Archivio mensile per settembre, 2025

Il 2% che fa la differenza: la lezione della prestazione

Comprendere il concetto di prestazione è ciò che distingue atleti e allenatori capaci dagli altri. Ma è anche ciò che differenzia le varie figure professionali coinvolte nelle organizzazioni sportive—e mette in luce il ruolo spesso dannoso delle famiglie che credono di avere in casa un futuro campione.

La prestazione non va confusa con il risultato—vittoria o sconfitta. In realtà, definire cosa significhi “vincere” è molto meno semplice di quanto sembri. Chi può essere considerato un vincente? L’atleta che migliora la propria classifica nonostante le sconfitte? Colui che ottiene una vittoria a 25 anni che un altro ha raggiunto a 20—è un successo o un fallimento? Se in gara ottieni il tuo record personale ma non vinci, cosa sei? Se un adolescente vince spesso solo perché si allena molto più dei suoi coetanei, è davvero un vincente? Sono domande che i genitori dovrebbero porsi prima di criticare gli allenatori.

In pochi sanno che il risultato di una prestazione è determinato da due fattori: la qualità dell’esecuzione e il numero di errori commessi. Prendiamo il tennis come esempio: un giocatore vince una partita giocando meglio dell’avversario e commettendo meno errori. Ma gli errori sono inevitabili—e, in realtà, numerosissimi—nel tennis. Le statistiche dei migliori giocatori del mondo mostrano che vincono appena il 51% dei punti. In definitiva, la vittoria o la sconfitta dipendono spesso da un margine sottilissimo, circa il 2% dei punti giocati.

Ecco perché i genitori devono capire che il proprio figlio o la propria figlia, per quanto talentuosi, devono imparare ad accettare gli errori se vogliono crescere davvero come atleti. Senza questa capacità, le abilità tecniche servono a poco. Ore e ore di allenamento contano ben poco se non si impara dagli errori.

Naturalmente, anche allenatori e staff di supporto, compresi gli psicologi, devono fare proprio questo concetto. Devono sapere cosa fare quotidianamente per aiutare gli atleti a sviluppare la capacità di accettare gli errori. E il momento migliore per insegnarlo è subito dopo averne commesso uno.

Diventare esperti in qualsiasi sport richiede anni di impegno e migliaia di ore di pratica. In questo percorso, l’atleta commetterà innumerevoli errori. La chiave è insegnargli a pensare: “Hai sbagliato—ricomincia, continua a provare.”Mai stupirsi, mai incolparsi. Un errore non è altro che uno dei tanti che inevitabilmente capiteranno. Accettarlo è ciò che apre la strada all’eccellenza.

Come sviluppare la mentalità orientata alla crescita

Perché i grandi allenatori insegnano più della tecnica

Per quali ragioni ancora oggi molti allenatori ritengono di svolgere solo un lavoro tecnico senza percepire il valore del loro ruolo d’insegnante e quindi della componente mentale del loro lavoro.

1. Formazione tradizionale
  • Molti percorsi di abilitazione mettono ancora al centro tattica, tecnica e preparazione fisica, lasciando poco spazio a psicologia, pedagogia o comunicazione.
  • L’allenatore “nasce” come tecnico, e fatica a vedersi come educatore.
2. Cultura sportiva diffusa
  • In molti contesti (soprattutto giovanili), il risultato in campo viene percepito come l’unico metro di giudizio.
  • Questo porta a valorizzare schemi e prestazioni immediate, piuttosto che la crescita della persona.
3. Pressione di società e famiglie
  • Dirigenti e genitori spesso chiedono “vittorie” e non “sviluppo umano”.
  • L’allenatore si sente misurato solo su classifiche e successi, non sull’impatto educativo.
4.Scarsa consapevolezza del proprio ruolo
  • Alcuni allenatori non riflettono sull’influenza che esercitano: non si rendono conto che, oltre a trasmettere tecnica, stanno formando carattere, motivazione e capacità relazionali.
5. Timore o mancanza di strumenti
  • Lavorare sulla dimensione mentale richiede competenze di comunicazione, gestione delle emozioni e leadership empatica.
  • Chi non è stato formato in questo senso può sentirsi insicuro e preferire restare nell’area “confortevole” della tecnica.
6. Visione riduttiva dello sport
  • C’è ancora chi considera lo sport solo “prestazione e risultato” e non anche un ambiente educativo che modella persone e cittadini.

