Archivio mensile per luglio, 2025

La psicologia delle Leonesse, campionesse agli europei di calcio

L’Inghilterra femminile di calcio, le Lionesses, ha vinto due Europei consecutivi, un successo che contrasta con il lungo digiuno della nazionale maschile, ferma al 1966. Ci si interroga quindi su quali fattori, soprattutto psicologici, possano spiegare questa differenza.

Dal punto di vista fisico, le calciatrici sono svantaggiate rispetto agli uomini: hanno più rischio di infortuni ai legamenti, coprono meno distanza ad alta intensità, corrono meno velocemente e hanno tassi di passaggi riusciti più bassi. Tuttavia, le partite femminili mostrano più accelerazioni, passaggi e meno falli.

Un possibile vantaggio delle Lionesses risiede nella coesione di squadra e nella resilienza mentale. Episodi come Lucy Bronze che gioca con una frattura, il sostegno reciproco dopo episodi di razzismo, o le incredibili rimonte durante il torneo (ad esempio contro Svezia e Italia) evidenziano spirito di gruppo e determinazione. Alcuni psicologi dello sport suggeriscono che le donne siano meno dominate dall’ego e più orientate al lavoro collettivo, oltre a sviluppare maggiore resistenza mentale per le difficoltà incontrate nel raggiungere l’élite sportiva.

Il “champion mindset” – la capacità di credere in sé stessi senza cadere nell’arroganza e di reagire alla paura di fallire – sembra una qualità che le Lionesses incarnano meglio della nazionale maschile. Infine, il testo suggerisce che le calciatrici giochino per passione e voglia di migliorarsi, mentre nel calcio maschile il peso di denaro, fama e pressioni mediatiche potrebbe aver offuscato la motivazione autentica.

Questo testo è una sintesi di quanto pubblicato da Psychology Today.

Razzismo e abusi online nel calcio femminile

Un articolo pubblicato su The Guardian denuncia il razzismo e gli abusi online nel calcio femminile, prendendo spunto dal caso della difensora inglese Jess Carter, vittima di insulti razzisti durante gli Europei. Carter ha abbandonato i social per proteggersi, ricevendo sostegno da compagne, allenatrice e Federazione.

La FA ha reagito prontamente, coinvolgendo la polizia e le piattaforme social per identificare i colpevoli. L’Online Safety Act del 2023 impone alle piattaforme il dovere di proteggere gli utenti dai contenuti d’odio, con l’Ofcom incaricato di far rispettare la legge. Il razzismo nel calcio è una questione di giustizia sociale e diritti umani.

Anche la giocatrice giamaicana Khadija Shaw è stata bersaglio di attacchi, ma ha ricevuto forte solidarietà. Oggi gli abusi sono digitali e continui: occorre perseguire i colpevoli con decisione e rendere reale la tolleranza zero. È fondamentale proteggere le giovani calciatrici e promuovere la diversità anche nei ruoli dirigenziali, evitando gli errori del calcio maschile, dove la rappresentanza di allenatori e dirigenti neri resta minima.

Per vincere non bisogna pensare di vincere

Viviamo in un’epoca in cui sembra contare solo il risultato. Ogni gara è una finale, ogni prestazione è sotto esame, ogni atleta è giudicato in base a quante volte vince. È l’era della prestazione assoluta, dove l’unico parametro che sembra avere valore è la vittoria. Tuttavia, c’è una specie di paradosso che tutti gli sportivi – atleti e allenatori – conoscono molto bene: per riuscire a vincere, spesso bisogna smettere di pensare a vincere.

Può sembrare una contraddizione, ma in realtà è una delle verità più profonde dello sport.

Pensiamo al calcio, ad esempio. Immagina un attaccante che sta per calciare un rigore in una finale importante. Se in quel momento la sua mente è piena di pensieri come “Devo segnare per vincere”“Non posso sbagliare”“Se sbaglio, deludo tutti”, è molto più facile che venga sopraffatto dalla pressione e sbagli. L’ansia da prestazione prende il sopravvento. Se invece riesce a concentrarsi solo su come colpire il pallone, sulla tecnica del gesto, sul respiro, senza pensare al risultato, ha molte più probabilità di fare centro.

Lo stesso vale per un tennista. Se durante uno scambio importante in una finale di torneo si mette a pensare “Sto per vincere, manca solo un punto”, rischia di perdere lucidità, di irrigidirsi e commettere un errore. Ma se riesce a concentrarsi sul colpo successivosulla posizione del corposulla traiettoria della palla, allora potrà continuare a giocare con efficacia.

