Archivio mensile per agosto, 2025

10 domande agli allenatori prima d’iniziare il nuovo anno sportivo

Inizio anno sportivo per molti sport, 10 domande che un allenatore dovrebbe porsi per valutare le proprie competenze nell’allenare atleti.

  1. Conosco a fondo le basi teoriche e pratiche dello sport che intendo insegnare?
    • (Tecniche, tattiche, regole e principi fondamentali).
  2. Sono in grado di creare un programma di allenamento strutturato e personalizzato per ogni atleta o squadra?
  3. Comprendo le basi della fisiologia e della biomeccanica applicate all’allenamento sportivo?
    • (In particolare per prevenire infortuni e ottimizzare le prestazioni).
  4. Ho competenze di comunicazione efficace per motivare, istruire e correggere gli atleti in modo chiaro e costruttivo?
  5. Conosco le tecniche per gestire gli aspetti psicologici dell’atleta, come lo stress, la fiducia in sé stessi, e il focus mentale?
  6. So come monitorare e valutare i progressi degli atleti in termini di performance fisica e tecnica?
  7. Sono informato sui principi dell’alimentazione e della nutrizione sportiva per consigliare i miei atleti (o indirizzarli agli esperti)?
  8. Sono capace di lavorare in collaborazione con altri professionisti (medici sportivi, fisioterapisti, nutrizionisti, psicologi) per il bene degli atleti?
  9. Ho sviluppato una filosofia di allenamento chiara e coerente con i miei valori personali e sportivi?
  10. Riesco a mantenere la mia formazione continua, aggiornandomi regolarmente sulle migliori pratiche, ricerche scientifiche e innovazioni nel settore?

Pensieri su felicità e calcio

Un giornalista chiese alla teologa tedesca Dorothee Solle: – come spiegherebbe a un bambino che cosa è la felicità? – - Non glielo spiegherei -, rispose – gli darei un pallone per farlo giocare – . Il calcio professionistico fa tutto per castrare questa energia di felicità. Ma lei sopravvive malgrado tutto. E forse per questo capita che il calcio non riesca a smettere di essere meraviglioso. Come dice il mio amico Angel Ruocco, questa è la cosa più bella che ha: la sua inesauribile capacità di sorprendere. Per quanto i tecnocrati lo programmino perfino nei minimi dettagli, per quanto i potenti lo manipolino, il calcio continua a voler essere l’arte dell’imprevisto. Dove meno te lo aspetti salta fuori l’impossibile, il nano impartisce una lezione al gigante, un nero allampanato e sbilenco fa diventare scemo l’atleta scolpito in Grecia.

(Eduardo Galeano, Splendori e miserie del gioco del calcio)

Quanto spesso pensi a tuoi punti forti?

Immagina di prepararti per una partita di tennis: hai due strade davanti a te.

  1. Pensare ai tuoi punti forti, cioè a come di solito vinci i punti (per esempio: col dritto lungo linea, con il servizio, con la velocità di gambe).
  2. Pensare ai tuoi punti deboli e cercare di “nasconderli” (per esempio: dire a te stesso “non devo sbagliare il rovescio” oppure “non devo farmi spostare troppo”).

Il problema della seconda strada è che ti fa entrare in campo con la testa piena di divieti, paure e limiti: giochi più contratto e rischi di pensare più a cosa non devi fare che a cosa vuoi fare. È come guidare la bicicletta guardando sempre il buco da evitare invece della strada libera davanti: alla fine rischi di finirci dentro.

Invece, se ti concentri su come vinci i punti, entri in campo con un piano positivo e costruttivo. Non stai solo “sopravvivendo” al match, ma stai cercando di far succedere quello che sai fare meglio. Questo ti dà fiducia, sicurezza e direzione chiara: giochi per esprimere i tuoi colpi, non per nascondere la paura degli errori.

In sintesi:
Pensare ai tuoi punti forti = vai in campo per costruire gioco e comandare.
Pensare ai tuoi limiti = vai in campo per difenderti e sperare di non sbagliare.

Esempio pratico

Mettiamo che tu sia un ragazzo che gioca bene con il dritto, e che il tuo servizio ti dia spesso punti facili, mentre magari il rovescio è un po’ più debole.

Se pensi solo ai tuoi limiti, potresti dirti:

“Devo evitare di sbagliare il rovescio, non devo farmi attaccare lì”.
Risultato? Giochi contratto, metti la palla corta, e l’avversario finisce per sfruttare proprio quel lato.