In sintesi, la ragione principale sta nella combinazione tra formazione tecnica limitatapressione esterna sui risultati e scarsa consapevolezza educativa.

 

 

Giovani ansiosi e anziani fragili? La realtà oltre gli stereotipi

Spesso si sente dire che i giovani di oggi sono tutti ansiosi e depressi mentre le persone over65 sarebbero inevitabilmente fragili, isolate e bisognose di aiuto. Queste immagini così nette non corrispondono alla realtà eppure continuano a circolare con forza. Una parte della spiegazione sta nel modo in cui i media raccontano le cose: le notizie che parlano di crisi, emergenze e fragilità attirano più attenzione e finiscono per occupare lo spazio pubblico, dando l’impressione che certe condizioni siano la norma piuttosto che l’eccezione.

C’è poi la tendenza naturale della nostra mente a semplificare e a incasellare intere categorie di persone dentro pochi tratti dominanti. È più facile pensare che tutti i giovani siano vulnerabili e tutti gli anziani deboli, piuttosto che accettare la complessità e la varietà delle esperienze individuali. A questo si aggiunge il fatto che i cambiamenti sociali degli ultimi decenni hanno reso più visibili alcuni problemi: l’aumento delle diagnosi di ansia e depressione tra gli adolescenti e i giovani adulti, il crescente rischio di solitudine e malattie croniche con l’avanzare dell’età. Questi fenomeni sono reali, ma non raccontano tutto.

Accanto ai giovani che vivono momenti di fatica ce ne sono molti altri che guardano al futuro con entusiasmo, coltivano relazioni e portano avanti progetti. Allo stesso modo, accanto a persone anziane che necessitano di sostegno, ci sono tanti uomini e donne che restano attivi nella comunità, viaggiano, fanno volontariato, si prendono cura dei nipoti o coltivano passioni personali. La vita non si esaurisce nelle etichette, ma continua a scorrere in forme molto diverse.

Gli stereotipi però non resistono soltanto per abitudine: spesso svolgono una funzione sociale ed economica. Parlare di giovani come generazione fragile può servire a giustificare interventi educativi o la necessità di terapie, mentre descrivere gli anziani come sempre dipendenti e soli può alimentare la domanda di servizi assistenziali e di prodotti pensati apposta per loro. In questo modo il rischio è duplice: da un lato le persone finiscono per interiorizzare queste immagini e sentirsi davvero ridotte a un problema, dall’altro la società perde l’occasione di valorizzare la ricchezza e le risorse che queste generazioni possiedono.

I giovani rischiano di vedersi etichettati come una generazione senza speranza, fragile e incapace di affrontare il futuro, mentre gli anziani rischiano di percepirsi solo come un peso, quando invece portano con sé esperienze, competenze e relazioni che sono fondamentali per la vita collettiva. La realtà è che la soddisfazione di vita, il benessere e la resilienza non sono distribuiti in base all’età, ma dipendono da molti fattori: il contesto sociale, le reti di relazioni, le risorse economiche, le opportunità educative e lavorative.

Riconoscere tutto questo significa liberarsi dagli stereotipi e restituire a ciascuna fascia d’età la sua dignità e la sua varietà. Non tutti i giovani sono in crisi e non tutti gli anziani sono fragili: in entrambi i casi troviamo difficoltà e risorse, fatiche e soddisfazioni, limiti e potenzialità.

Valore della consapevolezza nel riscaldamento

Uno dei punti chiave emersi dal tema della consapevolezza situazionale, affrontato nel post precedente, è che spesso gli atleti commettono l’errore di pensare di essere pronti… per poi scoprire, durante la prestazione, che non lo sono davvero. Questo può succedere in un singolo gesto (un tiro, un salto, la partenza di uno sprint) oppure in modo più generale nel corso di una gara (ad esempio iniziare una partita troppo tesi e non riuscire a sciogliersi con il passare dei minuti).