In altre parole, il pensiero del risultato finale, pur essendo naturale e umano, può diventare un ostacolo alla performance. È come voler guardare la cima della montagna mentre stai ancora salendo: se non guardi dove metti i piedi, rischi di cadere.

Per questo, paradossalmente, chi vuole vincere davvero deve imparare a spostare l’attenzione sul “qui e ora”, sul gesto tecnico, sull’azione immediata. Gli allenatori e gli psicologi sportivi lo sanno bene: il modo più efficace per ottenere il massimo da un atleta è aiutarlo a focalizzarsi sul compito, non sull’esito.

Questo non significa che vincere non sia importante, anzi. La vittoria resta l’obiettivo, ma non può diventare un’ossessione. Il successo arriva come conseguenza del lavoro, della concentrazione, della presenza mentale. È un equilibrio difficile da mantenere, ma è proprio lì che si gioca la vera sfida.

La gioia del successo è reale ma dura poco

Se si osserva il livello più alto della piramide dei bisogni elaborata dallo psicologo Abraham Maslow — quello dell’autorealizzazione — oppure si riflette sugli insegnamenti dei filosofi stoici dell’antica Grecia, o ancora si legge l’opera fondamentale dello psichiatra e sopravvissuto ai campi di concentramento Viktor Frankl“Uno psicologo nei lager”, si arriva a una conclusione condivisa: ciò che motiva profondamente l’essere umano non è il successo materiale in sé, ma il bisogno di dare un significato alla propria vita. Trovare uno scopo, qualcosa di più grande a cui dedicarsi, è ciò che ci guida davvero e ci sostiene nei momenti difficili.

Nel contesto dello sport, questo si traduce nel fatto che, pur essendo le vittorie e i trofei momenti importanti e gratificanti, non bastano da soli. Come sottolinea il golfista Scottie Scheffler, la gioia del successo è reale, ma dura poco — pochi minuti, forse qualche ora — e non è in grado di appagare i desideri più profondi del cuore, quelli legati all’identità, alla crescita personale, alla connessione con gli altri e al senso della propria esistenza.

Non si tratta quindi di sminuire l’importanza della vittoria: gli atleti sanno bene quanto essa conti. Tuttavia, riconoscono anche che vincere, proprio perché è un’esperienza passeggera e legata a fattori esterni, non può essere l’unico motore che alimenta il loro impegno e le loro prestazioni. Per mantenere un alto livello di motivazione e raggiungere l’eccellenza in modo duraturo, è necessario che ci sia qualcosa di più profondo: un perché più grande, un senso che dia valore a tutto ciò che fanno, anche nei momenti in cui la vittoria non arriva.

Tiger Woods, Scottie Scheffler e lo Zen del golf

Dopo la vittoria alla 153esima edizione di The Open, il quarto Major di golf , il più antico, l’unico che non si disputa negli Stati Uniti e unisce campi leggendari inglesi, scozzesi e nord-irlandesi.  Scottie Scheffler ha detto una frase che vale più di mille statistiche:

“Ho imparato molto osservandolo. Il modo in cui gioca un torneo è diverso da quello di molti altri giocatori. Mette tutto sé stesso in ogni colpo che esegue sul campo, che si tratti del suo primo colpo del giovedì o dell’ultimo della domenica.”

Parlava di Tiger Woods. Ma ciò che colpisce in queste parole non è solo l’ammirazione sportiva: è un’intera filosofia di gioco. Una filosofia che ricorda da vicino quella dello Zen.

Golf e presenza totale - Nel pensiero Zen, ogni azione è degna di totale attenzione. Anche la più semplice. Anche la più ripetitiva. Lo Zen ci insegna a essere completamente presenti in ciò che facciamo, e questo vale tanto per la meditazione quanto per un colpo di golf. Nel linguaggio Zen, esistono due concetti fondamentali che aiutano a capire cosa intendeva Scheffler:

  • Zanshin – la “mente che rimane”: è la consapevolezza piena che accompagna ogni gesto, prima, durante e dopo l’azione.
  • Shoshin – la “mente del principiante”: affrontare ogni momento come fosse la prima volta, con attenzione e apertura.

Scheffler ha colto qualcosa di profondo: Tiger Woods è un esempio vivente di questa attitudine. Ogni colpo è il più importante. Ogni istante è decisivo. E questo vale dal primo tee del giovedì all’ultimo putt della domenica.