Se invece costruisci un piano sui tuoi punti forti, potresti pensare:

  • “Con il servizio cerco spesso la zona esterna, così mi preparo il campo per il dritto dopo.”
  • “Appena posso, sposto il gioco sul dritto per comandare lo scambio.”
  • “Uso il rovescio solo per tenere la palla in campo finché non trovo lo spazio giusto per girare attorno e tirare di dritto”.

Così entri in campo con un’idea chiara: usare ciò che sai fare meglio per vincere i punti, invece di preoccuparti di nascondere il resto.

 

 

400 calciatori stranieri distruggono il calcio italiano

Il numero dei giocatori stranieri nel campionato di Serie A ha raggiunto vette da record. Nella precedente stagione  è stata superata per la prima volta quota 400, esattamente 401 stranieri (su un totale di 588 giocatori) mandati in campo e il 68% di chi ha giocatoI campioni  non potrà indossare la maglia azzurra. Gli italiani sono sempre meno e si è scesi sotto il 33 per cento.

Max Allegri ha dichiarato che i difensori non sanno più marcare. In area di rigore non sanno più stare attaccati all’uomo, fuori dall’area invece si tratta il pallone come se non avesse alcuna importanza.

Molte squadre di Serie A hanno abbandonato l’idea di avere un capitano, un leader in campo,  a favore di un turn over a seconda delle situazioni oppure lo scelgono fra chi ha giocato più partite. In questo modo si va nella direzione opposta a quella di avere in campo un punto di riferimento preciso che guidi la squadra con i suoi comportamenti e che la supporti nei momenti di difficoltà. E’ un modo per ridurre la personalità complessiva della squadra, privandola di responsabilità e autonomia.

Su queste basi qual è la motivazione dei giovani calciatori italiani a impegnarsi al massimo, quando sanno che giocare in Serie A è molto improbabile e che la maggior parte dovrà accontentarsi di giocare nei campionati inferiori o sperare di essere notati da squadre estere.

I campioni stranieri che giocano in Serie A forse saranno 10 su 400. E’ mai possibile che fra i restanti 390 calciatori non ve ne sia nessuno che possa essere sostituito da un giovane italiano?

Capitano: un ruolo in declino in Serie A

Se prendiamo due definizioni di capitano in relazione al calcio tratte da due allenatori come Guardiola e Mourinho leggiamo quanto segue.

Pep Guardiola sulla nomina di Bernardo Silva a capitano: “L’ho scelto per un motivo. Nella scorsa stagione, quando eravamo in grossi, grossi guai, lui c’era sempre. C’era sempre, si allenava ogni giorno… esausto. In un momento avevamo solo 13/14 giocatori più l’Academy e ogni tre giorni perdevamo una partita – e lui c’era sempre. È il giocatore che nel mio periodo qui ha giocato più minuti, quindi è sempre stato disponibile. Per la sua generosità quando non gioca, sempre un grande sorriso, sempre pronto ad aiutare. Ha giocato come terzino sinistro, terzino destro, ala, centrocampista difensivo. Non importa quale posizione – pensa sempre a cosa è meglio per la squadra. Con tutte le sue qualità, ho detto che sarebbe stato un buon capitano. Ed è stato un capitano davvero, davvero bravo.”

Per José Mourinho, il concetto di capitano va oltre la semplice fascia; un vero capitano è un leader che guida e ispira il gruppo, specialmente nei momenti di difficoltà, e deve essere il riferimento per indicare la strada da seguire, come un “condottiero” che risolve i problemi insieme alla squadra, come ha definito Javier Zanetti durante il triplete con l’Inter.

Capitano, quindi, come sinonimo di leader guida, generosità, disponibilità, risolutore Il capitano è colui che c’è sempre a prescindere dalla situazione che la squadra sta vivendo in quel momento.

Oggi, almeno in Serie A, queste idee sembrano invece cambiate qualcuno sceglie chi ha giocato più partite nella squadra, altri hanno più scelte poiché il capitano s non sempre gioca tutte le partite. Di questo tema si parla poco e quindi non si sa con esattezza cosa ne pensano tutti gli allenatori.  Certamente non avere in campo un giocatore rappresentativo che possa guidare e supportare la squadra durante la partita e che sia di riferimento principale anche nella vita quotidiana del team non mi sembra una grande idea nella costruzione dell’autonomia non solo dei singoli ma dello stesso collettivo.

 

 

10 azioni per iniziare una nuova stagione negli sport di squadra

Inizia una nuova stagione per gli sport di squadra.

