. Tutti concordano nell’affermare che gli errori fanno parte del gioco ma questa convinzione non basta all’arbitro per uscire dall’angoscia che un errore grave determina. L’errore di Serra è come quello di Jorginho che sbaglia il rigore decisivo o del ginnasta che insegue la perfezione della sua prestazione senza riuscirci. Non si parla mai dell’arbitraggio della pallavolo o della pallacanestro, perché raramente le scelte del giudice di gara determinano il risultato finale, sono sport in cui si fanno punti in ogni minuto di gara e il valore delle sanzioni arbitrali incide meno sulla partita. Nel calcio è diverso. Il gol è un evento raro e il gioco è influenzato dalle ammonizioni, fatti importanti per quella partita e quella successiva.

Il calciatore il giorno dopo va al campo e ha i compagni e lo staff con cui condividere i suoi problemi. L’arbitro non ha nessuno, non ha compagni di squadra, ha un capo, il designatore che se da un lato lo può comprendere dall’altro è colui che decide le partite che arbitrerà e se è il caso di fermarlo per qualche turno di campionato. L’arbitro è solo a dover combattere con le insicurezze generate da una scelta sbagliata, e mi auguro che nella sua vita privata abbia persone con cui condividere i suoi sentimenti e i suoi timori, senza essere giudicato ma semplicemente accettato, perché gli errori sono parte di qualsiasi professione.

L’arbitro: un uomo solo con le sue insicurezze

Il dialogo distorto tra allenatori e arbitri

In questa stagione sportiva vi sono state così tante espulsioni fra gli  allenatori nel calcio di Serie A. Il fenomeno riflette un livello di stress professionale che gli allenatori hanno spesso difficoltà a controllare e di conseguenza sul campo inveiscono contro gli arbitri in modo poco controllato. Quali possono esserne le cause:

Pressione –  è forte la richiesta dei Club e dei tifosi  di fare subito risultato e lo è altrettanto l’incapacità dei Club di permettere, salvo rare eccezioni, al tecnico di lavorare su obiettivi che non siano solo quelli della partita della domenica

Precarietà - L’effetto è che l’allenatore rischia di venire esonerato se perde qualche partita o se non corrisponde subito alle aspettative del presidente.

Esposizione -  L’allenatore è quotidianamente sulle pagine dei giornali e delle trasmissioni sportive. Intorno a lui si sviluppa un gossip continuo che espone le sue scelte alla discussione senza fine del pubblico e dei giornalisti, che s’interrompono solo durante la partita per riprendere subito dopo nelle interviste post-partita.

Coesione - Le rimostranze dell’allenatore sono anche un modo per spostare su di sé l’attenzione dell’arbitro, allo scopo di ottenere un effetto di coesione della squadra e un aumento della combattività dei calciatori in risposta alla frustrazione derivata dall’ammonizione o espulsione del loro allenatore.

In queste condizioni non è semplice svolgere il proprio lavoro e certamente gli allenatori troverebbero utilità nello svolgere attività di coaching allo scopo di migliorare la loro abilità nel gestire gli stress che incontrano nel loro percorso. D’altra parte questo è un approccio di cui si servono i manager delle aziende proprio per migliorare la loro leadership.

Infine, va detto che anche gli arbitri dovrebbero essere meglio preparati, spesso si dimostrano permalosi e e vogliono ricordare con gesti estremi che sono a loro a comandare in campo. E così siamo molto lontani dagli di Paolo Casarin, quando spiegava agli arbitri che loro “sono degli invitati” e quindi dovrebbero sapere trasmettere questa mentalità anche nelle situazioni più calde delle partite. D’altra parte è completamente sconosciuta quale sia oggi la preparazione mentale dei nostri arbitri.

Si tira da solo la maglia per simulare il fallo

Per simulare un fallo in campo, il calciatore brasiliano Leandro Damiao si tira da solo la maglia. E’ accaduto durante la partita del campionato brasiliano di Serie A tra il Criciuma e Santos finita 3-0. Leandro Damiao, 25enne attaccante del Santos, cerca di trarre in in inganno l’arbitro tirandosi da solo la maglia sugli sviluppi di un calcio di punizione.