Zanshin e Shoshin affondano le loro radici nel Giappone medievale. Furono sviluppati da maestri delle arti marziali e dal monaco Zen Dōgen, nel XIII secolo. Nel Novecento, concetti come questi sono arrivati anche in Occidente e sebbene Tiger Woods non si definisca un praticante Zen, è noto che abbia adottato meditazione, visualizzazione e controllo mentale come parte integrante della sua preparazione.

Una lezione che va oltre il golf - Quello che ci racconta Scheffler è una lezione che vale per tutti: in qualunque attività, l’unico momento su cui abbiamo potere è il presente. E solo se siamo presenti completamente, possiamo dare davvero il meglio e come direbbe un maestro Zen:  “Non c’è colpo piccolo. Solo colpi pieni”.

Sviluppo mentale e percorso sportivo

Proviamo a mettere insieme alcune informazioni sullo sviluppo mentale dei bambini per capire come possano influenzare anche il loro percorso nello sport.

1. Leggere sin da piccoli fa la differenza

In Italia, secondo gli ultimi dati ISTAT del 2022, solo il 39,3 % delle persone sopra i 6 anni ha letto almeno un libro nell’ultimo anno per piacere personale, in calo rispetto agli anni precedenti. Le donne leggono più degli uomini (44 % contro 34,3 %) e questa differenza inizia già dagli 11 anni. Tra i ragazzi sotto i 24 anni la lettura è più diffusa (57,1 %), con picchi nelle ragazze 11–14enni che superano il 60 %.

Chi cresce in famiglie dove si legge ha molte più probabilità di diventare un lettore abituale. Questo è fondamentale perché leggere stimola lo sviluppo del linguaggio, dell’immaginazione, della concentrazione e dell’autodisciplina: tutte qualità essenziali anche nello sport.

Tuttavia, anche tra chi legge, pochi lo fanno in modo continuativo: solo il 6,4 % degli italiani è considerato un “lettore forte” (almeno 12 libri all’anno), mentre il 17,4 % legge al massimo tre libri. Inoltre, una famiglia su dieci non possiede nemmeno un libro in casa, e il 63,6 % ne ha meno di 100. La cultura della lettura in Italia resta fragile, soprattutto se paragonata all’importanza che ha nello sviluppo cognitivo ed emotivo dei più giovani.

2. Il vocabolario che hai a 5 anni dice già molto del tuo futuro

Il premio Nobel James Heckman ha dimostrato che all’età della scuola materna ci sono già enormi differenze nel vocabolario dei bambini, legate al contesto socioeconomico: 500 parole per i figli di disoccupati, 700 per quelli di genitori con bassa scolarità, 1.100 per i figli di laureati. E queste differenze non si colmano nel tempo: si riflettono nella carriera, nella salute, nella stabilità personale. Per questo è fondamentale investire in educazione e stimoli cognitivi già nei primi anni di vita.

3. Lo sport ha bisogno di menti attive, non solo di corpi allenati

Il campione Novak Djokovic racconta che da bambino ascoltava musica classica, leggeva poesie e studiava lingue. Questo approccio multidisciplinare ha rafforzato la sua concentrazione e la sua intelligenza emotiva, elementi fondamentali nel tennis ad alto livello. Le sue “lezioni di vita” erano inseparabili dalle lezioni di tennis.

Il suo esempio dimostra che il talento atletico, da solo, non basta: serve anche una mente allenata. Ecco perché promuovere la lettura e la cultura fin da piccoli è importante anche per lo sport. Non solo per formare atleti migliori, ma persone più consapevoli, disciplinate e resilienti.

In sintesi
Se vogliamo costruire una generazione di sportivi capaci e cittadini attivi, dobbiamo partire dall’educazione: lettura, linguaggio, riflessione critica. Lo sport, come la vita, ha bisogno di menti curiose e preparate. La debole cultura sportiva in Italia è solo una delle conseguenze della più generale povertà educativa: una condizione che tanti giovani pagano cara, già prima dell’età adulta.

L’errore fa parte del gioco – impara a reagire, non a colpevolizzarti

Quando fai un errore durante una gara o una partita, è facile pensare che ci sia qualcosa che non va nella tua testa o che non sei abbastanza forte mentalmente. Ma la verità è un’altra: gli errori mentali non sono segno di un problema psicologico profondo, ma semplicemente il risultato di un approccio mentale sbagliato in quel momento.

Proprio come si allena il fisico, si allena anche la mente. E questo significa imparare a reagire agli errori nel modo più utile possibile. Non si tratta di evitare gli errori (perché nessuno può farlo!), ma di imparare a usarli per crescere.