 10 azioni che un allenatore di sport di squadra può mettere in campo per promuovere l’unità e la coesione all’interno della sua squadra:
  1. Organizzare attività di team building: Pianificare giornate o eventi dedicati ad attività che aiutano i membri della squadra a conoscersi meglio e a costruire fiducia reciproca.
  2. Comunicare in modo chiaro e trasparente: Assicurarsi che tutti i giocatori comprendano gli obiettivi della squadra, le aspettative e il loro ruolo all’interno del team.
  3. Promuovere una cultura del rispetto: Incoraggiare il rispetto reciproco tra i giocatori, evitando favoritismi e trattando tutti con equità.
  4. Creare obiettivi comuni: Definire obiettivi chiari e condivisi per la squadra, in modo che ogni membro lavori verso lo stesso traguardo.
  5. Coinvolgere tutti i giocatori: Assicurarsi che ogni giocatore si senta parte integrante della squadra, dando opportunità a tutti di contribuire e di esprimersi.
  6. Sostenere e incoraggiare: Offrire supporto emotivo e incoraggiamento ai giocatori, specialmente nei momenti di difficoltà o dopo una sconfitta.
  7. Fornire feedback costruttivo: Dare feedback onesto e costruttivo che aiuti i giocatori a migliorare, piuttosto che criticarli in modo distruttivo.
  8. Promuovere il rispetto delle regole: Assicurarsi che tutti i membri della squadra rispettino le regole e i valori condivisi, mantenendo un comportamento corretto dentro e fuori dal campo.
  9. Organizzare incontri regolari: Tenere riunioni di squadra regolari per discutere di progressi, problemi e soluzioni, favorendo la partecipazione di tutti.
  10. Esempio personale: Essere un modello di comportamento positivo e professionale, dimostrando impegno, dedizione e passione per il gioco, in modo che i giocatori possano ispirarsi al loro allenatore.

Seguendo queste azioni, un allenatore può creare un ambiente di squadra positivo e coeso, dove ogni membro si sente valorizzato e motivato a dare il meglio di sé.

La perseveranza è difficile ma essenziale

Mantenere costanza e perseveranza nelle attività quotidiane – come lavoro, studio e sport – può essere molto difficile, ma è anche essenziale per ottenere risultati duraturi e soddisfacenti. Ecco perché queste due qualità sono difficili da mantenere, ma anche perché sono così fondamentali.

Perché la perseveranza è così difficile?

  1. Soddisfazione ritardata - In molte attività, i risultati non sono immediati. Studiare per un esame, allenarsi per un obiettivo sportivo, o avanzare nella carriera richiede tempo e non sempre si vede subito il frutto dell’impegno. Il nostro cervello, però, tende a preferire ricompense immediate, e la mancanza di risultati immediati può portare a frustrazione o stanchezza.
  2. Monotonia e fatica - La costanza spesso implica ripetere le stesse azioni o esercizi più e più volte. A lungo andare, questo può risultare monotono e pesante, soprattutto quando si affrontano compiti impegnativi o si devono superare ostacoli. La ripetitività può abbassare la motivazione e rendere difficile mantenere la rotta.
  3. Sfiducia nelle proprie capacità - Incontrare fallimenti o ostacoli può minare la fiducia in sé stessi e far nascere il dubbio di non essere “abbastanza bravi” o di non avere il talento necessario. Quando manca la fiducia, è facile scoraggiarsi e rinunciare.
  4. Fattori esterni e distrazioni - La vita quotidiana è piena di distrazioni e imprevisti. Nuovi interessi, altre persone e obblighi possono distrarci dai nostri obiettivi a lungo termine. Ad esempio, il tempo passato sui social media o la semplice routine di lavoro possono allontanarci dall’allenamento fisico o dallo studio.

Perché la perseveranza è fondamentale?

  1. Progressi tangibili - La perseveranza consente di fare piccoli progressi che, nel tempo, si accumulano e portano a miglioramenti visibili e concreti. Questa crescita è spesso l’unica strada per sviluppare competenze e ottenere risultati significativi. Nel lavoro, la pratica costante porta a una padronanza delle competenze; nello studio, rafforza la memoria e la comprensione; nello sport, migliora la resistenza e la forza.
  2. Superamento dei limiti - Perseverare permette di affrontare e superare i propri limiti. È normale incontrare ostacoli, ma superarli dà forza e motivazione per continuare. La costanza ci abitua a gestire le difficoltà senza arrenderci, sviluppando una mentalità di crescita che ci prepara ad affrontare sfide ancora maggiori in futuro.
  3. Autostima e resilienza - Portare avanti un impegno nonostante le difficoltà accresce la nostra autostima e rafforza la resilienza. Ogni piccolo traguardo raggiunto, grazie alla perseveranza, conferma che siamo capaci di ottenere risultati, anche quando sembrano difficili o lontani. Questo, a sua volta, aumenta la fiducia in sé stessi e la capacità di affrontare sfide nuove.
  4. Cambiamenti duraturi - La perseveranza è spesso il fattore determinante per mantenere un cambiamento a lungo termine. Che si tratti di migliorare le proprie prestazioni lavorative, ottenere un diploma, o raggiungere un obiettivo fisico, la costanza è ciò che trasforma un impegno temporaneo in un’abitudine consolidata. Questo rende i risultati stabili nel tempo, creando un miglioramento duraturo nella propria vita.