Nello sport, l’esempio più chiaro del principio “il prima determina il dopo” è proprio il riscaldamento pre-gara.

Come scrive Weineck (2001):

“Attraverso un riscaldamento razionale, specifico per lo sport praticato, devono essere create le migliori condizioni iniziali per le capacità di prestazione neuromuscolari, organiche e mentali dell’atleta, per la sua disponibilità allo sforzo, oltre che condizioni ottimali per la prevenzione degli infortuni.”

Dal punto di vista psicologico, il riscaldamento non riguarda solo il corpo ma anche la mente. Se fatto bene, aiuta l’atleta a raggiungere uno stato ideale di concentrazione e attivazione, creando l’atteggiamento giusto per esprimere al meglio il proprio potenziale.

Il problema è che molti giovani non lo vivono in questo modo. Per alcuni è solo un modo per evitare infortuni. Per altri è una cosa da prendere sul serio solo prima delle gare importanti, mentre in allenamento non lo eseguono mai con la stessa cura. Per quasi tutti, invece, rappresenta una fase noiosa, da sbrigare in fretta per poter partire subito al massimo. In tanti lo vivono come i compiti a casa: un’attività fatta senza convinzione e con poco impegno mentale.

Un errore frequente è anche quello di non associare al riscaldamento una respirazione adeguata. E ricordiamoci ancora una volta: il prima determina il dopo. Un allungamento fatto male significa meno elasticità e minore distensione muscolare, con tutte le conseguenze negative che questo approccio può portare nel tempo.

La consapevolezza situazionale: fattore chiave nello sviluppo della maestria

La consapevolezza situazionale è la capacità di percepire ciò che sta accadendo intorno a noi, capire il significato di queste informazioni e prevedere cosa potrebbe accadere dopo.
In altre parole, è il “quadro mentale” che ci permette di muoverci e agire in un ambiente complesso senza perderci nei dettagli.

E’ molto influenzata dal livello di competenza individuale. Un atleta principiante va facilmente in sovraccarico d’informazioni e spesso non è neanche in grado di percepirle, non sa a cosa prestare attenzione e le informazioni immagazzinate nella sua memoria non sono pertinenti, si potrebbe dire che si muove al buio in una stanza piena di cristalli. L’atleta esperto, al contrario, è un individuo che ha acceso la luce nella stanza ed è in grado di muoversi seppur con attenzione facendo riferimento a quanto appreso e memorizzato. Ritornando ancora una volta ai piloti dell’aviazione, si ritrovano gli stessi risultati.

Confrontando gli esperti (12.370 ore di volo) con i meno esperti (720 ore di volo) si è evidenziato che la quantità di tempo pre-volo aumenta in funzione dell’esperienza. I piloti più esperti passano più tempo a raccogliere informazioni, pianificare e preparare piani specifici in relazione alle condizioni di volo. I piloti più esperti  sono più focalizzati sulla comprensione e sulla determinazione delle azioni da intraprendere in funzione degli obiettivi.

Di conseguenza lo sviluppo della consapevolezza situazionale è veramente un fattore chiave nello sviluppo dell’expertise di un individuo quale che sia l’ambito di applicazione. Lo sport è uno di questi contesti ma ancora oggi poco spazio viene lasciato allo sviluppo consapevole e programmato di questa competenza.

Continuità: la sfida nascosta degli atleti giovani

Spesso si sente dire che i giovani atleti mancano di continuità. Ma cosa significa davvero questa affermazione? E soprattutto: è davvero così?

La parola continuità non ha un solo significato: cambia in base al contesto in cui la applichiamo. La forma più evidente è quella legata alla motivazione: quando questa vacilla, può capitare di arrivare in ritardo agli allenamenti, di affrontarli con poca energia, o addirittura di non volerli proprio fare.