Anche le prestazioni più vincenti sono piene di errori: la differenza sta in come si reagisce. Chi vince non è chi non sbaglia mai, ma chi continua a giocare bene anche dopo un errore.

Quindi, smetti di vedere l’errore come un nemico o una vergogna. Inizia a vederlo come una parte normale della tua prestazione, qualcosa da cui puoi imparare e migliorare. Non serve colpevolizzarsi, serve allenarsi a trovare l’atteggiamento giusto per restare lucidi, concentrati e pronti a dare il meglio.

In breve: l’errore non si cancella, si gestisce. E il vero lavoro mentale è proprio questo.

La mentalità vincente nel tennis: realtà o mito?

Nel mondo del tennis si parla spesso di “mentalità vincente”. C’è chi la associa a tratti maschili, chi la vede come una fiducia incrollabile in se stessi. Altri ancora la interpretano come una questione di carattere, legata quindi a doti innate e non allenabili. C’è anche chi crede che una condizione sociale svantaggiata possa generare quella “fame di vincere” tipica dei grandi campioni.

Tutte queste spiegazioni tendono a costruire un’idea rigida, quasi mistica, della mentalità vincente. In questo modo, il tennista rischia di sentirsi prigioniero delle sue origini: se non corrispondono a queste teorie, allora – si pensa – non potrà mai diventare un vincente.

La mia esperienza con atleti di altissimo livello, inclusi 13 medagliati olimpici, e quanto emerge dalla psicologia dello sport, raccontano però una realtà diversa: più concreta, più allenabile e alla portata di chiunque voglia migliorarsi. In questo articolo voglio condividere alcune indicazioni pratiche che ogni tennista può seguire per migliorare le proprie prestazioni, naturalmente in relazione al proprio livello tecnico, condizione fisica e stile di gioco.

1. Non avere aspettative, concentrati sul fare del tuo meglio

Tutti vogliono vincere, ma questa idea deve restare sullo sfondo. L’unica cosa davvero utile è concentrarsi sul presente: ogni colpo, ogni scambio. Il risultato è fuori dal nostro controllo, ma l’impegno no. Quindi il focus deve essere solo su ciò che puoi fare in quel momento. Alla fine dello scambio, vedrai se il tuo massimo è bastato o se l’avversario è stato più bravo.

2. Sii paziente: i momenti difficili arriveranno

Il tennis è uno sport dove vince chi sbaglia meno. I momenti negativi sono parte inevitabile di ogni match. Illudersi di evitarli è inutile. Quando arrivano, non bisogna arrabbiarsi o scoraggiarsi, ma accettarli e continuare a giocare con attenzione. La pazienza è una forma di forza mentale.

3. Non lasciare che il punteggio controlli le tue emozioni

Molti giocatori, soprattutto i meno esperti, si esaltano dopo un punto vinto e si abbattono dopo uno perso. Questo crea instabilità emotiva e comportamentale. In campo bisogna essere il primo tifoso di se stessi, non come quei fan che applaudono solo quando si vince e fischiano alla prima difficoltà.

4. Gestisci lo stress e accetta le tue paure

Spesso i giocatori, per non affrontare le proprie paure, cercano scuse: “non sentivo i colpi”, “le gambe erano pesanti”, “l’altro ha giocato la partita della vita”. Le ragazze, in particolare, possono essere più soggette a oscillazioni emotive in base ai punti vinti o persi. Ma la vera forza sta nell’accettare la paura e imparare a conviverci. Questa è una delle differenze principali tra i campioni e gli altri.

5. Pensa al gioco

Indipendentemente dal tuo livello, devi avere un’idea di come vuoi giocare. Anche una strategia semplice, come “corri e rimandala di là”, è meglio che non pensare affatto. Questo vale soprattutto al servizio: “Come posso mettere in difficoltà l’avversario?” “Cosa ha funzionato nei punti che ho vinto?”. Serve un pensiero tecnico, ma anche uno motivazionale. Entrambi sono fondamentali.

In conclusione, la mentalità vincente non è una dote magica o un privilegio di pochi. È un insieme di atteggiamenti, pensieri e comportamenti che si possono allenare. Ogni tennista ha la possibilità di svilupparla, a partire da una cosa semplice: la consapevolezza di ciò che può controllare.

La mente vincente di Tadej Pogačar: talento, calma e strategia

Tadej Pogačar, 25 anni, ha conquistato oggi la sua vittoria numero 100 al Tour de France, un traguardo straordinario che lo consacra definitivamente tra i grandi del ciclismo. Più volte vincitore del Tour è ormai una figura di riferimento nel panorama internazionale, non solo per le sue eccezionali doti fisiche, ma soprattutto per la mentalità che lo distingue.