Leandro Damião

Psicologia per gli arbitri del pattinaggio

Di solito si pensa che gli arbitri che provano maggior stress sono quelli del calcio e dei giochi di squadra oppure si pensa alla eccessiva soggettività degli arbitri della ginnastica o del pattinaggio su ghiaccio in cui si deve valutare tecnica e espressività immuni dalle combine internazionali. Vi è però almeno un altro tipo di prestazione arbitrale estremamente complessa ed è quella del pattinaggio su pista. Ho conosciuto questi arbitri e svolgono un lavoro mentalmente impegnativo, poichè le infrazioni avvengono in frazioni di secondi e gli atleti continuativamente sono impegnati nel commettere infrazioni pur di vincere. La qualità della loro percezione, attenzione e memoria è continuamente sollecitata e su questa si basano le loro decisioni. Nel contempo si trovano a subire gli insulti dei tifosi e le contestazioni degli atleti. Il loro è un mondo veramente complesso  di cui nessun esperto si è finora occupato.

Perché è così difficile fare l’arbitro

Il lavoro arbitrale è sottoposto ad alcune regole non scritte del mondo del calcio e dello sport che tendono a mantenere sempre a un livello critico la percezione che i tifosi e il più ampio pubblico manifestano nei confronti di questa attività: Queste regole sono le seguenti:

  • Sino dagli albori dello sport è stato un fenomeno sociale in cui vi è sempre stata una simbiosi fra prestazione atletica e spettatori,  e va ricordato che i primi eventi di cui si ha conoscenza risalgono al 5.220a.c. Significa che gli spettatori hanno da sempre parteggiato per gli atleti che gareggiavano dividendosi per fazioni.
  • Il calcio è una versione ritualizzata della caccia, dove i giocatori sono i cacciatori, l’arma è la palla, la preda è la porta e l’arbitro è il giudice tribale su cui nessuno può interferire quando prende una decisione.
  • La decisione di un arbitro in favore di una squadra è contro gli interessi dell’altra. Ogni volta che l’arbitro comunica una decisione, metà dei giocatori, l’allenatore e gli spettatori  provano una qualche forma di disappunto. Questa è a ogni livello la natura del calcio agonistico.
  • Le reazioni dei calciatori all’assegnazione di una decisione per loro negativa sono significativamente influenzate dallo stile di comunicazione che l’arbitro mostra in quella situazione
  • La percezione di correttezza dell’agire arbitrale da parte del pubblico e dei calciatori è estremamente importante, però nel calcio questo tipo di percezione è altrettanto fortemente influenzata dalle aspettative e dal ruolo dei vari attori e possono essere tra loro molto diverse.
  • La percezione di correttezza dell’arbitro dipende da come i calciatori ne valutano il livello di competenza, l’indipendenza di giudizio  e il rispetto verso le squadre.

L’autogestione arriva sul campo di calcio

Da quest’anno i bambini di 8-10 anni che giocano a calcio sono arbitrati da un loro coetaneo. Lo spiega Maurizio Crosetti sula Repubblica di oggi. La partita che ha visto si è svolta a Torino e gli unici a protestare sono stati i ragazzi che dicono che non sempre gli altri si fermano quando viene fischiato un fallo e così l’azione dopo restituiscono la cortesia. L’effetto è stato comunque positivo, perchè i genitori non hanno protestato come invece fanno di solito e gli allenatori sono stati soddisfatti. Questa è la strada per responsabilizzare i bambini, che imparano a fare proprie le regole senza aspettare la decisone dell’adulto-arbitro. I genitori potranno al massimo bisbigliare le loro proteste, perchè come si fa a insultare un bambino e la partita si svolge in un clima più disteso e non litigioso. Speriamo che questa esperienza continui e non si smetta perchè magari andato via Gianni Rivera da presidente del settore giovanile del calcio arriva qualcun altro a cui questa dimensione del calcio non interessa.