Ci sono poi ragazzi che, pur essendo presenti e regolari, non mostrano il desiderio di migliorarsi. Alcuni fuggono dalla fatica, altri pensano che il talento possa bastare a coprire le mancanze. Un altro gruppo di atleti, invece, lavora con costanza e disciplina, ma lo fa con lo stesso spirito con cui si fanno i compiti a casa: per dovere, senza passione, e quindi senza quel guizzo che fa la differenza.

Infine, ci sono quelli che non riescono a digerire gli errori. Appena inciampano, si scoraggiano, perdono fiducia in se stessi e smettono di essere competitivi.

Ecco perché parlare di continuità non significa etichettare i giovani atleti come svogliati o incostanti in senso assoluto: significa piuttosto chiedersi in che modo ciascuno di loro mostra discontinuità. La domanda allora diventa: a quale di queste categorie appartengono i tuoi atleti quando la loro mente e il loro atteggiamento smettono di essere costanti?

Ciò che genitori e insegnati dovrebbero insegnare

Quello che segue è ciò che genitori e insegnanti dovrebbero dire, insegnare e soprattutto incarnare come modello. Perché i ragazzi imparano non solo da ciò che ascoltano, ma da ciò che vedono negli adulti che hanno accanto.

Ascoltami bene: il valore di quello che fai non si misura dai voti, dalle vittorie o dai like che ricevi. Il valore sta nell’impegno che ci metti ogni giorno. È lì che costruisci davvero chi sei.

Il problema è che spesso guardiamo solo il risultato finale, oppure quello che pensano gli altri. Se vinco valgo, se perdo non valgo niente. Se mi criticano, allora hanno ragione loro. Ma non è così. Tu non sei il giudizio degli altri. Tu sei l’impegno che ci metti, la fatica che fai, la costanza con cui provi ancora una volta anche quando non viene come vorresti.

Quando ti parli male, quando ti dici “non sono capace”, stai dando potere a quella voce distruttiva che ti blocca. Prova invece a cambiare linguaggio: “Sto imparando”, “oggi è andata meglio di ieri”, “il mio impegno conta”. Non è una frase vuota: è un modo per ricordarti che stai crescendo, passo dopo passo.

Ogni volta che ti impegni, stai investendo su di te. Ogni allenamento, ogni ora di studio, anche quando non vedi subito il risultato, sta costruendo la persona che diventerai. E questo vale molto più di qualsiasi giudizio esterno.

Il punto non è fare tutto perfetto: il punto è non smettere di crederci. Ricorda: il tuo valore non dipende dagli altri, ma da quanto sei disposto a investire su di te. E quell’impegno, credimi, ha sempre valore.

In sintesi, è meglio pensare e dirsi:

  • “Il mio impegno ha valore, anche se non vedo subito i risultati.”
  • “Ogni giorno faccio un passo avanti.”
  • “Sto imparando e migliorando, non devo essere perfetto.”
  • “Io valgo per quello che costruisco, non per quello che gli altri pensano.”
  • “L’impegno di oggi è la mia forza di domani.”

Oltre il risultato

Il dilemma eterno di ogni atleta è questo: pensare al risultato o pensare a ciò che si vuole fare.

Sì, tutti gareggiamo per vincere. Ma quando entri in campo, non può essere l’unico pensiero. Lascialo nello spogliatoio. Qui conta solo dare il massimo ed esprimere ciò che hai costruito in allenamento.

Anche nella sconfitta puoi uscire orgoglioso, se sai di aver dato il meglio di te.

Pressione e tensione sono normali: significano che ci tieni, che il momento è importante. Ricorda: ti alleni proprio per vivere queste emozioni. Accoglile, resta concentrato e fai il tuo compito.

Le gare devono portare gioia. L’attesa è finita, il lavoro è fatto. Ora è il momento di mostrare le tue capacità. Ogni competizione è la prova della tua crescita.

E non dimenticare: le gare non finiscono mai. Ogni errore è una lezione, ogni nuova sfida un’opportunità. Passo dopo passo, stagione dopo stagione, questo ciclo ti rende più forte.

Vivi le competizioni non solo come battaglie per vincere, ma come occasioni per crescere, dimostrare chi sei e andare sempre avanti.