La sua carriera è costellata di momenti chiave in cui la forza mentale ha fatto la differenza. Come nella penultima tappa del Tour 2020, quando – in ritardo rispetto a Primož Roglič – affrontò la cronometro decisiva con una calma impressionante e ribaltò le sorti della corsa con una prestazione epica. Quella vittoria non fu solo atletica, ma psicologica: concentrazione, fiducia e sangue freddo sotto pressione.

Oggi, il ruolo di favorito non è più un’eccezione ma la norma. “Ogni gara sono considerato il favorito. Ho imparato a vivere così”, dice Pogačar con naturalezza. Questa pressione, che per molti potrebbe diventare un fardello, è per lui parte integrante del mestiere, interiorizzata e gestita con lucidità. La sua strategia mentale è chiara: non lasciarsi consumare dalle aspettative, affrontare le corse giorno per giorno, e risparmiare energie fisiche e mentali per i momenti davvero decisivi.

La maturità psicologica di Pogačar è evidente. Mantiene sempre un atteggiamento razionale, centrato, senza farsi travolgere dal caos mediatico o dai pronostici. Anche quando viene criticato – ad esempio per la presunta fragilità della sua squadra – risponde con tranquillità, evitando polemiche e rafforzando la fiducia nei suoi compagni. Questo equilibrio mentale è uno dei pilastri dei suoi successi.

Il suo approccio mentale può essere definito determinato, disciplinato e resiliente. Si allena con costanza, si prepara con cura e, soprattutto, impara sempre. Dopo ogni gara analizza le proprie prestazioni, individua le aree da migliorare e modifica il proprio allenamento. Questo atteggiamento di crescita continua gli permette di evolversi costantemente e di puntare sempre più in alto.

Inoltre, Pogačar trasmette serenità anche nei momenti più complessi. Scherza con i giornalisti, minimizza le difficoltà del percorso, non mostra mai segni di nervosismo, nemmeno alla vigilia di un Grand Tour. Questo non significa superficialità, ma una profonda sicurezza interiore, costruita su anni di lavoro e consapevolezza.

In sintesi, il successo di Tadej Pogačar è il risultato di un mix raro tra talento naturale e forza mentale. Determinazione, compostezza, fiducia, intelligenza strategica e umiltà nell’imparare: sono questi gli ingredienti della sua grandezza. E a soli 25 anni, con 100 vittorie già alle spalle, il meglio deve ancora venire.

Cos’è lo sport?

Spesso chi non segue lo sport  agonistico e non ne capisce il valore chiede cosa spinge questi/e giovani a dedicare la loro vita a questa attività. Per iniziare a capire cosa determini la decisione di intraprendere la carriera sportiva, credo si debba intanto sapere che lo sport si declina al singolare ma in realtà bisognerebbe esprimersi al plurale e parlare di sports.

Gli sports infatti sono molto diversi tra loro e soddisfano caratteristiche psicologiche e fisiche molto diverse tra loro. Solo per festare a quanto è successo in questi giorni. potremmo parlare della partita di calcio femminile fra Italia e Portogallo e del bellissimo goal di Cristiana Girelli, del passaggio al turno successivo di Sinner che perdeva per due set a zero contro il suo avversario che si è dovuto ritirare per un infortunio grave, della prima donna che è scesa sotto i 14 minuti nei 5mila metri, Beatrice Chebet, del Tour de France appena iniziato e del ritiro di Filippo Ganna dopo pochi km della prima tappa per caduta, e ancora dei mondiali nuoto, degli europei di lotta e di quelli di tennis tavolo che sono programmati in questo periodo. Ci sono sport dove su un mezzo si corre oltre a 300km all’ora ma ve ne sono altri che si fanno praticamente stando fermi e immobili.

Quindi non so proprio come si possa definire lo sport, stando a tutte queste sue manifestazioni così diverse tra loro. Sembra però che ciò che le accomuna sono le gare, il competere di questi giovani gli uni contro gli altri, ognuno nel suo sport. Questo concetto è ben rappresentato dal motto olimpico “Citius, Altius, Fortius, Communiter” (Più veloce, Più alto, Più Forte, Insieme). Si dice che l’importante è partecipare, ognuno al suo meglio. Lo sport o gli sports rappresentano pertanto una delle forme di autorealizzazone che noi esseri umani scegliamo per conoscerci, svilupparci, perfezionarci e vivere larga parte della nostra vita sociale.

Questo sono gli atleti/e.