Come rafforzare la costanza e la perseveranza?

  • Stabilire obiettivi realistici - Avere obiettivi chiari e raggiungibili, sia a breve che a lungo termine, aiuta a mantenere la motivazione e a seguire un piano d’azione preciso.
  • Misurare i progressi - Tenere traccia dei progressi, anche minimi, dà una sensazione di successo e rafforza la motivazione.
  • Sviluppare routine e abitudini: Creare delle abitudini facilita il mantenimento della costanza, perché le azioni ripetute diventano più automatiche e meno faticose.
  • Accettare i momenti di difficoltà - Essere consapevoli che la fatica e gli ostacoli fanno parte del processo e che questi non sono segno di fallimento ma tappe del percorso.

In sintesi, la perseveranza è difficile da mantenere perché richiede sacrificio, disciplina e pazienza, ma è indispensabile per ottenere i migliori risultati. Essa ci permette di trasformare il nostro impegno in successo, creando miglioramenti duraturi in ogni ambito della nostra vita.

La Terra e la corsa secondo i corridori Rarámuri

Risultati di una rassegna di ricerche su “Coach Education and Professional Interventions”

Li, L., Olson, H. O., Tereschenko, I., Wang, A., & McCleery, J. (2025). Impact of coach education on coaching effectiveness in youth sport: A systematic review and meta-analysisInternational Journal of Sports Science & Coaching20(1), 340-356.

Esiti positivi della educazione degli allenatori (Coach Education and Professional Interventions):

Per gli allenatori

  • Il 78% degli studi (35 in totale) ha rilevato esiti positivi.
  • Aumento dei comportamenti di supporto all’autonomia.
  • Maggiore fiducia e competenza personale.
  • Uso più frequente di comportamenti legati al compito per creare un clima motivazionale.
  • L’uso di feedback video e riflessione ha aumentato l’auto-consapevolezza e messo in discussione convinzioni pregresse.
  • Migliorata la collaborazione con gli atleti: clima di squadra positivo, fiducia, feedback, amicizie e coinvolgimento degli atleti nelle decisioni.
  • Sviluppo di indipendenza, pensiero critico, capacità di risoluzione dei problemi e competenze di vita.
  • Miglior conoscenza su: commozioni cerebrali, salute mentale e sicurezza e prevenzione degli infortuni
  • Maggiore coinvolgimento in piattaforme digitali sociali per l’apprendimento attivo.
  • Rafforzato il ruolo di educatori morali degli allenatori.
  • Miglioramenti nella leadership trasformazionale in termini di: essere un modello positivo, accettazione degli obiettivi di gruppo e stimolazione intellettuale

Per gli atleti

  • Miglioramento nelle abilità psicomotorie e di gioco.
  • Percezioni positive di sé.
  • Rafforzato il legame con gli allenatori.
  • Diminuzione dei comportamenti antisociali.
  • Miglioramento nelle capacità cognitive e nel definire obiettivi.
  • Maggiore attività fisica, gioco attivo e partecipazione.
  • Maggiore motivazione intrinseca, orientamento al compito, divertimento e partecipazione a lungo termine.
  • Prevenzione del burnout, riduzione dell’ansia e miglioramento del benessere.

Limitazioni degli studi inclusi

  • 15 studi hanno evidenziato scarsa generalizzabilità per via di campioni ridotti e non casuali.
  • 14 studi non hanno riportato dati chiave sugli allenatori (es. dimensione del gruppo, età, esperienza, grado allenato).
  • Scarsa disponibilità di dati demografici: Solo il 20% ha fornito informazioni sullo status socio-economico e il 18% ha riportato l’etnia.
  • Diversità non bilanciate nei gruppi (es. genere, etnia, SES, esperienza).
  • Solo 3 studi hanno affrontato variabili co-fondanti (es. altri training paralleli, mancanza di osservazioni oggettive).